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Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...

Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...

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Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...

Lunghezza:
306 pagine
3 ore
Pubblicato:
14 ott 2014
ISBN:
9786050327236
Formato:
Libro

Descrizione

Ci sono incontri, ricerche, idee, tentativi, visioni... appunti che progressivamente vanno a combinare in un mosaico tutto il percorso artistico e la vita di una delle più importanti voci della cultura italiana degli ultimi decenni.
I "frammenti" sono citazioni testuali estrapolate da un ampio archivio (colloqui, scritti e interviste) presentate in forma di discorso: un lungo e generoso discorso fatto da Giorgio Gaber in parallelo alla produzione degli spettacoli teatrali ideati insieme a Sandro Luporini.
Il "discorso" si svolge per lo più con lo stile del dialogo diretto: attraverso un linguaggio personale e denso Gaber svela le riflessioni, i dubbi, le intenzioni, l’evoluzione del pensiero che hanno accompagnato la sua avventura esemplare di uomo “tutto intero” nel mondo della cultura, del teatro e dello spettacolo.
Alcune annotazioni essenziali fanno da riferimento agli argomenti trattati e piccoli stralci evocativi dei brani teatrali inframmezzano il testo.
(II edizione ampliata, in eBook)
Pubblicato:
14 ott 2014
ISBN:
9786050327236
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso... - Micaela Bonavia

Giorgio Gaber

Frammenti di un discorso...

a cura di Micaela Bonavia

Seconda edizione riveduta e ampliata in eBook

ed.MbG

Prima edizione

© 2004 Micaela Bonavia

© Yoni, 2004 – Milano, Selene Edizioni

ISBN-10: 8886267991

ISBN-13: 978-8886267991

Seconda edizione riveduta e ampliata in eBook

© 2014 Micaela Bonavia

Fotografie e copertina Micaela Bonavia

Giorgio Gaber

Frammenti di un discorso...

«Dove esistono una voglia, un amore, una passione, lì ci sono anch’io.»

(Giorgio Gaber ’98)

Ringraziamenti (I edizione)

I miei ringraziamenti vanno a Piero D’Oro e alla Selene Edizioni per aver accolto e pienamente condiviso il progetto.

Un affettuoso grazie a mia sorella Laura che una sera di ventiquattro anni fa ha risposto alla mia prima domanda su chi fosse Giorgio Gaber. A Mariangela (che suo padre era del ’39 come Gaber – come direbbe Jannacci), a Natalia, a Ignazio e a Sandro... per motivi sentimentali che non sto a dire. Agli amici Rita D’Onofrio, Riccardo de Marino e Francesco Cuccurullo per aver seguito con tanto calore la preparazione di questo libro. A Roberto De Caro, direttore di Hortus Musicus.

A Simone Veneri e Venceslao Rossi, miei soci nella gestione del sito internet Far finta di essere... Gaber - www.giorgiogaber.org e a quanti contribuiscono all’accrescimento dell’archivio del sito.

Desidero ringraziare Dalia Gaberscik, Paolo Dal Bon e i collaboratori di Gaber che ho conosciuto a teatro, i musicisti, i tecnici e gli organizzativi, in particolar modo Gianni Neri e Gianfranco Aiolfi.

Grazie ad Adriano Baldi, presidente dell’Adac di Modena, al quale sento di dovere molto.

Ancora grazie a Sandro Luporini.

Nota introduttiva (I edizione)

C’è un’affermazione molto bella di Nanni Ricordi che dice: «Secondo me c’è in Gaber una capacità magnetica di comunicazione: lo vedi sul palco... Io l’ho vissuta anno per anno, riincontrandolo; cioè lui ha anche la capacità magnetica che passi due ore a chiacchierare con lui e scopri che è un bel parlare, perché è un parlare del sé, veramente, e questo lui lo trasmette... Poi ci ha ’sta capacità magnetica di captare e la capacità fisica di trasmettere anche fisicamente...».*

Frammenti di un discorso... è un lavoro che parte da lontano. È il frutto della costante ricerca e raccolta di materiale (stampa quotidiana e periodica, libri, registrazioni audio e video) che porto avanti dal 1980, anno della mia scoperta di Gaber, come fosse un piccolo corredo, un’appendice agli incontri a teatro e fuori scena.

