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Natural Woman (Veramente donna)

Natural Woman (Veramente donna)

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Natural Woman (Veramente donna)

Lunghezza:
186 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
Apr 10, 2012
ISBN:
9788866187271
Formato:
Libro

Descrizione

Daniela sta per laurearsi e, pur essendo molto carina, è delusa dai propri coetanei e non riesce a trovare l'uomo giusto tra le cui braccia potersi finalmente abbandonare. Carlo è un uomo maturo reduce da una storia che lo ha portato al limite della sofferenza ed ha giurato a se stesso di non lasciarsi mai più coinvolgere da una donna. Si incontrano per caso una sera in Croce Rossa e capiscono che da quel momento niente sarà più come prima. Ma quando l'autore della storia si accorge di viverla praticamente identica nel mondo reale....

Un romanzo tenero e coinvolgente in cui il turbamento si alterna alla felicità, la gelosia alla eccitazione, la paura alla consapevolezza. Una storia vissuta senza falsi pudori per ogni aspetto della relazione affettiva, da quello mentale a quello fisico passando per quello emozionale.
Editore:
Pubblicato:
Apr 10, 2012
ISBN:
9788866187271
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Natural Woman (Veramente donna) - Franco Vernero

imporli.

Sogno o realtà?

Siamo sdraiati sul divano. I suoi grandi occhi nocciola trepidano nell'attesa di cogliere sul mio viso una qualche reazione alle sue parole, ma sono incapace di esternare quello che provo perché mi sembra che un fulmine mi abbia trapassato il corpo da capo a piedi.

Ci conosciamo da quasi sei mesi, ma fino ad oggi ci eravamo frequentati solo come buoni amici. L. è una ragazza piuttosto carina, ma con un carattere decisamente spigoloso, tanto da essersi guadagnata tra gli amici ed i colleghi il soprannome di limone. Più giovane di me di una quindicina d'anni, 35 anni portati bene, un fisico certamente non da modella ma aggraziato. Io, prossimo ai 50, reduce da circa un anno dalla sofferta fine di una lunga e intensa convivenza.

La classica amicizia nata nel variegato ambiente del volontariato dove la maggior parte delle persone nasconde dietro allo spirito umanitario del fare del bene il proprio bisogno di colmare qualche vuoto… in tutti i possibili sensi!

Sfatando il mito per cui non è possibile l'amicizia tra persone di sesso diverso ci eravamo trovati probabilmente in quella fase in cui più di desiderare di aprire un nuovo rapporto si sente il bisogno di chiudere quello precedente. Almeno così era stato per me! Nelle lunghe chiacchierate che facevamo quando si era in servizio era emersa dal suo lato una grande delusione verso il genere maschile che mi aveva fatto pensare ad una relazione finita male, senza peraltro che il racconto di tale storia emergesse apertamente.

Dopo tante uscite in cui non si era mai andati oltre un casto bacio sulla guancia al momento del salutarsi, oggi le labbra si sono sfiorate quasi casualmente. Dopo un attimo di imbarazzo gli occhi si sono chiusi ed è nato un bacio dolce ed intenso ma anche molto delicato, seguito da un altro ed un altro ancora quasi a voler cercare di saziare una fame profonda e da troppo tempo ignorata.

Il momento magico è proseguito in un crescendo di abbracci e carezze sempre più appassionate finché, sdraiati sul divano, mentre la mia mano percorreva per l'ennesima volta la fremente pelle della sua schiena avventurandosi ogni volta sempre più in basso alla scoperta delle morbide rotondità del suo corpo, si è staccata da me, ha appoggiato una mano sul mio petto per mantenere la distanza e abbassando lo sguardo ha sussurrato imbarazzata: «Ti devo dire una cosa».

Sono quelle frasi che hanno il potere di dilatare il tempo! In quei brevi attimi di attesa la mente corre veloce ad esplorare i più remoti ed inquietanti scenari che quelle poche parole hanno aperto. Attimi in cui i suoi occhi continuano a muoversi veloci, cercando il mio sguardo e da esso sfuggendo, come se il peso di quello che le labbra devono dire sia un fardello troppo pesante da portare.

Quasi al rallentatore la mia mano scende in una tenera carezza lungo la guancia fin sotto il mento per alzarle la testa e aiutarla a sostenere lo sguardo. Nei suoi occhi vedo affollarsi una miriade di emozioni diverse finché, abbassandoli un'ultima volta, un sussurro, quasi un su singulto dà voce alle sue paure: «Sono vergine!».

E qui il fulmine scende implacabile come un chiodo arroventato giù nella testa lasciandomi basito ed incapace già solo di respirare. Il tempo che si era dilatato nell'attesa di scoprire a quale terribile segreto si stesse riferendo ora si è completamente fermato!

