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La Civiltà Perduta

La Civiltà Perduta

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La Civiltà Perduta

Lunghezza:
297 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
27 apr 2015
ISBN:
9786050375107
Formato:
Libro

Descrizione

Secondo capitolo della “ Ū saga “:
1. Il Progetto Atlantis - 2. La Civiltà Perduta - 3. I Sistemi Gemelli - 4. L’Ultima Atlantide - 5. Il Destino dell’Universo

Tanto tempo fa fra le vette inviolate delle Ande un popolo misterioso sfidò gli Dei espandendo la propria civiltà ai confini del cielo e divenne il custode millenario di un segreto che potrebbe cambiare per sempre il destino del nostro pianeta.
All’alba del ventunesimo secolo sette studenti di archeologia sono i protagonisti di un’avventura incredibile che li condurrà ai confini dello Spazio e del tempo...
Editore:
Pubblicato:
27 apr 2015
ISBN:
9786050375107
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

La Civiltà Perduta - Daren Wood

Daren Wood © 2007

La Civiltà Perduta è il secondo capitolo della saga Ū, che è composta da:

1. Il Progetto Atlantis

2. La Civiltà Perduta

3. I Sistemi Gemelli

4. L'Ultima Atlantide

5. Il Destino dell'Universo

Al romanzo è associata una COLONNA SONORA, al fine di rendere più gradevole e completa la narrazione.

Per ascoltarla, vai sul sito www.daren-wood.blogspot.com.

RIASSUNTO DE IL PROGETTO ATLANTIS

PRIMO CAPITOLO DELLA SAGA Ū

24 agosto 1946. Ernst von Wartenstein, archeologo tedesco, riceve la visita dell’amico e collega Marcus Grüber nella sua tenuta di Ettenhausen in Baviera, dove ormai si nasconde da mesi in un bunker segreto costruito nelle fondamenta dell'abitazione. Anni prima, durante una spedizione in Sud America per cercare di recuperare il famoso tesoro perduto degli Incas, i due archeologi avevano trovato qualcos’altro che aveva a che fare con il tesoro stesso e che avrebbe potuto cambiare per sempre le sorti del nostro pianeta. Consci del fatto che quella scoperta avrebbe regalato a Hitler la vittoria e il dominio assoluto, erano fuggiti mantenendo il segreto assoluto su ciò che avevano scoperto.

Marcus cerca di convincere Ernst a emigrare con lui in Brasile per scampare alla cattura da parte degli alleati e alla vendetta degli ex nazisti da loro traditi, ma l’amico rifiuta: pochi giorni prima un misterioso quipu inca è stato trovato in Polonia e lui vuole assolutamente vederlo. L’oggetto potrebbe celare qualcosa d’inestimabile valore, tale da scatenare una nuova guerra ed Ernst vuole assicurarsi, per il bene del mondo intero, che nessuno interpreti correttamente l’enigma del quipu. Pur sapendo di andare incontro a morte certa, perciò, decide di rimanere e affida la moglie e il figlioletto all’amico.

Sessant’anni dopo sette studenti di archeologia vengono selezionati per un programma di scambio culturale, Il Progetto Atlantis, diretto e finanziato dal famigerato professor Ludwig von Wartenstein (il figlio di Ernst), da molti considerato il più grande archeologo vivente. I vincitori della borsa di studio sono Geneviève, una ragazza francese dal carattere forte e spigoloso che è rimasta orfana da bambina a causa di un incidente stradale, Kike, un ragazzo spagnolo con la faccia da bambino e gli ormoni sempre alle stelle, Sami, un ragazzo prodigio finlandese con una laurea in ingegneria alle spalle e una passione smisurata per la musica, Rika, una studentessa modello greca dalle umili origini, Miro, un ragazzone ucraino di oltre due metri dal carattere timido e introverso, Lola, una studentessa olandese dalle eccellenti capacità analitiche, e infine Corrado, un ragazzo italiano tranquillo e pacato che ancora non sa di possedere qualità eccezionali.

