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Il disegno del Fato. (Zenobia, la Leonessa di Palmira Vol. II)
Il disegno del Fato. (Zenobia, la Leonessa di Palmira Vol. II)
Il disegno del Fato. (Zenobia, la Leonessa di Palmira Vol. II)
E-book464 pagine7 ore

Il disegno del Fato. (Zenobia, la Leonessa di Palmira Vol. II)

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Info su questo ebook

Palmira, Siria, III sec. d.C.

Quando i Persiani scatenano una nuova offensiva che il generale Odenato deve fronteggiare, sulla felicità di Zenobia e Quinto si addensano nubi foriere di tempesta.
La separazione dei due giovani è inevitabile, tuttavia la tristezza di Zenobia è in parte mitigata dalla certezza di aspettare il figlio che ha tanto desiderato. Ma la vittoria di Odenato e dell’imperatore Valeriano obbliga il re persiano a negoziare una pace che contrasta con le sue mire di conquista e che lo induce a perpetrare il più vile dei tradimenti. Fra le vittime vi è anche Quinto.
Sebbene straziata dal dolore, Zenobia dimostra una non comune forza d’animo e trova dentro di sé il coraggio di andare avanti. Bella, ricca e potente, attira nella propria sfera d’influenza anche il generale Odenato, che dopo aver accettato la corona di Palmira la chiede in moglie.
Con questo matrimonio Zenobia diventa regina.
Il disegno del fato si compie…

Per i continui cambiamenti di scena, l’accurata ricostruzione storica
e il ritmo serrato e incalzante, Il disegno del Fato è senza dubbio
alcuno tra i migliori romanzi di Alexandra J. Forrest.

LA TRILOGIA DI “ZENOBIA, LA LEONESSA DI PALMIRA”:

1. “SOTTO IL SEGNO DELLE AQUILE”
2. “IL DISEGNO DEL FATO”
3. “IL SOGNO DI UNA REGINA”

L’AUTRICE
Nata ad Asti, dove risiede tuttora, Angela Pesce Fassio è un’autrice versatile, come dimostra la sua ormai lunga carriera e la varietà della sua produzione letteraria. “Sotto il segno delle Aquile”, “Il disegno del Fato” e “Il sogno di una Regina”, usciti nel 2008 nella collana “I Grandi Romanzi Storici Special” di Harlequin Mondadori, erano stati pubblicati sotto lo pseudonimo di Alexandra J. Forrest, l’alias senz’altro più usato dall’autrice.
L’autrice coltiva altre passioni, oltre alla scrittura, fra cui ascoltare musica, dipingere, leggere e, quando le sue molteplici attività lo consentono, ama andare a cavallo e praticare yoga. Discipline che le permettono di coniugare ed equilibrare il mondo dell’immaginario col mondo materiale.
I suoi libri hanno riscosso successo e consensi dal pubblico e dalla critica in Italia e all’estero.
LinguaItaliano
Data di uscita13 apr 2015
ISBN9786050371697
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    Anteprima del libro

    Il disegno del Fato. (Zenobia, la Leonessa di Palmira Vol. II) - Alexandra J. Forrest

    Alexandra J. Forrest

    ZENOBIA, LA LEONESSA DI PALMIRA

    Il disegno del Fato

    Romanzo storico

    Della stessa autrice in formato eBook

    La locanda dell’Angelo

    La sposa del Falco

    L’Artiglio del Drago

    Sotto il segno delle Aquile

    Il sogno di una Regina

    Il disegno del Fato

    (Zenobia, la Leonessa di Palmira Vol. II)

    I edizione digitale: aprile 2015

    Copyright © 2015 Angela Pesce Fassio

    Tutti i diritti riservati. All rights reserved.

    www.angelapescefassio.it

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    ISBN: 978-6-05-037169-7

    Immagine di copertina: Howard David Johnson

    Progetto grafico copertina: Consuelo Baviera

    Sito web

    Facebook

    Edizione elettronica: Gian Paolo Gasperi

    www.gianpaologasperi.it

    1

    Il piccolo convoglio arrancava da giorni sulla pista pietrosa e assolata.

    Era partito frettolosamente da Persepolis, diretto verso il confine. I membri della carovana erano artisti girovaghi e portavano il loro repertorio di commedie e drammi in giro per il paese. A volte riuscivano a malapena a procacciarsi di che vivere, poiché non sempre erano bene accolti dalla gente, ma benché conducessero un’esistenza precaria, accettavano con fatalismo i disagi della loro condizione, vantandosi di possedere la ricchezza più grande di tutte: la libertà.

    Era un gruppo eterogeneo e tuttavia affiatato. Una compagnia raffazzonata di uomini e donne che amavano quel mestiere e che, sebbene non mancassero le rivalità, si proteggevano l’un l’altro come una vera famiglia. L’impresario, che non disdegnava di recitare, era il capo benevolo e severo della compagnia, e proprio come un genitore si prendeva cura dei suoi dipendenti, a cui dispensava elogi e rimproveri in ugual misura, imparziale giudice di ogni disputa e autorevole critico dei lavori prodotti dal commediografo, avendo alle spalle un’esperienza di attore drammatico di discreto successo. Lo scrittore era uno dei membri più importanti, poiché toccava a lui rielaborare i testi che si dovevano portare in scena, oppure scriverne di nuovi quando occorreva. Era anche quello dal carattere più ombroso, e quando riceveva critiche che riteneva ingiuste rifiutava di lavorare finché non veniva blandito e lodato. Nessuno però era capriccioso quanto le attrici, che si contendevano i ruoli e volevano essere sempre in primo piano. Facevano a gara per soffiare il posto alla primadonna – che consideravano troppo vecchia per calcare le scene, soprattutto se doveva interpretare la parte di un’adolescente – e litigavano per i costumi, le parrucche, i calzari e gli ornamenti. Ma bastava che una di loro fosse triste, infelice per una delusione d’amore, oppure avvilita per aver ricevuto critiche troppo aspre, e subito si coalizzavano per confortarla, dimenticando ogni rivalità.