I frammenti sono citazioni testuali estrapolate da questo ampio archivio (colloqui, scritti e interviste) presentate in forma di discorso: un lungo e generoso discorso fatto da Giorgio Gaber in parallelo alla produzione degli spettacoli teatrali ideati insieme a Sandro Luporini.

Il filo logico che lega i frammenti è la cronologia artistica,** anche se non tutte le citazioni sono contestuali al periodo che le inquadra ma si ricollegano ad esso per aree tematiche o analisi retrospettive. Alcune annotazioni mettono a fuoco gli eventi di maggior rilievo e i riferimenti agli argomenti trattati e piccoli stralci dei brani teatrali inframmezzano il testo: hanno valore evocativo e tornano anche nel parlato in un continuo rimando, a volte come incipit, a volte come parafrasi o come conclusione naturale di un pensiero.***

Il discorso si svolge per lo più con lo stile del dialogo diretto: attraverso un linguaggio personale e denso Gaber svela le riflessioni, i dubbi, le intenzioni, l’evoluzione del pensiero che hanno accompagnato la sua avventura esemplare di uomo tutto intero nel mondo della cultura, del teatro e dello spettacolo. Certi temi ricorrono più volte e sono come un filo sotterraneo che percorre il flusso di parole, ma ogni volta le argomentazioni si arricchiscono di significati e di potenzialità, in un’instancabile desiderio di interrogazione, di indagine della realtà e di intervento rigoroso.

Ho sempre considerato gli spettacoli di Gaber-Luporini come un appuntamento irrinunciabile per il piacere, per l’energia e per lo stimolo all’accrescimento che ogni volta ho ricevuto... da Gaber si andava incontro ad una forma di spettacolo strano: il suo modo di essere artista aveva in sé la volontà espressiva di chi crede profondamente in quello che fa e si espone mettendo in gioco se stesso in modo tutt’altro che gratuito. Parlare con Giorgio Gaber era un flusso di comunicazione e di scambio, un reciproco ascolto, un nutrimento completo di cui ora sento molto la mancanza. È probabilmente questo il motivo fondante del libro: reiterare la gioia di ascoltare e di parlare con Gaber.

Questo lavoro è dedicato a Giorgio Gaber con amore e riconoscenza.

Micaela Bonavia

* N. Ricordi, Triangolazione, in M. L. Straniero, Il signor Gaber, Gammalibri, Milano, 1979.

** Dal 1970 in poi tutti gli spettacoli teatrali e gli album pubblicati, riportati nelle annotazioni che scandiscono la cronologia artistica, sono di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, se non diversamente specificato. Per un quadro dettagliato e ampio delle produzioni, delle collaborazioni e delle attività artistiche si può far riferimento al sito internet www.giorgiogaber.org.

*** Per quanto riguarda i brani delle canzoni e dei monologhi si è scelto di citare lo spettacolo d’origine (la datazione è quella delle stagioni teatrali nelle quali lo spettacolo è stato rappresentato) o l’album della prima pubblicazione, tralasciando, salvo rare eccezioni, i possibili riferimenti alle riedizioni con revisione e attualizzazione del testo da parte degli autori.

Prefazione alla seconda edizione

Quando Gaber lo vedi anche... nelle maschere di carnevale, nelle pubblicità delle lambrette, lo senti nei cori dei piccoli cantori, nei jingle delle rubriche di costume, lo trovi nelle attività scolastiche al posto dell’ora di religione, lo vedi riprodotto sulle facce incredibili (nel senso di non credibili) di attori e cantanti che vogliono omaggiare, omaggiare... etichettato, statuificato (Il a vécu toute sa vie entre l’honneur et la vertu...),* ri-fondato (suo malgrado) per tutti i gusti in nome della divulgazione e con la scusa che il mercato editoriale (e discografico) è un soggetto apatico, bulimico e anche un po’ alzheimeriano (un malato grave, insomma), che va stimolato e nutrito in continuazione, foss’anche con autori fatti a pezzetti, omogeneizzati e spalmati sul pane, per dessert, come la nutella...