Dopo un primo incontro all’università di Mainz dove Wartenstein insegna, il Professore invita a sorpresa i ragazzi nella tenuta di Ettenhausen per un periodo di apprendistato. Una volta lì, però, dopo una sola lezione l’uomo riferisce che l’apprendistato proseguirà altrove e che saranno mandati sul campo insieme ai suoi tre assistenti, ovvero Rudi Foster, René Minze ed Electra von Wartenstein, sua figlia, da poco sposata con Foster. Rika, Geneviève e Kike partono insieme a Electra per l’isola di Sao Miguel nelle Azzorre e successivamente si recheranno in Egitto. Sami e Miro partono da soli per raggiungere Foster nel sito preistorico di Bayanzag in Mongolia. Lola e Corrado vanno invece sull’Isola di Pasqua assieme a René Minze.

La sera prima di partire i ragazzi si avventurano di nascosto fra le stanze della tenuta e fanno due scoperte sconcertanti: la prima è che una certa Brown&Seed Corporation ha finanziato con tre milioni di dollari il Progetto Atlantis e la seconda è che Wartenstein è malato terminale di cancro e che da tempo è in cura in una clinica di Ginevra per sopravvivere. Credono perciò che i continui cambi di programma siano la conseguenza dello stato di salute del Professore, che si trova spesso costretto a seguire dei cicli di chemioterapia intensiva.

Nei giorni che seguono, tuttavia, accadono alcuni fatti che iniziano a insospettire i ragazzi su quale sia lo scopo reale del Progetto Atlantis. In particolare sull’Isola di Pasqua i tre s’imbattono in una strana equipe archeologica americana che utilizza apparecchiature ultratecnologiche e che Corrado capirà più tardi appartenere proprio alla Brown&Seed Corporation. Ma è nulla rispetto a quello che capita a Miro e Sami. I due all’aeroporto di Ulan-Bator non trovano Foster ad attenderli, ma un certo Leukermann, un fisico che dice di lavorare per Wartenstein. Riferisce inoltre che il programma è cambiato e che si stanno dirigendo in Corea del Nord a Chasong, dove è stato aperto un nuovo sito archeologico e dove Foster li sta aspettando. Il luogo assomiglia a un campo di concentramento con tanto di filo spinato e centinaia di soldati armati che pattugliano l’area. Dopo una settimana di scavo e catalogazione dei reperti ossei (il sito è preistorico), i ragazzi si rendono conto che Foster sta facendo il doppio gioco e che gli nasconde la presenza di una caverna dove soltanto lui, Leukermann e i militari coreani possono accedervi. Spinti dalla curiosità, una notte i due si avventurano nella zona proibita e intravedono all’interno dello scavo una gigantesca sfera nera, prima di essere scoperti, picchiati e arrestati dai soldati.

Al loro ritorno, mosso dal senso di colpa per essersi servito dei ragazzi, Wartenstein confessa che il Progetto Atlantis è un diversivo da lui ideato per confondere e sviare i suoi nemici. Prima di procedere con il racconto di tutto ciò ancora non sanno, Wartenstein consegna a ciascuno di loro due buste da lettera: in una c’è il biglietto per tornare a casa e nell’altra quello per raggiungere la prossima destinazione. Rivelerà i suoi segreti soltanto a coloro che accetteranno di restare con lui e di entrare a far parte della sua equipe. I ragazzi accettano e Wartenstein racconta tutta la storia, ovvero da quando suo padre era fuggito dal Sud America come disertore.

