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Messico in fiamme: Pancho Villa e l'insurrezione dei contadini raccontata e vissuta in prima persona da un giornalista rivoluzionario

Messico in fiamme: Pancho Villa e l'insurrezione dei contadini raccontata e vissuta in prima persona da un giornalista rivoluzionario

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Messico in fiamme: Pancho Villa e l'insurrezione dei contadini raccontata e vissuta in prima persona da un giornalista rivoluzionario

Lunghezza:
321 pagine
4 ore
Pubblicato:
3 ago 2015
ISBN:
9788867180974
Formato:
Libro

Descrizione

Paese meraviglioso, ma anche regno di contraddizioni e di ingiustizie insopportabili, il Messico dei primi anni del Ventesimo secolo è già una nazione in cui, come un sol uomo, milioni di contadini invocano il cielo pronunciando le parole "terra" e "libertà". Una miscela esplosiva di rivendicazioni sociali che non tardò a sfociare in aperta rivoluzione, fucina di personaggi memorabili - e ancora vivi nella memoria popolare - come Francisco "Pancho" Villa ed Emiliano Zapata. John Reed partecipa in prima persona alla "guerra dei peones" e, con autentica passione, consegna al futuro un libro di rara sensibilità. Avvincente come un romanzo, Messico in fiamme è in realtà la testimonianza autentica e coraggiosa di un giornalista rivoluzionario, disposto a donare la sua stessa vita alla causa della verità.
Pubblicato:
3 ago 2015
ISBN:
9788867180974
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

John Reed was born in Brazil in 1946 of a Brazilian mother and British father. Educated in Britain and Canada, he has lived and worked at various occupations in France and the US. He presently splits his time between South West France and New England, where he and his French wife have an Art and Antiques business in Maine.


Anteprima del libro

Messico in fiamme - John Reed

TUTTE LE STRADE

3

Messico in fiamme

di John Reed

Titolo originale: Insurgent Mexico

La riproduzione, la diffusione, la pubblicazione su diversi formati e l’esecuzione di quest’opera, purché a scopi non commerciali e a condizione che venga indicata la fonte e il contesto originario e che si riproduca la stessa licenza, è liberamente consentita e vivamente incoraggiata.

Prima edizione in «Tutte le strade»: marzo 2013

Prima edizione in e-book: luglio 2015

Design Dario Morgante

Red Star Press

Società cooperativa

Via Tancredi Cartella, 63 – 00159 Roma

www.facebook.com/libriredstar

redstarpress@email.com | www.redstarpress.it

JOHN REED

MESSICO IN FIAMME

Pancho Villa e l’insurrezione dei contadini

vissuta e raccontata in prima persona

da un giornalista rivoluzionario

Introduzione di Cristiano Armati

REDSTARPRESS

INTRODUZIONE

Prima vivere, poi scrivere

«Sì, il Messico è in preda al caos e alla disgregazione. Ma la responsabilità non è dei peones senza terra; la responsabilità è di coloro che seminano odio e disgregazione inviando armi e denaro, vale a dire delle Compagnie petrolifere americane e inglesi in lotta tra loro».

John Reed

Quando, sul finire del 1913, John Silas «Jack» Reed supera l’esile confine che divide il Messico dagli Stati Uniti, il paesaggio politico che si staglia di fronte al suo taccuino da cronista è mutevole come i mulinelli di sabbia che il vento sparpaglia nel deserto. È dal 1876, infatti, che la presidenza di Porfirio Díaz provoca in tutto il Paese ondate di furioso malcontento. Ma ciò che era cominciato con tutte le caratteristiche dei classici pronunciamientos – vale a dire lotta maturata in ambienti militari per questioni inerenti la pura e semplice presa del potere – era sfociato in una lotta di lunga durata, capace di raccogliere, oltre all’indignazione dei clubs liberali, genuine energie popolari, e di gettare sul piatto della contesa questioni sociali di fondamentale importanza, a partire dagli eterni e mai risolti problemi della terra e della libertà.

