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TERRE E CASTELLI tra Tarquinia, Tuscania e Viterbo
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E-book93 pagine1 ora

TERRE E CASTELLI tra Tarquinia, Tuscania e Viterbo

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Con questa guida l'autore ha cercato di gettare luce su alcuni degli innumerevoli insediamenti medievali tra Tarquinia, Tuscania e Viterbo. È una sorta di taccuino di appunti che porta il lettore alla scoperta di quella che può ben definirsi la Terra dei Castelli.

Lungo la valle del fiume Marta (e dei fiumi vicini) si trovano infatti le testimonianze di numerosi insediamenti fortificati, la cui presenza è giustificata dalla posizione strategica della valle, che nel corso di molti secoli ha rappresentato il collegamento principale tra le aree costiere, con i loro porti, e l'interno, dove passavano alcune importanti vie di comunicazione, come la Cassia, la Clodia o la Francigena percorsa dai pellegrini. Il tutto in un'area che è stata a lungo terra di confine (tra Longobardi e Bizantini prima, poi tra lo Stato Pontificio e la Toscana). Lungo questa direttrice, ovviamente, oltre alle merci e ai viandanti, potevano arrivare anche pirati saraceni o eserciti nemici: per questo si mise ben presto mano ad una rete di fortificazioni, torri di controllo, posti di guardia.
Si può stimare in oltre 100 il numero di castelli (o strutture fortificate) presenti un tempo nella fascia di territorio preso in esame dal volume, che racconta le vicende di 57 di essi, e illustra come andare a visitarne 40 grazie a schede dettagliate.
Anche attraverso i resoconti di viaggiatori del passato e di scrittori e ricercatori, il lettore viene condotto in un viaggio nel tempo, che può poi essere concretizzato andando a visitare i siti, in modo da rendersi conto di persona della bellezza dei paesaggi e dell'importanza di preservarli.

Una guida agile, ma completa, frutto di innumerevoli escursioni ed esplorazioni -sia a piedi che in bicicletta- e dunque dell'esperienza diretta dell'autore.
LinguaItaliano
Data di uscita14 mag 2015
ISBN9786050379563
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    Anteprima del libro

    TERRE E CASTELLI tra Tarquinia, Tuscania e Viterbo - Marco Scataglini

    SCHEDE

    INTRODUZIONE

    Il paesaggio, soprattutto quello europeo e italiano in particolare, è come un libro di storia aperto dinanzi ai nostri occhi o, se vogliamo, una macchina del tempo sempre pronta a partire al nostro comando. Mille segni, mille particolari, mille testimonianze bloccate nelle forme, ci indicano non solamente un'interpretazione del paesaggio stesso (che, il più delle volte, interessa solo gli studiosi e gli specialisti), ma ci provocano una emozione e ci fanno rivivere un tempo remoto. Anche oggi, con il banalizzante avanzare del cemento e dell'asfalto, con la speculazione, con la fretta e la velocità, le automobili e gli aerei, sinanche con le brutte periferie che cingono i nostri borghi più belli, o le centrali fotovoltaiche a terra che ricoprono intere colline, e i tralicci dell'alta tensione, i rifiuti e le discariche, nonostante tutto, dicevo, e a dispetto della nostra stupidità, sopravvivono angoli che ci regalano emozioni uniche e irripetibili. E' la vittoria del reale sul virtuale: nessun videogioco, nessun filmato, nessun trucco della tecnologia e aggiungo, parlando da fotografo, nessuna fotografia potrà mai restituirci l'emozione che si prova nel ritrovarci dentro un paesaggio che si fa storia e natura.

    E spesso, in questi paesaggi, ci sono ruderi.

    Ho cominciato a cercare ruderi quasi per caso. All'inizio mi interessava soprattutto l'aspetto naturalistico dei luoghi che visitavo. Mi piaceva (e mi piace tuttora) scarpinare su per colline e montagne o scendere nelle gole solcate dai fiumi, e molte volte trovavo testimonianze della presenza dell'uomo. Non parlo delle situazioni di degrado (quelle cerco di evitarle!), ma delle tracce di civiltà passate, non necessariamente antiche. Basti ricordare che sino a poco prima dell'ultima guerra mondiale, i contadini coltivavano i campi sin sulle cime dei monti, e che milioni di pecore venivano portate da una valle all'altra, da una quota a un'altra, da un versante appenninico all'altro, grazie alla transumanza. Insomma, l'uomo viveva ancora in stretto connubio con l'ambiente naturale, e giocoforza lo modificava, lo adattava, per quanto possibile, alle proprie necessità. Dopo la fine di quelle civiltà millenarie (quella agricola e quella pastorale, sostituite da banali industrie dell'agricoltura e dell'allevamento), le testimonianze sono rimaste a sfidare ancora i secoli, divenendo sempre più natura, sempre più simbolo, sempre più testimonianza del tempo. Le tombe degli Etruschi, le loro vie cave scavate nella vivida roccia tufacea; le strade dei romani, la Clodia, la Cassia, l'Aurelia; i castelli medievali, le torri, i borghi abbandonati e poi i casali, i muri a secco, le stradine acciottolate... Ovunque si va, nel Lazio settentrionale, che è almeno in parte oggetto e soggetto di questa guida, si trovano quasi a ogni passo le prove di una storia antichissima e ininterrotta. E la cosa che mi ha sempre colpito, piacevolmente, è che queste testimonianze, invece di essere un elemento di disturbo nel paesaggio o nell'ambiente naturale (come tante, troppe costruzioni moderne), diventavano piuttosto un arricchimento, un in più che aggiungeva al piacere e alla bellezza di ammirare un bosco secolare, una valle verdissima o una profonda forra, anche l'esperienza del tempo.

