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Wedding Planner Creasi
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E-book231 pagine3 ore

Wedding Planner Creasi

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Info su questo ebook

Deborah ha diciannove anni, ama studiare e odia ragazzi e matrimoni. I suoi genitori invece amano combinarle appuntamenti con i figli dei loro amici, sperando che la ragazza si accasi con uno di loro. Deborah non ha mai pensato a cosa vuole fare dopo il diploma e non ci pensa due volte ad accettare un lavoro estivo a Firenze, ma la decisione non è presa bene dai genitori che decidono di cacciarla di casa. Una valigia, un biglietto del treno e tanta voglia di imparare qualcosa dalla vita: quello che Deborah non sa è che il giornale passato controvoglia a un ragazzo al bar e l’informazione data al parco a uno sconosciuto sono solo i primi passi per sconvolgerle la vita e le idee. Una storia d'amore scritta con toni leggeri e divertenti.
LinguaItaliano
Data di uscita7 ago 2014
ISBN9786050316704
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    Anteprima del libro

    Wedding Planner Creasi - Carobolante Federica

    Farm

    Capitolo 1

    E va bene, me ne vado, me ne vado!.

    Diciannove anni, appena diplomata e senza lavoro… E adesso anche senza un tetto sotto cui vivere. Ora cosa m’invento?

    Dunque, pensa Deborah, pensa. Oggi è giovedì, domenica mattina hai il treno per Firenze alle sette. Almeno per tre mesi, fino alla fine della stagione estiva avrò un lavoretto e una stanza dove stare, ma… Fino ad allora dove vado? Sotto un ponte? No, certo che no. Non sono mai stata una ragazza di mondo. Sono sempre vissuta chiusa tra quattro mura a studiare, scienze, matematica, trigonometria… Insomma nessuna materia che m’insegnasse a vivere fuori casa da sola. Dannazione al mio essere così secchiona!

    Aspetta, forse Emma può ospitarmi, la devo chiamare subito.

    Cavoli non risponde al telefono! Ah, eccola. Si, ciao Emma. Come va?, cerco di non far tremare la voce.

    Cosa vuoi Debby?, la solita burbera.

    Ehm… I miei mi hanno sbattuto fuori di casa..!, meglio se vado subito al sodo.

    No, Debby, cos’hai combinato ora?, il suo tono è un po’ troppo accusatorio per i miei gusti, ma ho bisogno del suo aiuto, cercherò di restare calma.

    Come ora? Comunque ho solo pensato di rimandare l’Università di un annetto…

    Un annetto?, sta urlando al telefono ma non capisco perché debba sempre agitarsi.

    O forse due…

    Oh, cavolo! Deby, non sono io che ti devo ripetere quanto i tuoi ci tengono…!

    Lo so, ma ho le idee confuse… un pochino. Meglio sdrammatizzare, forse la smette di farmi il terzo grado e posso venire al punto.

    Deby, con tutto quello che hanno investito per farti studiare in un liceo privato e i sacrifici che hanno fatto!

    Lo so, ma avevo buone motivazioni per andarci!

    Tipo che era femminile e questo era utile per tenerti lontano da ogni possibilità di interagire con l’universo maschile?! perché urla sempre di più, mica può fare di ogni mia decisione una tragedia.

    Vedi che avevo una buona motivazione! esclamo.

    Va bene, forse non era buona come motivazione, o forse lo era solo per me. Ma odio i ragazzini che ti guardano solo se sei carina, o oca. Io non ero né carina, né oca, solo mi piaceva studiare e loro non apprezzavano questo mio lato. Insomma non è colpa mia se gli uomini riescono ad essere così superficiali, io desidero solo essere una donna di successo e tutte quelle storie sul matrimonio, i figli, la donna che si occupa della casa, non fanno per me. Io sono il tipo di donna che non ha bisogno di un uomo al suo fianco.

