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Un passo alla volta mi basta

Un passo alla volta mi basta

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Un passo alla volta mi basta

Lunghezza:
291 pagine
4 ore
Pubblicato:
Dec 5, 2014
ISBN:
9788891166241
Formato:
Libro

Descrizione

Elisabetta è una giovane donna nata e cresciuta in un piccolo paese di provincia.

Si trasferisce a Genova, alla ricerca di un futuro migliore, inseguendo il sogno di diventare una truccatrice professionista ad alto livello, nonostante i suoi genitori non approvino questa sua scelta.

Presto si renderà conto che per riuscire a mantenersi da sola dovrà rimboccarsi le maniche, mettendo da parte le sue ambizioni.

Ma un giorno fi nalmente arriverà la sua grande occasione ed anche l’amore.

L’incontro con Simone le farà riconsiderare le sue priorità, mettendo in secondo piano ogni altra cosa. Ma proprio mentre tutto sembra andare per il meglio, accade qualcosa che stravolgerà i suoi piani e la porterà lontano dal suo amore. Ma la vita si sa che spesso è imprevedibile...

Spero, con tutto il cuore, che attraverso le pagine del mio libro, riusciate a “sentire” il respiro di Elisabetta e Simone.
Pubblicato:
Dec 5, 2014
ISBN:
9788891166241
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Un passo alla volta mi basta - Lea Paradiso

Avrai)

Prefazione

Quando nasci, nessuno ti dice come sarà la tua vita, essa è bizzarra ed imprevedibile.

Potrà essere costellata di gioie, dolori, sorrisi, lacrime, amore, sogni, progetti, di addii o di promesse che, prima o poi, verranno mantenute, attimi, che scandiranno lentamente lo scorrere della tua vita.

Tutti questi elementi, mescolati in proporzioni diverse per ognuno di noi, rendono unica l'esistenza di ogni singolo individuo.

Ma una cosa è certa. La felicità è il nostro essere naturale che nasce con noi e con noi rimane, anche quando pensiamo di averla persa, quando qualcosa nel nostro cammino ci fa inciampare e dobbiamo trovare la forza per rialzarci.

Perché la vita è imprevisto e ti travolge con tutta la sua forza, come un mare in tempesta, proprio quando non te l'aspetti, proprio quando hai creato intorno a te il tuo muro di certezze attraverso i tuoi progetti.

Non avrei mai pensato che la mia tranquilla ed ordinaria esistenza sarebbe stata stravolta così, improvvisamente ed inaspettatamente, e che tutte le cose che davo per scontate e certe, sarebbero state rimescolate, cambiando le mie priorità. Per sempre.

1. Una sorpresa inaspettata (o quasi)

Quella sera, rientrai più tardi dal lavoro. Era stata una giornata molto pesante, come del resto avveniva sempre con l'avvicinarsi del weekend. Le clienti ci tenevano ad essere belle ed in ordine e così il salone di bellezza in centro città in cui lavoravo era pieno di gente.

Dopo il caffè che avevo preso alla mattina, avevo avuto solo il tempo di mangiare frettolosamente un tramezzino tra un appuntamento e l'altro.

Quando c'è passione mi ripetevo come un mantra si può fare tutto, anche l'impossibile.

E così andavo avanti, giorno dopo giorno, mese dopo mese, ma quel sogno nel cassetto lo coltivavo da sempre e, chissà, prima o poi si sarebbe realizzato.

Una volta entrata nel portone del grande condominio in cui abitavo notai che la cassetta delle lettere era stracolma.

"Cavolo pensai da quanto tempo è che non apro quella dannata cassetta?"

Il timore che ci fossero delle bollette da pagare mi fece trasalire: era un periodaccio, certo il lavoro non mancava, ma il mio stipendio era veramente misero e spesso ero costretta a chiedere un prestito ai miei genitori.

Andare a vivere da sola era stato grandioso, ma la realtà mi riportava con i piedi per terra e, tra l'affitto, le bollette e le spese, mi rendevo sempre più conto che non potevo andare avanti così e che, se non fosse cambiato qualcosa, sarei dovuta tornare a vivere con i miei. Mi sembrava già di sentire mia madre. Te l'avevo detto, anziché fare la truccatrice e inseguire i sogni, avresti dovuto essere più pratica e iscriverti all'università, a quest'ora avresti lavorato nello studio legale di tuo padre!

Bla Bla Bla. Quante ne diceva. Le parole le uscivano dalla bocca da sole, senza bisogno di connettere il cervello, visto che mi ripeteva sempre le stesse cose.

Quelle parole, però mi arrivavano come coltellate perché, in fondo, sapevo che aveva ragione.

