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... E fu così che Gioacchino divenne Rossini

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... E fu così che Gioacchino divenne Rossini

Lunghezza:
440 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
Sep 16, 2014
ISBN:
9786050321463
Formato:
Libro

Descrizione

Narrazione storica e romanzata della gioventù di Gioacchino Rossini
Editore:
Pubblicato:
Sep 16, 2014
ISBN:
9786050321463
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

... E fu così che Gioacchino divenne Rossini - Pierre Levi

Pierre Levi

... E fu così che Gioacchino divenne Rossini

... E fu così che Gioacchino divenne Rossini

Pierre Levi

Edizione Settembre 2014

ISBN 9786050321463

Autopubblicato con Narcissus.me

www.narcissus.me

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Edizione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl

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UUID: 9786050321463

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by Simplicissimus Book Farm

PREFAZIONE DI PHILIP GOSSETT

Ai nostri giorni, scrivere una biografia è un’impresa decisamente ardua. Pochi scrittori si cimentano in presentazioni di elenchi di persone, di lettere e date, e pochi lettori son disposti a seguirli. Ma sappiamo che solo la documentazione storica ci può trasmettere in modo preciso questo tipo di informazioni. Ecco perché occorre intelligenza e immaginazione per comporre una biografia convincente. La storia della stesura di biografie può prendere diverse direzioni. Da una parte, abbiamo biografie documentarie o raccolte di lettere e documenti, che forniscono il materiale di base, al quale gli eruditi devono rivolgersi quando vogliono veramente sapere ciò che è accaduto durante l’esistenza di una persona cui sono interessati. Ma d’altra parte ci sono biografie che fanno scelte difficili, cercando piuttosto di capire quello che lo scrittore ritiene cruciale in merito alla vita di una persona, sempre rimanendo il più vicino possibile ai documenti conosciuti. Gli Eminenti Vittoriani di Lytton Strachey, libro pubblicato per la prima volta alla fine della Prima Guerra mondiale, ne è un perfetto esempio. E poi, ci sono biografie fantasiose, impossibili, ma che mirano a una verità che sembra più importante dei dettagli della vita. E’ così che Virginia Woolf scrive una lettera d’amore a Vita Sackville-West, chiamandola Orlando, in cui narra quello che lei chiama la biografia di una figura che visse per oltre 300 anni e che cambia sesso nel corso dell’opera. Per converso abbiamo quell’infame biografia di Ronald Reagan Dutch, nella quale l’autore, Edmund Morris, si immagina di aver accompagnato Reagan nel corso della sua storia e ad ogni momento inventa dialoghi con lui.

Ho letto con molta attenzione varie biografie su Rossini, nonché diverse raccolte di documenti. Quasi tutte però falliscono miseramente quando vogliono farci comprendere il periodo che sfocia nei primi grandi successi del compositore: ossia le cinque farse per il Teatro San Moisè di Venezia, scritte tra il 1810 e il 1813, la più grande opera buffa al Teatro alla Scala di Milano, La pietra del paragone del 1812, poi l’opera decisiva che fa conoscere il nome di Rossini in tutta l’Europa, Tancredi, composta per La Fenice di Venezia nel 1813. Eppure, gli anni tra il 1805 e il 1810, quando Rossini era ancora adolescente (era nato nel 1792), fu non solo il periodo della profonda maturazione di questo ragazzo, ma anche di grande importanza per la storia d’Italia. Fu l'epoca in cui tutto quello che nell’avventura napoleonica sembrava promettente iniziò a finir male e questo avvenne proprio quando il grande eroe decise di proclamarsi Imperatore. Finora cosa sappiamo della vita di Rossini in quel periodo? Purtroppo pochissimo, anche dopo che un critico così acuto come Vittorio Emiliani (nella sua biografia Il Furore e il Silenzio. Vite di Gioachino Rossini, del 2007) riesce a mettere in relazione la vita di Rossini con quella di coloro che lo circondavano, nonché con i fatti storici.

Pierre Levi ha scelto un approccio diverso. Inventa un narratore francese in Italia, Georges-Etienne Savarin, al centro del racconto, e lo fa partecipare a tutte le vicende del giovane Rossini. Tutto si svolge come se gli eroi dei grandi romanzi di Stendhal fossero impegnati in una storia che narra le avventure di un determinato personaggio italiano. Con gli occhi di Savarin, si prende coscienza della dominazione francese in Emilia-Romagna e nelle Marche all’inizio dell’Ottocento. E’ attraverso lo sguardo di Savarin che si riesce a capire molto intorno alla cultura e alla vita teatrale: l'importanza del sistema degli impresari, le caratteristiche di città quali Lugo, Ravenna o Bologna, le famiglie di Agostino Triossi e di Luigi e Giuseppe Malerbi, il lancio della carriera di un cantante e le precoci passioni di Rossini per le cantanti Ester Mombelli e Isabella Colbran, nonché l’educazione presso il Conservatorio di Bologna sotto la tutela di Padre Stanislao Mattei. Levi non pretende che questi dialoghi o questi eventi siano veramente avvenuti nel modo in cui li racconta nel suo libro: non ne ha bisogno. Essi sono il riflesso di come si viveva in Italia in quel periodo e del mondo in cui Rossini è cresciuto. Per la prima volta si capisce quello che per Rossini doveva voler dire essere l’unico sostegno della famiglia, quando suo padre, a causa del suo carattere e delle difficoltà economiche, faceva fatica a trovare un impiego permanente e quando sua madre vedeva affievolirsi la sua voce. Sarà realmente accaduto? Non si saprà mai. Ma la ricostruzione di Levi dipende in larga misura da quello che sappiamo esser accaduto.

