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Odissea in bianco e nero

Odissea in bianco e nero

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Odissea in bianco e nero

Lunghezza:
375 pagine
5 ore
Pubblicato:
15 lug 2013
ISBN:
9788862598040
Formato:
Libro

Descrizione

Omero cantava i propri versi di fronte a un pubblico che lo ascoltava dopo cena tra una coppa di vino e l’altra. Era dunque un cantante, un aedo, anzi un “divino aedo” come con orgoglio amava definire se stesso nell’Odissea, rappresentandosi ora nei panni di Demodoco e ora in quelli di Femio, che cantavano di fronte ai Feaci o ai Proci le gesta degli Achei a Troia o gli amori di Afrodite e Ares sull’Olimpo. All’inizio dei suoi poemi Omero chiede aiuto alla Musa della poesia, per avere l’ispirazione, e canta, come dicevo, di fronte a un pubblico formato da uomini potenti e ricchi. Io ho la gratificante illusione che il mio pubblico sia meno numeroso, se non altro formato dai miei nipoti Agnese, Pietro, Marco, Giulia e Matteo. (…) E’ a loro cinque, dunque, che dedico questa mia libera e un pò fantasiosa trascrizione dell’Odissea, che dovrei chiamare Ulissea o Ulisseide, in quanto il protagonista viene qui chiamato Ulisse, nome che corrisponde alla forma dialettale Oulixes, usata dal gruppo di Greci eolici immigrati nella penisola italica e adottata dalle popolazioni etrusche e italiche.
Pubblicato:
15 lug 2013
ISBN:
9788862598040
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Odissea in bianco e nero - Ezio Berti

ODISSEA IN BIANCO E NERO

EZIO BERTI

EDIZIONI SIMPLE

Via Weiden, 27

62100, Macerata

info@edizionisimple.it / www.edizionisimple.it

ISBN edizione digitale: 978-88-6259-804-0

ISBN edizione cartacea: 978-88-6259-775-3

Stampato da: WWW.STAMPALIBRI.IT - Book on Demand

Via Weiden, 27 - 62100 Macerata

Tutti i diritti sui testi presentati sono e restano dell’autore.

Ogni riproduzione anche parziale non preventivamente autorizzata costituisce violazione del diritto d’autore.

Prima edizione cartacea giugno 2013

Prima edizione digitale luglio2013

Copyright © Ezio Berti

Diritti di traduzione, riproduzione e adattamento totale

o parziale e con qualsiasi mezzo, riservati per tutti i paesi.

INDICE

CAPITOLO I - La reggia di Ulisse a Itaca

CAPITOLO II - L’assemblea degli Itacesi e il viaggio di Telemaco

CAPITOLO III - Nestore

CAPITOLO IV - Elena Argiva

CAPITOLO V - Calipso

CAPITOLO VI - Nausicaa

CAPITOLO VII - La reggia di Alcinoo

CAPITOLO VIII - Ulisse tra i Feaci

CAPITOLO IX - L’avventura del Ciclope

CAPITOLO X - Circe

CAPITOLO XI - L’evocazione dei morti

CAPITOLO XII - Le Sirene, Scilla e Cariddi, le vacche del Sole

CAPITOLO XIII - Itaca

CAPITOLO XIV - Eumeo

CAPITOLO XV - L’addio a Elena

CAPITOLO XVI - Padre e figlio

CAPITOLO XVII - Il ritorno di Telemaco in città

CAPITOLO XVIII - La lotta tra Ulisse e Iro

CAPITOLO XIX - Ulisse e Penelope

CAPITOLO XX - Il sogno inconfessabile

CAPITOLO XXI - La gara dell’arco

CAPITOLO XXII - La vendetta

CAPITOLO XXIII - Penelope riconosce Ulisse

NOMI DI PERSONA, DI POPOLI e GEOGRAFICI

Omero cantava i propri versi di fronte a un pubblico che lo ascoltava dopo cena tra una coppa di vino e l’altra. Era dunque un cantante, un aedo, anzi un divino aedo come con orgoglio amava definire se stesso nell’Odissea, rappresentandosi ora nei panni di Demodoco e ora in quelli di Femio, che cantavano di fronte ai Feaci o ai proci le gesta degli Achei a Troia o gli amori di Afrodite e Ares sull’Olimpo.