Ecco, in tutti questi casi, tornare all’originale è un esercizio salutare. O forse è solo sinonimo di incapacità di addattamento. Comunque mi è sembrato un valido motivo per riproporre questa seconda edizione dei Frammenti, in formato digitale, ampliata con nuovi testi e riferimenti letterari citati nei libretti di scena degli spettacoli. Questo lavoro è una sorta di repertorio tematico di Gaber (e Gaber‐Luporini). Le parole di Gaber offrono un piano di lettura parallelo alle canzoni, sono spunti di riflessione e di ricerca, compendio di interessi letterari e filosofici… intuizioni immediate, schegge folgoranti, invenzioni di teorie. Le parole seguono la traiettoria dei testi degli spettacoli o prendono diramazioni sul tema, tracciando un percorso espressivo inedito, parallelo a quello artistico. Gaber è stato un artista con una sensibilità particolare in grado di accorgersi di quello che c’è intorno, di porsi delle domande, di usare le parole come strumento di lavoro, la canzone come terreno di ricerca e l’espressione artistica come pratica di libertà. Grazie al mezzo del «Teatro-canzone», ha agito come testimone della coscienza collettiva, con l’intenzione etica e politica di incidere con la propria voce nel tessuto culturale, umano e sociale e contribuire a cambiarlo.

Nel frastuono generale, dieci anni dopo la prima edizione del libro, le parole di Gaber tornano ancora come riferimenti necessari, sempre presenti, viventi… che continuano a parlarci di noi.

* Jacques Brel, La statue, 1961

«Mah, a me sembra d’avere fatto sempre lo stesso mestiere, e più o meno lo stesso discorso. O meglio, di aver cercato sempre il senso che hanno o che prendono le cose quando sono in rapporto diretto con l’uomo, con la donna. Cose concrete. Anche l’amore è una cosa concreta, ogni tipo d’amore. [...] Cerco di ragionare, di capire, di proporre. Poi gli argomenti fanno i conti con le cose attuali. A volte diciamo: quanto abbiamo lavorato, quanto abbiamo fatto, e poi invece ci sembra di essere sempre al punto di partenza. A volte ci viene una bellissima idea, e ci diciamo che su questa dobbiamo assolutamente scrivere una canzone. E mentre la pensiamo ci viene in mente: ma se ne abbiamo già scritta almeno una sull’argomento... L’indagine continua sui temi di sempre...» L. Arruga, Gaber: le meraviglie di un sognatore, Il Giorno, 27/10/1999

È dunque

Gaber che parla

e che dice:

Io G. G. sono nato e vivo a Milano.

Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, nasce il 25 gennaio 1939 in via Londonio 28, a Milano.

Arrivo in via Londonio... non c’è più la casa. Ho sbagliato strada, fammi vedere: 24, 26... maledizione, manca il 28! Non c’è più la casa, ho perso la casa. Dove l’ho messa? (Gaber-Luporini, brano da Dove l’ho messa, in Anche per oggi non si vola, 1974-’75)

«La strada è stata molto importante per me. Sono un vero cittadino, come direbbe Céline. Da bambino giocavo a calcio, facevo il portiere e mi tuffavo sull’asfalto. La prima volta in un campetto, con tutta quell’erba ero quasi a disagio [...].» F. Poletti, Giorgio Gaber: i miei cattivi pensieri, Specchio, 21/4/2001

«[...] Céline [...] diceva che la natura, anche quando è addomesticata come nei parchi, che è già meglio, dà sempre un senso d’angoscia al vero cittadino. È il mio caso!» M. Cotto (a cura di), trascrizione dall’intervista radiofonica a Giorgio Gaber, Zona Cesarini Music Club, Radio 1, 12/4/2001

«Io detesto l’ecologia. Odio il sedano, diffido del cespuglio e dei cibi genuini. Sono un animale urbano, io. Adoro il cemento e i surgelati. L’inquinamento comincia dentro di noi, nelle teste della gente.» R. Chiaberge, Gaber via i partiti, riapriamo le osterie, Corriere della Sera, 1/3/1993