Molti paesi agli inizi del novecento non ufficialmente avevano dato il via alle ricerche di Atlantide: la prospettiva di rinvenire i resti di un’antica civiltà evoluta aveva dato vita a una nuova corsa all’oro, dove l’oro erano il progresso e la tecnologia per il dominio del mondo intero. Durante la seconda guerra mondiale Ernst aveva ritrovato in Bolivia un bassorilievo che parlava di sette quipu sacri, custodi (forse) del mistero del continente perduto. Nessuno aveva mai rinvenuto quei codici e lui, scosso dalle brutalità della guerra ed estraneo all’ideologia nazista, aveva tenuto segreta la scoperta, contribuendo alla sconfitta di Hitler. Al termine del conflitto, però, il ritrovamento di uno dei sette quipu aveva costretto Ernst a uscire allo scoperto per anticipare i suoi nemici. Mentre il piccolo Ludwig partiva per il Brasile insieme a Marcus, suo padre decifrava il codice e moriva con questo segreto che era riuscito però sapientemente a criptare in una lettera che aveva spedito al figlio prima di essere assassinato. Ernst aveva scoperto che la chiave di tutto non era l’antico codice, bensì la pelle che lo avvolgeva.

Tornato in Europa qualche anno più tardi, il giovane Wartenstein aveva scoperto infatti che la pelle aveva ben 30.000 anni e che era la porzione di un’antichissima mappa geografica che riportava la localizzazione esatta delle antiche comunità atlantidee. Nessun altro in quegli anni aveva dato importanza all’involucro del quipu e, come voleva Ernst, il segreto di Atlantide era rimasto inviolato.

E così, grazie all’antica mappa inca, il Professore aveva rinvenuto in Madagascar qualcosa di sensazionale. Non i resti di un’antica città, come aveva ipotizzato, ma uno strano congegno (lo stesso che in parte avevano scorto i ragazzi in Corea): due sfere metalliche ai lati capaci di generare un forte campo magnetico e una vitrea al centro che inglobava un disco gremito di caratteri fino ad allora sconosciuti. Ipotizzando la presenza di altri congegni come quello, aveva catalogato successivamente tutte le discontinuità magnetiche del pianeta con l’aiuto della dottoressa Leukermann (madre di Oliver e fisica come suo figlio). Parimenti era riuscito a interpretare la nuova scrittura, anche se non era stato in grado di dare un senso compiuto all’iscrizione sul disco.

Avvicinato dagli uomini della CIA alla fine degli anni settanta (i russi e gli americani erano gli unici che avevano proseguito le ricerche di Atlantide anche dopo la guerra), Wartenstein aveva accettato di collaborare con loro per paura di vendette e ritorsioni, ma segretamente aveva portato avanti le proprie ricerche, fornendo in cambio notizie false e risultati sbagliati. Di conseguenza gli americani, non fidandosi di lui, avevano iniziato a spiarlo, impedendogli ogni mossa.

Tutto era ormai immobile da anni, quando durante i primi giorni del Progetto Atlantis una nuova anomalia magnetica era stata individuata in Corea del Nord e, grazie alla difficoltà per gli uomini della CIA di muoversi in un paese ostile, Foster e Leukermann erano riusciti a portare alla luce un nuovo congegno identico a quello rinvenuto da Wartenstein anni prima in Madagascar.

Perciò, alla luce dei fatti, il nuovo piano di Wartenstein è quello di andare a Roma, dove è stato invitato a una conferenza, con l’intento di ripartire di nascosto la notte prima per raggiungere Foster e Leukermann in Corea e cercare di comprendere quale sia il funzionamento del congegno misterioso. Il compito dei ragazzi, Minze ed Electra sarà perciò quello di confondere gli uomini della CIA per permettere al Professore di giungere a destinazione.

C’è un’altra strada che conduce fuori di qui: non per terra ma per mare è la via della salvezza.

1. LA CONFERENZA

Tutti quanti andrete lì ed io verrò con voi. Roma sarà la nostra prossima destinazione...

4 novembre 2006.

Roma, Italia.

I sette ragazzi, il Professore, Electra e René atterrarono all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma nel tardo pomeriggio(*).

(*) R.E.M. - Crush With Eyeliner.

[ Vedi COLONNA SONORA a pag.1 ]

Il cielo azzurro andava a perdersi all’orizzonte nel rosa del tramonto ed era scalfito dalle scie degli aerei appena decollati.

