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Le poesie di Catullo

Le poesie di Catullo

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Le poesie di Catullo

Lunghezza:
370 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
27 ago 2012
ISBN:
9788867514083
Formato:
Libro

Descrizione

Traduzione integrale, in endecasillabi sciolti dell’opera del più grande poeta d’amore della latinità
Editore:
Pubblicato:
27 ago 2012
ISBN:
9788867514083
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Libro

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Anteprima del libro

Le poesie di Catullo - Sergio Ciufegni

GAIO VALERIO CATULLO

POESIE

Traduzione note e commenti

di SERGIO CIUFEGNI

Edizioni Youcanprint

Copyright © 2012

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Via roma 73 - 73039 Tricase (LE)

Tel. 0833.772652

Fax. 0832.1836533

info@youcanprint.it

www.youcanprint.it

Titolo : Le poesie di Catullo

Autore : Sergio Ciufegni

Immagine di copertina : Sergio Ciufegni

ISBN: 9788867514083

Prima edizione digitale 2012

Questo eBook non potrà formare oggetto di scambio, commercio, prestito e rivendita e non potrà essere in alcun modo diffuso senza il previo consenso scritto dell’autore.

Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941

INTRODUZIONE

L’esistenza di diversi Codici, la mutilazione subìta da alcuni Carmi, e - di frequente - la superficialità con cui essi sono stati trascritti ed ordinati, non consentono, a tutt’oggi, di avere, dell’opera di Catullo, un testo definitivo o tale, comunque, da non essere suscettibile d’ulteriori correzioni o revisioni.

La sapiente, scrupolosa e meritoria attività di filologi e di critici testuali, volta a riparare alle omissioni ed alle negligenze che appaiono nelle trascrizioni degli amanuensi corrotte a volte per insipienza o per trascuratezza, ha apportato correzioni, contrastanti e contrastate, che pur se ben motivate dalla dottrina che le sostiene lasciano, per la loro molteplicità, aperto il campo alle più diverse interpretazioni, sì da costituire, per un traduttore che voglia cimentarsi con i Carmina Catulliani, difficoltà che vanno ad aggiungersi a quelle già insite nella trasposizione di un qualsiasi testo in altra lingua.

Per un traduttore, s’intenda bene, che non voglia limitarsi alla pura e semplice trasposizione nella nostra lingua del testo stesso, ma che si prefigga, piuttosto, di penetrare, attraverso di esso, nell’animo dell’autore, di scoprirne la personalità, l’inserimento fisico e spirituale nei tempi in cui egli è vissuto, l’intensità delle passioni e dei sentimenti, la consistenza di quegli ideali che, soli, possono dar luogo ad universali accenti di poesia.

L’opera di un traduttore deve, infatti, a nostro avviso, essere analoga, ci sia consentito il raffronto, a quella di un direttore d’orchestra che non si limita a far pedissequamente eseguire una partitura ma che, piuttosto, la interpreta secondo la sua sensibilità scegliendo il numero ed il tipo degli strumenti cui affidare un certo tema, accentuando o diminuendo la velocità dei tempi che in quella partitura sono genericamente indicati con adagio, lento, presto, e così via. E tutto ciò senza alterare la composizione, senza troppo tradire l’autore, ma dando di essa una versione, un’interpretazione, appunto, filtrata dalla sua sensibilità e dall’intensità con cui è riuscito a percepire ed a compenetrare la personalità dell’autore stesso.

Analoga operazione è indispensabile affinché una traduzione non sia ridotta, come spesso avviene, ad una conoscenza più o meno approfondita dell’idioma in cui è stato scritto il testo originale, ed all’arida consultazione di un vocabolario; operazioni, tutte queste, che potrebbero freddamente, e l’avverbio è usato di proposito, essere correttamente svolte da un calcolatore elettronico dotato di un particolare programma.

Partendo da questi presupposti e da tali intendimenti è evidente come la traduzione dei Carmina abbia per noi comportato un notevole impegno connesso all’ossessiva ricerca - non sempre, purtroppo, fruttuosa - dei termini più adeguati a rendere nella nostra lingua tutto ciò che il Poeta aveva espresso.

