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Cavaliere di grazia
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E-book311 pagine4 ore

Cavaliere di grazia

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Info su questo ebook

Corre l'anno 1522: l'isola di Rodi, feudo dei cavalieri ospitalieri dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, è cinta d'assedio dai turchi di Solimano il Magnifico, e dopo alcuni mesi di terribili lotte la città dovrà arrendersi segnando la fine di un'epoca per la cristianità. È questo il quadro in cui si svolge il romanzo di cui è protagonista Andrea di Monforte, un cavaliere che vent'anni prima l'ordine ha espulso perché ha amato una ragazza ebrea. Divenuto ambasciatore di Carlo V d'Asburgo, Andrea è un esemplare uomo del Rinascimento, amico di Leonardo, di Raffaello, di Copernico. Ma è anche un uomo che, avendo preso coscienza di una realtà diversa da quella dell'Ordine, ha valicato i confini imposti dalla razza e dalla religione nella Rodi dei Cavalieri, città imprigionata nei rigori di una mentalità medievale.
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Rigoroso nella ricostruzione storica, corale nella vastità della visione... (Valerio Massimo Manfredi)
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Una storia che mescola abilmente l’incontro-scontro tra tre religioni e tre civiltà, ma che offre un messaggio attuale soprattutto oggi: sono più le cose che uniscono di quelle che separano. (Marco Guidi – Il Messaggero)
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Per riuscire a scrivere un romanzo storico così efficace e accattivante sulla storia dell’Ordine “di Rodi” è necessario disporre di una padronanza del materiale e di una ampiezza di vedute veramente considerevoli. Sicuramente Franco Mimmi appartiene a quella piccola élite di autori italiani che riesce a rendere la storia ancora viva. (prof. Marjatta Saksa-Rivista “Nobiltà”)
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Quali sono gli ingredienti che fanno di una storia ambientata nel passato un grande romanzo storico? L'accuratezza dell'ambientazione, certo, lo spessore dei personaggi, il gusto per l'avventura, un plot appassionante, la capacità di emozionare. Cosa dire allora di un libro nel quale tutti questi ingredienti sono presenti in dosi massicce, tenuti insieme da una abilità tecnica davvero non comune, che si traduce in una scrittura fine e densa di malinconia? Che si tratta non di un grande, ma di un grandissimo romanzo storico, al livello dei classici del genere. Un gioiello da recuperare, davvero. (David Frati – Mangialibri)
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Si legge d'un fiato come un giallo storico, ma in realtà è un romanzo a sfondo politico, o meglio una riflessione sull'intolleranza. (Paolo Romani – Famiglia Cristiana)
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Cavaliere di Grazia ha ambizioni che vanno oltre il rapido consumo d'una lettura appassionata. E propone un modello ideale di pacificazione nello scontro che insanguina il Medio Oriente. (Mimmo Càndito – L’Indice)
LinguaItaliano
Data di uscita2 gen 2015
ISBN9786050345254
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    Anteprima del libro

    Cavaliere di grazia - Franco Mimmi

    Uno

    Un uomo e un cavallo.

    Il pescatore strinse i pugni e batté i piedi per la rabbia. No, no, no! gridò. C'è posto solo per un uomo, ti ho detto. Sei cieco, forse? Non lo vedi che non è possibile? Guarda la mia barca, com'è piccola: come vuoi che possa trasportare un cavallo, e per giunta grande come il tuo? Alla prima onda un po' più alta la barca ballerà, il cavallo si spaventerà e comincerà ad agitarsi, e finiremo tutti in mare.

    Non si spaventerà e non si muoverà. E tu avrai uno zecchino d'oro.

