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La città di Roma nel Concordato del 1929 e nell'Accordo del 1984

La città di Roma nel Concordato del 1929 e nell'Accordo del 1984

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La città di Roma nel Concordato del 1929 e nell'Accordo del 1984

Lunghezza:
385 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
4 dic 2014
ISBN:
9788891166197
Formato:
Libro

Descrizione

Roma è città assolutamente “peculiare”, perché è al contempo sede del Capo della Chiesa cattolica e capitale dello Stato italiano. L’art. 1 cpv. del Concordato lateranense impegnava il Governo a preservare il “carattere sacro della Città Eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e meta di pellegrinaggi”. Il volume traccia un quadro dell’interpretazione dottrinale e dei profili applicativi di tale norma dal 1929 al processo di revisione concordataria, per poi ricostruire la genesi e delineare l’esegesi dell’art. 2.4 dell’Accordo di Villa Madama del 1984, con il quale la Repubblica riconosce il “particolare significato” di Roma per la “cattolicità”. L’analisi dei problemi sottesi a tali disposizioni consente anche di mettere in luce alcune tendenze e linee evolutive del diritto e della politica ecclesiastica italiani dal fascismo alla Costituzione repubblicana del 1948, al nuovo Concordato del 1984, sino ai problemi attuali di una società divenuta multireligiosa e multiculturale.
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Pubblicato:
4 dic 2014
ISBN:
9788891166197
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La città di Roma nel Concordato del 1929 e nell'Accordo del 1984 - Michele Madonna

d’Italia.

CAPITOLO PRIMO

IL CARATTERE SACRO DI ROMA

Qui sarai tu poco tempo silvano;

e sarai meco senza fine cive

di quella Roma onde Cristo è romano.

(D. ALIGHIERI, Purgatorio, XXXII, vv. 100-102)

1.1 I presupposti storici e politici dell’art. 1 cpv. del Concordato lateranense

La questione romana, secondo un maestro della scienza del diritto ecclesiastico dello scorso secolo, Vincenzo Del Giudice, è il problema dell’indipendenza del Sommo Pontefice nella sede territoriale che è sua propria, Roma¹³. Il principio di inseparabilità tra il Papa e l’Urbe, prosegue l’autore, spiega che Roma non è già sede del pontificato come sarebbe potuto o potrebbe esserlo qualunque altra città, ma fu divinamente preparata ed eletta a divenire la città per l’eterna verità, centro del mondo e centro della storia¹⁴.

Queste significative considerazioni mostrano come il problema dello statuto giuridico della Città Eterna, dopo il 20 settembre 1870, sia un decisivo e spesso sottovalutato aspetto della ‘questione romana’¹⁵. Infatti, come è stato acutamente sottolineato dall’autore che per primo ha esaminato approfonditamente il ‘carattere sacro’ della Città Eterna, Ermanno Graziani, la conquista dell’Urbe da parte dello Stato italiano fa sorgere due distinti problemi, uno attinente all’indipendenza e alla libertà del Papa nel governo della Chiesa universale, l’altro legato al rapporto di inerenza essenziale tra il primato di Pietro e Roma, cioè all’inscindibilità di Roma dal papato¹⁶.

A tal proposito, giova ricordare come Pio IX nel Sillabo (1864) avesse condannato fermamente la proposizione di chi ammette che per sentenza di qualche Concilio generale, sia per fatto di tutti i popoli, (…) il Supremo Pontificato, dal Vescovo di Roma e da Roma stessa, si trasferisca ad altro vescovo e ad altra città¹⁷.

Per risolvere il primo dei succitati problemi, il Trattato del Laterano stabilisce un sistema di garanzie per la libertà della Santa Sede, la più importante delle quali consiste nella creazione dello Stato Città del Vaticano¹⁸.