All’inizio dei suoi poemi Omero chiede aiuto alla Musa della poesia, per avere l’ispirazione, e canta, come dicevo, di fronte a un pubblico formato da uomini potenti e ricchi. Io ho la gratificante illusione che il mio pubblico sia meno numeroso, se non altro formato dai miei nipoti, Agnese, Pietro, Marco, Giulia e Matteo. Sono gli unici, lo so, che mi ascolteranno, e lo dico senza la falsa modestia del Manzoni, che immaginava che i suoi lettori fossero solo venticinque.

È a loro cinque, dunque, che dedico questa mia libera e un po’ fantasiosa trascrizione dell’Odissea, che dovrei chiamare Ulissea o Ulisseide, in quanto il protagonista viene qui chiamato Ulisse, nome che corrisponde alla forma dialettale Oulixes (1), usata dal gruppo di Greci eolici immigrati nella penisola italica e adottata dalle popolazioni etrusche e italiche.

Note del capitolo

1. Abbastanza comune è la mutazione dialettale d > l; ciò accade anche in latino: dacruma, lacruma, lacrima.

CAPITOLO I

LA REGGIA DI ULISSE A ITACA

Da parecchio tempo ormai quasi tutti i gloriosi Achei, che avevano partecipato alla memorabile conquista di Troia, erano tornati alle loro case, dopo essersi salvati dalla guerra e dalle insidie del mare. Solo lui, Ulisse, pur desiderando ardentemente riabbracciare la sua sposa, era trattenuto nella lontana isola Ogigia dalla splendida ninfa Calipso, che si era innamorata di lui, bello come un dio, e voleva tenerlo presso di sé come marito. E anche quando, dopo molti anni trascorsi accanto alla bellissima dea, giunse finalmente il momento stabilito dagli dèi che egli tornasse a casa, a Itaca, neppure allora gli fu concesso di evitare altre difficili prove, addirittura in mezzo ai suoi familiari.

Gli dèi, a dire il vero, non ce l’avevano con lui, anzi ne avevano pietà, tutti, tranne Poseidone, che voleva impedirgli di raggiungere la sua terra e tenerlo relegato dal resto del mondo. Ma non appena il potente dio del mare e dei terremoti se ne andò lontano per partecipare a un’ecatombe di tori e di agnelli in suo onore presso gli Etiopi - quegli Etiopi che, abitando le estremità del mondo, sono divisi in due popoli, il popolo del sole che tramonta, e il popolo del sole che nasce - gli altri dèi, approfittando della sua assenza, si riunirono tutti insieme nella fastosa dimora di Zeus in cima all’Olimpo.

A cominciare a parlare fu proprio lui, il padre degli uomini e degli dèi. Profondamente turbato dalla recente morte del nobile Egisto, che era stato ucciso dal figlio del glorioso Agamennone, Oreste, si rivolse agli immortali con queste parole:

«Ahimè, quante volte gli uomini che abitano la terra incolpano noi dèi nell’assurda convinzione che le loro disgrazie provengano da noi, mentre invece sono essi stessi con le loro follie a procurarsi più sofferenze di quante già il destino riserva ad ogni singolo essere umano. Così, per esempio, ha fatto Egisto che, volendo contro ogni regola godersi la legittima moglie di Agamennone, ha ucciso quest’ultimo al suo ritorno da Troia, e sì che era a conoscenza del mortale abisso in cui sarebbe precipitato attuando un simile crimine. Infatti già da prima gli avevamo parlato, mandandogli Ermes, il rapido messaggero dalla vista acuta, con l’avver-timento di non uccidere Agamennone e non desiderarne la moglie. Ermes addirittura gli predisse che, se si fosse macchiato di quel delitto, non avrebbe potuto evitare la giusta vendetta di Oreste, una volta diventato adulto. Purtroppo Egisto è rimasto sordo ai nostri saggi consigli, e ora ha pagato tutto in una volta.»

