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Prima e dopo la fine dell'URSS
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E-book468 pagine13 ore

Prima e dopo la fine dell'URSS

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Nel libro l'autore cerca di far luce sulle ragioni, l'andamento e le conseguenze dei conflitti in Abcasia, Nagorno Karabakh, Cecenia, Georgia. I materiali del manoscritto permettono di fare la conclusione che la Georgia ed il Caucaso in generale sono stati per il Cremlino una sorta di poligono per sperimentare alcune idee politiche e militari. La guerra dell'agosto del 2008 e la conseguente spartizione della Georgia è stata una sorta di un esperimento politico per testare la reazione dell'Occidente alle sue azioni. Il fatto sta che la reazione alla guerra in Georgia in Occidente è stata riservata e conciliante ha stimolando il Cremlino di compiere l'annessione di Crimea.
Tutta la politica del presidente Putin ha avuto per lo scopo di costruire l' Unione eurasiatica, una sorte di Stato unitario di tipo sovietico che avrebbe compreso alcune caratteristiche dell'impero zarista. Ecco perché nel capitolo “ Il passato che non passa mai” del manoscritto l'autore ha voluto rilevare le caratteristiche principali del sistema politico dell'impero zarista e del comunismo sovietico. Come si evince dal libro, la politica di revisionismo geopolitico di Cremlino si basa sulla mobilitazione nazionalista per creare ilconsenso interno. E tale strategia rappresenta la continuazione della linea ideologica e geopolitica tracciata all'epoca di Eltsin.
I paesi occidentali hanno fatto bene, dando la mano ed aiuto al popolo russo per riprendersi dopo la fine dell'URSS. Tale aiuti venivano stimolati dal fatto che la dirigenza di Eltsin dichiarava la riconciliazione con l' Occidente e l' avvio verso la democrazia. Eppure in verità ciò erano solo le parole. Ecco perché l'autore deciso di includere nel libro il capitolo "L'Occidente e la Russia (l'URSS): dalla guerra fredda alla pace fredda”. Ciò potrebbe aiutare a capire alcune scelte occidentali nei confronti della Russia, dopo il crollo dell'URSS, che si sono rivelate di esito negativo. In questo capitolo l'autore scrive anche del comunismo in Italia e della sua influenza su molti aspetti della vita politica e storia recente dell' Italia, di cui conseguenze si vedono anche oggi. Bisogna sottolineare che l' autore è giornalista e storico della Georgia. Ha scritto molto sui temi della politica e storia d'Italia, quando lavorava al Dipartimento della storia d Europa dell'Istituto di storia dell'Accademia di scienze della Georgia. Nel 1990-1991 fu il vice ministro degli Affari Esteri, quando il governo indipendentista della Georgia aveva dichiarato indipendenza dall'URSS. Nel 1996 arrivò in Italia invitato dal Vaticano. Poi ha avuto l'asilo politico dal governo italiano. Tra le sue pubblicazioni in Italia ci sono i libri: “Caucaso, Jugoslavia: guerre dimenticate e paci precarie”, Stango editore, Roma, 2001; “Georgia e Santa Sede. Duemila anni di dialogo tra i cristiani", Libreria Vaticana, Roma, 2003; “La maledizione geopolitica del Caucaso” (in lingua inglese), Narcissus, 2013.
LinguaItaliano
Data di uscita30 lug 2015
ISBN9786050376609
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    Anteprima del libro

    Prima e dopo la fine dell'URSS - Nodar Gabashvili

    nascita. 

    INTRODUZIONE

    Nell'estate del 2014 è stato celebrato il centesimo anniversario della Prima guerra mondiale, che aprì alla rivoluzione bolscevica e al nazismo. Si tratta di una guerra che non era inevitabile. Eppure gli errori dei politici di allora ebbero conseguenze tremende, tra le quali la nuova guerra mondiale.

    Non è vero che le lezioni di storia non servono a niente. E' stata l’Unione europea, insieme alla Nato, ad essere un fattore che ha assicurato all'Europa quasi 70 anni di pace duratura. Eppure, alla vita politica dell'Europa si affaccia una nuova generazione che ha vissuto in condizioni di pace e non sa niente dell’ultima guerra mondiale, che aveva posto il problema di sopravvivenza della stessa civiltà di questo continente. E’ un fatto che nelle elezioni parlamentari dell'Unione europea, nel maggio del 2014, hanno avuto successo le forze antidemocratiche, xenofobe, filofasciste. Queste forze hanno il sostegno da parte della Russia, che, come all'epoca dello zar Nicola I, cerca di appoggiare le tendenze reazionarie europee in contrapposizione alle idee liberali e progressiste. Lo scopo è di indebolire e perfino smantellare l'Unione europea, per permettere alla Russia di dominare il continente. Come Nicola I, che aveva sconfitto i moti rivoluzionari del 1848, Putin ha preso le misure contro la rivoluzione democratica in Ucraina, che aveva allontanato dal potere il presidente che tendeva all’autoritarismo.

    Gli avvenimenti in Ucraina, che hanno messo il mondo davanti ad un pericolo di conflitto nel cuore dell’Europa, sono, tra l’altro, le conseguenze della dissoluzione dell'URSS. A questo proposito molto spesso giornalisti e esperti occidentali esprimono la loro sorpresa per il fatto che l'implosione dell'URSS è stato un avvenimento pacifico e senza violenza. Tale punto di vista ignora gli avvenimenti e i conflitti nel Caucaso, in Transistria, Tagikistan, dopo la dissoluzione dell'URSS, nel dicembre del 1991. Si tratta di conflitti manipolati dalla Russia post-sovietica per i suoi interessi geopolitici.