Nel suo mondo perfetto io sarei stata un bravo avvocato con un bel marito e tanti bambini e avrei vissuto in una grande casa, anziché in un piccolo appartamento in affitto di un palazzone di periferia.

"Quanti progetti aveva in mente per me!"

Mia madre si era sposata che era poco più che una ragazzina.

Lei e mio padre si conoscevano sin da quando erano bambini, perché erano nati e cresciuti nello stesso paese. Vivevano lì da sempre.

Da ragazzi frequentavano la stessa compagnia di amici, anche se mia mamma era la più piccola di tutti, ma a lei non importava, perché le piaceva stare con persone più grandi, diceva che con i suoi coetanei non legava.

E poi era già segretamente innamorata di mio padre.

La sua costanza fu premiata. Fu a lui che diede il primo bacio e dopo molti tira e molla nel corso dell'adolescenza e diverse storielle con altre persone da parte di entrambi, alla fine avevano capito di essere fatti per stare insieme e, con qualche anno in più e maggiore saggezza, avevano finito per fidanzarsi ufficialmente, come si usava a quei tempi.

Mia madre completò gli studi magistrali per diventare maestra di scuola e mio padre si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Non aveva ancora terminato l'università, quando decisero di sposarsi.

Ciò comportò maggiore sacrificio da parte loro, soprattutto all'inizio della loro vita insieme. Mio padre studiava e lavorava come commesso in un negozio e mia madre insegnava in una scuola di un paese a venti chilometri da dove abitavano.

In mezzo a tutto questo trambusto tra la casa da ultimare, il lavoro di mia mamma e la laurea imminente di mio papà, nacqui io.

Fui sicuramente una sorpresa inattesa e motivo di grande gioia, anche se, capitavo in un momento non proprio roseo dal punto di vista economico. In un certo senso li costrinsi a stringere ancora di più la cinghia.

Per fortuna c'erano i nonni, paterni e materni, che ci aiutarono parecchio e non solo economicamente.

Tanta fatica fu ripagata dalla soddisfazione per mio padre di riuscire ad aprire, dopo anni di gavetta, uno studio legale per conto suo e per mia madre di poter insegnare nella scuola elementare del paese.

E poi, naturalmente, c'ero io, cresciuta circondata dall'amore incondizionato della mia grande famiglia, viziata e coccolata da tutti.

Finalmente la nostra vita prendeva la giusta piega.

Il periodo buio era passato e a ciò ne seguì anche un discreto benessere economico che fece pensare ai miei genitori di regalarmi un fratellino o una sorellina.

Mia mamma era ancora giovane ma, ci volle un anno prima che riuscisse a rimanere incinta.

Ricordo perfettamente il giorno in cui me lo comunicarono, anche perché ero già piuttosto grandicella.

Tesoro disse la mamma prendendomi le mani e inginocchiandosi con lo sguardo rivolto a mio papà, c'è una cosa che dobbiamo dirti: presto saremo in quattro!

Ero al settimo cielo dalla felicità. Li abbracciai forte e non riuscii a trattenere lacrime di gioia, tanto che feci commuovere anche loro. Probabilmente non si aspettavano questa mia reazione, forse pensando che avrei potuto provare gelosia per il nuovo arrivato.

La gravidanza procedeva bene, dovevo aspettare ancora quattro mesi e poi, sarebbe nata la mia sorellina.

Eh sì, era proprio così, si trattava di una femminuccia.

Già fantasticavo su quale aspetto potesse avere e speravo con tutto il cuore che mi assomigliasse. Dal punto di vista pratico mi ero già organizzata. Alla mamma avevo promesso solennemente che l'avrei aiutata ogni volta che me lo avesse chiesto senza lamentarmi, avrei cullato la mia sorellina per farla addormentare e consolata se avesse pianto. E, naturalmente, avevo già scelto il suo nome: si sarebbe chiamata Maya, come la protagonista del mio cartone animato preferito.

Quando lo comunicai ai miei genitori, notai dalla loro espressione che non era esattamente il nome che avrebbero scelto per la bambina, ma poi si guardarono negli occhi, sorrisero e mi dissero che era un nome perfetto e bellissimo. Tutto procedeva a gonfie vele.

Un giorno, però, mia madre inciampò in giardino e cadde. Una banalissima caduta. Dagli esami medici che fece in ospedale, non risultarono danni evidenti al feto, però il dottore le impose il riposo assoluto e le disse di ritornare il giorno seguente per ulteriori accertamenti.

Non vi fu il tempo.