    Anche gli attori maschi erano vanitosi, soprattutto l’attor giovane, che essendo dotato di una notevole avvenenza era convinto che tutte le donne fossero pronte a gettarsi fra le sue braccia e quando non accadeva andava in crisi. Poi c’erano i comici, gli acrobati, i musicisti, fra cui alcune donne, gli addetti alla scenografia, alle luci, e i macchinisti, che rivestivano ruoli non meno importanti. A questi personaggi, una ventina in tutto, se n’era aggiunto uno che proprio non aveva niente a che fare con l’ambiente teatrale, sebbene spesso avesse dovuto recitare e indossare panni che non gli appartenevano. Era stato costretto a unirsi alla compagnia itinerante e a lasciare Persepolis di nascosto, a bordo di uno dei carri, per motivi ben più gravi di un fiasco teatrale.

    Ora stava seduto a cassetta, con in mano le redini dei due muli che trainavano il carro, e a fargli compagnia c’era Aspasia, la suonatrice di cembali, la donna a cui doveva la salvezza. Era stata lei, infatti, a sottrarlo ai soldati che lo inseguivano. Lei l’aveva presentato a Festio, l’impresario, e l’aveva convinto ad accettarlo nel gruppo in procinto di lasciare la città. Festio non aveva fatto domande, cosa di cui gli era grato, e nessuno dei membri della compagnia aveva sollevato obiezioni, poiché non era loro abitudine discutere le decisioni del capo. Tuttavia, non tutti erano contenti della nuova acquisizione. I momenti di peggiore tensione si erano avuti quando, mentre erano in fila tra una moltitudine di convogli diretti alla Porta Grande, i soldati si erano messi a perquisire i carri, a fare domande e a controllare l’identità delle persone, talvolta frugando persino in mezzo ai bagagli e alle merci. Non si era trattato di un normale controllo, e sarebbe stato il momento opportuno, per chi non era d’accordo sulla sua presenza, di denunciarlo. Ma non era avvenuto. Quando era arrivato il loro turno i soldati avevano condotto un’accurata ispezione, senza tuttavia trovarlo perché era nascosto nel doppiofondo di un baule pieno di costumi e cianfrusaglie. Ne era uscito semiasfissiato, ma grato ad Aspasia per aver avuto l’idea. D’altronde, il debito di riconoscenza che aveva nei confronti di quella donna era così grande da fargli temere che non sarebbe bastata tutta la vita per estinguerlo.

    «A che cosa stai pensando?» chiese Aspasia a un tratto.

    «Stavo facendo un bilancio di questo ultimo periodo, che sommato al precedente mi dà un risultato fallimentare», sospirò Damone.

    «Sono momenti difficili per tutti», lo consolò la giovane. «Non vi sono certezze neppure per il futuro più immediato e siamo costretti a vivere alla giornata. Oggi siamo vivi, però, e questo solo conta.»

    «Magra consolazione, non trovi?»

    «Quando non c’è altro ci si aggrappa a qualunque cosa per trovare la forza di andare avanti», replicò lei con un sorriso.

    «E quando si esauriscono tutte le risorse che si fa?»

    «Si ricomincia da capo. Non è forse quello che stai facendo tu, in questo momento?»

    «Ci sto provando», ammise Damone.

    «Allora sei sulla buona strada», dichiarò Aspasia battendogli la mano sul ginocchio. «Smetti di commiserarti e convinciti che non sei infallibile. Sei un essere umano, e come tale anche tu commetti degli errori.»

    «Solo che i miei errori possono costare la vita alle persone. Non è come sbagliare la scelta della commedia da portare in scena.»

    «Anche la vita è una recita, in fondo. A volte è una commedia, altre una farsa, altre ancora un dramma. In ogni caso noi recitiamo il ruolo che ci è stato assegnato dal Fato e non possiamo cambiarlo. Vale per me, che suono i cembali in una scalcinata compagnia di teatranti, come per te che fai il tuo lavoro, qualunque esso sia.»

    «Non sono quello che pensi tu.»

    «Come fai a sapere quello che penso? Sei forse capace di leggere nella mente delle persone?»

    «No, ma so che tu credi che io sia una spia, un agente segreto al servizio dell’impero, e non lo sono.»

    «Ha davvero importanza ciò che sei?»

    Lui si concesse alcuni istanti di riflessione e infine scosse il capo. «No, non ha nessuna importanza.»