    Siccome per i paesi occidentali la Russia è un partner commerciale importante, alcuni aspetti delle sue politiche nel Caucaso sono stati trascurati oppure deliberatamente occultati. Sono soprattutto poco conosciuti i fatti che riguardano i conflitti in Abcasia e in Ossezia del Sud, che prima facevano parte della Georgia, all'epoca una delle repubbliche dell'URSS. Le guerre in queste zone manipolate dalla Russia, erano state un preludio al primo conflitto in Cecenia (1994-1996).

    Dopo la fine della guerra in Abcasia, quasi tutta la popolazione di origine georgiana, 250 mila persone, è stata espulsa da questo paese. L'ONU e molte organizzazioni internazionali riconoscono questo fatto come una pulizia etnica. La conoscenza di questi eventi è necessaria per capire le ragioni delle tensioni quasi permanenti tra Georgia e Russia. Eppure, la guerra in Abcasia è un conflitto dimenticato, praticamente ignorato in Occidente.

    Tra il conflitto in Abcasia e gli avvenimenti in Ucraina nel 2014 ci sono molti aspetti comuni. Con l'indipendenza dell'Ucraina, nel 1991, dopo l'implosione dell'URSS, la Russia perse la Crimea, dove si trovava la base della flotta sovietica. Il presidente russo Eltsin non voleva dare appoggio alle aspirazioni separatiste di alcuni residenti della Crimea. Così, la Russia ha cercato di evitare un conflitto con l'Ucraina, mentre Georgia, a differenza di quest' ultima, è un piccolo paese, che, per di più, non è slavo. Il controllo dell''Abcasia che si trova sulle coste di Mar Nero, era per i russi una ricompensa per la perdita di Crimea.

    E' interessante che la Georgia è stata per il Cremlino una sorta di poligono per sperimentare alcune idee politiche e militari. Ad esempio, i metodi di una cosiddetta guerra ibrida, usati per impadronirsi di in Crimea, erano state sperimentate durante la guerra in Abcasia (1992-1993). All'inizio della guerra erano stati usati i gruppi armati, di cui facevano parte i cosacchi di Kuban' e dei musulmani del Caucaso del Nord, che conquistarono Sukhumi, la capitale dell’Abcasia. Sono stati usati i gruppi dei cosacchi e combattenti del Caucaso del Nord anche in Ucraina, nel 2014.

    A partire del 1993 sia l’Abcasia che la maggior parte dell'Ossezia del Sud si sono trovati sotto il controllo della Russia, pur se a livello ufficiale il Cremino formalmente riconosceva la sovranità della Georgia su queste regioni. Dopo la guerra dell'agosto 2008, la Russia riconosce l'indipendenza di questi paesi, che in verità non significa altro che la loro annessione.

    Il presidente francese Sarkozy svolse il ruolo di mediatore nella trattativa per fermare l'avanzata verso Tbilisi delle forze russe (la Francia all'epoca era a capo del Consiglio d'Europa). Il documento di armistizio prevedeva il ritiro delle truppe russe sulla linea prima del conflitto, cosa che non è mai successa, e i paesi occidentali non hanno mai insistito su questo.

    Dopo la fine della guerra, l'Unione europea prese la decisione di imporre sanzioni in caso che la Russia non ritirasse le truppe, come era previsto dall'accordo. Ma un mese dopo tutto è tornato come prima. In Europa c'erano solo poche persone che consideravano questa politica troppo conciliante. Tra di loro era presidente dell’Estonia R. Hendrik Ilves. Lui sottolineava che per la prima volta dopo la sottoscrizione degli Accordi di Helsinki venne realizzato il cambio con forza dei confini in Europa.

    Nei paesi baltici sono stati alcuni altri politici e giornalisti ad esprimere la loro preoccupazione per le politiche della Russia nel Caucaso e in altre regioni dell'ex URSS. La loro posizione veniva presentata in Europa occidentale come un allarmismo esagerato alla stregua della paranoia. Tuttavia, gli avvenimenti in Ucraina hanno fatto vedere che i politici europei hanno sottovalutato le ambizioni geopolitiche di Putin.

    Si può dire che per Putin la guerra del 2008 e la spartizione della Georgia è stata una sorta di un esperimento politico per testare la reazione dell'Occidente alle sue azioni. Il fatto è che la reazione alla guerra in Georgia è stata riservata e conciliante, stimolando il Cremlino ad annettere la Crimea. Come scriveva il giornalista americano D. Frum, Vaclav Havel ed altri undici influenti intellettuali europei fecero un appello ai politici occidentali di reagire e di non ignorare il fatto che il Cremlino aveva cambiato con forza i confini esistenti e praticamente compiuto l'annessione dei territori della Georgia. Lui scrive che il rifiuto dell'Occidente di reagire a tale politica ha influenzato la decisione sulle azioni della Russia in Crimea (The Atlantic, 21 maggio 2014). Tale opinione viene condivisa da alcuni altri giornalisti ed esperti, come ad esempio, Simon Shuster (Time,3 giugno, 2014).