Allora prese la parola Atena, la dea dai lucenti occhi di civetta: «Padre nostro Cronide, sovrano dei potenti, hai proprio ragione: Egisto si è meritata davvero la sua rovina; e come lui perisca chiunque altro vuol fare tali infamie. Ma a me si spezza il cuore per l’assennato Ulisse, che, sventurato, lontano da troppo tempo dai suoi soffre in un’isola circondata dai flutti, al centro del mare. È un’isola disabitata dagli uomini, ricca solo di boschi e di animali selvatici, e dentro vi abita una dea, la figlia di Atlante che regge le enormi colonne che separano la terra dal cielo. Quella spudorata trattiene presso di sé il misero Ulisse. Con tenere parole e seducenti carezze, tipiche delle lascive femmine a lei pari, lo incanta, per fargli dimenticare Itaca e la sua legittima sposa. Ma lui diventa di giorno in giorno sempre più triste e, bramando di vedere almeno il fumo che sale dalla sua terra, desidera morire. Possibile, padre mio, che non ancora il tuo cuore si muova a pietà? Forse Ulisse era l’unico a non esserti gradito fra tutti gli Argivi che stavano presso le navi? Eppure ti ha sempre offerto sacrifici nell’ampia pianura sotto le mura di Troia. Perché allora, onnipotente Zeus, sei tanto sdegnato con lui?»

«Figlia mia, che parolone ti sono sfuggite di bocca!» le rispose Zeus, adunatore di nembi, sorpreso dal sottile rimprovero celato in quelle parole e specialmente dall’esplicito accenno alle seducenti arti della bella ninfa, da cui egli stesso si era fatto volentieri sedurre fin tanto che la gelosa Era non l’aveva relegata nella solitaria isola. «Come puoi pensare che io mi sia scordato del glorioso Ulisse, un uomo che supera per intelligenza tutti gli altri mortali e in particolar modo ha sempre offerto sacrifici agli dèi, che sono padroni del vasto cielo?»

«Allora perché proprio a lui tu non concedi la gioia di tornare a casa e riabbracciare l’amata sposa?»

«Non sono io ma mio fratello Poseidone, che col mare circonda la terra, ad essere ostinatamente adirato con lui, e questo a causa del Ciclope che Ulisse accecò del suo unico occhio. Mi riferisco a Polifemo, che, è dotato di una forza smisurata, ben più grande di quella degli altri Ciclopi. Egli, come sai bene, fu generato dalla ninfa Tòosa, figlia di Forchis, signore dell’indomito mare, dopo essersi unita in amore con Poseidone negli antri profondi. Per questo Poseidone, scuotitore della terra, si oppone al ritorno di Ulisse in patria.»

«La volontà di uno solo vale dunque più di quella di tutti noi?» lo incalzò appassionatamente la dea, guardandosi attorno e ottenendo un tacito consenso da parte degli altri immortali. «Più della tua, che sei signore del mondo? Mica potrà, solo contro tutti, combattere il volere degli dèi!»

«Non temere, è proprio per questo che vi ho convocato» la rassicurò il potente padre. «Ora è giunto il momento di prendere in considerazione il modo di far ritornare Ulisse a casa. A questo punto Poseidone, ne sono sicuro, si rassegnerà e deporrà la sua collera.»

Tutta soddisfatta da quella promessa, Atena sorrise con i suoi lucenti occhi. «Visto che siamo tutti d’accordo, non perdiamo tempo, e mandiamo subito il nostro messaggero Ermes all’isola di Ogigia, per comunicare senza indugi alla ninfa dalle belle trecce la nostra immutabile decisione, e che cioè l’intrepido Ulisse ritorni a casa. Io intanto andrò a Itaca, per suscitare in suo figlio maggior coraggio, visto che non è più un ragazzo. Lo indurrò a convocare in assemblea gli Achei dalle lunghe chiome per dire che ormai non ne può più di tutti i numerosi principi che aspirano alla mano di sua madre: quelli se la spassano in casa sua, scannando ogni giorno le sue pecore piene di lana e i suoi bellissimi buoi dalle ritorte corna. Lo manderò poi sia a Sparta che all’arenosa Pilo, a chiedere notizie di suo padre ai due re, Menelao e Nestore, che furono compagni d’armi di Ulisse a Troia. Oltre tutto, gliene deriverà eccelsa gloria da parte degli uomini.»

Detto questo, Atena si allacciò ai piedi i bei sandali dorati, che l’avrebbero portata sul mare e sulla sterminata terra al pari di soffi di vento. Con sé prese la robusta lancia, dalla punta di acuminato bronzo, pesante e massiccia, con cui è solita abbattere schiere di forti guerrieri, allorché con loro si adira. Balzata giù dalle vette dell’Olimpo, si fermò poco prima del tramonto nel territorio di Itaca davanti al palazzo di Ulisse. Tenendo in mano la lancia, assunse le sembianze di Mente, capo dei Tafi, giunto per chiedere ospitalità.

