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Il Paese dei Santi

Il Paese dei Santi

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Il Paese dei Santi

Lunghezza:
342 pagine
4 ore
Pubblicato:
Mar 28, 2015
ISBN:
9786050368437
Formato:
Libro

Descrizione

Un posto immaginario, frequentato da personaggi immaginari.
Fabrizio De' Andrè potrebbe esserne il Rettore.
Infatti questo scritto è dedicato a lui.
Pubblicato:
Mar 28, 2015
ISBN:
9786050368437
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il Paese dei Santi - Valerio Bollac

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IL PAESE DI SANTI

La Rocca

Il Nano

Il Tipografo

El Negher

Il Mago

Il Guerriero

Lo Sbirro

Il Poeta

The Whitcher

Er Cravattaro

Lo Scrittore

LA ROCCA

Il paradiso è là, dietro quella porta, ma ho perso la chiave.

Forse ho solo dimenticato dove l'ho messa.

(Kahlil Gibran)

Non si sa dove sia; veramente nemmeno siamo sicuri che esista, il Paese dei Santi.

Ciononostante tutti, magari inconsciamente, lo frequentano; forse di notte, quando chiediamo ai sogni qualche soluzione alternativa alle banalità quotidiane, arrampicandoci sui valichi delle montagne della mente, accompagnati soltanto dalla luce fioca della luna che suggerisce profili conosciuti o ignoti presagi, ombre, diafani contorni.

Oppure di giorno, se proviamo inebriati di malinconia, corrosi da una noia fatale o sconfitti dalla fatica di vivere, ad individuarlo nel fondo umido di una bottiglia, sulla punta disperata di un ago bugiardo o, meglio, disegnato dalle fattezze di un viso inatteso.

Talvolta nasce da un urlo, dal rantolo che resta quando il fiato finisce, lasciandoti soltanto la cognizione dell’inutilità dello sforzo compiuto; tal altra dal pianto sommesso, che pur violento scuote il petto mentre le lacrime, provvisorie, roride amiche, ti cullano al tepore di un’ingiustificata mestizia.

Nasce ogni giorno, il Paese dei Santi, ogni ora, ogni minuto, ogni istante e cresce nella riflessione, perché la rassegnazione, al contrario, abortisce qualsiasi speranza.

E’ la porta che si apre ma solo noi possiamo decidere di varcarla.

Non è detto che si riesca a riconoscerlo; tuttavia, sicuramente, anche senza volontà, ognuno lo cerca in quella parte lunare di se, dimentica, avvilita, bistrattata, celata dietro faticosi equilibrismi d’opportunità, compagni importuni ed inopportuni del quotidiano che, continuamente, ci assilla.

Lungo, scostante, sempre faticoso il cammino verso San Grillà, ma inevitabile; raggiungere il nostro Paradiso ritrovato è meta inconsapevole di chiunque cerchi, con ragione, ragioni, tentando di alleggerirsi di fardelli non suoi per esplorare i varchi di una più intenzionale conoscenza.

Un trattato sulla libertà?

Un manuale sulla fantasia?

Beh, che la fantasia sia la massima espressione della libertà mi sembra un dato di fatto, ma è il concetto di libertà che non riesco a metabolizzare: più di un anelito, mi sembra uno slogan, fermo restando che, comunque, il duplice corno del dilemma è ben lungi dall’essere risolto.

Libertà da cosa o per cosa?

Ed è ben lungi dall’essere risolto perché, in vero, l’archetipo della libertà che ogni giorno ci martella, viene costantemente distorto nella visione definitiva e certa di un concetto che definitivo e certo non può, data l’aleatorietà dei suoi contorni, mai essere.

Dove finisce la mia libertà e dove inizia la tua?

Può una esistere a scapito dell’altra?

Volendo dare alla libertà un improbabile valore universale, la risposta è necessariamente negativa: al più si può affermare che la libertà del singolo individuo è, con opportuna attenzione, sovrapponibile alla libertà d’altri singoli individui; a tali condizioni però s’affaccia prepotente la necessità di chiamare le cose col loro nome.

Abbandoniamo perciò, per un attimo l’agognata ma irrealizzabile libertà individuale e sostituiamola col termine più semplice, praticabile, di esigenze, necessità del singolo e proviamo a correlarle con le esigenze d’altri singoli; ne scaturisce la possibilità di conciliare, qualora vi sia la volontà individuale di farlo, le necessità singolari nel contesto, plurale, della comunità.