Non che mi importasse granché incontrare una donna illibata! Avevo sinceramente archiviato una tale eventualità che fino a quel momento non era mai capitata, ma la cosa non mi pesava particolarmente: ho sempre pensato che sia più importante essere l'ultimo uomo della donna che si ama piuttosto che il primo…

Allora perché una reazione così intensa? Perché l'anno prima, nel pieno della crisi della mia separazione, nel momento in cui ci assalgono i dubbi e ci si riversa addosso l'un l'altra tutta la rabbia della relazione che finisce mi ero voluto cimentare a scrivere un racconto in cui realtà e fantasia, vissuto e sognato si mescolavano, ma soprattutto la sfida era stata quella di scrivere la storia dal punto di vista femminile. Per me era importante capire se riuscivo a calarmi, almeno superficialmente, nella mentalità così diversa di una donna, quella mentalità che quando mi sembrava di averla compresa riusciva a spiazzarmi completamente, quella mentalità che tanto avevo amato e tanto odiato nella mia esistenza, quella mentalità che era alla base di ogni gioia e di ogni dolore che l'amore ci porta.

E la storia era…

Capitolo 1

Essere vergine a 24 anni per alcune donne è un vanto, per altre un problema.

Per me non era né una né l'altra cosa: pur essendo piuttosto carina non avevo mai trovato la persona giusta con cui saltare il fosso. Avevo avuto alcuni flirt, ma niente che avesse lasciato il segno. Sicuramente la rigida istruzione cattolica che avevo ricevuto da bambina aveva influito, ma ero fondamentalmente delusa dai ragazzi che avevo frequentato, incapaci di un vero sentimento ed ossessionati esclusivamente dal sesso. Non che mi dispiacesse l'idea di provare quel genere di emozioni, ma cercavo, ormai senza grandi speranze, un uomo che mi facesse sentire amata oltre che desiderata come oggetto di piacere.

Eravamo alla fine dell'inverno e me ne stavo seduta nella grande aula della Croce Rossa a seguire il corso per diventare volontaria del soccorso in ambulanza. Molti sostengono che il volontariato sia il punto d'incontro di tutti quelli che non hanno nessuno su cui riversare il loro amore e, da un rapido sondaggio tra i partecipanti, cominciavo a pensare che ci fosse un fondo di verità in quanto la maggior parte del gruppo era costituito da persone separate da poco. Nel mio caso era stata una buona occasione per rompere la monotonia di una vita vissuta tra casa e università e frequentare persone nuove. Non amavo l'ambiente chiassoso delle discoteche dove i miei coetanei erano soliti andare perché era impossibile scambiare due parole senza dover urlare. Vivendo in un piccolo paese le occasioni di socializzare non erano molte e quando andavo all'università ero perennemente di corsa per non perdere il treno con cui ero solita viaggiare.

Quella sera avevamo un nuovo istruttore, perché quello con cui era cominciato il corso era ammalato. Il cambiamento era sicuramente a nostro favore! Si chiamava Carlo, sulla quarantina, non particolarmente bello ma con un fisco atletico, capelli corti appena spruzzati di grigio, uno sguardo penetrante e magnetico ma soprattutto aveva un modo di condurre la lezione che era affascinante: riusciva a mescolare la rigorosa spiegazione degli argomenti a volte raccapriccianti con aneddoti e battute che facevano calare la tensione e ci permettevano di sorridere anche quando si parlava di amputazioni e ferite.

Finita la lezione annunciò che era abitudine dei volontari fare un salto in birreria per chiudere la serata in bellezza e chi voleva poteva unirsi. Incuriosita dalla novità (l'altro istruttore era sicuramente molto preparato, ma a confronto era un'ameba) mi accodai al variegato gruppo di volontari e allievi. Tra di noi c'era di tutto: dal liceale brufoloso pieno di ideali al pensionato che non riesce a rallentare il ritmo dopo anni di lavoro, dalla casalinga con i figli ormai cresciuti che non sa come occupare le giornate ai separati che dopo tanti anni di matrimonio non sanno come fare a conoscere gente nuova.

La serata era la continuazione in allegria della lezione! Ricordi e battute si sprecavano in un voler esorcizzare collettivamente le situazioni scabrose con cui si veniva in contatto quando si era in servizio.

«Ti ricordi di quella volta che gestivamo ancora il centralino e fosti svegliato alle tre del mattino per quei due che avevano scopato per la prima volta ed erano preoccupati per il sangue?» chiese un volontario ad un altro. «Lascia stare» rispose il secondo «mi presi una bella lavata di capo perché gli risposi che se volevano gli mandavo l'ambulanza, ma che altrimenti non rompessero perché era un mese che non vedevo una donna».

Tutti scoppiarono a ridere, ma la cosa mi provocò un profondo disagio: la paura della prima volta è sicuramente un problema reale, almeno per noi ragazze, e l'insensibilità maschile verso questo aspetto tanto delicato lo rende ancora maggiore, confermando la scarsa opinione che ho di loro. Purtroppo è un momento a cui si arriva impreparati: la scuola è molto vaga per paura di scontrarsi con i molteplici preconcetti moralistici delle famiglie e tra gli adolescenti l'ignoranza regna sovrana alimentata da curiosità morbose e colorite leggende metropolitane.

