Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Incontri Vol. 1
Incontri Vol. 1
Incontri Vol. 1
E-book265 pagine3 ore

Incontri Vol. 1

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Info su questo ebook

Questo libro e gli altri della collana, sono il frutto di un lavoro di gruppo e la documentazione di una ricerca durata quindici anni e tuttora in corso.

Il gruppo si chiama Statale34 e l’argomento della sua appassionante ricerca è I possibili significati della vita.

Che la felicità, la conoscenza di sé e la ricerca della Verità nascano dalla libertà e dalla consapevolezza è emerso con chiarezza fin dall’inizio, così come si è fatta subito strada l’idea che essere felici è più di una possibilità: è un dovere.

Infatti, solo un individuo felice può portare amore e bellezza nella propria vita e in quella degli altri.

Solo un essere felice può vivere e seminare la pace.

Seminare la pace è diventato urgente nel mondo moderno che sta vivendo una guerra generalizzata di cui quella armata è solo l’espressione più visibile.

Statale34 è un gruppo aperto e i libri intitolati Incontri sono la trascrizione degli incontri svolti nel tempo che ora sono a disposizione di chi lo desidera.
LinguaItaliano
Data di uscita2 feb 2015
ISBN9788891174598
Incontri Vol. 1
Leggi anteprima

Leggi altro di Amato Russomanno

Correlato a Incontri Vol. 1

Libri correlati

Recensioni su Incontri Vol. 1

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

    Anteprima del libro

    Incontri Vol. 1 - Amato Russomanno

    1

    La comunicazione

    La comunicazione

    Una comunicazione efficace si rivela molto preziosa nella vita di relazione. Non lo è solo per l’utilità che ha uno scambio corretto delle informazioni, ma soprattutto per un aspetto emozionale invisibile ma importantissimo. Incominciamo col dire che

    la comunicazione non può essere efficace se non è emotivamente pulita

    Se, nel momento in cui cercate di comunicare, avete paura di non essere accettati, o di non essere all’altezza, o coltivate il giudizio nei confronti del vostro interlocutore, o l’ansia di voler, a tutti i costi, dimostrare qualcosa, ben difficilmente riuscirete a produrre una comunicazione efficace.

    Una buona comunicazione avviene solo nella neutralità

    La neutralità è chiarezza e la chiarezza è il presupposto indispensabile della comunicazione. La chiarezza interiore è la fonte della chiarezza esteriore. Se mettete al centro della comunicazione il vostro bisogno, o la vostra paura, siete in una mancanza di neutralità che renderà la comunicazione inefficace. Infatti, si produrrà uno stato di irrequietezza, cui seguirà una condizione di confusione interiore ed esteriore.

    Un ottimo esempio di cattiva comunicazione è lo sfogo.

    Lo sfogo non è mai comunicazione. La persona che si sfoga è capita solo da se stessa; nessuno capisce niente di quello che dice anche se qualcuno può fingere o credere di farlo.

    Perché lo sfogo non produce la comunicazione?

    Perché lo sfogo é una guerra e provoca reazioni. La reazione è automatica. Lo sfogo, verbalmente, è un susseguirsi di parole, ma, emotivamente, è l’espressione di un malessere. Se uno si sfoga, butta addosso agli altri tutto il suo malessere, e se il suo malessere tocca il malessere di un altro, questi reagisce, immediatamente e automaticamente. È ovvio che chi reagisce non ascolta. Una comunicazione pulita non produce reazioni. Ecco perché è così importante una comunicazione pulita, perché permette l’ascolto reciproco.

    Quando la comunicazione è pulita?

    Quando si è in condizione di neutralità e ci si ricorda che si sta comunicando con l’obbiettivo di un bene comune.

    Supponiamo che io abbia fatto un'osservazione talmente importante e ricca di significato, che sento un sincero desiderio di metterla a disposizione degli altri. Se questo è il mio intento, sicuramente nasce una comunicazione pulita. Non porto la mia esperienza perché voglio qualcuno che mi consoli, si faccia carico del mio disagio e assuma su di sé parte della mia delusione... Sapete che, spessissimo, questo è il reale significato dello sfogo, non è vero? Lo sfogo non serve a favorire la crescita comune, ma solo ad affibbiare all’altro un po’ del mio malessere. Dopo che mi sarò sfogato, io mi sentirò un po’ meglio e l’altro un po’ peggio.

    Il concetto da capire è che una buona comunicazione ha come motivazione il portare qualcosa di utile e costruttivo per tutti coloro cui si rivolge.

    Una persona, prima di parlare, può chiedersi: perché voglio dire questo?

    Si accorgerà subito se si accinge veramente a comunicare. Talvolta vorrà sfogarsi, lamentarsi, altre volte vorrà colpire, e accusare. Altre volte vorrà semplicemente provocare, ma provocare non è comunicare.