E’ così che invece di basare il nostro lavoro su di un solo testo critico ne abbiamo selezionati diversi per prendere poi in seria considerazione quelli che ci sono apparsi come i più importanti ed i più accreditabili: il Liber Catulli di M. Lenchantin De Gubernatis, Torino 1980, e Le Poesie di Catullo a cura di F. Della Corte, Milano 1982. Dall’uno o dall’altro di questi testi abbiamo di volta in volta scelto la lezione più rispondente al nostro modo di sentire Catullo; una scelta, quindi, effettuata non su basi filologiche o su criteri di critica testuale, ma unicamente sul significato, non soltanto puramente letterale, dei versi di ogni singolo Carme esaminato soprattutto nelle motivazioni che potevano averlo dettato, nei sentimenti, forse soltanto supposti, che avevano potuto dar luogo all’ispirazione, nella passione, per dirla con una parola, che quella Poesia aveva generato, sì che la nostra-pur nella irrinunciabile fedeltà al testo, che ci siamo proposta anche se non sempre siamo riusciti ad ottenerla così come avremmo voluto - più che una traduzione è, a tutti gli effetti e con tutti i limiti che ciò comporta, un’interpretazione personalissima e quindi, come tale, opinabile e soggetta a critiche.

Dei criteri con cui è stato preferito l’uno o l’altro dei due testi sopra citati, abbiamo ritenuto doveroso dare nelle note, limitatamente alle più macroscopiche discordanze, una motivazione che, anche se per altri superficiale o inconsistente, ha costituito per noi l’unico elemento che ci ha guidato nella scelta.

In merito alla traduzione vera e propria abbiamo escluso a priori e di proposito, per nostre esigenze interpretative e di comunicazione, la traduzione verso a verso oggi largamente diffusa, ma non idonea ad esprimere, a nostro avviso, la bellezza dei Carmina che, se trasposti nella lingua italiana, devono necessariamente essere assoggettati, per non essere privati della Poesia che li pervade, ad una forma espressiva diversa da quella con cui figurano nel testo latino caratterizzato, oltretutto, da una particolare costruzione sintattica e metrica che diversifica notevolmente da quella italiana.

La mancanza, nel linguaggio di Catullo, di ogni inibizione, l’uso corrente di locuzioni estremamente sincere e nient’affatto castigate, non poco imbarazzo ha dato al traduttore che ha infine deciso, pur con perplessità e ripensamenti, di lasciarle, pur nella loro innegabile crudezza espressiva, pressoché invariate; e ciò non per amore del turpiloquio - oggi, peraltro, largamente diffuso anche a livello letterario o pseudo tale - ma, piuttosto, per amore della semplice sincerità espressiva, non inficiata né da ipocriti moralismi, né tanto meno da ritrosie verbali da cui Catullo era certamente alieno per temperamento e per costume. E’ stato dato per scontato, in definitiva, che ciò che è lecito all’autore lo sia anche al traduttore purché, e questa è una nostra presunzione, dell’autore possa emergere, nella traduzione, la personalità e l’arte poetica.

La tentazione di introdurre alla lettura di Catullo esponendo del Poeta non soltanto i dati biografici - cosa, questa, che è stata fatta - ma anche le caratteristiche della sua Poesia così come è a noi apparsa, è stata pressante, ricorrente e non del tutto sopita. Abbiamo resistito a quella tentazione, vanitosamente accarezzata, nella convinzione che dalla lettura di tutti i Carmi sia ad ognuno possibile ricostruire l’arte, la passionalità e la drammaticità delle vicende interiori vissute dal Poeta.

La percezione che abbiamo avuto di queste sue caratteristiche affiora forse dalle Note nelle quali abbiamo a volte profuso, spesso anche a detrimento di una critica strettamente obiettiva e razionale, tutto ciò che Catullo ha saputo dire al nostro sentimento ed al nostro spirito che negli accenti del Poeta si è di frequente ritrovato e riconosciuto.