    Circa un mese prima della guerra in Georgia, nel 2008, R. Asmus, uno dei più influenti diplomatici americani, aveva scritto che si profilava un conflitto. Se la Russia riesce a stabilire un controllo diretto sulle repubbliche separatiste dell’Abcasia e Ossezia del Sud, sarebbe un segnale per ripetere tale azione in Ucraina, scrisse su Washington Post (15 luglio. 2008). Cinque anni dopo lo stesso Washington Post ha scritto che l'invasione in Georgia e l'occupazione dei suoi territori sono servite a Putin come un il modello per l’annessione di Crimea( Washington Post, 3 marzo 2014).

    Dicono che la politica di Putin nei confronti della Georgia e dell’Ucraina è un espediente per creare consenso interno sullo sfondo della crisi e distrarre il popolo dalla disuguaglianza sociale e crescente corruzione nella società russa. Quando il nazionalismo viene usato come la sostituzione dell'ideologia comunista, tale politica non ha come obbiettivo solo quello di alleviare la frustrazione della popolazione russa per le condizioni sociali difficili, dopo il crollo dell'URSS. In essa c'è anche la componente del revisionismo geopolitico, che, innanzitutto, mira a ripristinare e riaffermare, in un modo e nell'altro, il controllo russo dei paesi dell'ex URSS. E tale strategia rappresenta la continuazione della linea ideologica e geopolitica tracciata all'epoca di Eltsin, quando veniva usato per la prima volta il termine l'estero vicino. Ciò significava il diritto speciale della Russia di controllare militarmente e politicamente gli ex paesi dell’URSS. Questa idea di sovranità limitata era legata al piano di creazione dell'Unione eurasiatica, progettato da V.Zirinovskij e A. Dugin, i quali sono anche politici influenti, ascoltati dai vertici di Cremlino. V. Zirinovskij e Dugin considerano che sia la Georgia che l’Ucraina sono paesi attratti dalle idee democratiche ed occidentali, e per questo sono in contrapposizione agli interessi geopolitici della Russia. Anche per questa ragione dovevano essere spartiti, tra la Russia e altri paesi, con l'uso di movimenti separatisti all'interno.

    Nel suo libro L'ultimo salto al Sud, uscito nel 1992, Zirinovskij scrive che l'accesso ai mari caldi è una premessa per il dominio russo in Eurasia, necessario per limitare la potenza globale americana. Un elemento portante della politica russa nei confronti dell'Ucraina e della Georgia si spiega con tale strategia di accesso ai mar caldi, tanto che adesso la Russia controlla la maggior parte delle coste del mar Nero, incluse Crimea e Abcasia. Per di più, dietro il sostegno del Cremlino al presidente siriano Bashar al-Assad c'è la volontà di assicurarsi il controllo del porto Tartus, un punto di aggregazione della flotta russa nei mari caldi del mediterraneo.

    Si sa che Il partito Liberal democratico, ma in verità una struttura ultranazionalista di Zirinovskij, venne creato dal KGB, nel 1991, nell'ultimo anno della perestroika. Doveva dare un segnale forte ai paesi baltici ed altre repubbliche dell'URSS, che volevano separarsi dall'URSS. D'altro canto, il partito doveva convincere i paesi occidentali a sostenere il presidente Gorbacev, altrimenti sarebbe stato il caos in un paese con le armi nucleari. Ma il partito che cavalcava il nazionalismo russo contribuì alla dissoluzione dell'URSS, invece di conservarlo. Anche dopo il partito venne usato da Eltsin per i suoi interessi politici. Essendo assorbiti dagli avvenimenti in Iugoslavia, i paesi occidentali non diedero nessuna attenzione alla guerra in Abcasia. Era un segnale in favore del partito di Zirinovskij, che sosteneva i separatisti abcasi politicamente e militarmente. Dopo aver sciolto con la forza il Soviet Supremo, nel 1993, una sorta di colpo di Stato, Eltsin cominciò ad appoggiarsi sul partito di Zirinovskij. Grazie a questo fatto il partito vinse le elezioni parlamentari del 1993. Di conseguenza la guerra in Cecenia era inevitabile. Era il primo passo verso una nuova svolta autoritaria, che aprì le porte del Cremlino all'ex colonnello del KGB Putin.

    Durante il suo primo mandato, Putin non voleva rompere i rapporti con l’Occidente, poiché aveva lo scopo di legare i paesi europei alle sue risorse di gas e petrolio. Lui perfino disse che vuole che il suo paese diventasse una democrazia. Eppure, tale democrazia doveva appoggiarsi sulle tradizioni della Russia e non quella occidentale. Dopo la sua rielezione, nel 2012, lui ha dichiarato che la Russia non ha a che fare con la civiltà decadente dell’Europa Dopodiché lui ha cominciato sforzi per creare l’Unione eurasiatica. Nel 2014 Bielorussia e Kazakistan hanno sottoscritto l'atto di creazione di tale Unione. Tuttavia, tale unione non ha senso senza la partecipazione dell’Ucraina. Ecco perché la Russia cerca a tutti costi di costringere l’Ucraina ad accettare il suo diktat.

    Credo che gli avvenimenti nel Caucaso, esposti nel libro, siano sufficienti per dire che c'è una linea di continuità tra i regimi di Eltsin e Putin. Ciò conferma che la Russia di Eltsin sciolse l'URSS per ricrearlo sui presupposti più conformi al nazionalismo russo. Non per caso, Eltsin aveva nominato E. Primakov, l'ex ufficiale del KGB, al posto di ministro degli Esteri e poi capo del governo. Siccome la Russia di Eltsin aveva bisogno di aiuti occidentali, usava spesso la retorica democratica e conciliante nei confronti dell’Occidente. Eppure, lui non fece niente per rompere definitivamente con il passato comunista. Non fece niente per riformare le forze armate e fare la lustrazione degli agenti del KGB. Ciò creò i presupposti per il loro insediamento al Cremlino.