Veloci, scattanti, intermittenti, i taxi si alternavano frenetici nella corsia preferenziale e, come in un videoclip, con le sue pause e i suoi salti temporali, si ritrovarono tutti a bordo delle tre vetture bianche che li avrebbero condotti nel cuore della città.

Con il naso incollato al finestrino scrutavano il paesaggio, ansiosi di scorgere da un momento all’altro qualche monumento famoso e finalmente, dopo circa mezz’ora, il centro storico della città si mostrò ai loro sensi in tutto il suo splendore.

Lola aprì il vetro e sporse il capo fuori per saziare il suo spirito irrequieto: il vento fresco della sera le carezzava i capelli e la mano sorreggeva la fotocamera con la quale stava filmando.

Dagli altri due taxi, prima Kike e poi Sami, aprirono completamente il finestrino e si sedettero a cavallo della portiera con il busto totalmente fuori, davanti agli sguardi sorpresi dei loro compagni meno audaci.

Dagli abitacoli delle auto a fianco li osservavano divertiti: qualche turista li salutava dai bus a due piani, mentre Kike ululava gioioso e Sami alzava le braccia verso il cielo cosparso di nuvole e musica.

Ruderi, monumenti, statue e mausolei di ogni epoca si susseguivano a destra e sinistra, fra strepiti di carrozze a cavallo e voci di giocolieri di strada: sembrava quello un luogo di fantasia, vago e affascinante, come quelli che ospitano i sogni di ognuno di noi nelle prime ore della mattina.

«Ci sono stato tanti anni fa», disse Kike rientrando nell’abitacolo. «Sono stato in Italia due volte in gita con la scuola.»

«Ah sì? E dove sei stato?» domandò Electra incuriosita.

Mise le mani sulla nuca e il naso all’insù. «Vediamo... Roma, appunto. Poi anche Firenze, Pisa, Venezia, Verona, Mantova... no, aspetta, non è Mantova. Ha un nome simile... sempre con la M...»

«Ti ricordi cosa hai visto in questa città?» domandò Corrado.

«Certamente! Era davvero forte! C’era una piazza a forma di scacchiera gigante.»

«Ho capito: stai parlando di Marostica.»

«Ecco come si chiamava: Marostica!»

Electra sospirò con gli occhi incollati al vetro. «A me Roma piace da morire. Ma non sono mai riuscita a visitarla come avrei voluto. Sempre di corsa. Sapete che vi dico? Un giorno voglio prendermi una bella vacanza e voglio trascorrere qui tutto il tempo necessario.»

«E tu, Corrado?» domandò Kike.

«Io cosa?»

«Tu ci sei mai stato a Roma?»

«Certo che ci sono stato. Molte volte. Con la scuola, con i miei genitori, con gli amici... Casa mia non è molto lontana da qui, sai? Una volta sono venuto qui persino da solo.»

Kike strabuzzò gli occhi. «Da solo?»

«Sì, avevo voglia di stare un po’ per conto mio, così ho preso il treno e sono venuto a Roma.»

«Tu sei davvero matto! E che hai fatto a Roma?»

«Ho fatto qualcosa d’incredibile, qualcosa che invidio quotidianamente a tutti i romani: ho passeggiato per i Fori, poi ho visitato il Colosseo e il Palatino, e infine mi sono sdraiato sui prati del Circo Massimo. Qui ho raccolto i miei pensieri e ho rilassato la mente.»

«E poi?»

«Poi ho preso il treno e sono tornato a casa.»

Scosse il capo. «È proprio come dicevo: sei tutto matto.»

«Potrai dar sfogo alla tua pazzia quotidianamente, se vorrai», fece Electra con un sorriso. «Il nostro albergo è a poche centinaia di metri da tutti quei luoghi che hai appena citato.»