Alla seconda esigenza, tenta di rispondere proprio l’art. 1 cpv. del Concordato lateranense, disposizione rivelatrice (…) dell’interesse della Chiesa ad un rilievo pubblico del legame con Roma¹⁹, e norma tesa a chiarire, almeno nelle intenzioni della Santa Sede, che la fine del potere temporale sulla città non comporta alcuna abdicazione morale, alcuna sostanziale rinuncia²⁰. Perché il Papa abbia un’indipendenza piena, non basta infatti la sovranità territoriale sopra un gruppo di palazzi e giardini, ma è, altresì, necessario che formalmente e solennemente si proclami che l’idea di Roma è inseparabilmente connessa al primato di Pietro²¹. Il riconoscimento del carattere sacro della Città Eterna costituisce dunque una sorta di riparazione alla breccia di Porta Pia, quasi una restitutio ad integrum della città del Papa al suo Vescovo²², e testimonia che Roma, pur restando estranea alla sovranità vaticana, interessa e implica fortemente la Santa Sede, non tanto a livello politico, quanto a livello pastorale e sociale²³.

Alla luce di queste considerazioni, alcuni eventi della storia di Roma nell’Ottocento e nei primi due decenni del Novecento possono leggersi come anticipazioni del problema cui l’art. 1 cpv. intende dare soluzione, tenuto conto, come è stato ben evidenziato, che la questione municipale di Roma, (…) si fonde e si confonde con la questione romana²⁴. Si tratta di quella che un altro attento studioso della clausola in esame, Giuseppe Caputo, ha definito genesi in senso lato della disposizione, ossia il travagliato processo storico che fece avvertire l’esigenza della sua introduzione²⁵.

A pochi mesi dalla breccia di Porta Pia, nell’enciclica Respicientes ea omnia²⁶, del 1° novembre 1870, Pio IX ricorda con dolore il funesto giorno che fu il 20 settembre nel quale veniva espugnata la città, sede principale degli Apostoli, centro della Religione cattolica. A ben vedere, al di là della ferma condanna per l’occupazione del principato civile della Santa Sede, il Papa appare qui maggiormente preoccupato di difendere, con tutte le sue forze, Roma, quale sede del Papato più che come capitale del vecchio Stato Pontificio²⁷.

Parlando in Parlamento il 5 dicembre 1870, Vittorio Emanuele II afferma con decisione: Entrammo in Roma in nome del diritto nazionale (…) vi rimarremo mantenendo le promesse.

Nello stesso periodo, iniziano le discussioni parlamentari sul progetto di legge per il trasferimento della capitale da Firenze a Roma²⁸. In tale sede, il deputato Giuseppe Toscanelli si pronuncia contro la proposta, a causa della presenza nell’Urbe di Pio IX, principe spodestato, che tuttavia resta in questa capitale avendo una grandissima influenza su un quarto degli abitanti della terra²⁹. Anche il deputato Claudio Alli-Maccarani si dichiara molto preoccupato per l’eventuale coesistenza del Papa e del Governo italiano nella stessa città³⁰. Il senatore Stefano Jacini giunge a considerare il dogma di Roma Capitale come un sogno, una fisima, che non resiste a un’attenta disamina³¹.

Gli esponenti del Governo sostengono altresì con vigore il progetto di legge. Il Ministro degli Esteri Emilio Visconti Venosta³² difende la scelta della nuova capitale, ma suggerisce prudentemente di astenersi da tutti quegli atti che senza una necessità assoluta possono offendere i cattolici e ingenerare il dubbio che realmente la libertà del Pontefice sia menomata. Ciò al fine di porre un termine alla questione romana, con comune vantaggio dell’Italia, del mondo cattolico e della religione³³. Per il Ministro delle Finanze Quintino Sella³⁴, Roma capitale darà al Governo una forza morale da contrapporre alla forza morale della Chiesa. Da parte sua, il Presidente del Consiglio Giovanni Lanza sottolinea che il trasferimento della capitale non avrebbe aggravato, bensì attenuato i contrasti tra Papato e Regno d’Italia³⁵.

Approvata la legge nel febbraio del 1871, Vittorio Emanuele II fa il suo ingresso nella Città Eterna il 3 luglio.