Alcuni luoghi e personaggi che figurano nei Carmi non sono stati identificati, sì che abbiamo dato sommarie notizie degli altri nelle note escludendo quelli, mitici, storici e religiosi di maggior notorietà; tutti, comunque, fanno parte del tempo in cui il Poeta è vissuto, delle concezioni che egli aveva del mondo fisico, e – in molti casi – della sua quotidianità tanto da coinvolgerlo nelle sue passioni d’amore o di odio, ma sempre improntate ad una moralità aliena da compromessi e ribelle ad ogni atteggiamento di sopraffazione e d’opportunismo, che non fosse in armonia con una civile ed onesta convivenza.

Nel corso del nostro lavoro di traduzione non abbiamo potuto esimerci - a volte per esigenze metriche, altre, e sono le più, per nostra incapacità ad esprimere concetti e sentimenti con la sinteticità con la quale sono espressi nella lingua latina - da qualche libertà, da una scarsa rispondenza della traduzione - cioè - al testo originale. Queste libertà, invero più sporadiche che rare, pesano sul nostro operato.

Un celebre filosofo ha affermato che tradurre significa tradire: ci sia peraltro consentito far rilevare - anche se l’affermazione può apparire immodesta - che abbiamo, forse, tradito Catullo nella sua autenticità - demandata peraltro, in ogni traduzione, ad ogni singola, personale interpretazione - ma non certamente nel sentimento che di lui abbiamo avuto, sì che se tradimento c’è stato, in questo senso dovrà essere accertato e definito come tale da altri, ma non da noi che al Poeta ci siamo totalmente abbandomnati cercando di percepirne - sia pure secondo i nostri limiti e le nostre possibilità - i sentimenti, i fremiti e le passioni che lo hanno animato e che tuttora gli consentono di essere non soltanto una voce della latinità ma anche, e soprattutto, quella dell’umano, eterno ed immutabile sentire.

CARME 1

Catullo dedica a Cornelio Nepote i suoi Carmi definiti quisquilie in confronto alla saggia e ponderosa opera dell’amico. E’ da rilevare, peraltro, come, con tutta probabilità, i Carmina Docta¹ non fossero compresi nel librettino la cui offerta viene fatta con estremo garbo e con modestia affidandone la fama non al suo intrinseco valore, ma al benevolo patrocinio delle Muse a tal fine invocate.

Il nuovo, arguto librettin or ora

tutto lisciato con la secca pomice

²

a chi lo dedico? A te, Cornelio :

tu eri, infatti, solito stimare

esser qualcosa le quisquilie mie

fino da quando, solo tra gli Italici,

in tre dotti volumi e con impegno

tutte l’età trattar, per Giove, ardisti

Per quel che è e per quello che vale

questo libretto tu pertanto accetta.

E ch’esso sia, vergine patrona,

³

più di un secolo intero duraturo.

¹ Sono così detti i Carmi dal 61 al 68 compreso, in cui Catullo profuse la sua erudizione storica, letteraria, geografica e mitologica.

² Anticamente il libro era costituito da fogli di papiro sovrapposti, utilizzati per la scrittura nella parte interna. Per rifinirlo si sfregavano con la pomice le estremità dei fogli di papiro al fine di dare ad essi un’uniformità geometrica che conferisse una certa simmetria ai diversi fogli.