    Comunque, cara Emma, avrei bisogno di un posto dove dormire fino a sabato. Non è che tu…

    Certo, vieni pure, i miei sono fuori per il week-end. Almeno mi farai un po’ di compagnia.

    Ti adoro!. Cioè spieghiamoci: nessuno adora Emma, sa essere così noiosa, monotona e pignola. Siamo state nella stessa classe per cinque anni e lei è sempre stata negativa nei confronti di tutti, però per non so quale strano motivo, non ce l’ha mai avuta con me. Non nello stesso modo con qui teneva il broncio alle altre, per lo meno. Ogni tanto a me passava i compiti di letteratura. E io in cambio le coprivo le spalle quando doveva avere, aspetta come diceva lei? Ah si, I suoi cinque minuti di colloquio con il professore di geografia. In realtà tutti si erano accorti che non andava ad un colloquio puramente didattico, ad ogni modo sarà stato istruttivo lo stesso.

    La casa dove vive Emma, non è grande, è enorme. Il suo corridoio sarebbe perfetto per un’ora di jogging e con tutte quelle scale potrei fare step fin dalle prime ore del mattino. O forse sono talmente pigra che farei installare un ascensore per passare da un piano all’altro e mi comprerei uno di quei monopattini elettrici per passare da un lato all’altro della casa.

    Quando sarò una donna in carriera, mi accontenterò di un appartamentino al piano terra senza giardino, con due camere al massimo, una cucina e un bagno. E ovviamente un garage enorme per posteggiare il mio Cayenne e la mia meravigliosa Harley.

    Ma per ora è meglio se tengo i piedi ben saldi a terra e mi godo questi tre giorni di relax, in questa casa da urlo.

    Capitolo 2

    Casa da urlo un corno.

    Sognavo un paradiso terrestre dove potevo dormire fino a tardi e mangiare schifezze. Invece, la signorina -so tutto io- mi obbligava ad alzarmi tutte le mattine alle sei, fare un’ora di corsa, una colazione leggera e nutriente, e poi voglio dimenticare l’incubo che ho vissuto. Forse l’idea di vivere sotto un ponte era da rivalutare. Almeno avrei solamente combattuto contro topi enormi e cani randagi, e forse qualche malintenzionato. Sempre meglio dell’appuntamento mattutino con parrucchiera ed estetista.

    È stato un incubo ed è inconcepibile come una ragazza di diciannove anni possa avere come unico scopo nella vita farsi bella per trovare il rampollo di qualche famiglia disposta a provvedere ad ogni capriccio della futura sposa. No, non riesco a visualizzare una vita fatta di agi e privilegi non sudati. Insomma, che ne è di tutte le lotte per l’emancipazione femminile, per le pari opportunità, per…

    Signorina, mi scusi!, una voce acuta interrompe i miei pensieri.

    Che c’è?, mi volto di scatto alla mia destra, mostrando un’aria scocciata. Insomma bisogna essere dei maleducati per disturbare una persona che se ne sta seduta tranquilla.

    Semmai signorina, quella scocciata dovrei essere io. Mi mostri il biglietto, cortesemente.

    Cavoli, il controllore. Dove ho messo il biglietto? Eccolo. Tenga. Faccio un leggero cenno col capo e cerco di mostrarmi un pochino più gentile, ma non mi guarda. Mi riconsegna il biglietto e si rivolge verso il prossimo passeggero.

    Osservo attentamente il mio biglietto con destinazione Firenze. Mi chiedo se questa sia una pazzia oppure sono realmente io.

    Un giorno, mentre prendevo un caffè vicino a scuola, intenta a risolvere un’equazione, ho sentito due donne parlare del loro hotel e del successo che avrebbe avuto quest’estate. Non so cosa mi sia preso ma ho chiesto subito loro se avevano bisogno di un aiuto. La signora più alta si voltò dolcemente verso di me e con voce sensuale mi chiese se avevo qualche esperienza con l’accoglienza clienti. Ovviamente non ne avevo. Insomma, stavo terminando il liceo, non potevo anche lavorare. Non io. Lei con una risata quasi soffocata mi propose di iniziare come lavapiatti e quando serviva come cameriera. Accettai subito.