    Davanti alla tranquilla sicurezza del cavaliere e al nome della moneta veneziana, il pescatore smise di berciare e spostò varie volte lo sguardo dal cavallone nero alla sua barchetta, dalla sua barchetta al cavallone nero, ma alla fine dell'esame la sua espressione desolata diceva che l'avventura era impossibile, e che quello zecchino poteva dimenticarselo. Era così affranto che non reagì quando il cavaliere gli passò davanti tenendo il cavallo per il morso e lo condusse, con gran rumor di ciottoli sotto gli zoccoli ferrati, verso la prua del piccolo peschereccio che la bassa marea aveva appoggiato dolcemente sulla riva. L'uomo era tanto alto che la sua testa arrivava all'altezza di quella dell'animale, al quale rivolgeva un flusso pacato di parole in un greco puro e melodioso che il pescatore, uso solo al dialetto della sua isola, capiva a stento. Quando il suo padrone, salito sulla barca, prese a tirare le briglie, lo stallone sollevò le zampe anteriori senza esitare ma con cautela, quasi con delicatezza, e in pochi istanti, senza problemi d'equilibrio per l'imbarcazione, giganteggiò a bordo sotto lo sguardo terrorizzato del pescatore. Ancora qualche parola sussurrata all'orecchio e l'animale piegò le ginocchia, si accosciò facendo risuonare sul ponte la grande spada che pendeva assicurata alla sella e restò immobile.

    Allora l'uomo gli tolse il morso e poi balzò a terra, si rivolse al pescatore che aveva osservato la scena quasi stordito e ora non sapeva se rallegrarsi o ribellarsi. Convinto, adesso? gli chiese.

    L'altro era ancora incerto. Non so, disse. È vero, per salpare basterà attendere l'alta marea, che certo solleverà la prua a sufficienza, ma è un viaggio di molte ore, come puoi essere certo che quel bestione non si muoverà?

    Non si muoverà, assicurò il cavaliere, e l'altro seppe che era vero e tese la mano per prendere lo zecchino, il primo che avesse mai posseduto, l'unico che avrebbe mai posseduto.

    Il pescatore tornò ad aggiustare le sue reti, sbocconcellando il pane della sua cena. Il cavaliere distese a terra un mantello nero e vi si sdraiò sopra come se i ciottoli fossero un comodo giaciglio, e anche il tempo sembrava non avere alcun effetto su di lui: guardava il cielo e poi socchiudeva gli occhi in una posa di indifferenza, e poi di nuovo guardava il cielo e lasciava trascorrere i minuti e le ore in un abbandono assoluto che tradiva una stanchezza infinita, simile alla morte. Le nuvole si fecero rosse e poi azzurre, una sottilissima falce di luna salì nel buio ad attrarre le acque e finalmente la barca galleggiò. Partirono.

    Il vento era favorevole, leggero ma teso, e la vela latina sibilava rigonfia mentre la prua filava alta e senza sforzo nonostante il peso del cavallo. A poppa il pescatore reggeva il timone seduto sulle reti arrotolate che avrebbe gettato solo al ritorno: che la pesca risultasse scarsa non era importante, lo zecchino rappresentava un guadagno pari ad almeno trenta notti fortunate. Il cavaliere gli stava accanto, sdraiato sul suo mantello, e sembrava dormire, ma ogniqualvolta l'animale fremeva nell'oscurità o emetteva un leggero nitrito, subito la sua voce si alzava, pacata, per sedarlo.

    L'aria calda del luglio del Dodecaneso andava a poco a poco rinfrescando, mentre il cielo si riempiva di stelle che ne foravano l'oscurità: il pescatore le osservava per dirigersi con sicurezza lungo l'itinerario che il passeggero gli aveva indicato, dall'isoletta di Calchi a Lindos, nell'isola di Rodi, e il cavaliere le ammirava e pensava che non c'era da stupirsi se Ipparco di Nicea, e Posidonio, e Gemino, avevano fatto proprio di Rodi il centro dell'astronomia antica. Pensava alle audaci teorie di Aristarco di Samo, che duemila anni prima aveva indicato nel sole anziché nella terra il centro dell'universo, e pensava al suo amico Nicolò Copernico, che cercava prove per riproporre la stessa teoria senza rischiare la scomunica papale.

    Ma la contemplazione delle stelle non gli impedì di avvertire il pericolo, quella sensazione d'inquietudine e di amaro in bocca che gli anni, attraverso le cicatrici, gli avevano calato nel corpo come un sesto senso. Si sollevò e subito allungò un braccio per sfiorare quello del pescatore e poi per indicargli, con l'indice teso, qualcosa nella notte. Quello ficcò lo sguardo nell'oscurità, e presto distinse macchie ancora più scure perché non vi si riflettevano le stelle: applicò una pressione gentile sul timone e la barca iniziò un'ampia curva che la portò lontana da quei temibili buchi neri. Solo quando furono scomparsi, e il mare tornato una distesa uniforme di buio e di luci riflesse, si azzardò a parlare. Navi turche, disse.