    Quella notte, sdraiato sul giaciglio sotto l’improvvisato riparo, Damone prese in considerazione l’idea di restare con la compagnia per sempre. Avrebbe potuto rifarsi una vita ed essere dimenticato. Festio non gli avrebbe negato un lavoro, perché c’era sempre bisogno di braccia robuste per i lavori più pesanti. Lui non ambiva a recitare o a scrivere, e tanto meno a suonare. Gli sarebbe bastato guadagnarsi il vitto come un manovale qualunque. Niente più investigazioni, niente più intrighi né fughe, soltanto un’esistenza pacifica, benché precaria, e forse persino felice. Magari al fianco di Aspasia, se lei l’avesse voluto. Non era un sogno, ma un progetto realizzabile e alla sua portata. Doveva solo pensarci, ponderare una scelta con la quale avrebbe dato una svolta alla sua vita, ed essere sicuro che non si sarebbe mai guardato indietro con rimpianto. Sì, valeva la pena di rifletterci.

    Era sul punto di addormentarsi quando vide un’ombra scivolare furtiva verso la sua tenda. Le braci ormai languenti del fuoco non gli permisero di distinguerne le sembianze, ma l’istinto lo spinse ad afferrare la daga che teneva a portata di mano e a prepararsi a ogni evenienza. Tuttavia l’ombra non aveva intenzioni ostili. Giunta accanto al giaciglio, lasciò cadere il mantello e con un agile movimento si infilò sotto la coperta, al suo fianco. Damone riconobbe il profumo. Lasciò l’arma e si girò per accogliere la donna fra le braccia. Il corpo caldo e morbido di Aspasia aderì al suo, vibrante di passione, e con labbra di fuoco lo baciò. Come ebbe modo di scoprire in un turbinare di voluttuose sensazioni, Aspasia non era soltanto una brava suonatrice di cembali.

    La loro relazione non rimase un segreto a lungo, anche perché non c’erano motivi per tenerla nascosta. Aspasia era libera, sebbene non le mancassero i corteggiatori, e come ogni donna indipendente poteva scegliere il proprio compagno di letto senza interferenze. Dal canto suo, Damone stentava a credere che avesse scelto proprio lui, l’ultimo arrivato, e ne fu felice. Nel periodo seguente, il legame che si era creato fra loro non fece che rafforzare la sua intenzione di trattenersi presso la compagnia, i cui membri ormai l’avevano accettato e lo consideravano parte integrante del gruppo.

    Durante il viaggio verso nord la compagnia si esibì in alcune città che normalmente sarebbero state escluse dall’itinerario artistico dell’impresario, ma che in quelle circostanze rifornirono di denaro la cassa praticamente vuota e consentirono a Damone di impratichirsi in quello che sarebbe dovuto diventare il suo nuovo lavoro. Apollonio e Afras furono ben contenti di avere un aiutante e non gli risparmiarono i lavori più pesanti, che peraltro lui sopportò senza lamentarsi. Tuttavia, nonostante l’affluenza del pubblico, le rappresentazioni non riscossero grande successo: la popolazione della regione non era abbastanza raffinata per apprezzare le commedie del loro repertorio, ma Festio non la prese male quanto gli attori, che di fronte a un pubblico sonnolento si sentirono offesi. In fondo, ciò che a lui interessava erano i biglietti venduti e l’incasso, parte del quale sarebbe servito ad acquistare provviste e a pagare i dipendenti, e quindi tacitò ogni lagnanza senza tante cerimonie.

    Fino a quel momento il viaggio non aveva riservato sorprese né particolari difficoltà, se non si teneva conto del pessimo stato delle strade, delle intemperie, della fatica e dei normali incidenti di percorso. Via via che si avvicinavano al confine, tuttavia, la situazione cambiò. Se ne accorsero attraversando la valle dell’Eufrate, dove incontrarono numerosi accampamenti militari vasti come città e brulicanti come formicai. Erano le basi da cui partivano gli attacchi contro l’impero romano nella guerra di logoramento che faceva parte della nuova strategia dei Persiani.

    Damone ne rimase impressionato, mentre alla guida del carro seguiva il convoglio nella pianura coronata da montagne azzurrine. Avrebbero dovuto passarci proprio in mezzo, se volevano evitare di compiere una deviazione che avrebbe allungato la strada di parecchie miglia, ma forse valeva la pena di proporlo a Festio, che probabilmente non si rendeva conto del pericolo a cui sarebbero stati esposti. Senza confidare ad Aspasia i propri timori, le mise in mano le redini, balzò a terra e corse in testa alla carovana, dove procedeva il grosso carro coperto dell’impresario. Vedendolo, Festio arrestò i muli, imitato dagli altri, e lo guardò con espressione interrogativa.

    «Scendi, per favore, devo parlarti», gli disse Damone.

    L’impresario passò le briglie alla moglie e lo raggiunse. «Qualche problema?»

    Damone gli indicò l’immensa tendopoli. «Quello laggiù è il nostro problema.»

    «I soldati ci accoglieranno a braccia aperte e saranno contenti di avere un po’ di svago», replicò Festio.

    «Portare delle donne là in mezzo significa andare a caccia di guai», lo ammonì il greco. «E non è detto che ci lasceranno passare dall’altra parte. Stiamo entrando in una zona di operazioni militari e ci tratteranno con diffidenza, se non con ostilità e sospetto. Propongo di prendere l’altra strada, quella che ci siamo lasciati alle spalle da circa mezzo miglio.»

    «Vorresti che tornassimo indietro?» esclamò l’impresario. «È una pazzia. Respingo la proposta.»

    «Pensaci, ti prego. Proseguire su questa strada ci porterà dritto in bocca ai lupi.»

    «Noi siamo artisti e i Persiani apprezzano l’arte. Inoltre abbiamo i salvacondotti a garanzia della nostra incolumità.»