Nell’atrio sotto il portico trovò i superbi pretendenti alla mano della regina che facevano un gran chiasso: in quel momento si divertivano a giocare con le pedine, sdraiati davanti alla porta su pelli di buoi da loro stessi scannati. Nessuno dei pur numerosi inservienti che li attorniavano prestò la minima attenzione al nuovo arrivato, anzi continuarono, come se niente fosse, chi a mescere il vino e l’acqua nei crateri, chi a lavare con spugne porose o a riapparecchiare le mense, chi a distribuire gran quantità di carni.

Il primo a vederla fu il giovane Telemaco, bello come un dio: se ne stava seduto in mezzo ai pretendenti col cuore afflitto, pensando al nobile padre e sperando di vederlo prima o poi tornare per scacciare di casa tutta quella massa di arroganti fannulloni e riprendersi finalmente l’onore e il governo dei propri beni. Mentre il giovanetto era immerso in questi pensieri, scorse Atena e subito le corse incontro, provando disappunto per la lunga attesa dell’ospite all’ingresso del palazzo. Fermatosi di fronte a lei, le prese la destra e, fattosi dare la lancia, le rivolse parole cortesi: «Salve, ospite, vieni avanti, sarai bene accolto in questa casa. Più tardi, dopo aver cenato, ci dirai cosa desideri.» E così dicendo andava avanti, seguito da Pallade Atena.

Quando furono all’interno dell’alto salone ancora vuoto, riccamente decorato alle pareti da preziosi dipinti colorati e da scudi di bronzo scintillante, depose la lancia dentro una ben levigata astiera appoggiata a una colonna, dove si trovavano numerose altre lance, tutte appartenenti all’intrepido Ulisse. Quindi invitò l’ospite a sedersi su di un seggio, su cui aveva steso un drappo di lino artisticamente decorato e che aveva sotto uno sgabello per i piedi. Presa per sé una sedia variopinta, si accomodarono entrambi in un angolo in disparte, perché l’ospite durante il pranzo non venisse infastidito dal chiasso che di lì a poco avrebbe riempito il salone; ma anche per sapere da lui se per caso avesse notizie del padre lontano. Arrivò subito un’ancella che da una bella brocca d’oro versò acqua sulle mani di entrambi, su un bacile d’argento, e stese davanti una mensa pulita. Poi la dispensiera venne a offrire pane, preparando molte vivande e portando in abbondanza ogni sorta di cibi. Lo scalco servì piatti di carne e pose davanti a loro coppe d’oro, che venivano assiduamente riempite di vino da un solerte inserviente.

Erano intanto entrati i nobili principi, che si misero a sedere rumorosamente l’uno dopo l’altro sui seggi e sui troni. I servi versarono loro acqua sulle mani, le ancelle riempirono di pane i canestri e i garzoni colmarono di vino i crateri. Infine i pretendenti stesero le mani sulle vivande e cominciarono avidamente a mangiare e bere, ridendo e scherzando, senza neanche accorgersi dei due silenziosi commensali seduti in disparte. Quando infine furono sazi di vino e di cibo, passarono a qualcosa che stava loro particolarmente a cuore, al canto e alla danza, che sono infatti l’ornamento di ogni banchetto che si rispetti.

L’araldo pose una cetra dai meravigliosi intarsi in mano all’aedo Femio, che era solito cantare davanti ai pretendenti, non per sua libera scelta ma perché costretto. Al suono del melodioso strumento, cominciarono a danzare tre giovani ancelle, agghindate con succinte tuniche, strette in vita da una bella cintura, che mettevano in risalto le loro forme sinuose e lasciavano libere le lunghe gambe e le candide braccia. Mentre si aggiravano fra i commensali con passi leggeri, l’aedo cantava gli amori di Zeus e Leda, moglie del potente re di Sparta Tindaro, e precisamente il momento in cui il potente dio, assunte le sembianze di un meraviglioso cigno, si univa alla donna che, ignara, lo aveva preso in grembo per accarezzarlo. Da quell’unione sarebbe nata nove mesi dopo Elena, la più bella donna della terra.