Pio IX, in una lettera al Re d’Italia del 15 agosto 1871³⁶, lamenta in Roma la moltiplicazione dei postriboli, la spudoratezza dell’esposizione di certe stampe e l’impossibilità per la sua persona di uscire di casa senza esporsi alle villanie e agli insulti. Si considera prigioniero della feccia più abietta, tollerata dal Governo italiano, e chiede al Sovrano di adoperarsi per l’Urbe, per restituire questa città se non all’antico splendore, almeno a scoparla e a mondarla, ricordandosi che è Città capitale del Cattolicismo, nella quale risiede il Papa (…).

In una successiva missiva al Re del 21 agosto³⁷, il Papa è ancora più caustico ed esplicito, affermando di non conoscere altra Roma che quella che appartiene alla Santa Sede ed è capitale dell’orbe cattolico, mentre la rivoluzione ha reso questa grande città non la capitale d’Italia, ma sì bene del disordine, della confusione, e della empietà.

Come si può notare, è forte in Pio IX la preoccupazione per Roma, questa Nostra alma Città contro la quale il Governo italiano ha osato levare le armi e ora, contro ogni diritto, tiene in proprio potere come cosa sua³⁸.

Giova inoltre osservare come egli consideri le espressioni di anticlericalismo ed immoralità nell’Urbe dei veri e propri attentati alla libertà e all’indipendenza del suo ministero.

Anche nel corso dei dibattiti parlamentari in vista dell’approvazione della Legge delle Guarentigie³⁹, alcuni interventi toccano la questione di Roma. Il senatore Cesare Di Castagnetto⁴⁰ critica il progetto di legge, che non tutela il Papa da violenze di potenze nuove e ben più temibili: la stampa, le pubblicazioni di ogni genere, i moti di piazza, esprimendo anche preoccupazione per la possibile diffusione nella Città Eterna di culti acattolici. Terenzio Mamiani⁴¹, relatore della legge in Senato, replica polemicamente che il Pontefice ha il dovere di tollerare nell’Urbe altre forme di culto, dal momento che sempre succedettero e succedono tuttavia vicino ed intorno al Papa cose molto peggiori che l’adorazione sincera di Maometto e di Budda, e sono le basse ipocrisie, le soppiatte dissolutezze, le fraudi, le calunnie e cento altri scandali i quali si commettono in Roma non meno che altrove.

Nonostante tali prese di posizione, la legge, approvata nel maggio del 1871, non tratta espressamente il problema. Parlando in Parlamento il successivo 27 novembre, Vittorio Emanuele II sembra chiudere la questione, affermando che dopo lunghe prove di espiazione l’Italia è restituita a sé stessa e a Roma, nel luogo dove il nostro popolo, dopo la dispersione di molti secoli si trova per la prima volta raccolto, qui dove riconosciamo la Patria dei nostri pensieri, ogni cosa ci parla di grandezza, ma nello stesso tempo ogni cosa ci ricorda i nostri doveri. Noi abbiamo proclamato la separazione dello Stato dalla Chiesa, prosegue il Sovrano, e, riconoscendo la piena indipendenza dell’Autorità Spirituale, dobbiamo aver fede che Roma capitale d’Italia possa continuare ad essere la sede pacifica e rispettata del Pontificato.

Ben presto, però, lo Stato italiano si trova a dover affrontare, dal punto di vista politico più che da quello giuridico, la questione della sua capitale, il nodo gordiano di dover italianizzare una città che dalle guerre puniche aveva superato il criterio dell’italianità⁴², dove non c’era posto per un governo che si riducesse a stanca amministrazione di un patrimonio provinciale di interessi e di memorie, e in cui vibrava ancora l’anima, l’idea immortale di Roma⁴³.

Sorge allora prepotentemente l’esigenza, per la classe dirigente del Regno, di perseguire un’idea di Roma che, come annota efficacemente Jemolo, innalzasse di fronte al Vaticano un seggio abbastanza alto per pareggiarlo⁴⁴. E tale ricerca sarà una costante della politica ecclesiastica post-unitaria, ispirerà la storia intima d’Italiae sarà il filo conduttore delle sue vicende che porta al fascismo e al Concordato⁴⁵.