Per molti aspetti la sua storia è pura finzione. La conoscenza della vita familiare degli ebrei in Italia durante quel periodo non ha probabilmente costituito il contesto della vita di Rossini, anche se non c’è motivo di dubitare che gruppi di persone come i Del Vecchio avessero potuto prosperare in Italia. Parimenti, è poco verosimile che avessero avuto dei contatti con Rossini. Più complicata è la storia della ricostruzione fatta da Levi del contesto del Demetrio e Polibio e della Cambiale di matrimonio. Infatti, si sa pochissimo sulla gestazione del Demetrio e Polibio e non c’è un motivo sufficiente per stabilire che il suo libretto, scritto da Vincenzina Viganò-Mombelli, moglie del tenore Domenico Mombelli e sorella del coreografo Salvatore Viganò, fosse stato preparato già nel 1787 per Pasquale Anfossi. Per di più, le parti esclusivamente in recitativo di Onao e Olmira non erano presenti nelle prime rappresentazioni dell’opera - che ebbero luogo a Roma nel 1812 - ma sembrano essere state aggiunte a Bologna nel 1814. Rossini sembra che a un certo punto abbia ben scritto alcune composizioni per l’opera, ma quali prove esistono che furono preparate per occasioni specifiche? Non ne conosco alcuna. Eppure, si capisce pienamente la ragione per cui Levi ha voluto che Demetrio e Polibio servisse da filo conduttore lungo il corso di gran parte del suo racconto.

Si sa nello stesso modo che Rossini collaborò con il poeta Gasbarri per l’elaborazione del libretto L’equivoco stravagante: ma esiste la minima prova che Gasbarri abbia partecipato a una versione iniziale della Cambiale di matrimonio o che l'opera fu prodotta a Bologna? Non credo. Tuttavia è apprezzabile che Levi abbia voluto collocare il primo successo dell’opera di Rossini a Bologna.

In sostanza, occorre differenziare un romanzo da un dossier storico. Dal momento in cui si rimane prudenti nel non attribuire valore di verità ai dettagli di un romanzo, il narratore deve disporre della libertà per costruire la sua storia, al fine sia di rivelare una verità che si colloca tra i dettagli dei documenti sia per consentirci di accedere a un altro livello di verità. In questo, Pierre Levi ha brillantemente colto nel segno, e io non credo che in futuro penserò alla gioventù di Rossini senza rievocare la ricostruzione fatta da Levi del mondo in cui Rossini ha trascorso la sua adolescenza.

I 50 PERSONAGGI

Tutti i personaggi che intervengono nel corso della narrazione sono realmente esistiti, ad eccezione del narratore Georges-Etienne Savarin e di alcuni membri della famiglia Del Vecchio: Samuele e sua madre Ester e suo padre Mattia, personaggi ai quali l’autore ha pensato di collegare il Rabbino Salomone Davide Del Vecchio e l’impresario Osea Francia.

Ecco l’elenco in ordine alfabetico:

- ALDINI GIOVANNI (1762-1834): fisico, nipote di Luigi Galvani, accanito sostenitore dello zio sulle origini animali dell’elettricità. All’epoca dell’invasione francese nel 1796, ha salvato il patrimonio musicale di Padre Martini e ha proseguito la sua opera mirante a favorire la nascita di nuove accademie.

- ARTARIA FERDINANDO (1781-1843): rappresentante milanese della celebre famiglia di editori di musica viennese. A Milano si occupò del commercio di mappe geografiche.

- AVONI PETRONIO (1760 – 1835): clarinettista, primo interprete delle Variazioni per clarinetto e orchestra di Rossini.

- BABINI MATTEO (1754-1816): celebre tenore e insegnante di canto a Bologna.

- BALOCCHI CARLO (? – 1850): impresario del Teatro della Fenice di Venezia, amico di Domenico Barbaja. Il fratello Luigi sarà il librettista di Rossini per Il viaggio a Reims, L'assedio di Corinto e Mosè.

- BARBAJA DOMENICO (1778-1841): ex cameriere in un caffè milanese, genio del commercio (inventa il cappuccino, che viene chiamato Barbajada) diventa molto rapidamente il più importante impresario, dopo aver ottenuto l’appalto sui giochi d’azzardo nei principali teatri del Nord Italia. Sarà il principale manager di Gioachino.