³ L’invocazione è rivolta alle Muse e non ad una Musa specifica. Catullo, quasi a voler subito evidenziare la strada che intende percorrere, e la sua adesione ai canoni della Scuola Alessandrina ed al sodalizio dei "Poeti Nuovi che ad essa si rifacevano, rompe la tradizione secondo la quale le Muse erano non soltanto le ispiratrici ma, in un certo senso, le autrici stesse della Poesia. Infatti, nei Poemi omerici che a quella tradizione diedero luogo, è la Musa che racconta le vicende al Poeta cui è demandato il solo compito di renderle note, sia pure con quell’arte e con quella maestria che l’hanno fatto preferire a tutti gli altri per assolvere quella mansione. Il Poeta, in definitiva, aveva il solo merito di saper narrare e cantare" bene tutto ciò che le Muse gli dettavano, ma era legittimo il sospetto che anche questa sua facoltà non fosse a lui connaturata, ma indotta, e che più che un ispirato fosse un posseduto che ripeteva meccanicamente tutto ciò che le divine sorelle gli dettavano, usando le loro stesse parole ed i loro stessi toni espressivi senza alcuna partecipazione interiore ed emotiva alle vicende narrate, e senza che da esse la sua personalità fosse coinvolta, sì che la stessa maestria narrativa poteva essere ascritta, non a suo merito ma, piuttosto, a quella sorta di possessione, di trance da cui era pervaso. Dalla Scuola Alessandrina cui aderiscono i Poeti Nuovi è introdotto il principio secondo cui il Poeta deve non narrare, ma esprimersi, manifestare la propria personalità, esternare i suoi sentimenti ed i suoi pensieri, rivelare le sue passioni, essere un creatore e non un posseduto. Tutto ciò rende meno importante la funzione delle Muse, ma, in compenso, consente la piena valorizzazione del Poeta che diventa così autonomo e soggetto soltanto al suo modo di essere, di sentire e di esprimersi, sì che tanto più sarà Poeta quanto più riuscirà a manifestare appieno la sua personalità. Questa concezione della Poesia e dell’arte Catullo intende evidenziare fin dal I Carme togliendo alle Muse il ruolo che ad esse era attribuito dalla tradizione, e conferendo loro quello, più semplice e naturale, di divulgatrici delle opere artistiche e di quelle poetiche nel caso specifico. Il libellum che egli dedica all’amico Cornelio è prevalentemente, a suo dire, un insieme di qusquilie"; non gesta di mitici eroi, non cortigianesche esaltazioni di potenti e di contemporanei, né epica narrazione di vicende tesa ad esaltare ed a rendere leggendaria una romanità che, per come si presenta, non è da lui sentita, ma passioni e sentimenti d’un uomo comune che in piena sincerità si manifesta, senza prosopopea, senza inganni e senza infingimenti. Di questa sua spontaneità espressiva egli è consapevole, e chiede alle Muse di diffondere e mantenere in vita la sua opera non per l’eternità, ma per un periodo di più di cento anni che di quell’eternità sono una frazione infinitesimale. Non pretende una fama eterna, ma desidera che, almeno per un po’ di tempo, quelle sue "quisquilie" restino nella memoria dei suoi contemporanei e dei loro successori per il desiderio, forse, che possano essere compresi, più che giustificati o assolti, i suoi comportamenti, le azioni che hanno improntato la sua vita quotidiana, i furori che lo hanno pervaso, le parole non dette che soltanto negli scritti si sono manifestate, i suoi veri sentimenti d’amore, d’amicizia, di moralità sentita più che praticata, e di gratitudine, che non è riuscito ad esprimere appieno, a viva voce, nei rapporti sociali, ma che sono in quel "libellum" in cui, anche se non lo dice, ha messo a nudo la sua anima e il suo reale modo di essere. È così che affida alle Muse anche il compito di rendere noti ai posteri i benefici ricevuti da Mallio, quale indice della gratitudine nei suoi confronti. Nel Carme 68 inviato all’amico, Catullo ritiene di non aver manifestato a sufficienza la sua riconoscenza; il fatto è che ogni qualvolta egli ha un rapporto diretto con qualcuno le parole gli restano dentro per manifestarsi poi nella loro interezza soltanto nella solitudine, quando la sua anima si effonde senza ritegno, sgorgando impetuosamente in forme che possono essere scritte allorché affiorano i ricordi, ma che non possono essere pronunziate nell’immediatezza dell’evento che quei ricordi ha suscitato. La creatività passa, dunque, dalle Muse all’uomo, al Poeta, ma esse restano sempre il sublime e perfetto simbolo dell’arte e della Poesia, giudici imparziali d’ogni produzione poetica o artistica, disposte, come nel caso di Saffo (Carme 35) a identificarsi con gli stessi Poeti, ad ammetterli nell’eterna gloria del Parnaso, ma altrettanto inesorabili nel cacciare con le forche dal loro sacro monte (Carme 105) tutti coloro che indegnamente ad esso volessero elevarsi. La Poesia non può e non deve essere una moda o un diletto salottiero o di circostanza, ma un qualcosa di sincero, frutto delle passioni, dei sentimenti, delle gioie e delle sofferenze degli uomini, un qualcosa che può nascere soltanto dallo spirito, dal riso o dal pianto dell’anima, dall’espressione pura, totale, sincera e non artefatta del proprio modo di essere. Sulla base di tale elevata concezione della Poesia e dell’arte – intese come autonoma e libera produzione dell’uomo asceso da narratore a creatore – Catullo avrà parole roventi contro tutti i falsi Poeti, contro i Cesi, i Tarquini (Carme 14), Suffeno (Carmi 14, 22), Volusio (Carmi 36, 95), contro il detestato Mamurra (Carme 105) e contro tutti coloro che, dediti a ludiche e non sofferte versificazioni, s’illudono o addirittura pretendono di fare Poesia trovando nel popolo, magari come l’ampolloso Antimaco, (Carme 95) qualche apprezzamento.