    E' da allora che sono diventato un appassionato Ruins Haunter, cioè un ricercatore instancabile di rovine. Il termine inglese haunt, in effetti, significa sia infestato, con riferimento ai fantasmi nei castelli o nelle case, sia ossessionato, ma nel senso di essere perseguitato da un'idea, da una paura. Inoltre l'assonanza con la parola hunter, cioè cacciatore, rafforza il concetto. Era così che chiamavano il grande fotografo americano Clarence John Laughlin (inutile a dirsi, uno dei miei fotografi preferiti) che amava andare alla ricerca, lungo il Mississippi, delle vecchie ville padronali legate alle piantagioni di cotone che, abbandonate e oramai in rovina, stavano cedendo il passo (tra gli anni '50 e i '70, periodo in cui operò più attivamente Laughlin) a fabbriche, conurbazioni, speculazioni edilizie (tutto il mondo è paese, in fondo!).

    Naturalmente, ci sono rovine e rovine. Quelle più note sono quelle che potremmo definire le rovine organizzate. Pensiamo a Ostia Antica, a Pompei ed Ercolano, a Vulci, a Veio o anche al Foro Romano e al Colosseo. Rovine sì, indubbiamente, ma organizzate in modo tale che la fruizione non ponga alcun problema, e sia possibile sempre, ad ogni ora e in ogni stagione, previo pagamento di un congruo biglietto. Inutile aggiungere che queste aree archeologiche sono di eccezionale interesse e, anzi, è auspicabile che vengano maggiormente curate e salvaguardate, con adeguati e generosi finanziamenti. Poi ci sono le vere rovine, quelle perse chissà dove, da cercare e trovare con calma e pazienza, che a volte sono anche segnalate e un minimo attrezzate, ma non agevolate sino in fondo. Sono questi i ruderi che interessano noi Ruins Haunters. Non ci spaventano i graffi sulla pelle provocati dai rovi, non ci fermano il fango e la polvere, il sudore o il freddo, anzi, questi elementi costituiscono il motore dell'esperienza, sono la benzina necessaria a dar vita ad un'emozione davvero sublime.

    Il concetto di sublime nacque nel XVIII secolo e si sviluppò in quello successivo, grazie al movimento Romantico. Cos'è il sublime? E' un'esperienza grandiosa, è quel sentimento che proviamo di fronte allo spettacolo della Natura quando essa ci appare un po' minacciosa, e comunque non amichevole, è un misto di paura, meraviglia e felicità, un mix in cui entrano l'adrenalina e le endorfine, lo stress e il rilassamento. Oggi che la televisione ci propina a ritmo serrato spettacoli eccezionali da ogni parte del mondo, e che con poche centinaia di euro possiamo imbarcarci su un aereo a Roma e scenderne poche ore dopo ritrovandoci a Timbuctù o a Samarcanda, il sublime ha smesso di interessarci. Eppure, so per certo che dentro ciascuno, a prescindere dalla propria storia personale, è annidato ancora quel bambino che perdeva ore ad osservare la formica che trasporta nel nido una mollichina cento volte più grande di lei; che poteva riconoscere nelle nuvole volti, forme e animali e nei temporali la forza possente della Natura che si scatena: vuoi mettere, dopo, l'odore inebriante della terra bagnata?

    Romanticherie di un tempo passato? Forse. Ma per noi Ruins Haunters, il rudere perso in mezzo alla macchia, la torre diruta persa nella campagna, la tomba etrusca da esplorare con la torcia elettrica, sono non solo un richiamo irresistibile, ma anche la testimonianza, anzi la prova che un rapporto diverso tra l'opera dell'uomo e l'ambiente naturale è possibile.

    In conclusione, a chi si rivolge questo libro? Auspicabilmente, visto che ne sono l'autore, a tutti coloro che amano la Tuscia, e ne subiscono il fascino. Ma soprattutto a coloro che cercano emozioni, emozioni vere, non quelle plastificate dei vari Parchi Tematici o dei numerosi divertimentifici che stanno sorgendo ovunque; le emozioni che solo la riscoperta del paesaggio, della storia, del territorio e della natura possono dare. Chi, di fronte al muro diruto di un castello esclama: ma sono solo quattro sassi!, probabilmente resterà deluso da gran parte dei suggerimenti contenuti in questa guida. A parte poche eccezioni, dei castelli qui segnalati rimangono solo quattro, a volte due sassi. Ma che sassi! Il lacerto di muratura, la torre mozza, le fondazioni, i pozzi che si incontrano sul colle sono solo lo spunto, il riferimento fisico per comprendere la realtà di un insediamento. Poi occorrerà guardarsi intorno, immedesimarsi in coloro che in quel castello vissero, combatterono, morirono. E' la quotidianità che per centinaia di anni ha riguardato un numero vastissimo di persone: troppe perché ci si possa permettere di lasciarle cadere nell'oblio. Sotto la Tuscia di oggi, c'è un territorio organizzato in

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