    «Perché non sentiamo anche cosa ne pensano gli altri? Questa è una decisione che dovrebbe essere discussa da tutti, visto che comporta dei rischi.»

    Festio scosse il capo. «Sono io che prendo le decisioni. Loro faranno ciò che dirò io, e basta. Ma tu sei libero di andartene. Nessuno ti trattiene.»

    «Non lascerò Aspasia da sola!» proruppe Damone.

    «Fa’ come vuoi», replicò Festio con una scrollata di spalle.

    «Spero che non dovremo pentirci della tua ostinazione», ribatté il greco voltandogli le spalle per tornare al carro.

    Salito a bordo, riprese le redini, mentre il convoglio si rimetteva in marcia. Aspasia, notando la sua irritazione, chiese spiegazioni. «Di che cosa avete discusso tu e Festio?»

    «Gli ho proposto di evitare la tendopoli persiana e di passare dall’altra strada, ma non ha voluto darmi ascolto.»

    «C’era da aspettarselo. Festio spera di raggranellare un po’ di denaro organizzando spettacoli negli accampamenti. Non rinuncerebbe mai all’occasione di intascare quattrini.»

    «La sua avidità potrebbe costarci cara», dichiarò Damone cupo.

    «Di che cosa hai paura?»

    «Temo che possano ucciderci, magari torturarci per estorcere informazioni che non abbiamo, e tutto dopo aver stuprato voi donne e averci costretti a guardare. È sufficiente?»

    Aspasia rabbrividì. «Gli hai detto questo?»

    «Non esattamente, ma l’ho messo in guardia. Gli ho persino chiesto di ascoltare il parere degli altri, cosa che ha rifiutato sdegnosamente. Mi ha anche detto che se non mi garba di venire con voi sono libero di andarmene per la mia strada.»

    «E tu hai rifiutato?»

    «Mi pare ovvio. Sono qui, no?» Il suo sguardo si addolcì. «Non potrei mai lasciarti sola in mezzo alla soldataglia.»

    «Forse non c’è alcun motivo di preoccuparsi», cercò di rassicurarlo Aspasia, appoggiandosi a lui. «Le tue apprensioni potrebbero rivelarsi infondate.»

    «Me lo auguro. Credimi, spero con tutto il cuore di sbagliarmi, e sono pronto a fare le mie scuse a Festio, quando ce ne andremo.»

    Se ce ne andremo. Ma questo lo pensò soltanto e lo tenne per sé.

    Da vicino, la tendopoli persiana era ancor più impressionante.

    Non c’erano soltanto le tende a occupare la pianura per intero, poiché un esercito di quelle dimensioni aveva bisogno di una quantità enorme di viveri, molta parte dei quali sotto forma di bestiame vivo, e gli armenti erano ospitati in grandi recinti dai quali si levavano belati e muggiti. Le migliaia di zoccoli in movimento sollevavano nubi di polvere che rimanevano sospese nell’aria. Poi c’erano i recinti dei cavalli e delle bestie da soma, da cui provenivano nitriti, ragli e grugniti, e migliaia di carri di varie dimensioni, coperti da tendoni colorati oppure scoperti, e infine carri da guerra rilucenti di bronzo e d’argento. Le sentinelle erano centinaia, disseminate lungo l’intero perimetro degli accampamenti, a circondarli come un muro umano. Non vi era alcun tipo di fortificazione attorno a quei formicai, nessun vallo o terrapieno era stato costruito a difesa; del resto, un tale dispiegamento di uomini e mezzi era un ottimo deterrente per qualunque nemico.

    A poca distanza dalla linea più arretrata, il piccolo convoglio venne fermato dalle sentinelle.

    Damone serrò le redini con forza, mentre soldati truci e sospettosi passavano in rassegna i carri e i loro occupanti tenendoli sotto la minaccia delle armi. Dovettero aspettare che arrivasse un ufficiale, e l’attesa si prolungò. Essendo l’ultimo della fila, il greco non poteva vedere ciò che avveniva davanti, dove si trovava il carro dell’impresario, tuttavia immaginava che i soldati lo stessero interrogando. Fu tentato di scendere e andare a vedere, ma l’atteggiamento poco amichevole dei soldati lo scoraggiò. Con un sospiro si rassegnò ad aspettare.

    Festio rispose con disinvoltura alle domande e mostrò i documenti, che però il soldato non era in grado di leggere.

    «Siamo diretti a Ctesifonte», spiegò allora con un sorriso accattivante, «dove ci attendono per una serie di rappresentazioni nel teatro locale. Tuttavia saremo onorati di esibirci per voi, se lo gradite.»

    Di solito il suo sorriso e i suoi modi accattivanti erano contagiosi, ma in quell’occasione non sortirono alcun effetto e i soldati Persiani continuarono a osservarli con espressione minacciosa. Finalmente arrivò l’ufficiale, e Festio ripeté ciò che aveva detto al soldato, mostrando documenti e salvacondotti.

    L’uomo impiegò un’eternità a esaminarli, alzando di tanto in tanto gli occhi per scrutare i membri della compagnia, i quali a ogni istante che passava diventavano sempre più nervosi. Infine ordinò a tutti di scendere.

    «Perché?» domandò Festio, preoccupato.

    «I miei uomini devono perquisire voi e i carri», replicò l’ufficiale.