Telemaco ritenne che fosse giunto il momento di rivolgere qualche domanda all’ospite. Accostatosi alla sua testa per non essere udito dagli altri, disse: «Ospite mio, spero di non importunarti se ti parlo francamente. Questo che vedi è ciò che piace a questa gente, banchettare ascoltando la cetra e il canto: tanto, è la roba altrui che divorano! La roba di un uomo le cui bianche ossa probabilmente imputridiscono su una terra sconosciuta, o che sono state disperse dalle onde del mare. Se però qui a Itaca lo vedessero tornare, tutti costoro allora desidererebbero essere più lesti di piedi che ricchi d’oro e di preziose vesti. Purtroppo quell’uomo è morto, perseguitato da una sorte crudele, e non vi è per me, che sono il suo unico figlio, alcun conforto: il giorno del suo ritorno è svanito.» Tirato un lungo sospiro, continuò: «Tu, piuttosto, chi sei e da dove vieni? Qual è la tua patria, chi sono i tuoi genitori? Su quale nave sei arrivato? E perché i marinai ti hanno portato a Itaca? Certamente non a piedi, credo, sei arrivato fin qui.»

«Mi vanto di essere Mente, figlio del saggio Anchialo» rispose la dea a quella sfilza di domande, divertita da tanta giovanile irruenza. «Sono signore dei Tafi, che amano navigare, e sono da poco approdato a Itaca con la nave, dopo aver navigato sullo schiumoso mare alla volta di popoli stranieri. Sono diretto a Cipro, e precisamente a Temesa, per acquistare rame, e trasporto ferro lucente. La mia nave si trova dalla parte dei campi fuori città, e precisamente è ancorata nel porto Reitro, sotto il monte Neio, pieno di boschi.»

«Ancora una cosa dimmi sinceramente» insisté Telemaco. «Vieni qui per la prima volta, o invece sei stato già ospite di mio padre? Molti stranieri frequentavano un tempo la nostra casa, e anche lui viaggiava molto facendo tante amicizie.»

«Io e tuo padre siamo antichi ospiti l’uno dell’altro, puoi andarlo a chiedere a tuo nonno, il nobile Laerte, che mi conosce benissimo.»

«Purtroppo mio nonno è molto invecchiato e non viene più qui in città da parecchio tempo. Preferisce vivere lontano da tutti fra i campi, dove se ne sta a soffrire con la sola compagnia di una vecchia serva, che gli prepara da mangiare e da bere quando lo prende la stanchezza nel corpo, mentre si trascina su per il pendio del vigneto. Comunque, nobile Mente, non ho bisogno della sua conferma per crederti. Ti conosco di fama e so che dici sempre il vero. Piuttosto dimmi il motivo per cui sei approdato proprio qui, a Itaca. Forse hai notizie di mio padre? Oppure vieni a dirmi che è morto?»

«Forse il suo ritorno è impedito dalla volontà di un dio. Ti farò tuttavia una profezia.»

«Una profezia?»

«Non sono un indovino né un esperto del volo degli uccelli, ma sento nel mio animo, quasi fossi ispirato da un dio, che tuo padre non solo è vivo, ma non resterà ancora a lungo lontano dalla sua terra, nemmeno se lo trattenessero catene di ferro. Vedrai, troverà il modo di tornare, perché è un uomo pieno di risorse.»

Dopo queste misteriose parole Atena rimase un attimo in silenzio; poi, fissando il ragazzo nel profondo degli occhi, all’improvviso gli fece una domanda provocatoria, giusto per ottenere da lui una reazione di orgoglio e prepararlo all’arduo compito a cui voleva spingerlo. «Ma tu sei davvero figlio di Ulisse? Effettivamente gli assomigli moltissimo sia nel volto che negli occhi. Devi sapere che ci frequentavamo spesso, prima che s’imbarcasse sulle navi per Troia, al seguito degli Achei. Da allora, ormai son quasi vent’anni, non l’ho visto più, né lui me.»