Esigenze individuali… volontà individuali… necessità singolari nel contesto, plurale, della comunità… cos’è?

Un esercizio ginnico-atletico per stimolare le attività cerebrali?

Vi sto annoiando?

Me ne dolgo e confesso, limiti e peccati.

Sono pentito anzi, vorrei collaborare!

Consentitemi, tuttavia, un’ultima puntualizzazione: l’arringa conclusiva della difesa.

A costo di essere tacciato di banalità, debbo rilevare, a proposito d’individui e collettività, l’imprescindibile bisogno del singolo d’aggregarsi con altri suoi simili, ma, al contempo, è necessario sottolineare che la collettività non esisterebbe se non esistesse il singolo; sapere se sia nata prima la gallina o l’uovo, quindi, non c’interessa minimamente, visto che nel nostro caso il problema non si pone: sicuramente il singolo precede il plurale.

In quest’ottica è evidente che la collettività, intesa quale ente astratto rappresentante l’insieme degli individui non può, ab extra, presentare l’interesse di tutti singoli che la compongono senza che i partecipanti abbiano a loro volta confrontato i propri punti di vista valutandone pro e contro e decidendo a cosa individualmente rinunciare a fronte dei vantaggi ottenibili con l’adesione alla collettività.

Basta mettersi d’accordo sull’uso delle parole.

Lasciamo la libertà ai poeti ed agli artisti, essi sapranno dall’alto del loro genio raccontarcela; noi miseri mortali contentiamoci di essere responsabili e consapevoli del nostro futuro, il che già sarebbe una memorabile conquista.

Occhio, dunque, agli improvvisati tribuni della plebe (e non si vuol contestare la validità dell’istituzione tribunizia, ma la moralità dei tribuni), agli eroi ormai un po’ stantii che impugnando l’asta sventolano sotto i nostri nasi la bandiera della libertà, perché quella libertà è una scatola confezionata con cura maniacale, avvolta in carta dorata e suggellata da nastri che sembrano argento (ma, in realtà, sono d’acciaio), ben reclamizzata ed esposta nei seducenti negozi alla moda; una scatola, purtroppo, inesorabilmente vuota.

Quella libertà ha, oggi, persino una casa, un indirizzo, dei tutori che ne gestiscono la fattibilità ed a costoro, ai custodi della libertà, possibili colonizzatori del nostro subconscio, geni tutelari della mediocrità, dell’appiattimento funzionale, dell’abusus non tollit usum, recidivi affossatori dell’unica madre del concetto astratto di libertà, la fantasia, anch’essa agghindata come la genitrice e messa in vendita, preconfezionata, nei supermercati della cultura, convertita da espressione soggettiva di pensiero in via di fuga dall’alienazione, in un buco nero che s’ingigantisce, in cui gettare tutte le frustrazioni…

A costoro io chiedo: libertà da cosa… libertà per cosa?

La mappa del tesoro, allora, per trovare lo scrigno della coscienza?

Troppo difficoltoso l’argomento, eccessivamente personale la soluzione, esageratamente presuntuoso il presupposto.

No, niente di tutto questo.

Ma allora cos’è il Paese dei Santi?

Semplice: un libro di fiabe.

Racconti per adulti che hanno raggiunto una puerile maturità, ed in ciò, è chiaro, l’età non c’entra.

Le favole: celebrazioni di teneri eroi che hanno abitato con solerte assiduità i nostri sogni infantili; impagabili palestre della fantasia!

Già, è vero: ma sono state anche veicolo d’ingiustificati moralismi talvolta mai più dimenticati.

In effetti, a pensarci bene, quest’intrinseca doppia natura contraddittoria delle fiabe in cui la pedagogia si mischia, addirittura si fonde con la demagogia, è urtante e sfuggirla non è affare dappoco; si tenterà, tuttavia, evitando di dar qualità ai singoli personaggi. In quanto ha riuscirci, però, il risultato per nulla è garantito: sarà sempre opinabile e molto spesso risibile.

Traslando, per partito preso, il rifiuto di griffare le banane, divedendole in buone e cattive, ai personaggi incontrati, purtroppo traspare, in certi casi in maniera parecchio evidente, la simpatia verso questo o quel protagonista: è capitato a me scrivendo, succederà anche a voi leggendo; d’altra parte è impossibile non avere opinioni, più importante, semmai, la disponibilità a discuterle ed eventualmente rivederle. Per uscire da tale cul de sac morale un piccolo sotterfugio è stato necessario; in realtà si tratta di malizioso accorgimento, al fine d’evitare prese di posizioni in fondo gratuite.