    Il cavaliere annuì. Ma loro vanno verso la città di Rodi, disse, e noi in direzione opposta. Svegliami quando avremo doppiato il capo dell'isola: invece di arrivare a Lindos mi farai sbarcare in vista di Kiotari, così potrai tornartene più presto a casa.

    E se i turchi mi fermassero?

    L'altro scosse la testa. Solimano il Magnifico non fa la guerra a un pescatore, disse. Senza un carico così compromettente come un cavaliere cristiano e il suo cavallo, nessuno ti disturberà. Tornò a sdraiarsi, si tirò il mantello addosso e si addormentò.

    Ma bastò la prima luce dell'alba a svegliarlo, e con lui il cavallo, che soffiò forte dalle froge. L'uomo si alzò con cautela, chissà se per non compromettere l'equilibrio dell'imbarcazione o per il tributo che gli anni imponevano alle sue giunture, e rasentando l'albero andò a raggiungere l'animale, gli accarezzò il muso, lo acquietò, poi prese da una borsa della sella un pane e tornò a sedersi accanto al pescatore, che sembrava non essersi mosso di un apice rispetto alla note anteriore. Spezzò il pane in due e porse una metà all'altro, che la prese e incominciò a darle morsi robusti mentre lui tornava a sdraiarsi masticando senza fretta ogni boccone. Quando ebbe finito, il pescatore gli porse a sua volta un piccolo otre dal quale zampillò un vino chiaro e odoroso. Bevettero, si sorrisero, tornarono a fissare la linea di terra che si stagliava alla loro sinistra. Non avevano detto una parola.

    Il sole si staccò dall'orizzonte e fece brillare la cresta delle onde, lampi d'argento sul blu dell'antico mare Egeo. Non una barca in vista, due delfini si inarcarono per un momento in un tuffo armonioso, il vento nella vela come un'arpa eolica, la prua immergendosi ed emergendo dalla spuma come un respiro potente, un anelito gioioso, una corsa audace verso una meta solare. Gli spruzzi giungevano copiosi a inzuppare il mantello nero del cavallo, che li accettava muovendo appena la gran testa, e spesso arrivavano al volto del pescatore e del cavaliere accolti da un ghigno e da un sorriso. Felicità, pensò il cavaliere.

    Si avvicinarono alla costa, dove le rocce si alternavano a piccole cale sabbiose, pini, cespugli, qualche capanna che era Kiotari e poi, su una cima nell'interno, apparvero i muri imbiancati delle casette di Asklipio, la cupola della chiesa del Transito della Vergine. Ecco, pensò il cavaliere, sono arrivato, sono tornato: qui finisce la felicità.

    Fece un segno e il pescatore tirò a sé la barra, la barca strinse la curva verso la riva e presto le fu vicina, allora il timone la riportò in parallelo alla battigia. Con un sol colpo del polso il pescatore sciolse il nodo che teneva la cima, la vela cadde rumorosamente facendo sussultare il cavallo e un attimo dopo la barca, ormai senza spinta, ondeggiava nello sciacquio della leggera risacca. L'acqua limpida mostrava il fondo, branchi di piccoli pesci grigiazzurri saettarono allarmati al tonfo improvviso del pescatore che si era lasciato cadere nell'acqua e poi, afferrata la prua, avvicinava lentamente la barca alla riva fino a far sfiorare la sabbia alla chiglia.

    Allora anche il cavaliere scese in acqua, e da lì parlò dolcemente all'orecchio del cavallo. Con un movimento in due tempi, possente e rumoroso quando gli zoccoli percossero il legno sonoro, eppure morbido e perfettamente controllato, l'animale si mise in piedi facendo inclinare fortemente l'imbarcazione, e un istante dopo spiccò un balzo che lo portò ad atterrare con un grande tonfo oltre i due uomini, quasi all'asciutto. Il pescatore risalì sulla barca e porse al cavaliere il morso e le briglie del cavallo, fece un cenno di saluto con la mano e stava per issare di nuovo la vela quando la voce del cavaliere lo fermò: Prendi anche questa, gli disse, e tra i polpastrelli delle sue dita brillava una moneta d'oro.

    L'altro lo guardò, incredulo, ma prima che trovasse le parole il cavaliere gli lanciò la moneta. Sii felice, almeno tu, disse, e gli voltò le spalle per andare a raggiungere il cavallo che lo aspettava sulla riva.