Telemaco, dopo un attimo di perplessità per quella strana domanda, quasi offensiva nei confronti di sua madre, rispose che a nessun essere umano era dato con certezza conoscere la propria origine, ma che comunque a sostenere che egli fosse figlio di Ulisse era sua madre, una donna sulla cui onestà nessuno mai prima d’ora s’era permesso di dubitare. Poi esclamò con un moto di rabbia: «Magari io non fossi il figlio di quel grand’uomo, bensì di un individuo qualsiasi che raggiunge sereno la vecchiaia circondato dai suoi cari. È invece il più sventurato di tutti i mortali colui di cui mi dicono figlio, visto che è questo che mi chiedi.»

«Se è la virtuosa Penelope a dirlo, io non ho dubbi, Telemaco. Ma allora spiegami questo in tutta franchezza» aggiunse la dea, guardandosi attorno e indicando la massa vociante dei pretendenti che proprio in quel momento si erano messi ad applaudire un compagno che allungava le mani sulle forme provocanti di una delle danzatrici passatagli volutamente a un palmo dal naso. «Che banchetto, che folla sono mai questi? Che bisogno ne hai? È forse una festa, magari di nozze? Non dirmi che è un normale banchetto, uno di quelli che si tengono in casa tutti i giorni. Troppo insolenti mi sembrano costoro che gozzovigliano sotto il tuo tetto, divertendosi a palpeggiare senza pudore le tue schiave. Di fronte a tanta vergognosa arroganza si sdegnerebbe chiunque entrasse.»

Telemaco, punto sul vivo, abbassò gli occhi e disse: «Questa era una casa onesta e ricca, almeno fin tanto che la governava mio padre. Purtroppo ultimamente gli dèi hanno preso una decisione diversa, riservandogli tutta una serie di sciagure, ben peggiori di quelle degli altri uomini. Non si tratta infatti della semplice morte, ma di qualcosa che mi tormenta ancor di più. Se fosse stato ucciso in battaglia in mezzo ai suoi compagni nel paese dei Troiani, o, terminata la guerra, si fosse spento al colmo della gloria qui in casa, nel suo letto, circondato dai suoi cari, i suoi sudditi gli avrebbero eretto un monumento funebre, e anche a me, suo figlio, ne sarebbe derivata di riflesso grande gloria. Invece lo hanno portato via senza gloria le arpie, i maligni spiriti delle tempeste; è scomparso senza lasciar traccia, ignoto a tutti, e a me ha lasciato solo gemiti e pene. Come se non bastasse, gli dèi mi hanno procurato questi altri terribili affanni, che tu vedi. Quanti sono i più nobili che hanno potere non solo su Itaca ma anche sulle altre isole soggette al regno di mio padre, su Dulichio, su Same e sulla selvosa Zacinto, tutti si sono precipitati qui a chiedere la mano di mia madre, e intanto mi distruggono la casa. Lei non osa rifiutare le nozze, ma cerca di ritardarle il più a lungo possibile. Non ho ancora capito se lo fa perché non le gradisce o solo per riguardo nei miei confronti.»

«Pensi davvero che, se tu non ci fossi, se cioè tua madre non avesse un figlio, avrebbe già accettato?»

«Non lo posso dire con certezza, ma è proprio questo dubbio che mi tormenta. Se veramente non volesse risposarsi, basterebbe che rifiutasse, e tutto sarebbe finito. In fin dei conti non è cosa certa che mio padre sia morto. Potrebbe essere ancora vivo e lei è pur sempre la sua legittima sposa: nessuna legge la può obbligare a prendersi un secondo marito. Temo invece che sia stanca di aspettare e che, essendo ancora giovane e bella, non veda l’ora...»

«... che tu, ormai diventato adulto, la lasci andare per la sua strada» lo interruppe la dea, per evitargli di dire qualcosa di cui egli stesso poi si sarebbe pentito.

«Ecco, appunto!» ammise Telemaco. «Sta di fatto che nel frattempo questi impudenti, in attesa di portarsela a letto, a furia di banchetti mandano in malora la mia casa, oltre tutto disonorandola con comportamenti vergognosi, come puoi ben vedere. Presto sbraneranno anche me, che da solo non posso fare nulla contro la tracotanza di tanti uomini esperti nelle armi.» Poi, con uno scatto d’orgoglio, alzò la testa. «Se mio padre tornasse all’improv-viso, tutto sarebbe diverso. Noi due insieme... Già me lo vedo ergersi davanti la soglia con elmo, scudo e due lance, pronto a colpire.»