E’ chiaro, ce n’accorgiamo molto presto, che la nostra idea di bene non coincide necessariamente con quella dei nostri amici, dirimpettai, colleghi, con i quali ogni giorno siamo a contatto: perché litigare - ho pensato - sugli attributi da conferire alle persone?

Eliminiamoli (gli attributi), o meglio, diamogliene uno solo.

Presto fatto: ho segato un ramo della dicotomia!

Non sapendo, né volendo, universalizzare il mio concetto, totalmente personale, di buoni e cattivi, ho esorcizzato i secondi, non certo cancellandoli, annullandoli, distruggendoli, li ho semplicemente promossi; così, a San Grillà, Paradiso ritrovato, tutti i personaggi possono fregiarsi del titolo di Santo!

Nemmeno potrei darvi torto, qualora protestiate perché, alla fine, sono tornato a griffare le banane; annotate, però, con intenti assolutori, che, in tal modo, le ho siglate tutte, ma proprio tutte e con medesima firma!

N’è venuto fuori un gioco lessicale forse un po’ arbitrario, speriamo talvolta divertente, di certo, per me, assai funzionale. 

Ecco, forse, l’unica differenza con una fiaba tradizionale: la convinzione che dall’incontro di diversità, anche quand’esse fossero abissali, debba nascere qualcosa di necessariamente positivo; quindi, pur non riuscendo ad abbandonare intenti istruttivi, l’insegnamento proposto sarà d’ordine metodologico, non di valore.

Favole squinternate, poco disciplinate, favole colorate, da non prendere sul serio.

Favole dei nostri giorni, regno dell’apparenza.

Favole senza Azzurri Principi, Cenerentole maltrattate, Belle, nel bosco, addormentate?

Né draghi, né mostri?

Orchi, streghe?

Dov’è Grimilde?

La Matrigna o Crudelia Demon?

Non si trova più il Lupo e la Nonna?

Povera Cappuccetto Rosso, priva compagnia!

Favole senza cattivi…?

Mah...?!

Come riconosceremo i buoni?

Dunque un sistema di lettura, un modulo conoscitivo?

Forse, anche se l’ipotesi appare, in ogni caso, immodesta.

Sicuramente sistema interpretativo, non intrappolato però in un’ortodossia canonica ma disponibile per sua stessa natura ad avvicinarsi, a comprendere l’alterità e con essa confrontarsi, su di essa rinnovarsi; ricettivo ad istanze diverse e pertanto congenitamente avverso a quell’integrazione che tutto supplisce ed assorbe, alla quale ogni convinzione è dovuta, in cui ogni dubbio, strana forma di redenzione, viene affrancato.

Catalogare le esperienze in uno schema precostituito, omnicomprensivo e stereotipato, è sicuramente vantaggioso per una mente pigra; anzi, più misero sarà l’elenco degli archetipi, meno faticoso si presenterà l’utilizzo: come dire, idee poche ma chiare.

Facendo entrare nel nostro mondo gli altri, piegando le loro istanze e le loro aspettative alla moralità comunemente e pedissequamente accettata, possiamo mascherare le carenze intellettuali con la stabilità propostaci, che tanta sicurezza ci concede. In tal modo arriviamo a formulare criteri di valore che non ci appartengono, dando facoltà a chi li gestisce di esprimere giudizi di merito e, giudicando, di condannare; l’ignavia consente questo perverso meccanismo di rigenerazione e potenziamento da cui è poi difficile scampare.

Al contrario se apriamo il cancello, senza naturalmente richiuderlo, davanti ai buoi, essi (i buoi, gli archetipi, i pensieri) curiosamente, senza pregiudizio, andranno incontro alla realtà, per una volta propositiva, riuscendo a trarre dalle esperienze altrui il massimo beneficio.

Un funambolico gioco d’equilibrio: come camminare su di una corda tesa, dove, anche quando si è fermi, bisogna muoversi, ripristinare continuamente i contrappesi, riducendo al minimo gli spostamenti, senza, però, poterli azzerare del tutto.

Arduo, oneroso, disagevole, non vi pare?

Ve lo avevo detto: il cammino verso San Grillà è faticoso!

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Fuori della metropoli, a nord, colline di rocce sedimentarie dominano il paesaggio.