La storia, in una girandola di omicidi politici e di precipitose fughe all’estero alla ricerca di esili dorati, racconta che alla dittatura di Díaz, dopo la parentesi della presidenza di Francisco Madero, accusato di tradimento dai rivoluzionari per la sua incapacità di varare un programma radicale di ridistribuzione della proprietà fondiaria, sarebbe seguita la tirannia di Victoriano Huerta, destinato alla sconfitta malgrado l’appoggio degli Stati Uniti e degli interessi di una nazione già a quei tempi abituata a considerare l’intero continente americano come una propria pertinenza economica e amministrativa. Sarebbe giunto, quindi, il 1917 di Venustiano Carranza, con la prima costituzione al mondo a riconoscere precisi diritti ai lavoratori, ma anche, nel 1919, con l’omicidio – di cui Carranza fu mandante – del glorioso Emiliano Zapata: colui che pronunciò la memorabile frase «è meglio morire in piedi che vivere in ginocchio»; ispiratore dell’odierno Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (cfr. Alessandro Ammetto, Siamo ancora qui. Storia indigena del Chiapas e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Red Star Press, 2014); un leader contadino portatore di un’idea precisa di rivoluzione. La stessa idea che lo spinse a rifiutare la poltrona presidenziale dichiarando «non combatto per questo, combatto per le terre, perché le restituiscano» e, con lo stesso spirito, ad animare quella straordinaria esperienza di democrazia diretta che fu la Comune di Morelos, capace di tradurre il futuro «tutto il potere ai soviet» con l’indigeno «tutto il potere ai pueblos».

La tensione messicana alla giustizia sociale, in realtà, venne puntualmente stemperata nel sangue dei complotti e diluita attraverso riforme come quelle varate nel 1920 da Alvaro Obregón, puntuale artefice dell’omicidio del suo predecessore.

Se dopo l’assassinio dello stesso Obregón, datato 1928, e la salita al potere di Plutarco Elías Calles e del suo Partito rivoluzionario istituzionale, il Messico avrebbe guadagnato la fisionomia riconoscibile ancora oggi (il Pri governerà il Paese latinoamericano per oltre settant’anni), quella stessa fisionomia avrebbe consentito una relativa tranquillità soltanto a patto di rinunciare a risolvere una volta per tutte le atroci contraddizioni tra capitale e lavoro (tra grandi latifondisti, multinazionali straniere e contadini senza terra) e di giustificare i sacrifici imposti dalla modernizzazione con una gestione a dir poco autoritaria delle problematiche sociali, in genere dipinte come questioni di puro e semplice ordine pubblico.

Dove non arrivala realtà storica, però, è la leggenda che continua a prendere parola. E questa parola, nel caso del Messico, assume nomi dai contorni mitici e un grande cantore. Nomi come quello di Francisco Pancho Villa, tra i principali artefici dell’insurrezione messicana, raccontata come nessun altro da un cronista capace di rivoluzionare il mestiere del giornalista per dare alla cronaca un «vero» spessore letterario: John Reed.

Per le azioni di Francisco «Pancho» Villa, uno dei massimi esponenti dell’arte della guerra partigiana, il soldato del popolo che costrinse gli Stati Uniti a impiegare, oltre a nutrite truppe regolari, dirigibili e aerei da guerra nel vano tentativo di stanarlo, lasciamo che sia il libro di Reed a parlare. L’immagine dell’eroe nazionale e la figura del «bandito sociale», allora, si stempereranno all’avventurosa realtà di un combattente «amico dei peones» per una ragione semplice e fondamentale; addirittura in virtù di ciò che continua a rappresentare uno dei principali agenti di cambiamento mai presi in considerazione dagli storici di ogni tempo e Paese: l’istinto di classe.