    Molti esperti occidentali scrivono che la conquista della Crimea, dopo la fuga del presidente Yanukovych, non è stata una improvvisazione ma un risultato di lunga preparazione. Ne è convinto il giornalista tedesco T. Gutschker ( Frankfurte Allgemeine, 25 ottobre, 2014).Dal suo punto di vista, è stata importante la nomina del generale V. Geraismov al capo dello Stato Maggiore russo, nel gennaio del 2013, più di un anno prima dell'annessione di Crimea. Il generale russo è l'autore dell'idea di guerra ibrida (i russi la chiamano non lineare). Nel settembre del 2013 in Russia sono state condotte le manovre militari, in cui un gruppo dei militari aveva il compito di intervenire in difesa dei connazionali in un paese confinante. Più tardi sono gli stessi gruppi ad essere adoperati in Crimea. Per di più, già nel dicembre del 2013, l'amministrazione americana è stata avvisata dell'intenzione di invadere la Crimea, scrive il giornalista. Infatti, i discorsi di Putin, che il suo paese aveva il diritto di difendere i connazionali in Crimea, davano la possibilità di prevedere che sarebbe successo più tardi.

    Putin e i suoi colleghi del Kgb guardano al passato come a un modello per un sistema che rappresenti un miscuglio tra la monarchia russa e lo stalinismo, legati tra di loro dalla comune vocazione imperiale. Come scrive con ironia lo scrittore russo V. Sorokin, con tale struttura monarchica il paese automaticamente diventa ostaggio delle caratteristiche psicosomatiche del suo leader. Tutte le sue paure, passioni, debolezze e complessi diventano la politica di Stato. (The New York Review of Books, 8 maggio 2014).

    Non a caso Putin è a capo della commissione per la creazione del manuale di storia unico per l’insegnamento nelle scuole. In questo libro l’impero zarista viene visto come uno Stato benevolente che raccoglieva i popoli per difenderli dal colonialismo occidentale. Il regime di Stalin viene presentato non come un totalitarismo, ma una dittatura con una missione di modernizzare il paese, allo scopo di difendersi dall'espansionismo occidentale

    Gli avvenimenti in Georgia e nel Caucaso, che sono al centro del libro, dimostrano che essi hanno plasmato e formato sia il sistema che di Eltsin. All'epoca l’Occidente aveva più mezzi per portare il paese in una direzione più giusta, visto che la Russia dipendeva dal suo sostegno sia finanziario che politico. Purtroppo, i politici occidentali non avevano capito che le guerre nel Caucaso, ed innanzitutto, il conflitto in Cecenia, sono stati un mezzo per dare una svolta autoritaria ed antioccidentale in Russia.

    Il fatto che la Russia post-sovietica ha ripristinato la bandiera della monarchia russa non è casuale. Significa che la Russia si considera l'erede non solo dell'URSS, ma anche dell'impero zarista. Nella Russia di Putin la storia non è una materia che cerca di stabilire la verità, ma piuttosto uno strumento politico. E' ovvio che ogni paese cerca di fare della sua storia un mezzo per costruire e rafforzare l'identità nazionale e tramandare i valori del patriottismo, necessari per creare cittadino esemplare. Anche nella storia russa ci sono elementi positivi per raggiungere tale obbiettivo. Eppure, nella Russia di Putin si fanno sforzi per costruire una idealizzazione della storia della monarchia, ignorando il suo aspetto coloniale ed antisemita. Per questa ragione ho deciso di trattare nel libro alcuni aspetti della storia russa (Il passato che non passa mai). Lo scopo è di dimostrare che la tendenza di Putin di guardare indietro non può giovare né al popolo russo né all'Europa. K. Marx era convinto che l'autocrazia zarista ad essere un freno allo sviluppo politico e sociale di tutta Europa.

    Il fardello dell'impero era troppo pesante per il popolo russo. Infatti, si tende a dimenticare che la stessa popolazione russa era stata liberata dalla servitù della gleba solo nel 1861. Ecco perché alcuni storici russi considerano che per un periodo assai lungo gli stessi russi sono stati un popolo colonizzato dalla élite, di cui una parte non era etnicamente russa. Comunque, l'élite preferiva parlare francese ed era europeizzata, mentre i contadini russi, ossia la maggioranza del paese, si trovavano in condizioni di arretratezza e in assenza di diritti politici. La Russia zarista era il gendarme d’Europa, e si presentava come il difensore dei valori delle forze conservatrii e reazionarie. L'URSS si presentava come il difensore dei valori del comunismo in Europa orientale. In nome di tale principio l'URSS invase l’Ungheria ( 1956) e la Cecoslovacchia (1968).

    Putin cerca di combinare i valori dell'impero zarista e quello dell'URSS, e ciò dimostra che la rottura tra la Russia zarista e l'URSS non sia stata così totale come sembrasse. Ad esempio, l'URSS aveva ereditato dalla monarchia zarista le tradizioni della violenza politica e di controllo della società da parte dei servizi segreti. Sia la monarchia zarista che l'URSS avversavano l’Europa per evitare il contagio democratico e liberale. Anche adesso il Cremlino vuole che gli Stati dell'ex Urss, tra i quali, innanzitutto, l’Ucraina e la Georgia, creino una cintura di paesi arretrati e autoritari, allo scopo di proteggere la Russia dal contagio democratico.