«Poveretta!» esclamai d'istinto «Non pensate a come poteva sentirsi? Non affermate che è nostro compito assistere la persona nel suo complesso, corpo e sentimenti?».

Nel silenzio imbarazzato che si era venuto a creare intervenne Carlo sorridendo «Bene, vedo che qualcuno è riuscito a mantenersi sveglio durante la lezione di supporto psicologico.» poi rivolgendosi a me continuò: «Anche se hai sicuramente ragione non devi idealizzare troppo il mondo del volontariato, non siamo perfetti. Certe volte si tende ad essere un po' reattivi con quelli che si ficcano nei guai da soli».

«Che cosa vorresti dire?» gli chiesi sulla difensiva perché aveva toccato un nervo scoperto «Bisogna forse rimanere vergini a vita per non andarci a cercare dei guai?».

Il sorriso si spense sul suo volto come congelato da una ventata di profonda tristezza e poi fissandomi negli occhi continuò: «Il problema è che voi donne vi tenete stretta la verginità per anni per poi perderla, la maggior parte dei casi, con la persona sbagliata, nel modo sbagliato e nel posto sbagliato».

«Scusa» ribattei ormai esasperata da un discorso che non avrei voluto aver iniziato ma anche turbata dal repentino mutamento nel suo sguardo «non sapevo che avessero pubblicato il manuale su come perdere la verginità!».

Il resto della compagnia osservava ammutolito ma anche divertito lo scambio di battute con cui avevamo catalizzato l'attenzione.

«Non fraintendermi» disse pacatamente con uno sguardo molto intenso ma al tempo molto dolce che mi colpì nuovamente per il rapido mutamento «la mia è forse una deformazione professionale: intendevo dire che la società ci insegna a caricare di troppi significati questo momento e troppo spesso si cede al richiamo della natura per passione, sul sedile di un auto o nel bagno di una discoteca, magari perché si è bevuto un bicchiere di troppo e ci si è infatuati del bullo di turno. Sono condizioni che dal punto di vista anatomico e fisiologico non aiutano ad entrare serenamente nel magico mondo della sessualità! Chiaramente ognuno è libero di farlo come preferisce, non intendevo formulare dei giudizi».

Restò un attimo in silenzio fissandomi intensamente negli occhi. Un brivido mi scese lungo la schiena, in pochi attimi avevo letto nel suo sguardo più emozioni di quante non ne pensavo si potessero provare in una intera serata. Mi era sembrato di cogliere un intero arcobaleno che andava dalla tenerezza alla rabbia dalla dolcezza alla paura. Mi sentivo come rapita da quello sguardo così intenso che sembrava farsi strada dentro di me quasi fossi diventata trasparente.

Infine si girò verso il resto della compagnia annunciando: «Bella serata, devo ricordarmi di aggiungere l'argomento nella lezione sull'apparato genitale. Per me si è fatto tardi e domani, anzi oramai oggi, devo partire per Parigi. Ci vediamo la prossima settimana.»

Si volse verso di me, mi lanciò uno sguardo tenero e gonfio di significati che non riuscivo a mettere a fuoco. «Buonanotte» disse «spero di poterti rivedere presto…».

Mentre se ne andava con passo sciolto e forse un po' dinoccolato ebbi la netta sensazione che quella serata avrebbe in qualche modo cambiato la mia vita, anche se non riuscivo a capire come e perché. Una di quelle sensazioni che l'intuito ci manda ma che la ragione non riesce a comprendere e cerca quindi di accantonare.

La verità è che la verginità iniziava a pesarmi! Avevo da un po' di tempo cominciato a chiedermi se l'amore che cercavo e la persona in grado di darmelo potessero veramente esistere nel mondo reale o se mi ponevo aspettative troppo elevate che portavano solo ad isolarmi. Poi pensavo all'ultima volta che ero uscita per una pizza con degli ex compagni di liceo e mi tornava alla mente la vacuità dei discorsi: l'ultimo modello del cellulare, la suoneria demenziale, lo schermo al plasma, il sito internet da cui scaricare film pirati… Non potevo accettare che questo fosse il mio futuro, che fosse il tipo di uomo con cui desiderare una vita insieme, una famiglia! Con questo turbinio di pensieri me ne tornai verso casa alla solita vita scandita dalle giornate di studio all'università e le serate passate a leggere e preparare la tesi.

Capitolo 2

Dopo alcune settimane di lezioni vivaci era tornato l'altro istruttore a fare terminare il corso e, superati gli esami di teoria, eravamo stati abilitati al tirocinio in ambulanza: 100 ore da passare con un equipaggio esperto in cui fare pratica senza correre il rischio di fare danni prima di dare l'esame finale.

Era una tiepida serata di primavera. Quel pomeriggio mi avevano chiesto se potevo coprire il turno di notte del mercoledì perché mancava un volontario. Assorta nei miei pensieri salii al piano superiore per posare il borsone in camerata e poi tornai giù, attraversai la sala in cui era stato tenuto il corso per uscire nel giardinetto antistante la sede dove mi andai a sedere nella veranda senza

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