E’ una zona di cave, un tempo proprietà del Papato, dove generazioni di picconatori hanno sventrato la terra fintanto che il minerale ha mantenuto il suo valore; poi, repentino, l’abbandono.

Non più operai, né le loro famiglie: un microcosmo ridotto a brandelli e svanito nel sospiro di pochi anni.

Non è stata un’epica conflagrazione ma il disfacimento che nasce dalla sterilità a svuotare le case: svilito il pregio della pietra, l’epilogo del lavoro e di chi per secoli lo aveva espletato fu ineluttabile.

Pur se la sua anima primitiva è andata perduta, la rocca, aggrappata al suo masso, scolpita nel tufo, si è però rifiutata di morire; lentamente, con costante abnegazione ha richiamato a sé, in forme diverse, lo spirito dimenticato, accogliendo i transfughi del progresso che aveva preteso la sua rovina.

Mani callose ed antiche, che sanno il dolore della fatica, l’hanno rubata alla roccia e menti agitate da millenari, attualissimi dubbi, la tengono in vita, nutrendola di pazienti utopie.

Che posto bislacco è oggi il borgo!

Le prospettive paiono capovolte.

I pensieri che si forgiano dalle figure, vittime consapevoli della loro frenetica concupiscenza, sempre fuggono verso il filo sottile dell’orizzonte che tutto rimpicciolisce e nasconde; cosicché le forme e le intenzioni sfumano in evanescenti ricordi i quali, assottigliandosi, perdono corpo sino a consumarsi nell’oblio.

Qui alla rocca, invece, le idee, proprio d’aldilà di quell’irraggiungibile confine, ci corrono incontro avvicinandosi e meglio definiscono i contorni che giganteggiano davanti agli occhi curiosi ed indagatori della mente e si manifestano come amici fidati, benevoli compagni di viaggio, plasmando e plasmandosi sui nostri principi, edera sul muro abbarbicata, per non lasciarci mai più; ma forse, chissà, è solo un modo diverso di vedere le cose.

Una valle stretta, percorsa da un serpente d’acqua, circonda e protegge la rocca, il cui unico ingresso è la galleria in salita che sfocia nella modesta piazzetta. La porosità dei muri scalpellati, dove i ricordi cristallizzati del tempo trovano dimora, fa pensare ad una grotta e l’erta non consola i passi; è faticoso entrare, non solo per le membra, anche la mente deve compiere uno sforzo per raggiungere quella roccaforte fantastica, ultimo baluardo contro l’innaturale ovvietà che ci lasciamo alle spalle.

Dopo un viaggio di secoli attraverso la memoria, talmente lungo da sembrare interminabile, valicando montagne che pur sembravano inaccessibili, tra paludi mefitiche e deserti infuocati, oceani minacciosi, sfidando gorghi traditori ed onde gigantesche, calpestando sentieri sconosciuti ed esili ponti precari, i figli dei pazienti picconatori sono tornati, ciascuno col suo carico di millenarie esperienze e, adesso, quelle conoscenze appartengono alla rocca.

Diversi, eterogenei, multicolori e variegati i loro abiti, come gli idiomi, le pelli… le idee.

Il borgo osserva (è gli occhi di tutti), presta attenzione (è l’orecchio di tutti), raccoglie, conserva e, mediando, ripropone. Tutti hanno occhi e sanno osservare; tutti hanno orecchi e sanno ascoltare.

Ma gli occhi di tutti hanno superiore visione e l’orecchio di tutti intende meglio: altrimenti a cosa servirebbe il borgo?

Così, prede di questo spirito bizzarro e bonario, i terrazzani della comunità, narrando storie remote, rinnovano il passato e nutrono con la memoria un futuro d’utopia che giustifica, se non nella realtà almeno nella fantasia, il loro medesimo esistere.

La confraternita dei giusti?

Il delirio che non si può disertare?

Il sogno della vita, il Paradiso?

Questa l’illusione partorita dalle nostre menti?

No, non è un’illusione; il villaggio esiste, con i suoi limiti e le sue possibilità, che ci prescindono, con i suoi personaggi e se per una volta riuscissimo a non attribuire loro qualità o difetti, a non dividerli in buoni e cattivi, potremmo accorgerci che la rocca ed i suoi protagonisti vivono dentro e fuori di noi, desiderosi solo di essere compresi.

Questo è il borgo: la raffigurazione innocente del Paese dei Santi.