    L'analisi di alcuni aspetti del sistema politico zarista e quello sovietico, fatto nel libro, permette di rivelare alcuni elementi d'instabilità e perfino di fragilità istituzionale che tendono di riprodursi con le gravi conseguenze sulla scena internazionale. La Russia zarista e l'URSS cercavano di imitare la tecnologia e scienza europea, ma facendo questo rifiutavano il suo sistema politico di gestione della società. Si faceva la modernizzazione non per condividere i valori dell'Europa ma per dominare il continente. I dirigenti russi consideravano che l'autoritarismo era la chiave per farlo, mentre la democrazia europea veniva considerato solo un elemento di debolezza. Ma per fare una politica di grande potenza militare erano necessari esperti, intellettuali, ingegneri, avvocati. Il sistema dell’autocrazia escludeva la loro partecipazione nelle decisioni politiche, emarginandoli dal potere, Di conseguenza, i ceti colti, ossia la cosiddetta intellighenzia, si avviavano verso la lotta contro la monarchia, non di rado con l'uso di mezzi di terrorismo. Più o meno lo stesso succedeva anche nell'URSS.

    L'assenza dello Stato di diritto e di libertà di stampa agevolava la corruzione, che con il tempo delegittimava il potere sia dell'impero russo che dell’URSS. Per rimediare a questa situazione, il potere cercava di usare e creare l'immagine di nemico interno ed esterno, allo scopo di usare il nazionalismo per consolidare il popolo. Pur non avendo le risorse necessarie, il potere faceva la politica di espansione imperiale. Così crollò la monarchia russa in seguito alla sconfitta nella Prima guerra mondiale, tanto che perfino i generali aristocratici vollero l'abdicazione dello zar.

    La guerra in Afghanistan fu uno dei fattori del crollo dell'URSS. Quando è successo questo, nessuno volle difendere il partito comunista e anche il sistema sovietico. La maggioranza dei russi non voleva farlo, poiché considerava che le altre repubbliche dell'URSS venivano mantenute a scapito delle risorse della Russia. La dichiarazione di sovranità da parte della Soviet Supremo della Federazione russa, nel 1990, era il primo e decisivo passo vero l'implosione dell'URSS. Eppure il crollo dell'URSS provocò grandi disagi al popoli di questo paese, incluso quello russo.

    I paesi occidentali hanno fatto bene, dando una mano al popolo russo per riprendersi dopo la fine dell'URSS. Tale aiuti venivano stimolati dal fatto che la dirigenza di Eltsin dichiarava la riconciliazione con l’Occidente e l’avvio verso la democrazia. Eppure in verità ciò erano solo le parole. Se l'Occidente avesse insistito che la Russia di Eltsin spingesse il Partito comunista verso le scelte socialdemocratiche, oppure se avesse insistito sulla lustrazione degli agenti del KGB, come è successo in altri paesi dell'Europa orientale, il mondo di oggi sarebbe diverso. Ciò non è stato fatto per varie ragioni. Il fatto che l'URSS contribuì alla sconfitta della Germania nazista è stato un ostacolo ad una valutazione oggettiva dello stalinismo in Occidente. C'è una tendenza a dimenticare che tra il nazismo e lo stalinismo esista in comune il culto della forza e l'uso di violenza come strumento politico.

    C'è anche un'altra ragione per cui lo stalinismo è stato trascurato in Occidente. Si tratta di una valutazione erronea del marxismo di stampo russo e dello Stato sovietico da parte di molti esperti ed intellettuali dell’Occidente. Ecco perché ho deciso di includere nel libro il capitolo .L'Occidente e la Russia (l'URSS): dalla guerra fredda alla pace fredda. Ciò potrebbe aiutare a capire alcune scelte occidentali, dopo il crollo dell'URSS, che hanno avuto risvolti negativi.

    I dirigenti dell'Unione europea consideravano che una liberalizzazione economica comportava anche l'affermazione dei diritti e di democrazia. Ciò significa che le privatizzazioni e l'introduzione dell’economia di mercato nella Russia avrebbe creato i ceti medi, che sono le fondamenta della democrazia. Gli stessi europei credevano che l'integrazione economica e l'introduzione di moneta unica avrebbero innescato il processo di unità politica e istituzionale e politica. Nel fatto di pensare che i fattori economici possano condizionare con tale rilevanza quelli politici si vede l'influenza di marxismo. Sulla scia di tale ragionamento si era deciso di creare la moneta unica, nella convinzione che avrebbe innescato un ulteriore processo di integrazione politica dei membri dell'Unione europea. Una moneta senza uno Stato ha contribuito alla crisi e, dunque, all'ondata di crescita dei partiti antieuropei.

    La Russia. come l’URSS, cerca di indebolire i vincoli tra i paesi dell'Unione europea, e spera di vedere lo smantellamento dell’Unione Europea, una premessa per dominare il continente. Disponendo delle risorse energetiche, la Russia non ha interesse ad adottare il modello liberale basato sullo sviluppo industriale. Come Eltsin, che però a volte usava la retorica democratica, così Putin non ha dubbi che la Russia è troppo grande ed etnicamente variegata per permettersi un sistema occidentale. Putin vuole ridare alla Russia il ruolo che sulla scena internazionale aveva l'URSS. Anche per questo considera necessario ristabilire il controllo sui territori dell'ex URSS.