I termini della questione sono evidenziati simbolicamente dalla celebre domanda che Theodor Mommsen rivolge a Quintino Sella nel 1871: Che cosa intendete fare con Roma. Questo ci inquieta tutti. A Roma non si sta se non con propositi cosmopoliti. Che cosa intendete fare?⁴⁶.

Sella e la classe dirigente della Destra storica tentano di contrapporre alla ‘città sacra’ del Papa una Roma ‘capitale della scienza e della tecnica’. Lo statista piemontese dichiara significativamente in Parlamento il 21 giugno 1876: Noblesse oblige; e in Roma vi è un formidabile retaggio di nobiltà. Io non so esprimere quello che sento innanzi a questo nome (…). Non è soltanto per portarvi dei travet che siamo venuti in Roma⁴⁷.

Viene dato, così, impulso allo sviluppo scientifico, soprattutto attraverso istituzioni quali l’Accademia Reale dei Lincei⁴⁸, e, non senza accenti anticlericali, si cerca di edificare una Roma laica, solidamente costruita di fronte al Vaticano e alla tradizione chiesastica⁴⁹.

La missione di Roma capitale della scienza, sebbene contribuisca a stimolare un generico clima anticlericale, non genera episodi di esplicita contrapposizione al Papato, né causa particolari reazioni da parte dell’autorità ecclesiastica.

Molto più temibile per la Chiesa si rivela, durante il pontificato di Leone XIII, l’idea della Terza Roma, di ascendenza mazziniana⁵⁰, portata avanti dalla Sinistra Storica, su impulso soprattutto della massoneria italiana. Come si è osservato⁵¹, alla Roma dei Pontefici, si contrappone non la Roma vagheggiata dai moderati che avrebbe dovuto dare al mondo l’esempio della guarentigia della libertà della Chiesa nella cornice dello Stato laico, ma la città del Progresso e della Ragione, (…) che s’accendeva nel ricordo del martirio di Bruno e di Galileo, che scorgeva il proprio naturale nemico nell’oscurantismo dei «clericali». Così, il conflitto già, di per sé, virtualmente esistente, fra la tradizionale convinzione circa la missione cattolica di Roma e la effettiva destinazione dell’Urbe a capitale del nuovo Stato esplode in tutta la sua virulenza, ponendo un ulteriore problema di salvaguardia della libertas Ecclesiae⁵².

In nome dell’ideale mazziniano, infatti, si verificano diversi episodi di anticlericalismo, nei confronti dei quali non manca una ferma reazione vaticana, spinta sino al punto di prospettare l’allontanamento volontario del Papa dall’Urbe.

Nella notte del 13 luglio 1881, durante la traslazione della salma di Pio IX nella Basilica di San Lorenzo, gruppi anticlericali si scontrano con la folla di fedeli che accompagna il carro funebre che rischia, all’altezza del Ponte Sant’Angelo, di precipitare nel Tevere. Da tale avvenimento comincia l’età di punta dell’anticlericalismo, il periodo di maggiori contrasti tra clericali e anticlericali⁵³.

In una lettera circolare diretta ai sovrani d’Europa del 27 luglio 1881⁵⁴, il Ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini attribuisce la responsabilità dell’episodio alle provocazioni dei clericali. La sentenza della Corte d’Appello di Roma, del 28 luglio successivo⁵⁵, condanna a pene lievi, da sei giorni a tre mesi, alcuni partecipanti alla manifestazione, sulla base dell’art. 183 del codice penale⁵⁶, riconoscendo ad essi la circostanza attenuante della provocazione. La Santa Sede, fortemente critica nei confronti di tale pronuncia, trasmetterà i suoi rilievi ai nunzi apostolici dei vari Paesi, con lettera circolare del 10 luglio 1882⁵⁷. Oramai alle contumelie, alle offese – si legge nel documento – è quasi assicurata l’impunità; anzi agli offensori possono ripromettersi lodi, incoraggiamenti ed onoranze.