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Hegel pensava alla monarchia costituzionale asburgica, con il re garante della continuità ed il Parlamento a rappresentare tutta la popolazione, come forma migliore di governo; Montesquieu era convinto che la stabilità di una democrazia potesse nascere solo dall’equidistanza e dall’equilibrio dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, che la gestiscono e dalla tensione paritetica, sostenuta da una reciproca indipendenza, delle loro emanazioni: parlamento, governo e magistratura.  Karl Marx non si pose il problema della rappresentatività, reputando dittature e democrazie, esclusivamente mezzi e non fini, e sognò di risolvere nella conclusione dei conflitti di classe la preistoria dell’umanità, mentre Churchill, fortemente turbato dall’esperienza del fascismo, col quale, inizialmente, aveva simpatizzato, si trovò a patrocinare l’idea che la democrazia fosse la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.

Interessanti e meritevoli dottrine che però non hanno alcun senso a San Grillà.

Tutti i rispettabili ideatori di filosofie politiche, dai più beceri conservatori ai più sfrenati utopisti, muovono da un presupposto inesistente per gli abitanti della rocca: che i rapporti gerarchici della comunità vadano gestiti dall’alto e, quindi, propongono soluzioni verticistiche ad un problema che ha la sua radice nella base; assolutamente farsesco, mistificatorio, per i borghigiani.

Per riuscire ad afferrare la struttura sociale della rocca, è necessario immaginare una piramide stabilmente ancorata al terreno, con le file più basse di blocchi marmorei solide, compatte, gagliarde e resistenti, coscienti che dalla loro tenacia dipende il futuro dell’intera costruzione; se invece gli scalini inferiori non possiedono tale consapevolezza, si troveranno a subire il peso di un edificio di cui non capiscono gli intenti, quando addirittura non li condividono.

Consapevolezza e partecipazione, dunque, come garanzia di progresso.

Molti instancabili patrocinatori di una concezione presuntuosamente aristocratica della cultura potrebbero in perfetta buonafede, obiettare che il popolino è troppo plebeo di rozzi appetiti assolutamente incapace di gestire se stesso, impensabile che possa gestire la cosa pubblica, la quale, in tal modo, resta sempre nelle stesse mani.

Il popolo abulico, maleducato, incolto considerato dal padre/padrone una sorta di figlio down, illegittimo ed indesiderato, da assistere con benigna compiacenza di genitore, oppure (a mali estremi, estremi rimedi) da sopprimere pietosamente.

Ma, mi domando: siederebbe così in alto il commovente, amorevole papà, se i figli, villani ed ignoranti, non gli fornissero un adeguato piedistallo?

Eh già, il popolo, abulico, maleducato, incolto: peccato sia così obbligatoriamente necessario per mantenere inopinate sinecure.

Meglio, a ogni buon conto, combattere la villania e l’ignoranza, barcamenandosi e sfruttando le loro contraddizioni, che lottare, avendo fin d’ora perso, contro la consapevolezza e la partecipazione.

Eh già, il popolo, abulico, maleducato, incolto: lasciamolo in queste condizioni e basterà riempigli la pancia fino a scoppiare per trasformare le sue proteste in ricordi.

Così però, è inevitabile, insito nella sua stessa natura, la piramide oscilla; uno starnuto si tramuta in tempesta e la stabilità in sogno.

D’altronde, cosa pretendere?

I pilastri sono di sabbia, anziché di marmo.

La rocca (che, detto per inciso, è scavata nel tufo), invece, non è una piramide, bensì una sfera e non ha fondamenta esterne, soltanto in se stessa: un rotondo monolite, perfettamente identico da qualsiasi parte si guardi (nulla c’è di stupefacente: tutto l’Universo è costruito così!)

Ed il borgo riproduce tale scontato principio di sfericità nella sua struttura sociale, accettando nel suo ambito una legge che garantisca non imponga la circolazione del pensiero e delle idee ed un capo che, sostanzialmente, assolve un’unica funzione equilibratrice tra tutti gli altri membri della comunità: deve assicurare egual peso e voce ad ogni singolo, senza abuso di alcuno.

Un vero sovrano, regna in vece e per conto, quindi a vantaggio del suo popolo, non governa su di esso: due modi d’intendere un ufficio civile. Regnare è dovere, sempre faticoso, spesso penoso; governare è diritto, ambizione ed egoismo, troppe volte proficua sinecura che non risponde all’ideale di servizio a beneficio della comunità; mal interpreta, quindi, l’aspirazione all’eguaglianza, alla giustizia, alla tolleranza, proprie di una civiltà che si reputi matura.