Appena giunti a casa, mia mamma ebbe dei fortissimi dolori addominali, sintomo di un'emorragia che causò la perdita della bambina.

Il dottore cercò di alleviare la nostra sofferenza spiegandoci che sono cose che, purtroppo, capitano, ma nonostante ciò c'era sempre la possibilità di avere altri figli più avanti. Consigliò ai miei genitori anche un supporto psicologico, considerata la situazione.

Il dolore e lo sconcerto furono enormi per tutti noi, ma soprattutto per mia mamma.

Piansi per non so quanti giorni. Avevo idealizzato a tal punto la mia futura sorella che, adesso, sapere che non c'era più, aveva provocato in me un vuoto incolmabile. Era come se fosse esistita solo nella mia mente, eppure l'avevo sentita muoversi nella pancia della mamma, non era un sogno, era reale.

Seppur involontariamente, non fui d'aiuto a mia madre che, dopo l'accaduto cadde in depressione.

Non potevo comprendere in quale drammatica situazione emotiva si trovasse, ma certamente sapevo come mi sentivo io: ero distrutta.

Il cambiamento che fece mia mamma dopo la perdita della bambina fu repentino ed evidente: sembrava sprofondata in un vortice che la spingeva sempre più giù.

Non si occupava più della casa né di me, non le importava più di curare il suo aspetto e passava giornate intere a letto senza alzarsi, lo sguardo perso nel vuoto. Molte volte la sentivo piangere disperata.

Grazie al cielo c'erano le nonne, le mie seconde mamme, che si occupavano di fare tutto ciò che mia madre non poteva, o non voleva, più fare.

Persino mio padre si era arreso alla totale assenza della mamma, perché sembrava che per lei non ci fosse più niente che le desse la capacità di reagire e la voglia di tornare a vivere, neppure pensare alla possibilità di riprovare ad avere un altro figlio: lo aveva escluso categoricamente.

Poi, come spesso accade quando si tocca il fondo, la nostra forza interiore ci dà una vigorosa spinta per risalire e riprendere in mano la vita che ci appartiene.

Fu così che accadde a mia madre: capì che doveva continuare a vivere e ricominciò la sua vita laddove si era interrotta così bruscamente.

Un giorno si alzò e si sistemò. Riordinò la casa e preparò il pranzo, come se tutti quei giorni trascorsi immobile nel suo letto non fossero mai esistiti, come se ciò che aveva passato fosse un capitolo chiuso della sua vita che non avrebbe mai potuto dimenticare, ma che aveva deciso di tenere chiuso nel suo cuore.

Lo fece per me, per il suo adorato marito ma, soprattutto, per sé stessa.

Quando quel giorno tornai da scuola, non potevo credere a ciò che vedevo: mia mamma era bellissima, mi venne incontro con gli occhi lucidi e, senza dire una parola, mi abbracciò forte e mi baciò.

Piangemmo insieme. Fu un pianto liberatorio per entrambe, dopo tanta sofferenza.

Da allora mia madre riprese pian piano la vita di tutti i giorni e, grazie al cielo, non ebbe più ricadute.

Divenne il pilastro della nostra famiglia, la sua indole forte e determinata aveva preso il sopravvento sulla fragilità emotiva che l'aveva portata a soffrire così tanto.

In fondo, le somigliavo molto.

Ma non ero lei. Io ero io. E dovevo vivere la mia vita che era diversa dalla sua. Ero completamente concentrata sul mio lavoro e sapevo perfettamente cosa volevo e prima o poi l'avrei ottenuto.

Già, ma chissà quando. Per ora lavoravo come un mulo e basta, e i mesi passavano inesorabilmente tutti uguali.

Non immaginavo che da lì a poco qualcosa avrebbe stravolto la mia esistenza e che era proprio là, in mezzo a tutte le bollette e i volantini.

Aprii la cassetta delle lettere e presi quel mucchio di buste tutte insieme, la richiusi e mi incamminai, quasi strisciando, verso l'ascensore.

Quella giornata era stata veramente pesante, anche perché, oltre alle molte clienti, ce n'era stata una particolarmente esigente, alla quale sembrava non andare bene niente: una specie di Crudelia De Mon, arrogante e maleducata. Mentre cercavo di consigliarle i colori che più le donavano in base all'incarnato, al colore dei capelli e degli occhi, di modo che il risultato fosse semplice ed elegante, lei in malo modo mi disse che non avrebbe accettato i consigli di una ragazzina e che dovevo truccarla come voleva lei. Se ne uscì dal salone con ciò che mi aveva chiesto, un trucco da clown, sbuffando come un toro inferocito.