    La vera comunicazione richiede di prendere in esame l'esistenza dell'altro, di vederlo veramente. Lo sfogo invece é cieco.

    Per sfogarsi va bene chiunque, anche il primo che capita.

    Perfino il telefono amico ove l’interlocutore è sconosciuto!

    Quindi comunicazione vuol dire: io prendo in esame gli altri, e porto qualcosa che ci arricchisce tutti. Può essere una testimonianza, un'esperienza di vita, anche negativa, ma sempre con lo scopo dell’arricchimento comune. Ciò che caratterizza la comunicazione efficace è l’intenzione costruttiva. Invece, ogni volta che porto un'accusa, un lamento, un giudizio, non ho un intento costruttivo. Voglio solo alleggerire me stesso senza preoccuparmi se, così facendo, appesantisco gli altri.

    Domanda: Puoi spiegare meglio come rendere pulita la comunicazione?

    La comunicazione è pulita, quando è libera da riferimenti interni, nel senso che è totalmente spogliata dal passato di colui che parla.

    La comunicazione, per essere pulita, non deve essere egocentrica.

    Facciamo un esempio. La persona A esprime la parola abbandono, e, in quel momento, ha in mente esperienze di abbandono. La persona B esprime la parola abbandono, e ha in mente, a sua volta, delle esperienze di abbandono. Le esperienze di A non sono quelle di B, perché il passato di A non è quello di B. Ad esempio: A potrebbe essere stato abbandonato, mentre B potrebbe aver abbandonato.

    Per loro la parola abbandono non significa la stessa cosa o, per lo meno, la interpretano da due angolazioni contrapposte. Parlando dell’abbandono non si capiscono assolutamente, perché mettono in questa parola le loro storie, i loro vissuti e le loro sofferenze. Se poi dialogano, in maniera non pulita, immetteranno nel dialogo i loro giudizi, le accuse, le loro aspettative, le proiezioni, i bisogni di rivalsa, i sensi di colpa e quant’altro.

    Alla fine, quasi sicuramente, litigheranno.

    Semplicemente non comunicano, perché non sono in un presente condiviso, ma in due passati diversi e senza relazione l’uno con l’altro.

    Non coesistono nel presente perché ognuno è impegnato nella recita del proprio psicodramma, che è la rievocazione del suo passato.

    La comunicazione può avvenire solo nel presente.

    L’essere nel presente incomincia a dare valore all’altro.

    La presenza, infatti, è ascolto.

    Il primo passo verso la comunicazione, consiste nello sganciarsi dal proprio passato ed entrare, in uno spazio interiore di neutralità. Lì nasce la chiarezza e allora possiamo tirar fuori l’essenza di ciò che vogliamo comunicare. La chiarezza precede la comunicazione. La chiarezza è importantissima, non solo per la comunicazione, ma per l’intera vita.

    Che cosa bisogna fare per ottenere la chiarezza?

    Togliere!

    Infatti,

    la chiarezza è ciò che resta una volta che è stato tolto tutto ciò che non serve

    Bisogna togliere le parole inutili, i riferimenti inutili, i pensieri inutili, le emozioni inutili e i gesti inutili.

    Alla fine resta quello che essenzialmente l’anima dice.

    Allora prendiamo la nostra chiarezza e la portiamo agli altri, e rimarremo stupiti nel vedere come loro la accolgono.

    Ciò accade perché la comunicazione è dell'anima, anche se sembra avvenire grazie alle parole, al pensiero, alle emozioni e ai gesti.

    L’uomo però non conosce la propria anima e ciò rende complicata la sua vita, e difficile la comunicazione e il vero scambio.

    Il linguaggio dell’anima è il linguaggio della semplicità e della chiarezza.

    Infatti, Gesù dice: Il vostro parlare sia sì, sì, no, no, il resto viene dal maligno.

    Vuol dire che quando l’anima dice sì, io dico sì, quando l’anima dice no, io dico no. Ogni parola aggiunta, viene dal maligno nel senso che confonde, inquina e oscura la luce della chiarezza.

    La chiarezza è il frutto dell’essenzialità.

    Il tema dell’essenzialità è un tema molto importante; occuparcene ora ci porterebbe troppo lontano. Siccome me ne sono occupato in un libro, intitolato proprio Essenzialità, rimando ad esso chi volesse approfondire. Qui mi limito ad osservare che

    l’essenzialità è l’attitudine a penetrare nel cuore delle cose e nel profondo di ogni realtà

    L’essenzialità è una straordinaria attitudine con cui accostarsi alla vita, perché conferisce chiarezza ai pensieri, profondità ai sentimenti ed efficacia alle azioni. Inoltre è la via maestra per trovare le risposte alle grandi domande della vita.