    Festio inghiottì amaro. Non si era mai sentito tanto umiliato in tutta la sua lunga e onorata carriera. Quei bifolchi li stavano trattando come criminali e non davano segno di nutrire alcun rispetto nei confronti dell’arte.

    Damone balzò a terra e aiutò Aspasia a scendere. Insieme agli altri guardò i soldati frugare senza riguardo fra le attrezzature e le scenografie, aprire i bauli dei costumi e infilare le sudice mani persino nei loro bagagli e tra gli effetti personali. Ma il peggio venne quando dovettero sottoporsi alla perquisizione, umiliante per gli uomini ma particolarmente oltraggiosa per le donne. La subirono fra sogghigni e battute oscene, senza abbozzare alcun tentativo di opporsi, mentre Damone e gli altri fremevano d’indignazione e di collera impotente. Quando incrociò lo sguardo del greco, Festio abbassò gli occhi con aria avvilita e fissò la punta dei propri stivali impolverati. Dopo l’interminabile e degradante perquisizione, ottennero finalmente il permesso di transitare attraverso l’immenso accampamento, ma non quello di esibirsi e furono esortati ad andarsene in fretta. Per essere sicuro che obbedissero, l’ufficiale assegnò loro una scorta che li avrebbe accompagnati fino a Ctesifonte.

    «Vi siamo grati per la cortesia, ma non ci occorre protezione», dichiarò Festio.

    «Non si tratta di cortesia, bensì di necessità», replicò l’altro, irremovibile. «Il territorio è pericoloso e i miei uomini vi scorteranno.»

    E per timore che potessero trattenerli con l’accusa di spionaggio, l’impresario si rassegnò.

    Impiegarono un’eternità ad attraversare la tendopoli, e durante il tragitto furono oggetto di spiacevoli attenzioni, motteggi e volgarità. I soldati della scorta non intervennero in loro difesa, anzi sembravano divertirsi molto. Damone maledisse una volta di più l’ostinazione di Festio. Aspasia era letteralmente aggrappata a lui nel tentativo di sottrarsi alle mani che si allungavano per toccarla ed era terrorizzata al pensiero che qualcuno potesse tirarla giù dal carro. Damone era furioso e si controllava a stento, ma sapeva che se avesse tentato di porre fine a quegli oltraggi i Persiani li avrebbero uccisi tutti. Era evidente che aspettavano soltanto un pretesto, e lui non intendeva offrirglielo.

    Mentre passavano davanti a una tenda enorme e lussuosa, circondata da una schiera di guardie scelte che a malapena li degnarono di attenzione, si fece avanti un persiano agghindato come una prostituta babilonese e con modi altezzosi ordinò che si fermassero. L’intoppo rischiò di far saltare i nervi già provati di Damone. Che cosa mai poteva volere l’eunuco? Lo guardò confabulare con il graduato che comandava la scorta e si sentì gelare quando quello sorrise, annuì, e con un cenno imperioso chiamò l’impresario. Festio si affrettò a raggiungerli. Si profuse in inchini davanti all’eunuco ingioiellato, che evidentemente era un personaggio importante, e ascoltò con rispettosa attenzione ciò che gli disse, facendo in continuazione cenni col capo come una bambola di pezza. Damone storse la bocca. Il conciliabolo non gli faceva presagire nulla di buono.

    Aspasia, ancora aggrappata al suo braccio, gli sussurrò all’orecchio: «Cosa pensi che vorrà quel tizio?».

    «Non lo so, ma qualunque cosa sia non mi piace», rispose Damone a fior di labbra.

    «Ho paura.»

    «Anch’io», confessò lui senza perdere di vista il terzetto che seguitava a confabulare.

    «Bisogna convincere Festio ad andare via di qui al più presto», dichiarò la giovane.

    «Ce ne andremo, stai tranquilla, ma forse non presto come speravamo. Ho la sensazione che Festio stia per farci una sorpresa.»

    Aspasia accentuò la stretta sul suo braccio. «Che genere di sorpresa?»

    «Presto lo sapremo: Festio ha finito di parlare con l’eunuco.»

    L’impresario sprofondò nell’ennesimo inchino, prima di rivolgersi alla compagnia in nervosa attesa. Assunse un atteggiamento solenne, come a suo avviso le circostanze richiedevano, e annunciò: «Sua Altezza Reale il principe Ormisdu, generale in capo dell’armata del Grande Re Shapur I, per bocca del suo visir Amaratu, ha espresso il desiderio di assistere a una delle nostre rappresentazioni. Grato a sua altezza per l’alto onore che ci viene concesso, ho accettato a nome di tutta la compagnia. Mi auguro che sarete all’altezza delle sue aspettative»,.

    Lo stupore li lasciò senza fiato e ammutoliti. Proprio quando erano a pochi passi dalla libertà e già sentivano sul viso l’aria di casa, ecco che arrivava un fulmine a ciel sereno ed erano costretti a trattenersi nell’accampamento, dove peraltro erano stati accolti e trattati malissimo, per portare in scena uno spettacolo che divertisse gli alti vertici del comando persiano. Era davvero una beffa atroce, anche se Festio si comportava come se gli avessero fatto un favore. Di certo, il suo amor proprio solleticato e la promessa di qualche costoso regalo avevano attenuato la sua paura, ma si rendeva conto che se la recita non fosse piaciuta non li attendevano fischi e qualche ortaggio marcio, bensì una morte lenta e molto, molto dolorosa?