Appena sentii la porta chiudersi alle sue spalle, tirai un sospiro di sollievo.

"Contenta lei" pensai e riordinai la mia postazione.

Comunque grazie al cielo anche quella giornata era passata e, visto che il giorno dopo avrei avuto moltissimi appuntamenti e che sarebbe stato anche peggio di quello appena concluso, decisi che quella sera l'avrei dedicata al relax assoluto.

Una volta entrata in casa, chiusi la porta alle mie spalle, posai le chiavi e la posta sul tavolo, buttai la borsa per terra e mi tolsi le scarpe mentre mi avviavo verso il bagno. Feci una doccia bollente che sciolse la tensione della giornata e poi, ancora in accappatoio, mi distesi sul divano a guardare un po' di televisione: la fame era sparita, c'era soltanto tantissima stanchezza.

Poco dopo, infatti, mi addormentai così profondamente che dimenticai persino di avere ancora i capelli bagnati.

L'indomani mi svegliai di buon'ora, molto prima dell'orario in cui avevo puntato la sveglia. Inutile dirlo, i miei capelli erano un groviglio informe e riuscire a districarli fu quasi impossibile.

Per fortuna la stanchezza era un lontano ricordo e mi sentivo carica e piena di energia positiva. Preparai un buon caffélatte e mentre facevo colazione curiosai tra la corrispondenza che avevo ricevuto.

Una busta mi colpì su tutte: era stata spedita da Milano e il mittente era il centro internazionale di formazione per giovani talenti da avviare alla professione di truccatori.

Mi mancò il respiro.

La aprii nervosamente e dovetti rileggerla più volte prima di riuscire a capire bene il significato di quello che c'era scritto.

Mi veniva comunicato che ero stata ammessa a questo corso ad alto livello che si sarebbe tenuto a Milano e alla fine di esso, coloro i quali avessero ottenuto i risultati migliori avrebbero avuto diritto ad uno stage niente meno che negli Stati Uniti!

"Oh-mio-Dio!" pensai, anzi forse lo gridai.

Qualche mese prima avevo partecipato alla selezione per prendere parte al corso, ma guardandomi intorno mi ero subito resa conto che gli altri partecipanti erano veramente bravi e ambiziosi e la mia autostima era crollata a picco. Comunque, cercai di fare del mio meglio, anche se non avevo riposto molte speranze in un esito positivo. Mai e poi mai mi sarei aspettata di essere stata ammessa.

Dopo l'iniziale arresto cardiaco provocato dalla forte emozione, incominciai a fare pensieri razionali.

Avrei dovuto fare la pendolare tra Genova e Milano tutti i santi giorni.

"E il mio lavoro?"

Feci un bel respiro.

"Ok, calma, un passo alla volta"

Lessi, per l'ennesima volta e, con maggiore attenzione la lettera.

"Gentile Signora Elisabetta Mancini, siamo lieti di comunicarLe la sua ammissione al corso formativo per truccatori professionisti, della durata di quattro mesi, che avrà inizio il giorno 15 settembre corrente anno alle ore 10, presso la sede del nostro Istituto, sita in Milano, ..."

Mancavano poco più di sei mesi all'inizio del corso, ma l'agitazione era tale come se mi fossi dovuta presentare là quella mattina stessa.

Per me questa non era solo una grande opportunità per migliorare le mie tecniche e apprenderne di nuove, ma rappresentava anche la possibilità di lavorare all'estero, magari in grandi produzioni e imparare da make-up artists di alto livello. Wow, sarebbe stato fantastico, ma stavo correndo troppo con la fantasia, ovviamente avrei dovuto lavorare sodo nei mesi a venire se avessi voluto superare l'esame per lo stage all'estero. Inoltre non avevo valutato il fatto che, per frequentare questo corso, avrei dovuto chiedere un'aspettativa sul lavoro e, sicuramente, un aiuto economico ai miei genitori...

La mia testa stava scoppiando da sovraccarico di informazioni, il mio cuore era attraversato da una miriade di sensazioni che andavano dalla gioia alla paura, dall'emozione al timore di non farcela... che confusione! Scossi la testa e mi portai una mano sulla fronte: ero arrivata ad una svolta nella mia vita, quella che avevo aspettato da sempre, che avevo sognato mille volte ad occhi aperti e, ora che finalmente era arrivata, mi tremavano le gambe dalla paura!

"E' normale essere preoccupati pensai si tratta di un corso ad alto livello e dovrò impegnarmi al massimo"

Guardai l'orologio e vidi che stavo rischiando di fare tardi al lavoro, così mi alzai dalla sedia barcollando e mi spinsi fino in camera per prepararmi.