Indescrivibile fu l’accoglienza riservatagli in hotel: facchini in egual numero a quello dei bagagli, le migliori camere con vista mozzafiato sul Palatino, fiori e champagne! Erano davvero onorati di ospitare il professor Wartenstein nella loro struttura e lui, dal canto suo, fu molto cordiale, accettando persino di farsi fotografare assieme al proprietario, andando in quell’occasione contro la propria indole solitamente schiva e seriosa. Il suo comportamento fu dettato probabilmente dal senso di colpa: nessuna di queste persone, infatti, immaginava che Wartenstein in quell’albergo non avrebbe dormito neppure una notte.

Perciò, terminati i convenevoli e dopo aver salutato amorevolmente i suoi ragazzi, se ne andò tutto solo in camera.

Era giunto per lui il momento di entrare in azione.

Era giunto per gli altri il momento di entrare in scena...

Chissà dove si trova Wartenstein in questo momento? pensava e ripensava Corrado con la testa ciondoloni e il viso ancora assonnato. Il nervosismo era palese e non la finiva un attimo di giocherellare con le posate mentre attendeva che fosse servita la colazione. Chissà come avrà fatto a uscire stanotte e a non farsi scoprire da nessuno? Alla vista del cameriere che veniva verso di loro, si rese conto che a breve sarebbe sorto un problema non da poco e un brivido gli percorse tutta la schiena: come avrebbero fatto a far credere in albergo che il Professore era ancora lì?

«Buongiorno, signori ospiti», esordì il giovane cameriere dai riccioli biondi e sorrise chinando la testa da un lato. «Cosa gradite da bere? Caffè? Caffè con latte? Oppure del tè? Abbiamo anche dell’ottimo succo di arance rosse della Sicilia. Ve ne porto una caraffa, se volete... ma... non vedo il professor Wartenstein... è ancora in camera? Volete che ripassi fra qualche minuto?»

Corrado tirò un sospiro di sollievo: se il cameriere aveva fatto quella domanda, era evidente che nessuno si era ancora accorto della sua partenza e probabilmente il piano aveva funzionato alla perfezione. Ma adesso arrivava la parte più complicata. Tutti guardarono Corrado che, in quanto italiano, era stato eletto come portavoce del gruppo e il ragazzo cominciò a balbettare cercando di prender tempo e di farsi venire un’idea degna di tale nome. «Non so... forse sì... forse è meglio se lo aspettiamo...» ma la voce squillante di Electra spazzò via quei mugugni inarticolati. «No, non serve. Mio padre è uscito circa un’ora fa per fare una passeggiata.»

Il cameriere si morse il labbro. «Vi chiedo scusa, non me ne sono proprio accorto stamattina... Allora vi porto subito le brioche e tutto il resto» e tornò velocemente nel bar dell’albergo con tutte le ordinazioni sul blocchetto.

Sami si sfilò le cuffie dalla testa e sgranchì la schiena contro lo schienale della sedia. «Dov’è che si terrà questa conferenza?»

«A pochi passi da qui», rispose Minze alle sue spalle, che aveva appena fatto il suo ingresso in sala. «Nell’edificio della FAO. Andremo a piedi.»

I ragazzi sgranarono gli occhi. «Wow, che classe!» Era la prima volta che lo vedevano così elegante e per l’occasione il buon René aveva indossato un abito blu in doppio petto.

«Grazie...» farfugliò imbarazzato e le guance gli si colorirono all’istante. «Che dite, ho esagerato?»

Electra scosse il capo sorridendo. «Stai benissimo: la tua eleganza è più che adeguata!»

«A proposito», intervenne Rika, «sono successe tante di quelle cose che quasi dimenticavo di chiederlo: di quale argomento tratta la conferenza?»

«L’influenza degli Etruschi nell’Antica Roma», rispose René aggiustandosi la cravatta.

Corrado drizzò le orecchie. «Non sapevo che fosse sugli Etruschi! È fantastico, io adoro gli Etruschi!»

«Bene. Almeno c’è una persona che mi starà ad ascoltare oggi.»

«Aspetta un momento... sarai tu a tenere la conferenza?»

«Beh, sì... il mio sarà uno degli interventi» e inarcò le sopracciglia facendo intendere che avrebbe parlato al posto di Wartenstein (come invece era da programma).