A partire da questo punto, però, e al di là della formidabile narrazione contenuta in Messico in fiamme, è la biografia di John Reed a parlare per quello che è stato l’incredibile lavoro – e l’ancor più incredibile vita – di un uomo capace di essere contemporaneamente un grande intellettuale e un militante di rara generosità. Un uomo, come racconta l’amico e collega Albert Khys Williams, che il destino aveva scelto di far nascere il 22 ottobre del 1887 a Portland; vale a dire nella «prima città americana dove gli operai si rifiutarono di caricare munizioni per l’esercito di Kolciàk, durante l’intervento occidentale contro la giovane Unione Sovietica» (A. K. Williams, John Reed in J. Reed, America in fiamme, Editori Riuniti, 1970).

Si trattava,evidentemente, di un segno premonitore rispetto a ciò che sarebbe stata la personalità dello scrittore, fatto sta che, prosegue Williams: «[John Reed] odiava la furbizia e l’ipocrisia. Invece di mettersi dalla parte dei ricchi e dei potenti preferì esserne avversario [...]. Fu perseguitato, battuto a morte,cacciato dall’impiego. Ma i suoi nemici non ebbero mai la soddisfazione di vederlo capitolare».

Chi meglio di un«partigiano della parola» (che quando è animata da fame e sete di giustizia accompagna l’azione, non vive al di fuori di questa), insomma, poteva calarsi in una situazione come quella Messicana per restituire ai lettori di allora e di oggi il senso di una guerra di classe che arrivò a sfiorare il milione di morti e che davvero, per utilizzare un’espressione di Fidel Castro (vedi Il libretto rosso di Cuba, Red Star Press, 2013), grazie all’eroismo dei battaglioni di contadini capitanati da Villa o da Zapata arrivò a dimostrare che «così lottano i popoli quando vogliono conquistare la loro libertà: lanciano pietre contro gli aerei e capovolgono i carri armati»?

Nessuno, in effetti, avrebbe potuto scrivere i libri di John Reed, né ricalcare le sue orme. Come ricorda ancora Williams, Reed fu:

«Un pellegrino delle grandi strade del globo.[...] Come l’uccello della tempesta egli era presente dovunque accadesse qualcosa di importante.

A Patterson, uno sciopero di operai tessili si trasforma in un uragano rivoluzionario: John Reed è nel cuore della tormenta.

Nel Colorado, gli schiavi di Rockefeller escono dalle loro fosse e si rifiutano di farvi ritorno malgrado i manganelli e le mitragliatrici delle guardie armate: John Reed è al fianco dei rivoltosi.

Nel Messico, i peones oppressi levano la bandiera dell’insurrezione e, al comando di Villa, marciano sulla capitale: John Reed, a cavallo, avanza tra le loro file.

[...] Scoppia la guerra imperialista. Dovunque tuona il cannone John Reed accorre: in Francia, in Germania, in Italia, in Turchia, nei Balcani, in Russia».

Questa succinta lista di luoghi ed avvenimenti significativi si riflette, naturalmente, nella bibliografia dell’autore, dove – senza che questo elenco sia completo – trovano spazio opere come Messico in fiamme, pubblicato per la prima volta sulla rivista «Metropolitan» nel 1914, La guerra nell’Europa Orientale (Pantarei, 1997; ed. or. 1915), i tanti racconti (Avventura e Rivoluzione, Red Star Press, 2014), gli scritti politici (Red America, Nova Delphi, 2012) e quel grande capolavoro che è I dieci giorni che sconvolsero il mondo, una cronaca in presa diretta della rivoluzione sovietica che Lenin in persona, nell’introduzione alla prima edizione americana (1919), raccomandò di leggere «ai lavoratori di tutti i paesi».