«Così lo vidi io stesso, solido come una roccia, la prima volta che venne a casa mia di ritorno da Efira» confermò l’ospite. «Volesse il cielo che un siffatto Ulisse piombasse qui fra questi cialtroni che pretendono la mano di sua moglie! Tutti avrebbero vita corta e un’amara festa di nozze. Questo però non dipende da noi, ma giace nella mente degli dèi. Nel frattempo tu, Telemaco, dovresti trovare un modo meno cruento per allontanare dalla tua casa questa gentaglia.»

«Magari ne trovassi uno!»

«Ascoltami, ragazzo, e da’ retta alle mie parole: domani stesso convoca in assemblea i capi achei, dichiara le tue intenzioni a tutti, e ne siano testimoni gli dèi. Ordina ai pretendenti di sciogliersi e di tornare alle loro case. Quanto a tua madre, se il suo cuore proprio brama sposarsi, come tu credi, dille di ritornare a casa di suo padre, che è molto ricco: saranno i suoi genitori a celebrare le nozze e ad allestire moltissimi doni, come conviene a una figlia del suo rango. A te darò un consiglio saggio: allestita con un numero adeguato di rematori una nave, la migliore, parti in cerca di notizie di tuo padre. Forse potresti incontrare qualcuno che sa qualcosa o sentire la fama di qualche sua impresa: la fama, messaggera di Zeus, divulga le notizie fra gli uomini.»

­«Andarmene da Itaca? E dove?»

«Per prima cosa va’ a Pilo e interroga il vecchio Nestore, e di là poi a Sparta da Menelao, che è stato l’ultimo dei condottieri achei a tornare da Troia. Se gli dèi ti daranno la fortuna di avere notizie di tuo padre, qualunque sia il tribolo in cui egli si trovi, porta pazienza ancora un anno. Se invece sentirai che è morto e non è più vivo, tornatene allora qui a Itaca, innalzagli un tumulo e offrigli moltissimi doni funebri, come è giusto, e infine da’ un marito a tua madre. Solo dopo aver sistemato queste cose, solo allora potrai meditare nella mente e nel cuore il modo con cui vendicarti delle offese ricevute qui in casa tua. Ma nella maniera più assoluta non devi rimanere con le mani in mano, lasciando che gli eventi si succedano uno dopo l’altro contro la tua volontà. Non sei più un bambino, anzi ti vedo bello e prestante. Non senti quanta gloria ha ottenuto il coraggioso Oreste, che ha ucciso l’assassino di suo padre? Sii forte, e ti assicuro che anche di te si potrà parlare bene fra i posteri.»

«Ospite, le tue sono parole da amico, da padre a figlio» esclamò Telemaco visibilmente rinfrancato. «Domani stesso metterò in opera i tuoi consigli.»

«Un’ultima raccomandazione: a Sparta, nella reggia di Menelao troverai anche sua moglie, la bellissima Elena, che è ancora molto attraente. Dopo la caduta di Troia è ritornata a vivere con lui, nonostante non lo abbia mai amato nemmeno quando lui aveva trent’anni, figurarsi ora che ne ha parecchi di più. Trovandoti giovane e gagliardo, cercherà di trattenerti a lungo presso di sé seducendoti con mille lusinghe. Tu non cedere, ma se proprio non riuscirai a resisterle, concedile solo una notte d’amore e poi riprendi la via del ritorno. Non indugiare troppo a lungo nel suo palazzo, altrimenti suo marito si insospettirebbe e ti farebbe la pelle.»

«Ho ben altro da pensare che alle lusinghe di una bella donna» ribatté Telemaco con aria sprezzante. «Oltre tutto Elena, sarà anche bellissima come tutti dicono, ma gli anni sono passati anche per lei, come per suo marito.»