    Non riprese subito il cammino. Prima tolse la sella al cavallo e lo strigliò, poi si spogliò nudo e andò dietro un cespuglio a vuotare il ventre, quindi si immerse di nuovo nel mare e nuotò a lungo immergendo spesso la testa: teneva gli occhi aperti nell'azzurro e godeva la sensazione di facilità che l'acqua salmastra, sostenendolo, dava ai suoi movimenti. Per quel piacere della carne la sua stessa voce gli sussurrava all'orecchio la parola pagano, ma nella voce c'era un sorriso. Si inarcò sull'acqua come un delfino e vi ripiombò. Così è Rodi, pensò, un delfino tra due civiltà. Tutti sono giunti a Rodi, che Elio aveva scelto come sua dimora. Qui si rifugiò Altaimene, figlio di Catreo e nipote di Minosse, che lasciò Creta perché non si compisse l'oracolo che lo voleva assassino di suo padre. Qui giunse Cadmo per ritrovare sua sorella Europa, rapita da Zeus. Da qui partivano i bizantini per attaccare i saraceni, qui attraccò il califfo Harun al Rashid per depredare, e qui sono venuti Riccardo Cuor di Leone e Filippo di Francia ad assoldare mercenari per la loro crociata. Sacro e profano, pensò, e si chiese: ma che cosa è sacro, e che cosa è profano? E pensò: E poi siamo venuti noi. E ora ce ne andiamo.

    Riguadagnò la riva, si sdraiò su un tratto erboso perché il sole di luglio ormai alto e forte lo asciugasse, poi rivestì gambe e piedi dei pantaloni di maglia e infilò i calzari di cuoio di Levante che un esperto avrebbe riconosciuto subito di fattura turca, opera dei rinomati artigiani di Stambul. Su tutto, una dalmatica che strinse con il cinturone, e il mantello lo arrotolò e lo assicurò a una borsa della sella che aveva rimesso al cavallo. Dalla stessa borsa prese un cappello di feltro, grigio anch'esso, con il quale si coprì la testa semicalva per ripararla da sole, poi montò e avviò la cavalcatura al passo lungo la strada battuta che costeggiava la riva.

    Per arrivare a Lindos doveva percorrere una quindicina di miglia, e con la barca si sarebbe risparmiato tempo e fatica, ma aveva scelto la via di terra perché voleva tempo per pensare, per governare il ritorno dei ricordi. Non sarebbe stata certo la gente a distrarlo: l'entroterra dell'isola, devastato dai continui saccheggi a opera dei saraceni e poi dal sanguinoso assedio del 1480, aveva perduto molta della sua antica abbondanza e popolazione, e ora poi, davanti alla nuova minaccia dell'esercito turco, una volta di più gli abitanti delle campagne si erano rifugiati con bestie e averi entro le mura poderose dei castelli di Lindos, di Faraclos, di Monolitos, e soprattutto, naturalmente, della stessa Rodi. Qualche orto rompeva il colore uniforme dei campi abbandonati, ma più da vicino si rivelava abbandonato anch'esso, poche foglie verdastre sopravissute alla bruciatura del solleone. Solo qualche capra belava al passaggio del cavallo, solo qualche lontano latrato diceva che da qualche parte c'era ancora un pastore a prendersi cura di quelle greggi miserabili, e il cavaliere si rassegnò, per placare l'appetito di quel suo gran corpaccione, a trarre dalla borsa della sella l'ultimo tozzo di pane della sua riserva.

    Giunse a un bivio privo di indicazioni, ma la memoria gliele restituì senza sforzo e solo dubitò se proseguire verso destra, lungo la strada in vista della costa che portava a Lindos, o se avviare subito l'indagine di cui lo aveva incaricato Nicolò: alla sinistra, a poche centinaia di metri, c'erano le casupole di Lardos e le rovine di Keskinto, l'antico osservatorio fondato da Ipparco dal quale la vista degli astronomi poteva spaziare verso l'orizzonte orientale. Da lì, per secoli, avevano studiato il sorgere e il tramontare delle stelle fisse e delle stelle vaganti, lì Attalo di Rodi aveva inciso su una stele di pietra il disegno di Mercurio, Marte, Giove e Saturno e una lista di parametri planetari, e forse lì era stato costruito il meccanismo della cui esistenza Nicolò si diceva certo, la prova delle sue pericolose teorie.