CARME 2¹

Lesbia¹ è solita talvolta, nel corso degli incontri con il Poeta, giuocare con un passero addomesticato cui è particolarmente affezionata. Ma il suo innamorato è tutto preso dalla sua passione, ed invidia Lesbia augurandosi di poter anche lui far tacere, in analogo giuoco, gli affanni del cuore.

Passero, amor della fanciulla² mia

che suol con te giocar, tenerti in grembo,

ed al qual, di beccar desideroso,

suole del dito porgere la punta

ed incitare a pungenti morsi

quando piace al fulgente mio desio

far per gioco non so che di gradito

e, io credo, di piccolo conforto

al suo dolore; allor quando si tace

il terribile ardor volesse il cielo

che come lei con te giocar potessi

e del mio triste cuor lenir gli affanni.

¹ ll Carme, secondo alcuni, deve essere integrato dal Carme 2a perché così esso figura nel Codice Sangermanensis del 1375, e nel Codice Oxononiensis, di poco posteriore, nel quale, tuttavia, i versi del Carme 2a sono contraddistinti da un paragrafo marginale. Osserva il Della Corte (Op. cit.) che i due Carmi devono essere ritenuti distinti, poiché di solito, nei manoscritti, non è indicato l’inizio di nuove Poesie che si susseguono, anzi, senza alcuna separazione. A nostro avviso il problema dell’unità si riduce a considerare nel Carme 2a il "gratumst del testo equivalente a gratum est" (mi è gradito), o a "gratum esset" (mi sarebbe gradito); nel primo caso l’uso del tempo indicativo presente del verbo essere esclude la connessione tra i due Carmi poiché quel modo verbale esprime un gradimento in atto conseguente ad un desiderio già realizzato, sì che nessuna relazione logica, sintattica e temporale sussiste con "uttecum ludere sicut ipsa possem" (potessi, come lei, giocare con te) che costituisce, nel testo, il penultimo verso del Carme 2, e che indica inequivocabilmente, per la preenza di quel potes, la manifestazione di un desiderio forse ritenuto addirittura irrealizzabile già nel momento stesso della sua formulazione. La diversità dei modi verbali usati non sembra, pertanto, consentire l’unione dei due Carmi; ciò sarebbe invece possibile, per lo meno sotto il profilo puramente logico e concettuale, qualora comportasse, per il verbo "essere", il modo condizionale anche se l’essere liberato dagli affanni d’amore, e sappiamo di quale intensità essi fossero, sarebbe stato certamente, per Catullo, più gradito di quanto non lo sia stato per Atalanta la perdita della verginità .