Non convincono queste teorie?

Sembrano oziose dispute infruttuose?

Può essere; d’altronde non è ai saggi reggitori di San Grillà che dovete stima e fiducia ma le parole di chi immenso regno ha avuto ed ha e che assiduamente governo ha combattuto, quelle si, potete tranquillamente ascoltare e serenamente valutare.

Voi sapete che i capi delle nazioni esercitano la loro signoria su di esse e i grandi sono quelli che fanno sentire su di esse la loro potenza. Non sarà così fra voi; ma chi fra voi vuol diventare grande sarà vostro servo e chi vorrà essere al primo posto si farà vostro schiavo, come il Figlio dell’uomo che non è venuto per essere servito, ma a servire e dare la propria vita in riscatto di molti.

Stupitevi pure ma è Gesù che parla (Mt 20,25-28) e non è singolare che proprio Lui, re e messia per nascita non certo per scelta, consapevole fin dal primo pianto dell’obbligatorietà del dovere, vincolo senza remissione, e della fallacità dei diritti, meschine chimere della presunzione, incatenato ad una sentenza già scritta e senza appello, avesse presente in modo così limpido, trasparente, ineluttabile, il concetto di servizio, tanto desueto per i nostri politici?

Lo stesso imperativo, la stessa moralità muove i sentimenti del rettore del borgo, poiché egli impersona la memoria storica del gruppo, l’anello di congiunzione tra passato e futuro, tratteggiando una fisionomia pontificale nella continuità dei valori, stabile linearità d’ideali sempre discutibili, perennemente aggiornabili.

Considerate le caratteristiche del Paese dei Santi, il monarca delegato dai cittadini di San Grillà alla reggenza assomiglia inequivocabilmente ad un Papa.

Come lo immaginiamo egli è: canuto e saggio, molto comprensivo, un padre non padrone che fruga nella sua memoria per raccontarci storie che ci aiuteranno a vivere.

<><><><><>

Si trastullano i bambini sulla piazzetta e con burla, con scherzi, con gare, stratagemmi e trovate, acchetano l’esuberanza dell’adolescenza con un pezzo di legno, un gessetto od un sasso; compensano la mancanza di materia prima con infantile genialità ed in tal modo divertono il corpo ed allenano la mente. Mentre annullano il tempo inventando svaghi che riempiano la loro giovinezza imparano a conoscere il Vecchio e la sua importanza per la comunità; perciò lo raffigurano rispettosamente quasi con devozione, in una filastrocca infantile sciorinata al ritmo dei salti, mentre giocano a campana davanti al sagrato.

Da dove viene nessuno lo sa,

sembra in eterno sia stato qua.

Chi si ricorda la sua elezione?

Tutti sappiamo della missione:

difender sempre la rocca amica,

questo è l’uffizio della sua vita.

Ne siamo certi non se ne andrà…

qual è il suo nome? San Tità.

L’unico magistero per cui il Vecchio non ha ricevuto mandato è quello che Montesquieu definiva terzo potere: la gestione della Giustizia, ma non per mancanza di merito, semplicemente perché alla rocca non si emettono sentenze, solo il perdono ha la sua ragione di esistere.

Chi non riesce ad accettare le regole, che non sono imposte ma nascono dal mutuo rispetto, semplicemente e liberamente com’era venuto si allontana dal borgo, senza drammi né rancori da parte di chicchessia.

Se il Vecchio è la cartina al tornasole dove quel che è stato e quel che sarà quasi chimicamente reagiscono dando vita al fugace presente, l’alambicco nel quale avviene la fusione è sicuramente il bar-caffè; lì prendono corpo i ricordi e le speranze che miracolosamente si amalgamano e costruiscono l’effimero, precario ponte che unisce il passato al futuro.

Grande quanto basta per soddisfare le esigenze della rocca (cioè piccolo) ma caldo e confortevole, col vetusto focolare in pietra e l’arredo di legno autentico, pervaso da un’atmosfera d’arcano benvenuto, talvolta taciturno, molto spesso chiassoso, il locale è gestito (sono anni, ormai) da un militante dinamitardo dell’esercito di liberazione irlandese, San Dwich, fuggito, con la moglie Sant’Artina ed il figlio Santo Stapane, da Belfast quando la guerra civile aveva assunto toni d’insostenibile, cruenta stupidità.

Costui è un vero mago del buffet; maneggia caviale, salmone, pan carrè, maionese

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