    Infatti, quando una domanda viene spogliata dalle sovrastrutture e ricondotta alla sua natura essenziale, emerge una visione lucida e chiara, che permette di trovare le risposte.

    Il legame tra essenzialità e chiarezza risulta allora evidente.

    Domanda: Come si può realizzare il contatto con l’anima, vivere in semplicità ed essenzialità, e avere uno scambio profondo con gli altri?

    Siccome la nostra situazione è pesantemente inquinata, bisogna ripartire da un punto semplice, concreto e sicuro: l'auto-osservazione.

    Dire auto-osservazione è come dire il corpo della verità.

    Non c'è da discutere, né da filosofare, credere o immaginare, analizzare o interpretare, o dare spazio agli inganni della mente. C’è soltanto da osservare, osservare sé stessi in maniera imparziale, neutrale e senza giudizio. Una auto-osservazione così fatta, esercitata lungamente e con costanza, cambia molte cose.

    Grazie all’auto-osservazione certe menzogne diventano impossibili, mentre possibilità sconosciute incominciano lentamente a svelarsi.

    Inoltre l’auto-osservazione richiede la sincerità e la sincerità è il prerequisito per la Ricerca della Verità. Questa ricerca, all’inizio può essere solitaria, ma è soltanto quando incomincia ad avvenire in maniera condivisa con altri, per esempio in un gruppo, che incominciano a prodursi i cambiamenti più importanti.

    L’utilità della ricerca compiuta in maniera comune in un gruppo, consiste nel fatto che comporta difficoltà aggiuntive rispetto a quella individuale, che difficilmente esce dalla propria dimensione soggettiva. La ricerca in gruppo permette un maggior contatto con la diversità e quindi con una realtà estesa.

    Infatti, non si può condividere niente di profondo con chi ha una direzione completamente diversa dalla nostra. Se voi cercate la Verità e incontrate una persona che cerca il denaro, quando parlerete con lui, non vi capirete. Crederete di capirvi ma non vi capirete; infatti,

    per poter condividere serve una direzione in comune

    Ci siamo? È difficile quello che dico? Serve una direzione comune, e la direzione comune è data da uno scopo condiviso. Si possono formare gruppi basati sugli scopi più diversi: guadagnare soldi, vincere gare sportive, esibirsi in spettacoli… Il lavoro di un gruppo ha sempre una sua utilità e produce risultati che sono collegati allo scopo che lo anima.

    Il gruppo che più ci interessa è quello che ha per scopo la ricerca della Verità. Questo scopo porta i partecipanti a conoscere se stessi, entrare in contatto con la propria anima e costruire insieme una visione condivisa e una fratellanza. Infatti,

    quando un gruppo ha una visione condivisa grazie a uno scopo comune, ed elevato, sviluppa un linguaggio, che è la reale possibilità di capirsi

    Per vedere che nella vita ordinaria ciò assolutamente non accade, è sufficiente che guardiate una trasmissione televisiva, un dibattito culturale, sportivo, politico, religioso. Vi renderete conto che nel mondo ordinario regna la confusione delle lingue.

    Ciò era stato ben compreso da Luigi Pirandello che ne ha dato più volte testimonianza nelle sue opere. Vi ricordo una breve riflessione contenuta in Sei personaggi in cerca d’autore:

    Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose, ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole che io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo come egli l'ha dentro? Crediamo di intenderci, non ci intendiamo mai.

    Gli uomini non si capiscono; con le stesse parole intendono cose diverse, non di rado opposte. Vi torna questo? Quel poco che si riesce a comunicare col linguaggio comune è estremamente elementare, esteriore e superficiale. Il linguaggio ordinario è adeguato per contenuti di questo genere: Ci incontriamo alle otto… che cosa si mangia?... come ti chiami? … andiamo a mangiare una pizza … adesso non ho tempo… etc.

    Per comunicare qualcosa di più profondo, anche solo opinioni e sentimenti, serve un linguaggio comune cha nasce da una visione condivisa. Se poi si vuole realizzare la comunicazione dell'anima, allora bisogna compiere un percorso comune, nella ricerca della verità.

    Quando un uomo porta, in un gruppo, un contributo a questa ricerca, lo arricchisce e, al tempo stesso, arricchisce il linguaggio. Così aumenta la possibilità di comprendersi e si affina la fratellanza.

    La fratellanza è, infatti, la capacità di vedersi, riconoscersi e comprendersi.

    Allora comunicazione dovrebbe essere preceduta dalle domande:

    Che cosa voglio portare?

    Ciò che voglio portare arricchisce la visione condivisa o la impoverisce?

    Ciò è molto importante. Condividere vuol dire portare il proprio contributo di crescita, portare ciò che di prezioso avete scoperto nella vostra vita.

    Potete anche aver avuto esperienze negative, ma voi portate l'insegnamento che le esperienze negative vi hanno donato.