    Si passò le dita nella barba grigia per scioglierla dalla salsedine e liberarla dalle briciole, poi scosse la testa e pensò: Quando la terra rischia di crollare, il cielo può attendere.

    Proseguì lungo il mare e presto fu in vista delle case bianche della città che era stata retta da uno dei sette saggi dell'antica Grecia, della possente fortezza alla cui costruzione lui stesso aveva fatto in tempo ad assistere, del porto nel quale era sbarcato anche San Paolo e che la natura e la storia avevano messo sulla linea di passaggio delle navi dirette a oriente. Così Lindos, che già nell'antichità aveva inviato le sue navi all'assedio di Troia, sotto il regno degli Ospitalieri era divenuta un grande centro marittimo e commerciale, e lui ne ricordava la bellezza insieme al brulichio dei mercanti e dei pescatori, dei comandanti che lanciavano maledizioni all'equipaggio e degli schiavi che curvavano la schiena sotto i sacchi di grano che venivano da Cipro, sotto le anfore di vino che venivano da Creta e dall'Italia, sotto gli orci di olio, le ampolle di profumi e le balle di seta che giungevano dall'Asia anche quando i rapporti tra turchi e cristiani si facevano più tesi. Ricordava le mille lingue che si gridavano messaggi, dal greco all'italiano, dall'arabo al turco, dal francese allo spagnolo, dall'ebraico all'armeno, e tantopiù, adesso, la città semivuota gli apparve spettrale, e quasi fantasmi i pochi abitanti, che apparivano e sparivano nelle porte basse e colorate di azzurro delle bianche case del popolo o sotto l'elegante archivolto di un palazzo nobiliare.

    Gli zoccoli del cavallo rimbombavano nelle stradine, evocavano poderosi echi nello spiazzo davanti alla chiesa della Vergine che il gran maestro Pierre d'Aubusson aveva fatto restaurare e sulla quale aveva posto le proprie armi, uno scudo con quattro croci. Il cavaliere toccò con gli speroni i fianchi dello stallone e lo avviò per l'erta che conduceva all'antica acropoli, dove sorgeva la fortezza. La curiosità per il nuovo arrivato ebbe finalmente la meglio: alcuni bambini presero a ruzzolare pericolosamente davanti alle zampe balzane del cavallo, alcune donne guardarono il cavaliere da sotto i fagotti che portavano in equilibrio sul capo, alcuni uomini gli si misero a fianco e gli rivolsero la parola, gli chiesero notizie della capitale e non gli credettero quando rispose che non veniva da Rodi. Un paio di popolani armati di lancia sostavano al primo, grande portone della cittadella, gli chiesero la sua meta, disse che andava a vedere il comandante e nessuno lo mise in dubbio. Attraversò l'esedra nella quale sedevano a chiacchierare altri cinque o sei uomini, indifferenti al rilievo rupestre nel quale, sedici secoli prima, Pitocrito aveva scolpito la poppa di una bireme e il navarca rodio Agesandro, un paio di capre brucavano tra i sassi ai loro piedi.

    Subito dopo il cammino si fece stretto, perché su un lato stavano accampate varie famiglie. Il numero dei rifugiati aumentava all'avvicinarsi alla fortezza e ancor più entro la fortezza stessa, sicché il cavaliere proseguiva tra le due ali di una piccola folla variopinta e povera. Qualche telo teso su bastoni riparava dal sole ormai a picco le donne e i bambini, seduti in terra o su una pietra a consumare un pasto assai parco, qualche gallina becchettava tra le pietre, un botolo si parò abbaiando davanti al cavallo ma quello lo ignorò con sovrano disprezzo. Non c'era ombra della guarnigione vera e propria, dodici cavalieri e un drappello di greci, che sempre aveva difeso la fortezza. La sentinella alla porta del palazzo del governatore presentò con la lancia un fiacco saluto e non fece domande quando il cavaliere, sceso di sella e assicurato il cavallo per le briglie a un anello di ferro infisso nel muro, salì la scalinata che costeggiava l'edificio ed entrò nella torre d'accesso alla fortezza.