    Chi ha fatto l’esperienza di vivere nell'URSS, sa bene che la Russia non ha la forza economica e militare per ricostituire una specie di URSS travestita da Unione euroasiatica. Ovviamente, la dirigenza di Putin può in qualche misura destabilizzare il continente e ostacolare il contagio democratico della Russia, necessario per conservare il potere. Anche per questa ragione il Cremlino cerca di avere rapporti speciali con la Cina. Ma tale politica non serve al popolo russo. Sono sicuro che la Russia può diventare un paese avanzato solo in stretta collaborazione con l'Unione Europea. Altrimenti non avrà altra prospettiva che diventare un vassallo della Cina autoritaria e nazionalista.

    La russofobia di cui parlano spesso i dirigenti russi quando si rivolgono all’Occidente in realtà non esiste. La mia critica è contro l'élite politica e non contro il popolo russo. Per di più, credo che tale critica potrebbe contribuire a sensibilizzare l'opinione pubblica e ad aiutare il popolo russo a diventare padrone in casa sua e, soprattutto, padrone delle ricchezze naturali che è nelle mani di un centinaio di oligarchi.

    Se l'Unione europea decide di creare una politica estera, energetica e di sicurezza comune, questo potrebbe influenzare positivamente la Russia ed evitare i pericoli degli estremismi. Ciò non significa che l'Occidente deve imporre i suoi valori con la costrizione. La Russia può scegliere il sistema politico e il modo di vivere come vuole, e nessuno deve obbligarla. Ma i paesi occidentali non possono continuare ad accettare la situazione quando la Russia quando sottoscrive accordi internazionali e poi non li rispetta, come è successo nei suoi rapporti con l’Ucraina e la Georgia. Ad esempio la Russia ha sottoscritto i documenti in cui rispetta il diritto di altri paesi, inclusi quelli confinanti, di scegliere liberamente un sistema politico e le alleanze. Eppure, uno dei motivi delle azioni di Cremlino in Georgia e in Ucraina è stato proprio il loro tentativo di associarsi con l'Unione europea ed entrare nella NATO.

    Come si può vedere in questo libro, la Georgia e il Caucaso si sono trasformati in un poligono sanguinario, in cui molto spesso i diritti umani sono stati ripetutamente calpestati. I paesi occidentali avevano trascurato molte violazioni dei diritti in attesa di avere concessioni da parte della Russia in altre regioni, innanzitutto in Iugoslavia, in preda alla guerra civile. Tale politica di concessioni al nazionalismo russo ha avuto conseguenze destabilizzanti su larga scala. Era un errore che ha le sue radici profonde.

    Gli errori di valutazione storica e politica possono avere conseguenze molto negative. Dopo l'implosione dell'URSS, molti politici americani erano sicuri che la Russia fosse diventato un paese come altri. Di conseguenza, sono stati tagliati finanziamenti alle università e agli enti che si occupavano degli studi sulla Russia ed altri paesi dell'URSS, tanto che molti esperti perfino hanno perso lavoro. Adesso molti giornali americani scrivono che questa è stata una ingenuità che, in qualche misura, ha contribuito alla crisi sia in Siria che in Ucraina. Così scrivono Jason Horovitz ( New York Times.6 marzo, 2014), Kenneth Yalowitz e Matthew Rojansky ( The National Interest. 23 maggio 2014).

    Nel giugno del 2014 ha avuto luogo a Berlino un incontro tra alcuni parlamentari, esperti delle questioni russe e i rappresentanti delle forze armate tedesche. Hans Peter Uhli, uno dei membri della Commissione politica estera del Bundestag, ha detto che sulla scia della loro storia non tanto recente, i tedeschi dovrebbero essere particolarmente attenti alla dottrina di Putin del diritto di Cremlino di proteggere i russi che vivono oltre i confini, e legata ad essa l'idea di vedere i paesi dell’ex URSS come la zona cuscinetto contro l'Occidente (N. Zolkver, Deutsche Welle, 27 giugno 2014).

    Molti dei partecipanti alla conferenza hanno sottolineato che l'Occidente pagherà un prezzo elevato per il fatto che si è verificato il disinteresse per l' Europa orientale, dopo l'implosione dell' URSS. E' stato riconosciuto come un errore quello di tagliare i fondi alle spese militari e agli studi sulla Russia predisposti dal governo tedesco in questi ultimi anni. Infatti, nelle università tedesche il numero degli esperti dei paesi dell' Europa orientale si è ridotto per il 30 percento, scrive B Seewald su Die Welt (30 settembre 2014), ed aggiunge: ll conflitto in Ucraina dimostra che la nostra conoscenza dell'Europa orientale è limitata. '

    Anche Hirosi Kimura, il professore emerito dell' Università di Hokkaido scrive che se avessimo continuato gli studi sulla Russia, dopo l'implosione dell'URSS, sarebbe stato possibile evitare la tragedia dell' Ucraina. Lui stesso scrive che è stato un errore, quando i dirigenti sia di America che d' Europa hanno trascurato le azioni della Russia in Georgia nell'agosto del 2008, tanto che il presidente Obama ha cominciato la sua politica di reset dopo il conflitto in questo paese.(Sankei Shimbun, 23 maggio 2014).