Il 4 agosto del 1881, Leone XIII, con l’Allocuzione Convocare ad nos⁵⁸, torna a condannare l’affronto al suo predecessore, lamentando dinanzi al mondo cattolico la difficile condizione del Papa: ex hoc ipso perspiciat catholicus orbis quanta Nobis in Urbe securitas relinquatur.

Qualche giorno dopo, il 7 agosto, il Gran Maestro della Massoneria Adriano Lemmi chiede pubblicamente l’abolizione della Legge delle Guarentigie e l’occupazione militare dei Palazzi Apostolici. A tale proposta si associa, con un durissimo telegramma, Giuseppe Garibaldi: Aderisco all’abolizione delle Guarentigie e del Guarentito⁵⁹.

In una lettera all’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe del 18 agosto 1881⁶⁰, Leone XIII denuncia queste offese alla autorità e alla dignità del Vicario di Cristo, la poca sicurezza che ci rimane in Roma. Rivela di nutrire scarsa fiducia nel Governo italiano che, sorto anch’esso per opera e col favore della rivoluzione e spinto da essa ad insediarsi nella Città santa, non ha agli occhi delle sette altro scopo che quello di facilitare ad esse la finale vittoria nella guerra mossa alla Chiesa e al Papato. E manifesta il timore di essere costretto a prendere la via dell’esiglio.

Nella risposta del 13 settembre 1881⁶¹, dopo aver offerto ospitalità al Papa nei suoi territori, il Sovrano austriaco esprime, però, la speranza che il Pontefice non si veda mai ridotto a lasciare in abbandono i sepolcri dei S.S. Apostoli e quella Città eterna la quale per le gloriose tradizioni di tanti secoli, per la concentrazione delle istituzioni ecclesiastiche ed i molteplici interessi che sì strettamente la congiungono col mondo intero, è divenuta agli occhi delle cattoliche genti, quasi, il simbolo dell’unità della Nostra Santa Chiesa.

In una successiva lettera del 27 maggio 1882⁶², Leone XIII, dopo aver ringraziato l’Imperatore per la sua offerta d’asilo, torna a descrivere la situazione dell’Urbe con toni preoccupati: Nella nostra Roma – scrive – le cose sono a tal punto che da anni siamo costretti a tenerci chiusi in Vaticano, per non mettere a cimento la Nostra dignità e la Nostra persona. Il Pontefice lamenta gli ostacoli nell’esercizio del supremo Apostolico potere e teme la crescente baldanza della demagogia, la quale, svolgendosi in circoli ed associazioni diverse, senza alcun ritegno va manifestando nei suoi comizi disegni perversi e feroci contro la religione, il Papato e la Nostra persona e si adopera a prepararne l’esecuzione.

Il 13 luglio del 1882, in un discorso alla Federazione Piana⁶³ in occasione della consegna di ottanta mila firme contro i fatti dell’anno precedente, il Papa⁶⁴ torna a ricordare l’infausta notte che fu testimone delle sacrileghe offese fatte alle venerate spoglie del nostro Predecessore. Roma – afferma significativamente – è presa più specialmente di mira, perché centro del cattolicesimo, perché sede del Pontificato; per questo è necessario che i buoni cattolici di Roma si tengano strettamente uniti alla pietra fondamentale dell’edificio cattolico, contro la quale, secondo l’infallibile promessa del suo divin Fondatore, non prevarranno giammai le forze dell’inferno.

Nel maggio del 1883 è inaugurato il monumento ai fratelli Cairoli al Pincio. La Santa Sede⁶⁵ denuncia lo sfregio recato al Santo Padre colla erezione di un monumento in faccia al Vaticano, per glorificare condottieri di bande irregolari. La responsabilità dell’atto accede senza alcun dubbio alle autorità municipali che decretarono, prepararono, eseguirono il monumento, ma non sono esenti da rilievi le autorità governative che lo consentirono e incoraggiarono.