    Fu allora, quando dal sole accecante del mezzogiorno passò nella penombra fresca della torre, che i ricordi tanto a lungo trattenuti fecero irruzione nella sua mente e lo travolsero: visioni lontane fatte di vere immagini e di desideri, di sensazioni carnali e di sogni, danzarono nel buio dell'atrio e in un attimo ricrearono il mondo che per tanti anni era riuscito a seppellire dentro di sé, accelerarono come folli dervisci la loro danza e gli strapparono un grido di dolore che dentro gli suonò lungo e disperato, ma che solo si fece udire, ai militi che finalmente giungevano, come un singhiozzo. Si erse in tutta la sua statura, per fare fronte a se stesso, e ordinò: Portatemi dal comandante. Sono Andrea di Monforte.

    Uno dei due uomini, il più anziano, lo guardò con curiosità, il più giovane con indifferenza. Lo scortarono lungo la scalinata e lo lasciarono davanti a una porta che si apriva su una terrazza, senza annunciarlo. Avanzò all'aperto, fin quasi al parapetto. Semisdraiato su un grande scranno stava un uomo alto e molto magro, vestito solo di un drappo attorno ai fianchi. Contemplava la spianata sottostante, i resti candidi del tempio di Atena India e il mare che incastonava Lindos nell'azzurro. Con una mano, che lasciava pendere da un bracciolo, accarezzava leggermente la testa di una ragazza seduta accanto a lui su alcuni cuscini, e con l'altra reggeva una coppa di cristallo intagliato dalla quale il sole sprigionava barbagli rossi. Si mosse solo quando la donna alzò la testa per guardare il nuovo venuto, e anche allora non si volse che a metà, mollemente, e i suoi occhi, nel viso emaciato, erano febbrili, venati di sangue. Ma quando videro il cavaliere, e lo riconobbero, si spalancarono nella sorpresa e nell'orrore.

    Tu qui, sussurrò. Tutto è finito, dunque.

    Due

    Il cavaliere arrivò fino al parapetto merlato, vi si appoggiò e fronteggiò il suo attonito ospite. Vedo che mi hai riconosciuto senza sforzo, Roger de Villeneuve, nonostante siano passati vent'anni.

    Parlò in francese, perché era non solo la lingua dell'altro ma anche quella più in uso tra i Cavalieri di San Giovanni, e lentamente, però questo non bastò a rinfrancare il suo interlocutore. Vent'anni, ripeté quello quasi stolidamente. E poi, con una smorfia: Sei tornato per assistere alla tua vendetta, Andrea? Rodi è caduta?

    Sei ubriaco, Roger, gli rispose duramente il cavaliere.

    Considerò la figura squallida davanti a lui, la pelle diafana sebbene il sole vi picchiasse sopra senza pietà, le ossa sporgenti come nella carcassa di un animale, radi peli rossicci sulla testa e sulla faccia, gli occhi sgomenti: quanto restava di frater Roger de Villeneuve, il suo amico, uno degli uomini che lo avevano giudicato e condannato. Scosse la testa e si chiese, per la prima volta, se non avesse accettato una missione troppo difficile, se il suo orgoglio non lo avesse tradito una volta di più portandolo a confrontarsi con un nemico poderoso come il passato. Accennò alla ragazza che non osava muoversi: Forse la tua amica vorrà portare anche a me un calice di vino, e qualcosa da mangiare, e vorrà far provvedere anche per il mio cavallo, che ho lasciato davanti al palazzo.

    Senza attendere che l'ordine le fosse ripetuto da Roger, la ragazza balzò in piedi sistemandosi addosso le scarse vesti che poco la celavano e corse via. Si sentì la sua voce giovane, acuta, gridare nell'eco delle volte, rumore di passi dei militi, poi sulla terrazza tornò il silenzio del solleone. Andrea avanzò e tese la mano come se volesse toccare l'antico compagno, ma quello alzò a sua volta una mano per schermirsi, si schiacciò contro lo schienale dello scranno. Cercò di parlare e gli uscì dalla gola solo un suono roco, raspante, deglutì più e più volte e il pomo d'adamo salì e scese ridicolmente nel collo miserevole. Andrea, disse finalmente, e sollevò il suo sguardo sperduto. Io non sapevo, Andrea, non avevo capito. E poi, abbassando di nuovo la testa, a mala pena intelligibile: E neppure ora, neppure ora…

    Passarono alcuni minuti senza che i due si muovessero, parlassero. Dal basso giungevano attutite le voci degli accampati, lo strillo più acuto di un bambino, il belato di un agnello, e nulla assomigliava alla scena che Andrea aveva immaginato per vent'anni, notte dopo notte: qui non c'era giustizia, non c'era la restituzione di quanto gli era stato sottratto, la compensazione per il dolore che gli era stato inflitto, ma solo miseria e ancora miseria. Lo prese una pena infinita e volle che non fosse per se stesso, andò a sedersi accanto all'uomo, là dove era stata la ragazza, e appoggiò una mano su quel braccio scarnito. Che cosa è successo, Roger? chiese.