In Patria, mentre gli Stati Uniti venivano pervasi da sempre più massicce ondate di nazionalismo fascistoide e anticomunismo, John Reed si ritrovò spesso a pagare la colpa delle proprie idee. D’altro canto lo stesso Communist Labor Party, che Reed aveva contribuito a fondare rompendo con l’ala moderata del Partito socialista, era stato costretto alla clandestinità dalle autorità statunitensi. Le stesse che, processando Reed per I dieci giorni che sconvolsero il mondo, si sentirono rispondere «non desidero altro» alla domanda sulla possibilità di un «accadimento» paragonabile a quello sovietico sul territorio americano.

Il rumore di una simile affermazione suonò come un sasso scagliato nell’oscuro cuore di cristallo dello scintillante american dream. Perché a parlare era il figlio ribelle della buona borghesia americana: un giornalista affermato e ormai noto in tutto il mondo, una firma corteggiata dei giornali più prestigiosi, un autore di successo che, in ogni caso, non aveva nessuna intenzione di essere tranquillizzato dal benessere e di chiudere gli occhi di fronte alla «guerra» (Reed usava proprio questo termine) che il capitale conduceva contro i lavoratori statunitensi e di ogni parte del mondo. Non è dunque un caso se, nel settembre del 1919, John Reed è nuovamente in viaggio. La sua destinazione è l’Unione Sovietica, la patria della Rivoluzione che lui stesso ha contribuito a raccontare ai russi con I dieci giorni che sconvolsero il mondo, ma anche il luogo dove valeva la pena di ritornare con l’idea di scrivere un nuovo libro dedicato a quelli che sarebbero stati i successi del socialismo e, in qualità di membro del comitato esecutivo, per partecipare, a Mosca, ai lavori del secondo congresso dell’Internazionale comunista, e, a Baku, nel Caucaso, al primo congresso dei popoli orientali.

Tra i due appuntamenti c’è un nuovo arresto, dopo i ben venti (!) fermi subiti negli Usa, ora è la polizia finlandese a trattenerlo, mentre gli Stati Uniti, terrorizzati da ciò che Reed avrebbe potuto dire e fare sul suolo patrio, gli negano il visto necessario a rimettere piede... a casa sua!

Un paradosso per chi, come John Reed, doveva una parte importante del suo talento letterario proprio alla capacità di essere «a casa sua» ovunque si trovasse. E di essere in grado, ovunque si trovasse, di scoprire e di affratellarsi alle sofferenze dell’umanità ribelle, e di immedesimare se stesso e la sua scrittura alle lotte in corso. Una carica di immenso valore umano, artistico e politico che, il 17ottobre del 1920, sarà costretta a chiudere gli occhi nell’adorata Mosca, dopo aver contratto il tifo nel corso del viaggio a Baku e aver spossato il proprio fisico nel corso dei continui e faticosissimi spostamenti. John Reed aveva appena trentatré anni. E naturalmente non aveva mai dato credito a chi gli consigliava il riposo dopo che, nel 1917, una delicata operazione lo aveva costretto all’asportazione di un rene. Gli Stati Uniti erano appena entrati nel primo conflitto mondiale e John Reed, ancora in ospedale, commentava il suo esonero dal servizio militare dichiarando: «La perdita di un rene può dispensarmi dal servire la guerra tra due popoli. Ma non mi dispensa dal servire la guerra tra le classi».

Per questo sarebbe semplice e oltremodo giusto ricordare John Reed attraverso la sua sepoltura, sulla Piazza Rossa, nelle mura del Cremlino. Dove su un blocco di granito sono state incise le parole «John Reed, delegato alla III Internazionale, 1920». Eppure il senso del modo in cui Reed intese la sua esistenza può essere recuperato proprio tra le pagine di Messico in fiamme. In un passaggio brevissimo dove, dopo essersela vista brutta, John Reed si rende conto di come l’unica scrittura per cui vale la pena di impegnarsi sia quella che implichi un vissuto partecipato e reale. Prima vivere, poi scrivere, dunque. Magari con i fischi delle pallottole ancora nelle orecchie. E un quaderno stropicciato nelle tasche sul quale appuntare: «Bene, questa è certamente una esperienza. Ho qualcosa da raccontare».