Il 20 settembre 1887, il re Umberto I, in un telegramma al sindaco di Roma Leopoldo Torlonia, accennando al giubileo sacerdotale di Leone XIII, così si esprime: Roma in una fausta e prossima circostanza mostrerà al mondo che, con l’ordinato svolgimento di ogni civile progresso, essa può porgere sicura ed onorata ospitalità a quanti vi convengono per tributare omaggio al Sommo Pontefice ed essere a un tempo la capitale di un popolo libero e forte⁶⁶.

Sul finire del 1887, Torlonia si reca in visita al Cardinale Vicario, Lucido Maria Parocchi, pregandolo di far pervenire al Santo Padre gli auguri dei cittadini romani per il suo giubileo. A seguito di questo gesto, il sindaco è destituito con decreto del Re, su proposta del Consiglio dei Ministri⁶⁷. In tal modo, il Presidente del Consiglio Francesco Crispi manifesta la chiara volontà di prendere in mano dall’alto le sorti dell’azienda municipale della città capitale⁶⁸, appoggiando anche con vigore il ‘blocco anticlericale’ che prevale alle elezioni municipali del giugno 1888.

Sul finire dello stesso anno, con il decisivo impulso di Crispi, il Consiglio comunale capitolino approva la costruzione del monumento a Giordano Bruno in Campo dei Fiori, che è inaugurato il 9 giugno del 1889⁶⁹, alla presenza del sindaco Alessandro Guiccioli, mentre il notaio Delfini stende l’atto di morte della Chiesa. In tale occasione, il poeta Giovanni Bovio dichiara con toni enfatici: Reca dolore al Papato meno il 20 settembre che il 9 giugno: quella data fu una conclusione, questa è un principio; allora l’Italia entrò in Roma, termine del suo cammino; oggi Roma inaugura la religione del pensiero, principio di un’altra età⁷⁰. E conclude: È qui possibile fissare il nuovo millenario, sostituente alla cattolicità di un uomo quella del pensiero (…). O Roma universale, oggi tu veramente ti concili con la parola cattolica, non pronunziata dal dogma, ma dal pensiero concorde delle nazioni⁷¹.

Nell’Allocuzione concistoriale del 30 giugno 1889⁷², Leone XIII condanna con grande forza il monumento a un uomo malvagio e perduto, che serve a giustificare presso i posteri lo spirito di rivolta contro la Chiesa, e costituisce un’offesa pubblica e permanente al Sommo Pontefice. Le sette – ammonisce - intendono e hanno fermo proposito di fare di Roma, capitale del mondo cattolico, il centro di ogni empietà e di ogni profano costume. E viene ancora ventilata l’ipotesi che il Pontefice abbandoni la Città Eterna⁷³.

La Santa Sede, in una lettera circolare di protesta indirizzata ai nunzi apostolici⁷⁴, considera il monumento a Giordano Bruno in uno dei punti più frequentati di Roma, e la inaugurazione fattane con grande enfasi nel giorno solennissimo di Pentecoste come uno sfregio gravissimo alla religione cattolica e all’augusto suo Capo. La posizione di Questo è oramai del tutto indegna ed intollerabile, e tale situazione deve essere portata a conoscenza degli Stati che per vincolo di religione o di amicizia, hanno interesse che la posizione del Capo Augusto della Chiesa sia qual si conviene all’eccelso suo grado.

Nell’Enciclica Dall’alto⁷⁵, del 15 ottobre 1890, Leone XIII torna a dipingere a tinte fosche la situazione della Chiesa in Italia, ma soprattutto nell’Urbe, dove è il centro della cattolica unità e la Sede del Pastore e Maestro universale della Chiesa. Il Pontefice rivendica il potere temporale sulla città per poter realizzare una vera pacificazione con lo Stato italiano. Roma, - scrive – città cattolica per eccellenza, preordinata da Dio a centro della religione di Cristo e Sede del suo Vicario (…), riposta sotto il pacifico e paterno scettro del Romano Pontefice tornerebbe ad essere ciò che la fecero la Provvidenza e i secoli, non rimpicciolita alla condizione di capitale di un regno particolare, né divisa tra due diversi e sovrani poteri, ma capitale degna del mondo cattolico, grande di tutta la maestà della Religione e del Sommo Sacerdozio, maestra ed esempio di moralità e di civiltà dei popoli.