«Oh, mama! L’infanzia!... La mia infanzia è stata un’infanzia... Ero bello... Sono imbruttito crescendo... Mi sembra di essere sempre stato come adesso. Quelli che dicono: io sono maturato, sono cambiato... La strada, la voglia della strada... c’era nell’infanzia. E una certa capacità di stare bene insieme agli altri... Un po’ di malattie, un po’ di ruffianerie... La guerra, c’era, maledizione!... Anche un senso della famiglia come noi. Noi, la famiglia, e gli altri fuori... E invece la voglia di andare in strada, pur avendo anche dentro il fatto della famiglia come fatto giusto, chiuso: noi siamo spiritosi, noi abbiamo buon senso ecc. Basta, basta per noia, veramente.» E. Vicini, Gaber nella foresta, Blow-up di Marsilio Editori, Venezia - Padova, 1975

Dicembre. Su Milano, nebbia. Ma attraversata da qualche gelido raggio di sole. Una di quelle giornate, insomma, fatte per sembrare, o essere speciali. La guerra, finita da poco, ha reso la città una specie di colabrodo, scavata in tutte le sue viscere, piena di caverne, di mucchi inconsulti di macerie. E là nella piazza del mercato, uscendo da scuola come tutti i giorni, annoiato e ribelle all’ora di mangiare, incontrai Tarcisio. Tarcisio il barbone, con il cappellaccio tirato sulla fronte, le unghie nere, i silenzi eterni, le improvvise immobilità. Tarcisio aspettava una mela o una pera dai banchetti della frutta, qualcosa rimediava sempre. Dormiva fra gli scarti e i detriti. Se aveva ancora fame, chiedeva cibo e ringraziava chi lo beneficava togliendosi il cappello, con una buffa, nobile cortesia che mi metteva soggezione. A forza di osservarlo – ero attratto verso di lui da un‘inspiegabile calamita interiore – mi resi conto che ne avevo paura. Nel mondo dei normali che mi circondavano, io, bambino di otto anni assetato di mistero, lo vedevo diverso, assurdo, minaccioso, potente. Un angelo? No, piuttosto un extraterrestre, una creatura di altri mondi scesa chissà perché nella piazza del mercato. Mangiava la minestra dalla gavetta di alluminio che i milanesi chiamano schiscètta, ci affondava la testa, serio, concentrato, e non voleva disturbo. A forza di guardarlo e girargli intorno, avevo trovato il coraggio di considerarlo pacifico. Raccoglieva giornali chissà dove e li lisciava, li lisciava, allineandoli in pacchi ordinati vicino a lui. Mi rendevo conto in modo indistinto che viveva vendendoli a qualcuno, o portandoli al macero. Cosa ne fai? mi ero azzardato a domandargli e lui. Sono il mio pane. Anche se mi sembrava inutile, per un extraterrestre, un giorno gliene portai alcuni presi da casa, fra quelli già letti. Li accettò, ringraziò, ma non ricordo nessuna delle parole che disse, credo le abbia inghiottite la nebbia. Tarcisio cantava in spagnolo. Con la conoscenza musicale di poi, credo fosse un tango argentino, sempre lo stesso: Adios muchachos... La affidava all’aria di neve, che gli ovattava gli acuti, smorzava gli esotici fuochi fuori zona Oppure certi giorni, affondava in sproloqui filosofici di cui nessuno, nemmeno lui con il suo cervello di alieno riusciva a capire qualcosa. La nostra amicizia finì per colpa di uno scherzo. Tarcisio mangiava come di consueto, la fronte praticamente dentro la schiscètta. Un gruppo di ragazzi lo circondò senza parere: un colpo al gomito, per fargli rovesciare un po’ di minestra. Lui ebbe una reazione immediata, si alzò in piedi minaccioso, altissimo, marziano. I monelli scapparono via. Tutti. E anch’io scappai. Facevo pur parte di quella gentaglia, la brutta gente che ci avrebbe dato questa Italia qui. (G. Gaber, L’extraterrestre di piazza del mercato, Il Messaggero, dicembre 1995, riedito il 2/1/2003)