CRISTIANO ARMATI.

Roma, marzo 2013

Il Messico insorto

Verso la frontiera

Quando fu evacuata Chihuahua, dopo una terribile e drammatica ritirata attraverso seicento chilometri di deserto, l’Esercito federale, al comando di Mercado, rimase tre mesi a Ojinaga, sulla riva messicana del Rio Bravo.

Dalla riva nordamericana, da Presidio, dove mi trovavo, oltre i rustici tetti di fango dell’ufficio postale, più in là del mezzo chilometro di fratte che crescevano sulla sabbia spingendosi fino alla magra e torbida corrente, si poteva chiaramente distinguere la città che si ergeva verso il declivio dell’altopiano e nel mezzo del rovente deserto circondato da montagne brulle e scoscese.

Si vedevano le sue case quadrangolari di mattoni scuri e, qua e là, le cupole di qualche vecchia chiesa spagnola. Era una zona desolata, senza alberi. Non si poteva evitare l’idea che da un momento all’altro spuntassero dei minareti. Durante il giorno, i soldati federali, con uniformi bianche e rappezzate, pullulavano sul luogo scavando pigramente trincee. Correva voce che Villa era vicino con le sue vittoriose truppe costituzionaliste. I cannoni di campagna illuminati dal sole mandavano lampi improvvisi. Grosse, strane nubi di fumo rosa si alzavano nell’aria tranquilla.

All’imbrunire, quando il sole sprofondava con i bagliori d’un forno da fonderia, passavano rapide pattuglie a cavallo, le cui sagome spiccavano sull’orizzonte dirette verso i posti notturni di avanscoperta.

Al cader della notte, misteriosi fuochi brillavano nella città.

In Ojinaga stavano accampati tremila e cinquecento uomini. Era tutto quel che restava dei diecimila uomini di Mercado e degli altri cinquemila che, marciando con Orozco al nord, oltre Città del Messico, erano arrivati di rinforzo. Di questi tremila e cinquecento uomini, quarantacinque erano maggiori, ventuno colonnelli e undici generali.

Volevo intervistare il generale Mercado ma, poiché su un giornale era uscito qualcosa che non piaceva al generale Salazar, costui aveva tolto ai giornalisti il permesso di entrare in città. Inviai una cortese richiesta al generale Mercado; ma fu intercettata dal generale Orozco che la respinse con la seguente risposta: «Stimato e onorevole signore, se verrete a Ojinaga, vi metterò al muro con le mie stesse mani e avrò il piacere di farvi qualche buco nella schiena».

Ma, nonostante tutto, un giorno potei passare il nume ed entrare in città. Per fortuna non incontrai il generale Orozco. Nessuno parve voler ostacolare il mio ingresso. Tutte le sentinelle che vidi stavano riposando all’ombra delle mura di mattoni. Però quasi subito m’imbattei in un compito ufficiale di nome Hernández al quale spiegai che desideravo vedere il generale Mercado.

Senza preoccuparsi affatto della mia identità, aggrottò la fronte, incrociò le braccia e gridò:

– Io sono il capo di Stato Maggiore del generale Orozco e non vi porterò certo a vedere il generale Mercado. – Non obiettai. Qualche attimo dopo proseguì: – Il generale Orozco odia il generale Mercado! Non si degna di andare al suo quartiere e il generale Mercado non osa presentarsi al quartiere del generale Orozco! È un vigliacco! A Terra Blanca se l’è filata e poi è fuggito da Chihuahua!

– Quali altri generali non sono di suo gradimento? – domandai.

Si raccolse un po’ e guardandomi di traverso, sdegnato, mentre al tempo stesso sorrideva astutamente, rispose:

– Chissà!...

Finalmente vidi il generale Mercado. Era un uomo di taglia bassa, pingue, sentimentale, preoccupato, irresoluto, che gonfiava piagnucolando una lunga storia sul come l’esercito nord americano aveva passato il fiume e aiutato Villa a vincere la battaglia di Terra Blanca.