Nell’ottobre del 1891, quando il marchese Antonio Starabba Di Rudinì succede a Crispi nella guida del Governo e sembra profilarsi una tregua nei rapporti tra Chiesa e Stato, un nuovo grave episodio scuote la coesistenza delle due istituzioni nell’Urbe. Incidenti avvengono tra pellegrini francesi e gruppi anticlericali al Pantheon, e il Governo italiano decide la partenza anticipata dei francesi. Il Papa, ricevendo in udienza l’ambasciatore austriaco, considera gravemente calpestati i diritti della Chiesa e prospetta ancora una volta l’abbandono di Roma⁷⁶.

Il 20 settembre del 1895, a venticinque anni dalla breccia di Porta Pia, è inaugurato il monumento a Garibaldi sul Gianicolo, con accese manifestazioni anticlericali⁷⁷. Leone XIII, in una lettera al Segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro dell’8 ottobre⁷⁸, denuncia tale ruvida offesa alla sua canizie, ed esprime grande dolore nel vedere contrapposto al dogma cattolico il libero pensiero e alla Cattedra di Pietro il seggio massonico. Da ogni parte del mondo, gruppi di fedeli manifestano la loro solidarietà al Papa per l’affronto subito⁷⁹.

Nel luglio dello stesso anno, su proposta del deputato Nicola Vischi e con il decisivo appoggio di Crispi, il XX settembre era stato proclamato festività civile.

Il Giubileo del 1900 segna un grande afflusso di fedeli provenienti da tutto il mondo nella Città Eterna⁸⁰. Il comitato per l’Anno Santo, appositamente costituito da Leone XIII, ottiene dalle autorità dello Stato alcune agevolazioni, come uno sconto ferroviario per le comitive dei pellegrini dal quaranta all’ottanta per cento⁸¹. Il Pontefice, tuttavia, critica la dipendenza delle celebrazioni dall’arbitrio dello Stato italiano⁸². E non mancano, a turbare la solennità dell’anno santo, alcune manifestazioni anticlericali, come il contro-pellegrinaggio massonico alle quattro basiliche laiche (Pantheon, Gianicolo, Porta Pia, Campidoglio)⁸³.

Alla luce del quadro sopra delineato, emerge con chiarezza la posizione di Leone XIII sul problema di Roma. Papa Pecci, senza sostanziali differenze rispetto al suo predecessore, considera gli episodi di anticlericalismo e immoralità nell’Urbe come attentati alla libertà e indipendenza del ministero petrino. Per porre rimedio a tale situazione, prospetta il ritorno della città sotto il potere temporale della Chiesa⁸⁴ o, in alternativa, l’abbandono dell’Urbe da parte del Vicario di Cristo.

All’alba del nuovo secolo, però, comincia ad affiorare, dal punto di vista della politica italiana, l’enorme difficoltà di costruire un’idea di Roma alternativa alla città sacra del Papa. Il mito mazziniano si trascina sempre più stancamente al punto che lo stesso Bovio, l’infiammato oratore di Campo dei Fiori, giunge ad osservare: Per entrare in Roma, dopo il Papa, ti conviene portare qualche cosa di più grande e di più universale che da cinque secoli non sia il Papato. Se no, fermati (…). A Roma non hai che dire, non hai che fare. Tu parlerai ai ministri, il Papa agli imperatori, tu gli darai guarentigie ed egli ti accuserà al mondo. Il Papa parlerà più romanamente. Se questo pensiero non l’avete, il dilemma Roma o morte si risolverà nella catastrofe: Roma è morte⁸⁵.