    Non portate i vostri bisogni, le pretese, le richieste, il lamento, il giudizio, il vittimismo, l'arroganza. In poche parole, non portate tutte le emozioni negative che costituiscono sporcizia. Non le portate perché sapete che tutte queste cose non uniscono, ma separano, non creano, ma distruggono.

    Non portate i vostri problemi, perché ognuno ha già i suoi e la crescita non è la coltivazione e la proliferazione dei problemi.

    La crescita è la coltivazione della bellezza, dell'amore, delle possibilità e in generale di tutto ciò che eleva e quindi unisce.

    In termini più ampi, colui che porta una visione personale di ciò che lui vuole, di ciò che lui desidera, di ciò che gli piace, di ciò di cui crede di aver bisogno, praticamente semina il seme della discordia.

    L’attitudine giusta è quella di portare ciò che è utile a tutti, al gruppo, al percorso, alla ricerca della Verità e alla fine anche a chi lo porta.

    Ecco perché, nei gruppi di crescita, quando una persona porta emozioni negative quali il lamento, la recriminazione e l’accusa non trova ascolto.

    Vedete, nessuno dovrebbe permettere a un altro di usarlo come una pattumiera. Applicatelo alle vostre relazioni interpersonali, anche le più ordinarie: non fatevi trattare come delle pattumiere da persone che vogliono buttarvi addosso il loro lamento e il loro vittimismo.

    È una cosa che vi danneggia gravemente, e danneggia anche l’altro.

    Denota che l’altro non ha rispetto per voi, ma soprattutto, se lo accettate, dimostra che voi non avete rispetto per voi stessi.

    È una negazione del vostro valore cui voi acconsentite.

    Se acconsentite a funzionare da pattumiera, diventerete una pattumiera.

    Un giusto pensiero dovrebbe essere:

    tieniti la tua immondizia perché io ho già la mia di cui occuparmi, e se perdo tempo ad occuparmi della tua, la mia resterà tutta lì.

    Se la persona che riceve questa risposta si sente ferita non è difficile trarne le conseguenze, dato che è solo l'ego che può essere ferito.

    Questo non vuol dire che una persona non possa chiedere aiuto.

    Chiedere aiuto è una cosa del tutto diversa dal lamentarsi.

    Chi chiede aiuto pone una domanda ed è pronto ad ascoltare la risposta.

    È quindi in un atteggiamento di apertura.

    Chi si lamenta invece cerca soltanto commiserazione e complicità.

    Non desidera ascoltare nient’altro ed è in un atteggiamento di chiusura.

    Domanda: Ci sono uomini hanno dentro di sé una bellezza che vorrebbero esprimere nella semplicità ma, ogni volta che ci provano, entrano nella confusione e perdono sia la bellezza che la pace. Perché accade questo?

    Quella bellezza è la loro ricchezza. Come hanno giustamente intuito, essa esiste per essere espressa. Esprimerla significa estrarla dal mondo interiore, e portarla nel mondo esteriore.

    Il mondo interiore è il mondo grande e rarefatto della possibilità, mentre il mondo esteriore è mondo piccolo, condensato e solido, della realtà. Esprimere la propria ricchezza significa esprimersi. Esprimersi richiede di passare per una porta stretta. La porta stretta è la disciplina, cioè il sottomettersi ai passaggi indispensabili all’espressione.

    Se non si accetta la disciplina, questa bellezza non riesce a uscire, resta inespressa e lentamente si spegne. Questo è quello che accade a molti adulti che dimenticano quel mondo di immensa bellezza e novità che vivevano da bambini e si riducono ad una vita di ripetizione e sopravvivenza.

    Eppure quella bellezza interiore, che sembra ormai spenta, è un fuoco che, sotto le ceneri, arde ancora. È allora sempre possibile, spostare le ceneri, rivitalizzare il fuoco, soffiando nuovo ossigeno e, infine, vedere la fiamma. Finché c’è vita, c’è sempre la possibilità di esprimersi.

    Esprimersi significa liberarsi.

    Purtroppo sul concetto che espressione è anche liberazione, a volte è stata fatta molta confusione. Esprimersi non significa, buttare sugli altri il proprio disagio.

    Esprimersi significa mettersi a punto per funzionare bene, affinare la propria struttura affinché il meglio di sé affiori e i talenti non vengano bloccati dalle paure

    A colui che esprime il negativo, e inevitabilmente lo butta sugli agli altri, esso viene restituito con gli interessi. Infatti, se voi andate da un amico e gli scaricate addosso tutto il vostro lamento, come se egli fosse un cestino delle immondizie, stipulate implicitamente un accordo di natura commerciale. La volta dopo sarà lui a venire

    Ti è piaciuta l'anteprima?
    Pagina 1 di 1