    Inutile dire come la presero i miei. Pensarono al mio ultimo colpo di testa. Perché non potevo essere come la loro adorata figlia maggiore? La magnifica Rita, così dolce e carina con tutti, e tanto brava a far credere al mondo intero che sta terminando con successo medicina. In realtà, ha dato talmente pochi esami e con tali scarsi risultati che mi dispiace perdermi la reazione di mamma e papà di fronte alla cruda realtà, il prossimo autunno, quando non consegnerà la tesi.

    Chissà poi come la prenderanno quando vedranno l’appartamento in cui vive, e con chi vive. Jonathan, un ragazzo più vecchio di lei, che pensa di vivere facendo musica e cantando nelle piazze. Secondo me lo pagano per star zitto, con quell’intonazione comprensibile solo al cane dei vicini. Già, peccato non poter assistere alla caduta del mito. Spero di vedere a qualcosa di meglio in questa città.

    Sono le due quando arrivo in stazione. Prendo la mappa che mi ha inviato l’altra signora, quella bassa e con un viso talmente simpatico da sembrare un panda. Mi sembra si sia presentata come Annalisa. Come inizio mi sembra magnifico lavorare per due donne imprenditrici e sicure di se. Sicuramente loro non hanno bisogno di un uomo al loro fianco per essere quello che sono. Saranno come dei guru per il mio futuro.

    Nel foglietto, tutto spiegazzato, c’è scritto l’indirizzo, via Napoleone, Hotel Meraviglie. Un nome un perché.

    Arrivo dopo mezz’ora di cammino. I piedi mi fanno male e ho fame, molta fame. Mi hanno scritto che mi riceveranno per le tre. Potrei nel frattempo andare a mangiare qualcosa in un qualche bar. Ne noto uno poco distante, sembra carino.

    Entro, mi siedo in un tavolino e leggo il giornale mentre attendo il mio toast al prosciutto, formaggio e insalata. Nel bar c’è solo una coppia di anziani che sorseggiano un caffè e neanche si guardano in viso. Ecco, loro rappresentano proprio ciò a cui porta il matrimonio: l’indifferenza reciproca. Il barista ha un’aria tranquilla, non sembra uno di quei soliti baristi che cercano di rifilarti qualsiasi cosa abbiano sul bancone. Questo mi tranquillizza perché non sono in vena di spendere. Almeno non fin quando non firmerò il mio contratto.

    Una settimana di prova mi hanno detto. Devo resistere una settimana e poi avrò un contratto. Di buono c’è che l’alloggio me lo offrono loro. Dovrò condividere un bilocale con altre due ragazze ma l’importante è avere un posto dove dormire.

    Mi scusi. Ancora una volta i miei pensieri vengono interrotti, questa volta però mi mostro gentile.

    Mi dica e sfodero la mia dentiera perfetta.

    Davanti a me un ragazzo, avrà 27 anni ed è vestito come se dovesse andare a una cerimonia. Tutto sommato è carino, occhi verdi, capelli corvini, leggermente ondulati. Il ritratto di un vero sciupafemmine.

    Posso prendere il giornale? e indica il secondo giornale sul mio tavolo.

    Certo, abbozzo un sorriso strozzato e forse lui lo nota. Si limita a ringraziarmi e si dirige verso un tavolo vicino alla porta, dove lo attende un caffè ancora fumante e una biondona, all’apparenza tutta tette e niente cervello, vestita con un abito super scollato blu e delle decolleté vertiginose. Ce la farà a camminare su quei tacchi? Se cade voglio essere presente, almeno mi faccio una sana risata.