«Gli anni della ricostruzione. Forse difficili dal punto di vista economico, ma ricchi di grande speranza, di grande fiducia in un mondo migliore. Sono cresciuto in una famiglia piccolo-borghese, in una casa piccola, con le abitudini e col tenore di vita di allora, ma non ci sentivamo poveri per questo né la nostra poteva dirsi una vita di stenti: si aveva un paio di scarpe sole e quando queste finivano se ne compravano delle altre, il che era certo un buon segno. Sacrifici, sicuro, ma all’insegna di un’essenzialità che oggi in qualche modo potremmo anche rimpiangere. Mio padre era impiegato, ha fatto la sua carriera ed è diventato capufficio. Mia madre era casalinga e mio fratello Marcello, più grande di me di sette anni, si era diplomato geometra e suonava la chitarra. Mio padre suonava un po’ la fisarmonica, quindi un minimo di musica in casa c’era. Io poi, che avevo avuto un’infanzia piena di malattie e di rotture di coglioni tra cui un infortunio ad una mano, usai la chitarra anche come sostegno e recupero del mio inserimento.» G. Harari, Giorgio Gaber, Rockstar, gennaio 1993

«Giocavamo a pallone nelle corsie, nei cameroni che a quei tempi ospitavano decine di letti, e ogni tanto il pallone finiva sotto il letto di qualcuno che aveva pochi giorni di vita. Sì, diciamo che sono stato obbligato a sviluppare un forte senso d’ironia per badare a me stesso e alla mia salute... mentale.» Senza firma, Quel ranocchio del signor G, Vicenza Oggi, 22/3/1986

«[...] Io direi che tutta la mia carriera nasce da questa malattia, la quale ha fatto sì che abbia voluto reagire ad essa con la chitarra, portandomi così a fare questo lungo percorso nella musica.» L. Ceri e G. Martini, Il signor G suona la chitarra, Chitarre n. 51, giugno 1990

«[...] Io nasco come strumentista, nel senso che comincio a suonare la chitarra imitando mio fratello maggiore, verso gli otto-nove anni e quindi comincio come chitarrista con modelli jazzistici; ti parlo dei modelli jazzistici di allora che erano Barney Kessel, Tal Farlow, Billy Bauer, cioè musicisti legati all’area be-bop. Da lì mi accosto alla chitarra come momento di divertimento, di svago, non ancora di professione, anche perché vado ancora a scuola in quel periodo. La mia prima veglia come chitarrista la faccio a quattordici anni, guadagno 1.000 lire, la mia paga di chitarrista per quel Capodanno, e in quel momento non ho nessuna intenzione di cantare, non mi sfiora proprio il dubbio – non è che suono la chitarra perché voglio cantare, no; faccio solo il chitarrista. [...] Tiravo giù gli assoli dai dischi, cercavo di capire le armonizzazioni e poi andavo a vedere come mettevano le dita gli altri chitarristi, perché in fondo la chitarra si imparava così allora. Io mi ricordo che andavo a vedere Franco Cerri che suonava alla Taverna Messicana a Milano, e vedevo che le none, le minori settime, le tredicesime lui le faceva in un certo modo e quindi cominciavo a adattare queste nuove posizioni al mio modo di suonare. Tra l’altro io avevo una complicazione in più nel senso che avevo avuto anche una paralisi alla mano sinistra, per cui in effetti le posizioni degli accordi me le dovevo un po’ ritradurre secondo le mie possibilità; e lo strumento così diventava, anche proprio psicologicamente, una rivincita sulla mia malattia e una conferma della mia voglia di inserimento. [...] Insomma, l’inizio è avvenuto proprio così [...].» L. Ceri e G. Martini, Il signor G suona la chitarra, Chitarre n. 51, giugno 1990

«La mia generazione ha iniziato col jazz, avevamo tra i 16 e i 20 anni e ci trovavamo al Tecla con Tenco, Tomelleri e Jannacci. Certe stonature!» D. Cohen, Gaber-Jannacci. Aspettiamo Godot, Chorus n. 5, giugno 1990

«[...] Suonavo la chitarra e cercavo di portare a casa qualche soldino facendo ballare la gente. La mia passione era la musica jazz, ma con il jazz non si guadagnava mentre con la musica da ballo era più facile.» M. G. Gregori, Giorgio Gaber da Storie del signor G - Il Teatro Canzone, Cabaret n. 4, l’Unità iniziative editoriali, 1996