¹ Sotto questo pseudonimo Catullo cela l’identità della donna amata, generalmente identificata in Clodia, figlia di Appio Claudio Pulcro, nata intorno al 94 a.C., sorella del tribuno Publio Clodio Pulcro cui, sotto lo pseudonimo di Lesbio, il Poeta allude nel Carme 79, e moglie, nel 63 a.C., di Quinto Metello Celere. Anche per ciò che ce ne dice Catullo, Lesbia sarebbe stata donna di facili costumi. Fu imputata d’incesto e dell’uccisione del marito. A detta di Plutarco (Vita di Cicerone, 29) essa sarebbe stata responsabile della cattiva fama del fratello, ma tale opinione è da contestare sulla base delle vicende in cui Clodio fu coinvolto Secondo il suddetto autore la donna era identificata dai Romani con il nomignolo di "Quadranzia (quadrans" era chiamata la moneta di rame di minor valore) poiché avrebbe ricevuto da uno dei suoi amanti una borsa piena di monetine di rame anziché di monete d’oro, ma ciò non significa che Lesbia sia stata una prostituta di professione, poiché in tale veste, avrebbe verificato il contenuto della borsa che le era stata promessa, e che, evidentemente, non aveva richiesto. Madre di una figlia, Metella Clodia, nata verso il 75 a.C. con la quale nel 49 a.C. seguì Pompeo imbarcandosi a Brindisi per la Grecia. In un messaggio al genero e nipote acquisito Lucio Metello disse che con Pompeo si erano imbarcati 300.000 soldati ed i senatori a lui favorevoli con relative famiglie. Il messaggio è riportato da Cicerone nelle lettere ad Attico.

² Così Lesbia, pur avendo 10 anni più del Poeta, viene da lui, per lo più, affettuosamente designata: non donna ma fanciulla, quasi a concretizzare l’idea di fragilità e di virgineo candore, che della stessa Lesbia aveva Catullo.

CARME 2°¹

Qualcosa, che il Carme mutilo non consente di identificare, dà al Poeta un gradimento pari a quello che la mela d’oro diede ad Atalanta² che, invincibile nella corsa, andò sposa a Ippomene che era riuscito a superarla lanciando davanti a sé delle mele d’oro che essa raccolse attratta dal loro splendore.

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E’ questo sì gradito tanto quan to fu

gradito, si dice, alla fanciulla

veloce nella corsa l’aureo pomo

il quale la cintura verginale

che a lungo fu legata infine sciolse.

¹ Il Carme - o, meglio, quello che ne rimane - giuoca abbondantemente sulle allusioni a personaggi mitologici che non sono menzionati, ma ai quali si può risalire poiché è evidenziata una loro peculiare caratteristica che li distingue e che consente di identificarli. Come l’essere "veloce è il segno di riconoscimento di Atalanta, così l’’aureo pomo lo è di Ippomene, essendo assurdo attenersi al senso letterale del testo secondo cui sarebbe stato lo stesso aureo pomo a sciogliere la cintura della fanciulla. Presso i Greci era, infatti, privilegio e diritto dello sposo sciogliere la cintura di lana indossata dalla sposa, che simboleggiava la di lei purezza; tale cintura, da non confondere con quella di castità che fu introdotta soltanto nel Medioevo, era, dalle fanciulle, usata in pubblico come ornamento, e veniva sciolta soltanto nell’ambito familiare. Appare pertanto poco convincente la lezione negatam anziché legatam proposta dal De Gubernatis (Op. cit.) nell’ultimo verso del Carme; infatti, soltanto quello che è legato può essere sciolto, e la cintura non era stata mai negata da Atalanta che l’aveva addirittura messa in palio riservando a chi fosse riuscito a vincerla nella corsa il diritto di poterla sciogliere. Il negare", poi, rappresenta la risposta ad un’esplicita richiesta, ma tale non può essere definita la partecipazione alla gara dei pretendenti alla mano di Atalanta che, comunque, nessuna risposta era tenuta a dare essendo già previsto il premio per il vincitore.

² Figlia di Iaso, o Iasio, sarebbe stata, alla nascita, esposta sul Partenio dove sarebbe stata nutrita da un’orsa. Catullo riprende, nel Carme, la tradizione beotica secondo

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