    Festio ignorò le facce scontente e risalì sul carro per seguire i soldati, che secondo le istruzioni date dall’eunuco dovevano condurli in un luogo in cui avrebbero potuto accamparsi e montare le scene. Sebbene la maggior parte dello spazio fosse occupato, riuscirono ugualmente a trovare un tratto di terreno sgombro, non troppo distante dal padiglione del generale, dove fu loro intimato di fermarsi e sistemarsi. Erano proprio al centro della tendopoli, ed era fin troppo facile prevedere che non sarebbero mancati curiosi e sfaccendati ad assistere ai preparativi. Ce n’erano già alcuni che gironzolavano lì attorno mentre loro montavano le tende, staccavano i muli dai carri e scaricavano il materiale. Lavorarono perlopiù in silenzio e malvolentieri, lanciando occhiate nervose e preoccupate in direzione dei soldati, mentre le donne accendevano i fuochi e si apprestavano a preparare la cena.

    Come al solito, Festio lasciò che i lavori più gravosi li sbrigassero gli altri, limitandosi a dirigere e a dispensare consigli che furono accolti con qualche grugnito e borbottii indecifrabili. Sua moglie Ermione faticava come tutti gli altri, senza che lui si prendesse il disturbo di aiutarla, e toccò a Damone, nella sua veste di tuttofare, darle una mano a scaricare un baule piuttosto pesante.

    «Tuo marito ha idea del ginepraio nel quale ci ha cacciati?» le domandò durante il trasporto.

    «Lo sa, ma non ha avuto scelta», rispose la donna. «Credi che il generale avrebbe accettato un rifiuto? Dietro al sorriso dell’eunuco si celava una minaccia, e neppure tanto velata. Festio ha dovuto acconsentire.»

    «Capisco», annuì Damone. «Ma sarà opportuno spiegarlo anche agli altri, che non hanno preso bene la sua decisione. Pensano che l’abbia fatto per denaro.»

    «Quale denaro? Sarà già tanto se ci lasceranno andar via con le nostre gambe», replicò Ermione con una smorfia eloquente.

    «Glielo avevo detto, io, di prendere l’altra strada, ma lui non mi ha dato ascolto, e sai perché? Voleva offrire un po’ di svago ai poveri soldati. Non avrà avuto scelta, come dici tu, tuttavia aveva già deciso di andare in scena ancor prima che incontrassimo il visir del generale. Ed era così risoluto da dirmi che sarei anche potuto andar via se non ero d’accordo!»

    «Che carogna!» esclamò la donna mettendosi le mani sui fianchi prosperosi.

    «Mi dispiace», sospirò Damone. «So che adesso sei in collera, ma forse sarebbe meglio evitare di riferirgli ciò che ti ho detto.»

    «Cos’è che mia moglie non mi dovrebbe dire?» tuonò Festio dalla soglia della tenda. Era arrivato senza farsi sentire, incuriosito dalla loro prolungata assenza, e aveva colto l’ultima frase pronunciata dal greco. Li osservò con aria da inquisitore, le folte sopracciglia aggrottate e le labbra strette.

    Ermione non si lasciò intimidire e lo affrontò battagliera, afferrandolo per la tunica e tirandolo dentro senza tanti complimenti. Era una donna robusta, abbastanza forte da sopraffare l’esile omuncolo che aveva per marito. Spirava aria di tempesta, e Damone, non volendo assistere a una tumultuosa lite domestica che l’avrebbe inevitabilmente coinvolto, ritenne opportuno dileguarsi.

    Urla, insulti e frastuono di stoviglie scagliate a terra risuonarono a lungo fra i sogghigni e le occhiate divertite dei membri della compagnia, finché il povero Festio non uscì sconvolto dalla tenda, con i pochi capelli arruffati e la tunica stazzonata. Mentre cercava di rassettarsi e darsi un contegno, fulminò con lo sguardo i dipendenti che lo osservavano con maligna soddisfazione e assumendo la sua aria più autorevole li radunò attorno a sé. Con borbottii di scontento che non si curarono di trattenere, gli attori obbedirono. Soltanto Damone restò in disparte. Festio doveva cercare di recuperare la propria credibilità e la dignità che il suo comportamento e la recente zuffa coniugale avevano incrinato… e non sarebbe stato facile!

    Lo ascoltarono tutti senza interromperlo, sebbene ogni tanto vi fossero dei commenti salaci e neanche tanto sussurrati. Festio li ignorò, ben sapendo che se avesse replicato si sarebbe aperto un vivace battibecco, e non perse il filo del discorso, che verteva principalmente sulla scelta della commedia da portare in scena.

    «È una decisione che dobbiamo prendere insieme, dato che una cattiva scelta potrebbe suscitare la collera del generale e decretare la nostra condanna a morte. Sono pronto a prendere in considerazione i suggerimenti di tutti, anche se a mio avviso non c’è opera che sia adatta a essere rappresentata davanti a questo genere di pubblico, nel nostro pur vasto repertorio. Escluderei le tragedie, ma le commedie hanno tutte contenuti satirici, con riferimenti e battute mordaci sulla tirannia e l’oppressione. Alcune, poi, sono così apertamente critiche nei confronti dei potenti che portarle in scena attirerebbe di certo sul nostro capo la collera del generale e del suo stato maggiore. Non potrebbero apprezzare un’opera in cui il re viene rappresentato come un debosciato, un inetto, quasi un perfetto idiota, che finisce con l’essere gabbato da un astuto contadino. Meglio optare per qualcosa che non contenga riferimenti troppo espliciti alla politica, anche se persino nelle commedie sentimentali se ne trovano. Se qualcuno ha proposte da fare, si faccia avanti», concluse.