Gli ultimi rigurgiti anticlericali si verificano, ormai in pieno pontificato di Pio X, soprattutto ad opera di Ernesto Nathan, Gran Maestro della Massoneria, sindaco dell’Urbe dal 1907 al 1913⁸⁶, che persegue con grande decisione l’ideale della Terza Roma, faro di progresso e di civiltà contro l’oscurantismo clericale⁸⁷. Il 20 settembre 1910, in occasione dell’anniversario della breccia di Porta Pia, Nathan pronuncia un infiammato discorso, a forti tinte anticlericali⁸⁸. Contrappone la città ch’è onorato mio ufficio qui rappresentare, vindice della libertà di pensiero, entrata in uno con la bandiera italiana attraverso questa breccia, alla Roma clericale che il contatto con l’aria libera può dissolvere come gli imbalsamati cadaveri del vecchio Egitto.

Pio X, in una lettera al Cardinale Vicario, Pietro Respighi⁸⁹, esprime il voto che per l’onore stesso della Città eterna, non abbiano a rinnovarsi questi intollerabili attacchi. E invita i fedeli tutti del mondo cattolico ad innalzare con fervore le loro preghiere all’Altissimo, affinché sorga a difesa della sua Sposa divina, la Chiesa, fatta così indegnamente bersaglio a calunnie sempre più velenose e ad attacchi sempre più violenti dalla impune baldanza dei suoi nemici. In conformità a tale sollecitazione, non mancano appelli in Italia e all’estero a difesa della Sede pontificia e della persona del Papa⁹⁰.

Al di là di queste ultime fiammate anticlericali, alla vigilia della crisi dello Stato liberale, come rileva Margiotta Broglio⁹¹, l’Italia del popolo e la mazziniana Terza Roma, nonostante i tentativi di Nathan di evocarne i fantasmi, sono ormai definitivamente uscite dalla mitologia politica italiana, e il nazionalismo italiano, vuole che Roma torni con Cristo romana, simbolo perenne di un nuovo imperialismo cattolico.

Il nazionalismo trova ben presto punti di contatto, nell’esaltazione dell’Urbe, con il fascismo⁹².

Il suo spregiudicato capo, Benito Mussolini, che nel 1910, ancora socialista, considera l’Urbe come il focolare di infezione della politica nazionale⁹³, ben presto abbraccia il mito della Città Eterna. Roma e l’Italia - afferma alla vigilia della marcia del 1922 – sono due termini inscindibili. Roma è il nostro punto di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio⁹⁴.

Anche sotto il profilo dei rapporti con la Chiesa, è altresì noto che il movimento fascista propugni sino agli anni venti, dei programmi anticlericali⁹⁵. In tal senso, Mussolini, che in gioventù aveva più volte celebrato Giordano Bruno, simbolo del laicismo militante nell’Italia del principio del XX secolo⁹⁶, in un articolo sul Popolo d’Italia del 18 novembre 1919, scrive che l’unica revisione possibile della Legge delle Guarentigie è la sua abrogazione, unita al fermo invito a Sua Santità a sloggiare da Roma.

Tuttavia, la secca sconfitta alle elezioni politiche del novembre 1919 spinge il capo del fascismo a una brusca sterzata nella sua politica ecclesiastica. Ha infatti ben compreso, come annota Jemolo, che tra le cose che era possibile umiliare, abbattere, infrangere, non poteva entrare anche la Chiesa⁹⁷. E nel suo celebre discorso alla Camera del 21 giugno 1921, Mussolini giunge ad affermare che l’unica idea universale che oggi esista in Roma è quella che si irradia in Vaticano⁹⁸.

Alla luce di questo nuovo indirizzo, dopo la conquista del potere e di pari passo con il suo consolidamento in senso autoritario⁹⁹, il regime fascista porta avanti, come è ben noto, una politica di riconfessionalizzazione dello Stato in senso cattolico¹⁰⁰, destinata poi a culminare con i Patti del 1929.

L’Anno Santo del 1925 costituisce il banco di

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