«Ne ha molti di meno, poco più di tua madre che, se ricordo bene, si è sposata ancora quindicenne e quindi ora ha più o meno trentatré anni (1), l’età in cui una bella donna dà il meglio di se stessa. Tu stesso poco fa hai riconosciuto che suscita le brame di tanti giovani che le ronzano attorno bramosi di portarsela a letto. Comunque Elena non solo è figlia di Zeus, ma è la pupilla di Afrodite che le ha donato una bellezza incomparabile con quella di qualsiasi altra donna e la mantiene fresca e giovane, tenendo lontano dal suo viso e dal suo corpo gli insulti del tempo. Al suo fascino non ha saputo resistere nessun uomo, prova ne sia che a migliaia sono morti per lei sotto le mura di Troia e i Troiani stessi sono andati incontro alla rovina totale pur di non restituirla al legittimo marito. Quello che ti chiedo è solo di fermarti una notte, poi vattene» concluse la dea alzandosi e sorridendogli con i suoi splendenti occhi da civetta. «Ora me ne devo andare. I miei compagni mi aspettano impazienti sulla nave.»

Telemaco cercò di trattenerla. «Non vuoi rimanere ancora un po’? Potresti fare un bagno, per ristorare il corpo e lo spirito, e poi tornare contento alla tua nave con un dono prezioso, molto bello, in ricordo di me, come si usa fare fra ospiti amici.»

«Non insistere, Telemaco. Il dono che il cuore ti spinge a darmi, me lo darai al mio ritorno, e sarò felice di portarmelo a casa. Sceglilo bellissimo, degno di essere contraccambiato.»

Detto questo, se ne andò e come un veloce uccello volò via sparendo, contenta di avere ispirato nel cuore di Telemaco forza e coraggio e una nostalgia del padre ancora più intensa di prima. Ed egli, vedendola scomparire così d’incanto, comprese che chi gli aveva parlato non era un mortale, ma un dio. A quel punto, pieno di coraggio, decise di non aspettare l’indomani, ma di affrontare subito i pretendenti.

In loro onore stava cantando il famoso aedo, e quelli, finalmente in silenzio, ascoltavano seduti la narrazione del travagliato ritorno degli Achei da Troia.

Quel canto divino arrivò fino alle stanze del piano di sopra e lo udì la figlia di Icario, la saggia Penelope, che, accompagnata da due ancelle, stava discendendo la scala del palazzo. Ella, trattenendo il prezioso velo sul bel viso, si fermò presso un pilastro che sosteneva l’alto tetto, mentre le due fedeli ancelle le si ponevano ai lati. Proprio in quel momento il divino aedo stava cantando le disavventure degli Achei dopo la caduta di Troia, e in particolare quelle di Ulisse, che vagava ramingo per terre straniere senza trovare la via del ritorno. Con le lacrime agli occhi ella lo interrupe. «Femio, molti altri canti tu conosci, più allegri, che allietano gli uomini: scegline uno, quello che vuoi, e cantalo pure per far piacere a costoro mentre bevono il vino; ma smetti questo canto straziante, che mi opprime il cuore. Esso crudelmente mi rinnova un dolore insopportabile, riportandomi alla mente il ricordo di un uomo, la cui gloria percorre l’Ellade intera e riempie di orgoglio il cuore di ogni Acheo.»

Al cessare delle melodiose note, si levò un sommesso mormorio fra gli astanti, che, finalmente accortisi della presenza della meravigliosa donna, cominciarono a pregarla di prendere posto in mezzo a loro. Ma Telemaco, irritato da alcuni pesanti complimenti rivolti alla madre, protestò con veemenza, anche perché aveva avuto l’impressione che quei complimenti non le fossero del tutto sgraditi. Inoltre in quel momento non desiderava la sua presenza.

«Madre» disse con voce alterata, «perché proibisci al nostro valido aedo di cantare come più gli piace? Certamente non i cantori sono responsabili delle vicende umane, ma se mai Zeus, che a suo piacimento assegna la sorte a ognuno. Femio non è da biasimare se canta la mala sorte dei Danai, perché gli uomini tanto più lodano qualunque canto, quanto più nuovo esso risuona alle loro orecchie. Il cuore e l’animo dunque ti diano la forza di ascoltare, perché Ulisse non è il solo a non essere tornato da Troia, ma anche molti altri eroi sono periti. Se poi non gradisci che proprio qui, alla presenza di questi uomini che ti guardano con occhi bramosi, vengano glorificate le imprese del tuo legittimo marito, tornatene nelle tue stanze e bada alle tue faccende, al telaio e al fuso, che sono lavori da donna. I racconti di guerra piacciono agli uomini, specialmente a me, che oltre tutto sono il padrone di casa.»

Penelope, stupita dall’insolita durezza del figliolo che per alcuni istanti aveva lasciato

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