«Ma noi (dico noi, perché eravamo una razza, composta da poche persone [...]) consideravamo quest’attività del ballo, della musica leggera, come roba di serie B: chiaramente la musica più seria ci veniva da Charlie Parker, però in effetti, non è che poi Parker riscuotesse molto interesse nelle balere! (ride, n.d.r.) [...] Poi, durante questo apprendistato nelle cantine, dove provavamo, e nelle balere, dove suonavamo tanghi, valzer ed io ancora neanche cantavo, venne fuori da suonare con Celentano. Lui, che faceva delle imitazioni, naturalmente non era ancora Celentano, ma un disgraziato come noi, anzi forse di più! (ride, n.d.r.)» G. Harari, Giorgio Gaber, Rockstar, gennaio 1993

Nel 1957 compare sul piccolo schermo come ‘Rocky Boys’, chitarrista di Celentano, nella prima trasmissione televisiva abbinata alla Lotteria Italia Voci e volti della fortuna.

«[...] Jannacci c’era anche lui, anche lui era studente come me, eravamo tutto un gruppo intorno a questo Celentano, questo strano personaggio che ci chiamava a suonare e ci dava anche i primi soldi che guadagnavamo; lui sceglieva noi anche perché eravamo dei musicisti [...] un po’ più disponibili, vista la nostra formazione jazzistica, a fare delle cose un po’ più rockeggianti. [...] Era proprio una vergogna. Ricordo che in occasione di un concerto di jazz che io feci a Monza in un jazz-club dove andavano sempre a suonare in quel periodo i musicisti di jazz, dopo il concerto uscì la recensione di un critico che di me disse che ero bravo anche se ormai contaminato da questo nuovo rock’n’roll. [...] In quel momento diventai cantante di rock’n’roll, continuando comunque a suonare, a suonare e a cantare insieme [...].» L. Ceri e G. Martini, Il signor G suona la chitarra, Chitarre n. 51, giugno 1990

«Eravamo dei disgraziati. Jazz e rock con Jannacci, Tenco sassofonista tormentato, e Celentano: cavallo bizzarro, genialoide di talento. [...] Imitava Presley, ma non provava: mai. Così lo sostituivo al microfono: e ho imparato a cantare.» E. Parodi, Ora Gaber scende nell’inferno tv, Corriere della Sera, 23/10/1992

«Io avevo un gruppo con Tenco, ancora precedente ai Cavalieri,* a Genova suonavamo in un locale con una sorta di trio alla Nat King Cole, basso, chitarra e pianoforte, e cantavamo un po’ tutti, avevamo fatto una stagione estiva insieme, io infatti in quell’anno mi ero appena diplomato.» [* Jannacci al pianoforte, Tenco e Tomelleri al sax, Reverberi e Gaber alla chitarra] L. Ceri, Gaber 40 anni di carriera, Chitarre n. 153, novembre 1998

«Sui 18-19 anni lavoravo al Santa Tecla di Milano con un gruppo che si chiamava Rocky Mountains Old Times Stompers: a quei tempi, diplomato ragioniere, mi ero iscritto alla Bocconi e con il lavoro da chitarrista e di cantante (avevo anche incominciato a cantare) mi pagavo gli studi.» M. G. Gregori, Giorgio Gaber da Storie del signor G - Il Teatro Canzone, Cabaret n. 4, l’Unità iniziative editoriali, 1996

«Un mondo molto pittoresco, [...] il Santa Tecla era poco più che una cantina, scendevi dei gradini e poi quello che vedevi era lo shock completo. C’erano intellettuali, puttane, puttane intellettuali. [...]» G. Mughini, Quello che non sa è il Signor non so, Panorama n. 19, 9/5/2002

«Una sera ricevo un biglietto da un signore giovane che mi invitava alla Ricordi per un’audizione. Quel signore intraprendente sui 25 anni si chiamava Mogol. Ma io non mi presentai all’appuntamento: credevo fosse uno scherzo. Il giorno dell’appuntamento ricevo una telefonata allarmata in cui mi si dice che il dottor Ricordi in persona mi sta aspettando. Mi scuso, mi precipito, faccio il provino e subito Nanni Ricordi, che era un po’ il talent scout oltre che il direttore artistico della casa discografica, mi propone di incidere un disco. Io non avevo molta stima di me come cantante, ma accettai. [...]» M. G. Gregori, Giorgio Gaber da Storie del signor G - Il Teatro Canzone, Cabaret n. 4, l’Unità iniziative editoriali, 1996