«Non sapevo che fossi anche un esperto di Etruschi», lo incalzò Corrado, addentando un cornetto alla crema. «Credevo piuttosto che fossero le antiche civiltà sudamericane il tuo forte!»

«E infatti è così. Ma preferisco non dirvi nulla. Non voglio rovinarvi la sorpresa. Fra poco scoprirete ciò che ho da dire.»

Così tutti e nove uscirono dall’hotel e raggiunsero a piedi il luogo della conferenza.

L’edificio, di moderna costruzione, sorgeva in prossimità dei colli Aventino e Palatino e affacciava sulla radura che duemila anni fa ospitava il Circo Massimo.

«Dov’è il Circo Massimo?» domandò Kike all’improvviso.

«È proprio davanti a te», rispose Electra.

Con lo sguardo percorse quel prato immenso senza trovare nessun rudere romano degno di nota. «Credo di non aver capito...»

Corrado gli rifilò una pacca sulla schiena. «Non avevi detto di esserci già stato a Roma?»

«Sì, ma ero un bambino! Chi se lo ricorda il Circo Massimo?»

«Vedi questa lunga radura? Se osservi bene, le colline sulla sinistra ricordano le tribune di uno stadio.»

Il ragazzo sgranò gli occhi. «Porca vacca, hai ragione! Vorresti dire che tutta quest’area era uno stadio?»

«Uno stadio per la corsa con le bighe.»

«Ma certo, era lo stadio del film Ben Hur! Ricordo bene quella scena del film! Che forza!»

«La scena di cui parli in realtà è stata girata negli studi cinematografici», intervenne Minze. «Era un set quello. Una ricostruzione.»

«Certo che doveva essere gigantesco il Circo Massimo...»

«Immenso. Rimane ad oggi il più grande stadio mai costruito. Pensate, ragazzi, che poteva ospitare fino a quattrocentocinquantamila spettatori. La sua capienza superava di ben cinque volte quella dei maggiori stadi di calcio odierni.»

In meno di cinque minuti raggiunsero l’edificio della FAO che si trovava a pochi passi dall’albergo e, dopo aver mostrato gli accrediti all’entrata, un addetto li accompagnò nella sala dove si sarebbe tenuta la conferenza.

C’era tanta gente. Gente di tutte le età, di tutti i paesi e di tutte le religioni. Si poteva vedere un anziano professore sedere accanto a un giovane ricercatore; oppure un sacerdote africano vicino a un giornalista del Nord Europa.

La sala, per la forma, ricordava un cinema o un teatro: dal palco nel punto più basso si apriva, come un ventaglio, la gradinata che ospitava le tribune. I posti a loro riservati erano poco oltre la metà e i ragazzi avevano avanti a sé almeno una ventina di file colme di teste ritte e attente.

«Che sfortuna», mugugnò la piccola Rika completamente eclissata dietro quella barriera umana. «Siamo capitati così in fondo...» ma Electra la rincuorò subito facendole notare gli altoparlanti alle pareti. Perciò stare in prima fila o in cima alla gradinata era la stessa identica cosa.

«Dov’è René?» domandò Sami. «Era dietro di me fino a un attimo fa.»

«È andato a prepararsi. Sarà lui il primo a parlare.»

«Chissà quanto è teso!» sottolineò Lola.

«Parecchio, direi. Per come lo conosco io, è una persona che si agita molto. Soprattutto se davanti a lui ci sono centinaia di persone» e proprio mentre Electra stava pronunciando quelle parole, un uomo ben vestito salì sul palco e dette un colpetto con la mano al microfono, generando un breve ma fastidioso sibilo stridente dagli altoparlanti.

Chi era di spalle, si voltò di colpo. Chi stava parlando col vicino di posto, smise istantaneamente.

«Buongiorno», esordì. «Sono le dieci in punto e la conferenza ha inizio in questo momento. Si alterneranno sul palco quattro oratori, che tratteranno

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