Le bianche e polverose strade della città traboccavano di immondizie e foraggio; la vecchia chiesa senza finestre ostentava tre enormi campane spagnole, sospese a una trave; una nuvola di incenso azzurro usciva dalla porta affumicata, dove le soldaderas¹ pregavano giorno e notte per la vittoria, piegate in due sotto i dardi d’un sole bruciante. Ojinaga era stata persa e recuperata cinque volte. Solo qualche casa aveva ancora il tetto e tutte le mura mostravano fenditure di granata. In quei ricoveri disadorni, angusti, vivevano i soldati, con le loro mogli, i cavalli, le galline e i porci rubati nella campagna circostante.

Ovunque fucili affastellati nei cantoni, buffetterie ammucchiate sulla polvere; soldati pezzenti, quasi nessuno dei quali possedeva un’uniforme completa. Accoccolati sulle porte, attorno a piccoli fuochi, facevano bollire pannocchie di granturco e carne secca. Morivano quasi di fame.

Lungo la via principale passava ininterrottamente una processione di gente affamata, inferma, esausta, fuggita dall’interno del paese per timore dei ribelli che si avvicinavano. Aveva fatto una traversata di otto giorni sul più terribile deserto del mondo. Centinaia di soldati federali trattenevano uomini e donne nelle strade e li derubavano a loro piacimento. Poi quelli si spingevano verso il fiume per attraversarlo e, una volta in territorio nordamericano, dovevano schivare le grinfie dei doganieri, i funzionari dell’emigrazione e le pattuglie dell’esercito di frontiera, che li perquisivano per disarmarli. Cento profughi guadavano il fiume, alcuni a cavallo spingendo avanti bestiame, altri a piedi. Gli ispettori non si distinguevano certo per la cortesia.

– Giù da quel carro! – gridava uno a una donna con un sacco sulle braccia.

– Ma perché señor? – obiettava quella balbettando.

– Giù subito o vi faccio scendere io! – urlava l’ispettore.

Facevano una perquisizione minuziosa, brutale, inutile, tanto agli uomini che alle donne.

Ero presente quando una donna passò il fiume; si alzò le sottane fino ai polpacci con la massima indifferenza, coperta da un lungo scialle un po’ gonfio davanti come se nascondesse qualcosa.

– Ehi! – gridò il doganiere. – Che portate sotto lo scialle?

La donna apri lentamente la parte anteriore dello scialle e con dolcezza:

– Non so, – rispose. – Forse è una bambina, forse un bambino.

Quelli furono giorni gloriosi per Presidio. Un luogo isolato e indescrivibilmente triste: quindici casupole di mattoni, sparse senza ordine tra gli spessi arenili e le fratte lungo il fiume.

Il vecchio bottegaio tedesco Kleinmann realizzò una fortuna rifocillando i profughi e approvvigionando l’esercito federale dall’altra parte del fiume. Aveva tre belle figlie, boccioli che teneva rinchiusi nella soffitta della bottega, perché una banda di vaqueros² messicani, ardenti e innamorati, giravano loro intorno come cani, dopo aver fatto chilometri e chilometri, al richiamo della fama di cui godevano le damigelle. Passava metà del suo tempo lavorando affannosamente in bottega, nudo fino alla cintola; il resto della giornata lo impiegava correndo di qua e di là, con un pistolone infilato nei calzoni, per ammonire e allontanare gli amorosi pretendenti.

A tutte le ore del giorno e della notte, frotte di soldati federali che attraversavano il fiume disarmati si accalcavano nella bottega e nella sala da biliardo. Circolavano in mezzo a loro tipi sinistri, enigmatici, che si davano un’aria importante; erano emissari segreti dei ribelli e dei federali. Tutt’intorno, tra sterpi e buche, si accampavano centinaia di poveri profughi. Non si poteva fare un passo durante la notte senza imbattersi in un complotto o in un controcomplotto. Giravano da quelle parti guardaboschi del Texas e soldati degli Stati Uniti; e anche fiduciari di imprese nordamericane incaricati di trattare l’invio di messaggi segreti ai propri impiegati nell’interno del Messico.