    Pochi sanno in Occidente che il confitto nel Caucaso del Nord russo continua, pur se ufficialmente venne dichiarato chiuso, nel 2002. Prima i ceceni hanno cominciato la lotta per i loro diritti, all'indomani dell'implosione dell'URSS. Invece di fare concessioni a queste richieste, la Russia usò la forza militare. Era un fattore decisivo per radicalizzare il movimento. Adesso molti gruppi terroristici del Caucaso del Nord lottano per l'emirato. Negli attentati alla metropolitana di Mosca, nel marzo 2010, e all'aeroporto Domodevo, nell'aprile del 2011, hanno perso la vita 75 persone. In seguito agli atti terroristici e alla risposta troppo violenta, spesso al di fuori del sistema giuridico, hanno perso la vita 500 persone, nel 2013. Come scriveva A. Faxall, il direttore degli Studi della Russia del Centro Henry Jackson, non c'é un stabile interesse internazionale al Caucaso del Nord. Eppure, gli eventi del Caucaso del Sud, come quelli del Nagorno Karabakh, sono in grado di provocare un conflitto su vasta scala. Ecco perché ho deciso di inserire nel libro il capitolo Le guerre dimenticate del Caucaso.

    Come si può vedere dal presente libro, se i paesi occidentali avessero osservato con più attenzione gli avvenimenti in Caucaso, dopo l'implosione dell’URSS, avrebbero avuto una possibilità di capire meglio la vera essenza sia del piano strategico sia di Eltsin che di Putin. Il Caucaso è diventato per un lungo periodo una regione in cui i diritti umani venivano trascurati e messi in sordina. Però adesso si vede che il prezzo per questo è stato troppo alto per tutti, perfino per i paesi più importanti: il mondo sta per entrare in un periodo di destabilizzazione e contrapposizione assai pericolosa.

    A prima vista sembra che i temi trattati nel libro sono troppo disparati. Eppure non bisogna dimenticare che all'epoca della globalizzazione gli avvenimenti che succedono in una parte del mondo influenzano molti degli aspetti di vita e politica di tutti paesi. Nello stesso tempo, credo che la mia esperienza sia sufficiente per trattare i problemi esposti. Ero stato all'Università di Mosca, quando m' interessai alla politica e alla storia d' Italia. La mia tesi di laurea era incentrata sul tema del giornalismo italiano. Credevo che l'eurocomunismo di E. Berlinguer potesse essere una via di uscita anche per l'URSS. Poi ho scritto sui temi dell’Italia quando lavoravo al Dipartimento di storia europea dell'Istituto di storia dell'Accademia di scienze della Georgia. Parallelamente insegnavo giornalismo internazionale all'Università di Tbilisi. Nel 1991 sono stato diplomatico di alto rango nel Ministero degli Affari Esteri, quando il governo della indipendentista della Georgia aveva dichiarato indipendenza dall'URSS.

    Essendo un ex cittadino sovietico, ho vissuto sulle mie spalle la storia sovietica. Posso dire che non sono stato solo un testimone dell'implosione dell'URSS, ma ho preso parte a questo processo. Ho scritto questo libro con la convinzione che dalle lezioni di storia s'impara. A proposito vorrei ricordare le parole di Tony Judt, uno degli storici e intellettuali più in vista della nostra epoca. Anche se aveva una malattia che gli provocò la paralisi totale del suo corpo, lui continuò il suo lavoro. Prima di morire scrisse che la sua vocazione consiste nel raccontare quello che è quasi sempre una storia scomoda, e spiegare perché lo sconforto fa parte della verità, di cui abbiamo bisogno per vivere bene e vivere giustamente. Una società ben organizzata è quella in cui conosciamo la verità collettiva su noi stessi, non quella in cui diciamo piacevoli bugie.

    Il passato che non passa mai

    Stando alle teorie della geopolitica, i fattori geografici influenzano e condizionano gli avvenimenti storici. All'epoca di Napoleone la geopolitica in quanto teoria non esisteva. Quando l'imperatore francese disse che la geografia è una condanna, in qualche modo anticipò le idee di Halford Mackinder e di altri studiosi di geopolitica.

    Per la Germania la geografia era veramente una pesante condanna. Collocata nel centro dell'Europa, e schiacciata tra Francia e Russia, si è trovata costretta a condurre guerre mondiali. Per la Gran Bretagna, invece, la sua collocazione geografica è stata un vantaggio. Essendo un’isola, la Gran Bretagna ha potuto meglio proteggere il suo territorio da una possibile invasione, soprattutto dopo aver messo su la flotta più forte del mondo. La sicurezza del suo territorio ha permesso al Regno Unito una florida espansione coloniale. In più, c’erano mari e oceani a separare il paese dalle sue colonie, che quindi non mettevano a rischio il progresso democratico e sociale della Gran Bretagna.

    Molto diversa è stata l'esperienza imperiale della Russia, che non era separata dalle sue colonie. L'Impero zarista teneva sotto controllo alcuni paesi d'Europa come la Finlandia, l’Ucraina e la Polonia, paesi civilmente più avanzati della Russia. Per mantenere saldo il suo impero, la Russia non aveva solo bisogno di poter contare su enormi forze armate, ma anche di includere una parte della nobiltà dei paesi conquistati nella élite imperiale. Di conseguenza, una parte sostanziale della casta dell’impero non era etnicamente russa. Dopo Pietro il Grande e fino ad Alessandro III la Russia è stata governata dai baroni tedeschi dei paesi baltici. Ecco perché si può tranquillamente affermare che per un periodo di tempo abbastanza lungo la monarchia zarista è stata un vero e proprio impero cosmopolita. Alcuni ministri consigliarono addirittura ad Alessandro I di chiamare suo impero Petrovia in onore dello zar Pietro il Grande, proclamato imperatore nel 1721. Così, con Pietro il Grande la politica di costruzione imperiale, iniziata nel Cinquecento da Ivan il Terribile, prendeva un nuovo slancio. Con la conquista del Kazan, dell’Astrachan e della Siberia la Russia si trasformò in un impero multietnico.