    Non posso soffermarmi ancora a osservare la scena perché fra cinque minuti mi attende il vero inizio della mia indipendenza.

    Entro dall’atrio principale. È tutto così fiabesco. Marmo bianco ai pavimenti, tende in seta che toccano il pavimento, mobili in ciliegio. Li riconosco, era il tipico arredamento del mio liceo. Tutto sembra meraviglioso, per l’appunto.

    Mi dirigo verso la reception, dove ad attendermi c’è una ragazza, sui 22 anni credo, di bell’aspetto e cordiale nei modi. M’invita ad accomodarmi e attendere in una delle poltrone color avorio, rivestite di seta. Con fare aggraziato alza la cornetta del telefono, digita un numero e annuncia il mio arrivo.

    Attendo pochi minuti e Annalisa, ho potuto leggerlo sul suo cartellino, sotto la scritta vicedirettore, mi riceve. Mi dice che il mio ruolo sarà quello di lavare i piatti tutti i giorni, un solo giorno di riposo è previsto dal contratto. Non ho nulla da ribattere. D'altronde non ho particolari impegni in una città a me sconosciuta. Mi indica l’appartamento a me destinato dall’altra parte della strada e mi dice che le mie coinquiline sono già arrivate da qualche giorno. Mi consegna le chiavi e mi da appuntamento per l’indomani mattina.

    Mi dirigo verso l’appartamento con le mie due valigie. Ho portato poche cose con me, giusto il minimo indispensabile. Il resto lo voglio comprare qui.

    Vita nuova, guardaroba nuovo.

    Apro la porta dell’appartamento e la prima cosa a cui penso è che dovrei farmi una doccia e una bella dormita. Devo assolutamente essere riposata e rilassata il primo giorno di lavoro. Meglio partire con il piede giusto. La sistemazione delle valigie può attendere. 

    Capitolo 3

    Giro la chiave, abbasso la maniglia e guardo quella che sarà la mia casa per i prossimi tre mesi.

    La cucina/soggiorno è piccola, un piccolo mobile a sei ante forma il piano cucina, con fornelli, frigorifero, acquaio e scolapiatti, al centro un tavolo per quattro persone, in legno, sembra grazioso, e appena sotto l’enorme finestra da cui si può vedere la strada c’è un divano marrone. Che tristezza. Evidentemente chi ha arredato l’appartamento aveva poca fantasia.

    Mi dirigo verso la camera. C’è un letto singolo e uno a castello in legno. Il letto singolo e quello più alto sono ovviamente già occupati. Non mi dispiace stare con i piedi per terra. Le altre ragazze hanno già messo a posto le loro cose. Mi scoccia essere da meno. Un enorme armadio che arriva al soffitto copre l’intera parete dietro la porta. Le ante sono scorrevoli e sono ricoperte da tanti specchi. Mi piace. Da luminosità alla stanza. Sempre che ne entri luce da quel piccolo lucernaio che si trova sopra le nostre teste. Spero di non morire soffocata.

    Lo apro e trovo degli spazi riservati con il mio nome. Certo che si sono proprio organizzate in tutto. Meglio così, sarebbe stata una noia litigare per dividersi un armadio.

    Un’ultima stanza mi preme controllare: il bagno.

    Mi dirigo verso la porta scorrevole, accendo la luce e posso constatare con tranquillità un ambiente carino, seppur piccolo. Doccia in un angolo a sinistra, sanitari e lavandino bianco con sopra un piccolo mobiletto e uno specchio rotondo. Essenziale ma carino. Non sarà difficile per me abituarmi.

    Inizio a sistemare le cose negli armadi. Pensavo d’impiegarci più tempo ma in un’ora ho messo ogni cosa al proprio posto. Controllo nel frigorifero, ma ci sono tre yoghurt, due banane e non so quante scatolette di tonno. Le dispense sono vuote. Decido di andare a fare un po’ di spesa. Insomma non posso vivere senza riso e pasta.