Infilai un paio di skinny jeans con una maglia color sabbia e le mie scarpe preferite, un paio di All-Star alte militari, infine mi avviai verso il bagno per rendermi presentabile: un velo di crema idratante colorata, mascara e rossetto color ciliegia per dare un po' di tono a quel viso stravolto da così tante emozioni. Pettinai vigorosamente i capelli per districare i nodi che si erano formati e decisi di legarli a coda di cavallo visto che non avevano una piega ben definita. Poi infilai il piumino e uscii di casa.

Quella mattina il tempo non era un granché: il cielo era grigio e minaccioso e faceva piuttosto freddo.

Arrivai quasi correndo alla fermata dell'autobus dove c'erano molte persone ad aspettare. Tra le tante riconobbi un viso familiare: si trattava di un'amica che non vedevo da un pezzo.

Ehi, Federica? la chiamai e lei si girò di scatto e mi sorrise allegramente.

Betta! rispose, usando il nomignolo affettuoso con cui mi facevo chiamare.

Io e Federica ci eravamo conosciute per caso, poco dopo il mio trasferimento a Genova, nel bar sotto casa dove ero solita prendere il caffè al mattino prima di andare a lavoro. Mi era sembrata subito molto simpatica ed affabile e, poiché non conoscevo praticamente nessuno, mi faceva sentire sollevata l'idea di avere instaurato un rapporto amichevole con qualcuno.

Federica era minuta, gli occhi scuri così come i capelli facevano da cornice ad un viso perfetto dalla carnagione dorata. Era sempre allegra e sorridente e trasmetteva anche a me il suo buonumore.

Mi piaceva iniziare la giornata con la carica positiva che aveva lei.

Poi, improvvisamente, non la vidi più passare al bar al mattino, né la incontrai per strada: sembrava sparita.

Un po' alla volta anch'io smisi di fare colazione al bar, preferendo la tranquillità di casa mia.

Ormai erano mesi che non ci vedevamo più.

Nel voltarsi, notai in Federica una cosa che mi lasciò a bocca aperta.

Ma... sei incinta? Molto incinta! riuscii solo a dire.

Eh già! rispose E' proprio da tanto che non ci vediamo! e così dicendo si avvicinò e mi abbracciò forte.

Sono molto felice per te! le dissi sciogliendomi dal suo abbraccio, ma continuando a tenerle le mani e guardandola amorevolmente.

Ti trovo davvero in splendida forma!

E' vero mi rispose lei ora sto bene, ma all'inizio non è stato facile!

Nausee mattutine? le risposi quasi con ovvietà, non capendo realmente cosa intendesse dire con quella frase.

No, magari fossero state solo quelle! disse rabbuiandosi.

Trasalii e, non aspettandomi una risposta del genere, non ebbi il coraggio di chiederle nient'altro.

E' una storia un po' complicata tagliò corto, semmai, una di queste sere ci vediamo per un aperitivo e ti racconto, sempre se ti va.

Ma certo le risposi un po' in imbarazzo e cambiai argomento parlando dei progetti per il weekend.

Poco dopo arrivò il mio autobus, così ci salutammo con la promessa di sentirci presto.

Salii sul bus facendomi strada in mezzo alle tante persone che lo affollavano a quell'ora e finalmente trovai un posto a sedere.

Pensavo a tantissime cose e, se fosse stato possibile, avrei voluto svuotare del tutto la mia mente, anche solo per un attimo.

Per me, che ormai ero diventata un'abitudinaria cronica, tutte queste novità crearono scompiglio nella mia quotidianità.

Dell'entusiasmo con il quale avevo lasciato Mercatino Conca, il paesino del Montefeltro dove ero nata, alla volta di una città semi-sconosciuta come Genova alla ricerca di una grande occasione di lavoro, era rimasto poco e niente.

Mi ero lasciata intrappolare dalla routine di tutti i giorni e non avevo né la forza, né il tempo per uscire da quello stato letargico.

Le amicizie erano pochissime e, lavorando così tanto, quando avevo un po' di tempo libero, lo dedicavo alle pulizie di casa o alla spesa.

Vita sociale zero.

Con nostalgia ripensai a quando vivevo dai miei genitori e gli amici mi venivano a chiamare sotto casa. Tutti insieme si andava a piedi o con l'Ape Car fino al bar del paese a ridere e scherzare, finché il proprietario non ci cacciava via perché doveva chiudere.

I miei genitori erano tranquilli, perché in paese ci si conosceva tutti, sin da bambini, tanto è vero che se qualcuno si comportava male con me, mia mamma si sentiva autorizzata

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