«Io già cantavo i pezzi di Celentano, perché [...] ogni tanto mi era anche capitato di cantare al suo posto, così dissi loro che avevamo scritto anche un rock in italiano [...].» L. Ceri, Gaber 40 anni di carriera, Chitarre n. 153, novembre 1998

L’esordio discografico avviene con Ciao ti dirò (1958), canzone scritta con Luigi Tenco e incisa dalla Ricordi che, da casa editrice di edizioni musicali classiche ed operistiche, comincia in questa fase ad occuparsi di musica leggera. Legata a questo brano è anche la prima apparizione televisiva di Gaber in veste di cantante nel programma di Mario Riva Il Musichiere (1959).

«[...] Incisi così un disco di quattro canzoni delle quali la principale era Ciao ti dirò [...]. Questo disco mi proiettò nel mondo della canzone. Devo dire che mi faceva impressione sentire alla radio canta Giorgio Gaber. Sì, perché intanto avevo cambiato nome. Gaberscik era troppo lungo, troppo difficile e ci si mise alla ricerca di un nome più facile. Lì ho rischiato grosso perché i nomi che giravano erano Shiky Rocky, Jimmy Nuvola, Joe Cavallo. Poi invece, si scelse Giorgio Gaber. Forse perché richiamava il nome di un’attrice allora famosa, Zsa Zsa Gabor.» M. G. Gregori, Giorgio Gaber da Storie del signor G - Il Teatro Canzone, Cabaret n. 4, l’Unità iniziative editoriali, 1996

«[...] Ma ti confesso che avrei accettato anche come Rod Korda! Mi trovai proiettato abbastanza improvvisamente nel mondo della musica leggera con una sorta di auto-ironia (era un gioco, mica arte) e con un’iscrizione alla Bocconi che poi si perdette nel tempo. Quando poi cominciai a lavorare in televisione avevo solo 19 anni, ma ero già dentro nel mestiere, con grandi dubbi sulle capacità artistiche o professionali di un genere di musica che fin da allora consideravo come un gioco di ragazzi.» G. Harari, Giorgio Gaber, Rockstar, gennaio 1993

«Ciao ti dirò in realtà l’abbiamo scritta io e Tenco. Lui improvvisava molto ogni sera sui temi rock americani, specialmente su Jailhouse Rock di Presley, e da là ci venne l’idea di mettere le parole in italiano su una di queste improvvisazioni, abbiamo cambiato e fissato un po’ la musica ed è venuta fuori Ciao ti dirò, era l’estate del 1958. [...] E così aprii una porta anche per quelli che vennero dopo, perché dissi che avevo degli amici genovesi molto bravi, e subito dopo arrivarono Tenco e Paoli, che erano miei amici, e poi Bindi ed Endrigo. Arrivarono insieme ai genovesi anche Gian Franco Reverberi e Giorgio Calabrese, che a quel punto, essendo gli unici iscritti alla Siae, firmarono Ciao ti dirò. [...] Insieme a Ciao ti dirò c’era un lento che si intitolava Da te era bello restar, un pezzo agghiacciante perché veramente non riuscivo a cantarlo, e mi fecero fare altri due pezzi in inglese, perché c’era ancora questo dubbio sul rock, cioè se bisognasse farlo in inglese o in italiano, per cui registrai anche Be-bop-a-lula e Love Me Forever. [...] Io fui praticamente il primo a fare un rock italiano, ad imitazione di un altro cantante, che faceva un altro genere di musica ma che era sempre in qualche modo rockeggiante, e che era Tony Dallara.» L. Ceri, Gaber 40 anni di carriera, Chitarre n. 153, novembre 1998

«Quando portai a casa il primo disco tutti risero: sei proprio negato!» E. Parodi, Ora Gaber scende nell’inferno tv, Corriere della Sera, 23/10/1992

Sull’etichetta del 45 giri si legge: Giorgio Gaber e la sua Rolling Crew.

«La Rolling Crew

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