    Ivan il Terribile è stato il primo monarca russo ad assumere i titolo di zar di Russia, nel 1547. Il fatto che il patriarca di Costantinopoli approvò, nel 1561, questo atto con un decreto fu significativo. La monarchia russa aveva la pretesa di essere la Terza Roma. Pietro Isapeva bene che il tentativo di raggiungere questo obbiettivo avrebbe portato a un inevitabile scontro con l'Impero ottomano. Allo scopo di modernizzare la Russia, l’imperatore invitava scienziati, ingegneri, ufficiali da tutta Europa, e soprattutto dai paesi tedeschi, a entrare nella nuova élite imperiale. Le sue riforme di modernizzazione avevano lo scopo di rafforzare l'impero militarmente. D'altro canto, Pietro I non aveva nessun interesse a fare della Russia un paese che facesse parte d'Europa. Voleva che la Russia dominasse il continente, diventando una grande potenza. Per lui e i suoi successori, il sistema autocratico era una garanzia del dominio della Russia sulla scena internazionale. Ecco perché gli imperatori russi hanno sempre tentato di conservare a tutti i costi un governo di tipo imperiale, isolandosi dal resto dell’Europa. Nicola I, ad esempio, è stato considerato il gendarme d'Europa perché aveva cercato di prevenire lo sviluppo liberale dell’intero continente.

    Per il filosofo russo G. Fedotov, per secoli la monarchia russa è stata in assoluto la più dispotica d’Europa. Il filosofo scrive che, mentre l'Europa occidentale si avviava verso la società liberale, la Russia era interessata alla conservazione ed espansione dell'impero e andava in una direzione opposta[1]. Ecco perché, mentre l'Europa si era liberata dall'oppressione feudale, la Russia abolì la servitù della gleba soltanto nel 1861, all'epoca del regno di Alessandro II.

    Per alcuni storici, i servi della gleba russi furono solo degli schiavi, per altri non si trattò solo di schiavismo. Ma una cosa è certa: i servi di gleba non erano persone libere, potevano essere venduti e comprati (in Polonia, in Finlandia e nei Paesi baltici, ossia i paesi che facevano parte dell'Impero, i contadini erano liberi). L’enorme divario tra l'élite europeizzata e il popolo dei contadini russi costituiva l’ostacolo più grande al progresso di uno Stato spezzettato al suo interno.

    Lo storico inglese Geoffry Hosking è l'autore della tesi secondo cui la condizione particolare dell'impero russo aveva impedito, nel XIX secolo, la costruzione di uno Stato- nazione[2]. Uno svantaggio rispetto ai paesi europei occidentali avanzati che avevano iniziato il processo dell’unificazione. Se la Russia zarista fosse stata uno Stato-nazione, avrebbe evitato quella spaccatura interna che agevolò la rivoluzione bolscevica e il crollo dell'impero zarista, scrive sempre G. Hosking.

    Il bolscevismo fu il risultato di alcune contraddizioni che caratterizzavano la Russia zarista. L’ossessione a conservare lo status quo imperiale ha impedito la modernizzazione del paese. E proprio per questo la Russia ancora oggi fa molta difficoltà a condividere, e tanto meno a far propri, i valori della democrazia e del rispetto per i diritti umani. La stessa religione ortodossa fu utilizzata come uno strumento ideologico antioccidentale. Pietro riuscì a smantellare il Patriarcato russo e a sottoporre il Sinod totalmente allo Stato.

    La Chiesa di Roma invece, era libera e poteva intrattenere rapporti con gli Stati europei senza un controllo esterno. In questo modo si creò quello spazio politico libero che avrebbe condotto l'Europa occidentale verso la democrazia. Al contrario, essendo sottoposta al potere dello zar, la Chiesa ortodossa russa subiva le restrizioni dell’autocrazia e dell'impero.

    La Russia ha avuto, e ha tuttora, il grande problema di appropriarsi solo di alcune conquiste dell’Europa, della sua scienza, tecnologia, cultura, esperienza. Ma non intende adottare il suo sistema politico e condividere i suoi valori. Così rimane indietro, mentre la sua politica non riesce a creare le condizioni adeguate per un buon funzionamento dello Stato e per una limpida procedura di successione al potere. Per questi motivi l’impero zarista crollò nel 1917, e poi, nel 1991, l'URSS cessò di esistere.

    Pietro il Grande non riuscì ad elaborare un efficiente sistema di successione di potere, e rese il sistema politico russo molto vulnerabile, preda di intrighi, violenti colpi di Stato e atti di terrorismo. Pietro I aveva avviato una procedura secondo la quale l'imperatore in carica avrebbe dovuto nominare il suo erede, ma morì senza portarla a termine. Così fu Caterina, moglie di Pietro I, a prendere il suo posto. Si trattava di una donna dalla discendenza poco chiara e piuttosto umile. Pare che provenisse dalla Lituania, o dalla Lettonia, da una famiglia contadina: il fatto che non sapesse leggere né scrivere conferma questa ipotesi.

    L’ascesa al trono di Caterina I aveva comunque una sua logica. Pietro non si fidava di suo figlio Aleksej, che a

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