    L'altro alzò gli occhi al cielo, li socchiuse. È caduta Rodi? chiese.

    Tu lo avresti saputo prima di me. Non è da là che vengo.

    Davvero? esclamò quello incredulo. Vi andrai, allora?

    Andrea fece cenno di sì, strinse le dita e gli sembrò che la pelle sottile fosse saldata all'osso, il braccio di una mummia. Che cosa è successo, Roger? Dov'è la guarnigione?

    L'altro si sporse per prendere dalla bassa tavola che aveva accanto il calice di vino, lo vuotò d'un fiato, si riadagiò. È inutile difendere gli altri castelli, disse, quello che i turchi vogliono è Rodi, e dunque se ne sono andati quasi tutti a Rodi. E stringendosi nelle spalle: A che servirebbero, qui? Per mandare un piccione messaggero di giorno, o accendere un fuoco di notte, non servono certo dodici persone.

    E tu?

    Roger fece nell'aria un gesto che strappò bagliori al bicchiere vuoto. Io! esclamò. "Perché sarei andato, io? Con quali forze? Per dare quale aiuto? E poi

    "

    Si alzò, e rivelare tutta la sua immensa statura rese la magrezza ancora più terribile. Prese un indumento dal bracciolo dello scranno e se lo infilò: era il saio nero dell'ordine, quello degli eremiti di sant'Agostino, con una croce bianca i cui bracci terminavano in una coda di rondine, otto punte come le otto beatitudini nel discorso della montagna. Vedi? disse. Il saio nero dei tempi di pace, e non la dalmatica rossa dei tempi di guerra. Che ci farei io, in una guerra? E poi…

    Di nuovo l'esitazione gli spense la parola, ma Andrea non disse niente, attese. L'altro si avvicinò al parapetto e guardò le rovine bianche del tempio di Minerva, il mare blu che si perdeva nella linea brillante dell'orizzonte. E poi, disse, io porterei sventura.

    Si voltò, e per la prima volta sulla faccia pallida appariva una smorfia che probabilmente era un sorriso, ma ancor più penoso che una smorfia di dolore. Io sono perduto, Andrea. Io che ti ho giudicato, e condannato, ora sono perduto. Aprì le due braccia in un largo gesto che avvolgeva la fortezza e il tempio, il mare e il cielo e la gente là sotto. Io non credo più, Andrea, o peggio ancora, io non so più in che cosa credere. Amo Nostro Signore e questa croce, e amo il Dio così vicino al nostro che adora la ragazza greca che mi consola, ma più ancora. Andrea, più ancora…

    Si arrestò, scosse violentemente la testa, se la strinse tra i pugni. Andrea lo udì mormorare: Questo sole, questo cielo… Io bestemmio, Andrea, io bestemmio!

    Ripiombò sul suo scranno, raccolse da terra uno scartafaccio sgualcito, lo mostrò all'altro. Guarda, disse, lo conosci?

    Andrea lesse alcune righe, annuì. È l'Ottavio, disse.

    È l'Ottavio, confermò l'altro, la piccola grande opera con la quale un antico avvocato tratta da avvocato la causa del cristianesimo contro il paganesimo, e la vince. Ti ricordi? E citò a memoria: …quella famosa conversazione, nella quale Ottavio prese a partito Cecilio, ancora attaccato alle vanità della superstizione e, con gran forza di ragionamenti, lo convertì alla vera religione.

    Andrea tacque, perché gli era stato facile capire: riconosceva quei dubbi, le visioni solari propiziate dall'antica isola che si contrapponevano alle norme rigide e talvolta impietose della verità cristiana, quelle visioni che avevano nutrito anche lui, che avevano causato la sua condanna. Così ascoltò senza stupore le parole con cui Roger riprese a parlare: "Ma io, Andrea, leggo e rileggo il

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