Un certo Mackenzie scalpitava, pieno di rabbia, nell’ufficio postale. Sembra che avesse lettere importanti per le miniere della «Asarco» (American Smelting and Refining Co. di Santa Eulalia).

– Il vecchio Mercado continua ad aprire le lettere che passano attraverso le sue linee, – gridava indignato.

– Comunque, – gli dissi, – le lasceranno passare. Non è così?

– Certamente, – rispose. – Ma credete che la «Asarco» possa sopportare che le sue lettere siano aperte e lette da un miserabile pezzente? È un inqualificabile sopruso che a una compagnia nord americana si proibisca di spedire una lettera confidenziale ai suoi impiegati! Se non è questo un buon motivo per intervenire, – concluse sobriamente, – non so quale potrebbe esserlo.

V’erano ogni specie di agenti di imprese di armi e munizioni, contrabbandieri e intrallazzatori; tra gli altri, un uomo minuscolo, padrone di uno studio fotografico, che faceva ingrandimenti di ritratti a cinque pesos la copia.

Si dava un gran da fare tra i messicani e otteneva migliaia di richieste, il cui importo, senza impegno, doveva essere pagato a consegna degli ingrandimenti che, certamente, non sarebbero mai arrivati. Era questa la sua prima esperienza con i messicani e si riteneva molto soddisfatto per la quantità delle ordinazioni ricevute.

Un messicano può sempre ordinare un ritratto, un pianoforte o una automobile, anche se non ha da pagare. Questo gli dà una sensazione di prosperità.

Il minuscolo agente di ingrandimenti a matita fece alcune considerazioni sulla rivoluzione messicana. Disse che il generale Huerta doveva essere un uomo raffinato, perché, a quanto gli risultava, era parente lontano, per parte materna, della distinta famiglia Carey del Virginia...

La riva nordamericana del fiume era pattugliata, due volte al giorno, da gruppi a cavallo che trottavano guardinghi, paralleli alle truppe di cavalleria che, dal lato opposto, facevano la guardia sulla riva messicana. Le due parti si controllavano strettamente attraverso la frontiera. Di tanto in tanto un messicano, incapace di contenere i nervi, sparava un colpo in direzione dei nordamericani; si accendeva allora una scaramuccia tra i due gruppi appiattati negli arbusti. Un po’ più in là di Presidio erano accantonati due squadroni del ix Cavalleria negra. A uno di questi soldati negri, che abbeverava il cavallo sulla sponda del fiume, si rivolse in inglese un messicano, accoccolato sulla riva di fronte:

– Ascolta, negro! – gli gridò ironicamente. – Quando passerete la linea, maledetti gringos³?

– Accidenti! – rispose il negro. – Non la passeremo mai. Soltanto la allargheremo fino alla grande pozzanghera.

Così lui chiamava il mare.

Certe volte un profugo ricco, con una buona quantità di oro cucita tra le pieghe della, giacca, tentava di passare il fiume evitando la sorveglianza dei federali. Ad aspettare questo tipo di vittime c’erano a Presidio sei velocissime automobili. Gli levavano sei dollari d’oro per portarlo a prendere il treno; e poteva esser certo che strada facendo, in un punto qualunque dei solitari luoghi a sud di Marfa, non sarebbe mancato l’assalto di una banda di mascherati che l’avrebbero spogliato di tutti i suoi averi. In occasioni simili piombava in città, come un uragano, sul suo cavallo screziato, lo sceriffo della Contea, autentico esemplare delle migliori tradizioni della. Fanciulla del dorato West.

Costui aveva letto tutti i romanzi di Owen Wister e sapeva come deve essere uno sceriffo del West: due pistole ai fianchi, il

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