    Alle sette sono di nuovo in appartamento. È ora di preparare la cena. Chissà quando conoscerò le altre. Ceno e mi siedo sul divano. Devo essermi addormentata subito, perché vengo svegliata da un rumore di chiavi.

    Eccola qua. Sento una voce squillante davanti a me.

    Come? Cos’è successo? rispondo ancora intontita dal sonno.

    Ciao, sono Mary, la tua compagna di stanza!

    Davanti a me una ragazza piccolina e esile. Ha i capelli biondi raccolti in una coda alta e gli occhi marroni. Sembra simpatica, speriamo non sia solo la prima impressione.

    Piacere, Deborah, ma puoi chiamarmi Deby. Rispondo ancora assonata.

    Lei è Katia.

    Guardo alle sue spalle e appare una ragazza tanto alta quanto magra. Cavolo, ma qui assumono solo modelle? Ha i capelli ricci raccolti in una folta coda, gli occhi verdi e la pelle olivastra.

    Ciao, piacere.

    Ciao. E si chiude in camera.

    Mary osserva la scena senza farci troppo caso. Perdonala, è il primo giorno, ed è stato un po’ faticoso. Sai questa settimana ci sarà un meeting importante e in hotel tutti sono in fermento.

    Capisco. Io inizio domani. Rispondo, sempre osservando la porta della camera.

    Oh, bene. Sei anche tu cameriera? Mi chiede emozionata. Forse è realmente una persona cordiale e simpatica.

    Lavapiatti e all’occorrenza cameriera.

    Capisco.

    Beh, buon riposo allora. Termina con un sorriso.

    si, grazie. E mi riaddormento su quel divano marrone che poco mi piace ma è estremamente morbido.

    Capitolo 4

    È mattina e le ragazze mi svegliano, sono le cinque e mezza.

    Mary ha fatto il caffè per tutte e io mi mangio un buon cornetto alla crema. Mary mi spiega che se il giorno prima avanza qualcosa dalla colazione possono portarlo a casa, e loro puntano soprattutto su pane e brioches.

    Devo assolutamente ricordarmelo. Ogni avanzo dell’hotel costituisce un risparmio nella spesa. Ora sono una ragazza che deve provvedere a se stessa e devo cercare di economizzare il più possibile.

    Lavorare in hotel può avere anche questo vantaggio.

    Alle 7 siamo in hotel. Io mi dirigo verso la cucina dove trovo il cuoco. Un omone di quarant’anni con i baffi e i capelli rasati.

    Piacer…

    Alla buonora, signorina. Avanti non c’è tempo da perdere. Inizia a lavare i piatti e le padelle. Fra mezz’ora serviamo la colazione e per quando gli ospiti hanno finito anche tu devi aver finito.

    Agli ordini. Mamma mia che acido. Mangia limoni a colazione?

    Inizio a lavare tutte pentole mentre Mary e Katia dispongono sui vassoi le marmellate, il burro, il pane, la frutta, gli affettati e le brioches. Sono così ordinate, devono avere molta esperienza sulle spalle. Io cerco di lavare il più veloce possibile, ma il cuoco mi è sempre col fiato sul collo. Incredibile.

    Alle undici termino di pulire i fornelli e saluto tutti. Sono stanca. Andrei a dormire anche senza mangiare. Ma non posso. Devo fare delle commissioni e alle quattro devo tornare a lavoro.

    Mi affretto a fare una pastasciutta. Mary sta già mangiando una di quelle insalate confezionate, sembra buona, ma io preferisco di gran lunga la pasta.

    Allora Mary, quanti anni hai?, non è che voglio proprio saperlo. Semplicemente mi sembra giusto intrattenere una conversazione con la persona con cui siedi a tavola.

    Ventidue, e tu?, ho l’impressione che sia più interessata lei di me.

    Diciannove, e da dove vieni?,

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