    Era un vero dilemma, che tuttavia fu risolto dal commediografo dopo una lunga discussione. Niceta propose di rielaborare la commedia Artemisia, adattandola in modo che potesse piacere ai Persiani. Il tempo a disposizione era poco, ma se qualcuno gli avesse dato una mano, disse, era in grado di farcela. Ciascun attore conosceva bene la propria parte e sarebbe bastato imparare le nuove battute, prendendo confidenza con la diversa ambientazione. Insomma, Niceta dichiarò che tutto sarebbe andato per il meglio.

    Era quello che l’intera compagnia, incluso Festio, voleva sentirsi dire e fu quindi con animo più sereno che gli attori si separarono per raggiungere ciascuno la propria tenda e cenare. Anche i soldati stavano consumando il pasto serale e, a giudicare dalla quantità di vino che ingurgitavano, c’era da sperare che non provocassero problemi.

    «Che cosa stai guardando?» domandò Aspasia a Damone porgendogli il piatto con la carne e la farinata di ceci.

    «I soldati», rispose il greco. «Stanno bevendo troppo, e questo mi preoccupa. Stanotte qualcuno di noi dovrà montare la guardia. Non possiamo fidarci di costoro.»

    «Se sono ubriachi avranno più voglia di dormire che di creare problemi», dichiarò la ragazza sedendogli di fronte, dall’altra parte del fuoco, con il piatto in mano.

    «Probabilmente hai ragione, ma sarà meglio prendere qualche misura di sicurezza in ogni caso», replicò Damone con un sorriso. Non le disse ciò che pensava davvero per non allarmarla.

    «Vorrei che fosse tutto finito e che fossimo già sulla via di casa», sospirò lei mescolando il cibo.

    «Lo vorrei anch’io, e se Festio mi avesse dato retta, a quest’ora saremmo ben lontani da qui.»

    «Ti ho visto uscire dalla sua tenda, poco prima che si scatenasse la lite. Sei stato tu a provocarla?»

    «Sì, anche se non ne avevo l’intenzione. Se Festio avesse tardato qualche attimo ad arrivare, non sarebbe successo niente», le rispose. «Adesso basta con questi discorsi. Dato che non possiamo cambiare la situazione, tanto vale prenderla con filosofia.»

    Mangiarono in silenzio, i volti illuminati dal riverbero del fuoco, mentre intorno a loro risuonavano le risate sguaiate dei soldati e le battute volgari che si scambiavano. La notte si fece più fredda e Aspasia si avvolse nel mantello, prima di raccogliere le stoviglie e metterle in un cesto per andare a lavarle al fiume poco distante.

    «Non ti allontanare dal campo», l’avvertì Damone.

    «Sono soltanto pochi passi, e poi non sarò da sola», rispose lei con un sorriso.

    «Aspetta qui», ribatté lui alzandosi. «Vado a parlare con Festio.»

    Aspasia obbedì e posò a terra il cesto. Il bivacco dell’impresario e di sua moglie non era lontano e poté vedere Damone mentre parlava con loro, anche se non le fu possibile sentire ciò che dicevano. L’incontro non passò inosservato e pian piano, alla spicciolata, si unirono al gruppo anche gli altri membri della compagnia, prima gli uomini e poi le donne. Aspasia, rendendosi conto di essere rimasta isolata, decise di raggiungerli.

    La discussione era vivace e ognuno voleva dire la sua. Le donne lasciarono che gli uomini parlassero per un po’, poi intervennero per sostenere il loro diritto a lavare le stoviglie, dichiarando che non si sarebbero lasciate intimorire dalla presenza dei soldati e che non intendevano permettere che modificassero le loro abitudini. Ermione e Frine furono le più risolute nel farsi valere, tanto più che avevano il sostegno della altre, inclusa Aspasia, nonostante l’evidente contrarietà di Damone. Alla fine giunsero a un accordo e fu deciso che le donne avrebbero potuto recarsi al fiume con la protezione di un gruppo di uomini. Damone si offrì subito volontario, e a lui si unirono Afras, Apollodoro, Creonte, Niceta, Yamash, e i due giocolieri acrobati Elasdu e Yarish. Organizzata la spedizione, le donne andarono a prendere i cesti e il gruppo lasciò il campo.

    Al margine dell’accampamento furono fermati da una sentinella, che apostrofandoli in modo rude chiese dove stessero andando. Damone si fece avanti per spiegarlo e, per rafforzare le proprie parole, indicò le ceste con le stoviglie sporche. La sentinella osservò tutti con aria scettica, ma non avendo motivi per trattenerli li lasciò andare.

    Lungo il tragitto le donne chiacchieravano e ridevano. Il sentiero era rischiarato dalla luna, che si specchiava nelle acque del fiume, e il loro procedere fu relativamente facile, anche se Ermione prese una storta e rischiò di cadere. Il coro di risate che si levò indusse Damone a ricordare che non stavano facendo una scampagnata e che sarebbe stato opportuno adottare un comportamento più prudente. Da quel momento, le donne si limitarono a bisbigliare.

    Nell’ansa del fiume la riva era sabbiosa, dolcemente digradante verso l’acqua. Mentre gli uomini montavano la guardia, le donne sbrigarono le loro faccende e qualcuna ne approfittò per fare un piccolo bucato. Sebbene piuttosto fredda, la notte era magnifica, e la luna, la più grande che avessero mai visto, dominava il cielo limpido, così splendente da offuscare persino le stelle più luminose. Da quel punto l’immensa tendopoli persiana non era visibile e la sua presenza si indovinava soltanto dal riflesso dei fuochi oltre la cresta delle dune. In distanza si delineavano i profili scuri e dentellati delle montagne. Esili arbusti si piegavano al soffio del vento, reclinando gli steli e ondeggiando come se eseguissero una danza rituale.

    Damone sollecitò le donne a fare in fretta. Si stava facendo tardi e bisognava ancora organizzare i turni di guardia prima di andare a dormire. Era forse il solo a non avvertire l’incanto senza tempo del luogo e a essere rimasto immune dalla magia di quella notte silente. Era quasi sul punto di perdere la pazienza nel vedere che tutti si attardavano nonostante le sue esortazioni, quando avvistò degli uomini che si avvicinavano. Si muovevano troppo furtivi per aver lasciato il campo solo per una passeggiata notturna, e il luccicare sinistro delle armi lo allarmò. Erano una ventina, e non aveva dubbi circa le loro intenzioni. Scese per avvertire i compagni e ordinare alle donne di nascondersi. D’improvviso l’incanto svanì, sostituito dalla paura. Ermione guidò le ragazze dietro le dune, fra cespugli e arbusti. Quando anche l’ultima sparì, Damone si affiancò ai compagni che avevano estratto le armi e si preparò ad affrontare i soldati.

    Questi si schierarono sulla cima della duna e cominciarono a scendere lentamente. Non avevano alcun motivo di affrettarsi, pensò Damone nel guardarli. Sapevano che loro non potevano andare da nessuna parte e quindi se la prendevano comoda. Era stato un errore assecondare le donne e allontanarsi dal campo, ma ormai era tardi per rimpiangerlo, tardi per ogni altra considerazione che non fosse impedire che quei bruti violentassero le loro donne. Trasse un respiro profondo e si preparò a combattere.

    Contrariamente a quanto si attendevano, i Persiani si fermarono a pochi passi e uno di essi venne avanti per parlare.

    «Lasciateci divertire un po’ con le donne e non sarà fatto male né a voi né a loro», disse con un sorriso che voleva essere amichevole, ma che era smentito dallo sguardo e dal modo in cui serrava l’elsa della spada. «Avete la nostra parola che non le sciuperemo, almeno non tanto, e forse ci saranno persino grate dopo che avranno provato dei veri uomini. Deponete le armi e fatevi da parte. Non durerà a lungo.»

    «Andatevene se non volete assaggiare il filo delle nostre lame», replicò Damone. «Dovrete passare sui nostri corpi prima di toccare le donne!»

    «Se non tenete alla vostra vita, pensate almeno a quella dei vostri amici tenuti in ostaggio all’accampamento. Saranno uccisi tutti se vi opporrete», fu la lapidaria risposta del Persiano.

    «Il vostro generale vi farà giustiziare quando lo saprà!»

    «Tu credi? Io sono certo che ci premierà, invece, sapendo che abbiamo smascherato ed eliminato delle spie nemiche. Andiamo, tu sembri intelligente e in grado di apprezzare l’offerta. Dateci le donne e non vi sarà torto un capello.»

    Mentiva, poteva leggerglielo negli occhi. Anche se avessero accettato li avrebbero uccisi, perché non volevano correre rischi. Damone guardò i compagni e li vide risoluti, determinati. Anche loro avevano capito che non potevano fidarsi.

    «Non ti credo», ribatté, rivolto al soldato. «Nessuno di noi ti crede. Se volete le donne, provate a venire a prenderle!»

    Con un grido, il Persiano si avventò su di lui e fu il segnale d’inizio del combattimento.

    Il greco era il solo ad aver prestato servizio militare e ad avere una certa esperienza. Gli altri avevano affrontato combattimenti soltanto nella finzione scenica, con spade smussate che potevano al massimo procurare scalfitture, mentre gli avversari erano quasi tutti dei veterani. Fin dal principio lo scontro si rivelò impari. Dopo un breve scambio di colpi caddero Apollodoro e Niceta, seguiti poco dopo da Afras e Yamash. Creonte resistette più a lungo, ma anche lui alla fine crollò, trafitto al ventre. Ormai erano rimasti solo Damone e i due acrobati a fronteggiare i Persiani, che nonostante due compagni morti e uno ferito erano ancora numerosi.

    Elasdu e Yarish supplivano con l’agilità e la velocità la scarsa abilità nel combattere. Schivavano i colpi guizzando rapidi come furetti, facevano capriole e salti prodigiosi che disorientavano gli avversari, tattica che permise a entrambi di portare a segno alcuni affondi, ma che alla distanza risultò poco efficace. Nell’eseguire un balzo acrobatico, Elasdu perse la spada e un Persiano ne approfittò per trafiggerlo nel momento in cui toccava terra. Lo trapassò da parte a parte, estraendo la lama prima che l’acrobata cadesse e decapitandolo con un taglio netto. La testa rotolò fra i piedi di Yarish, che fece un salto per non calpestarla ed emise un suono strozzato. Elasdu era per lui più che un amico; era un fratello e un amante. La sua morte

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