- BRIZZI MARIA (1775-1812): brillante pianista, moglie di Luigi Giorgi e madre di Teresa, organizzatrice di concerti e fondatrice dell’Accademia Polimniaca.

- CALLIDO GAETANO (1727-1813): celebre organaro italiano.

- CAPRARA CARLO (1755-1816): Grande Scudiere di Napoleone, sotto il Regno d’Italia, giocatore accanito, ma grande filantropo del mondo musicale.

- CARCANO GIUSEPPE (? - ?): fondatore del teatro omonimo a Milano, nel 1803, teatro tuttora esistente.

- CASTAGNOLI GIULIO (? - ?): impresario del Teatro Marsigli di Bologna.

- CERA ANTONIO (? - ?): impresario del Teatro San Moisè di Venezia.

- COLBRAN ISABELLA (1785 – 1845): celebre soprano spagnola, una delle prime interpreti delle opere di Rossini, di cui diventò moglie nel 1822.

- DALLA NOCE GAETANO (?-?): impresario del Teatro dei Felicini di Bologna.

- DAVID GIACOMO (1750 – 1830) : celebre tenore.

- DAVID GIOVANNI (1790 – 1864): tenore italiano, figlio del precedente.

- DEL VECCHIO SALOMONE (? – 1824): rabbino di Lugo. Partecipò al Grande Sanedrin convocato a Parigi da Napoleone nel 1807.

- FRANCIA OSEA (?-?): impresario ebreo attivo in Emilia Romagna. Venne incarcerato per debiti nel 1817 a Parma.

- GIORGI LUIGI (? - ?): funzionario di polizia e giacobino della prima ora. Marito di Maria Brizzi. Dopo la morte prematura della stessa, sposerà il contralto Geltrude Righetti, che diventerà la prima interprete di Rosina nel Barbiere di Siviglia e di Angelina nella Cenerentola di Rossini.

- GIORGI TERESA (? - ?) : Figlia di Maria e Luigi Giorgi.

- GRASSEAU LUCILE (1791 – 1865): attrice francese, figlia di Elisabeth e sorella di Victorine, la futura madre del ballerino e coreografo Marius Petipa.

- GUARMANI VINCENZO (? - ?) : marito della cantante Elisabetta Manfredini dal 1802.

- GUIDARINI ANNA (1771 – 1827) : moglie di Giuseppe Rossini e madre di Gioachino.

- LATTANZI CAROLINA (1771 – 1818): celebre giornalista milanese che fonderà con il marito Il Giornale della Dame.

- LEJEY EUGÈNE (? - ?): intendente del Teatro Francese in Italia.

- MALERBI PIER CRISOLOGO (? - ?):ricco proprietario di Lugo, amico d’infanzia di Giuseppe Rossini.

- MALERBI GIUSEPPE (1771 – 1849): suo figlio maggiore, canonico austero, severo e rigoroso, primo insegnante di Gioachino.

- MALERBI LUIGI (1782 – 1843): figlio cadetto, canonico gioviale, stravagante e gran viveur. Insegnante anche di Gioachino

- MANFREDINI ELISABETTA (1780 - ?): soprano tardiva (inizia la carriera a 30 anni), diventerà una delle più grandi interprete di Rossini

- MARSIGLI-ROSSI ANGELO (? - ?): senatore e proprietario del teatro omonimo in Strada Maggiore a Bologna.

- MARTINETTI GIAMBATTISTA (1764 – 1830) : celebre architetto di Bologna che ristrutturò fra l’altro il magnifico Palazzo Riario-Aldini, che fu acquistato nel 1870 dalla famiglia Sanguinetti e nel 1986 lasciato per testamento al Comune di Bologna, che vi fondò l’attuale Museo della Musica, inaugurato nel 2004.

- MATTEI STANISLAO (1750 – 1825): direttore del Liceo Musicale di Bologna, Professore di Gioachino ed ex alunno del celebre Padre Martini (1706 – 1784).

- MAYR JOHANN-SIMON (1763 – 1845): compositore bavarese che con Ferdinando Paër ha dominato le scene italiane tra 1790 e 1810.

- MOMBELLI DOMENICO (1755 – 1835): celebre tenore e compositore. Dopo aver sposato la cantante Luisa Laschi (prima interprete della Contessa delle Nozze di Figaro di Mozart), e diventato vedovo prematuramente, sposò in seconde nozze Vincenzina Viganò, dalla quale ebbe dodici figli.

- MOMBELLI ESTER (1794 - ?): figlia maggiore di quest’ultimo. Diventò una delle prime interpreti del Viaggio a Reims nel 1825.

- MORANDI GIOVANNI (1777 – 1856): compositore e marito di Rosa Morolli.

- MOROLLI ROSA (1782 – 1856):cantante, fu la prima interprete della Cambiale di Matrimonio e, alcuni anni dopo, di Odoardo e Cristina di Rossini.

- MOSCATI PIETRO (1739 – 1824): celebre medico e chirurgo, diventato a fine carriera Ministro della Pubblica Istruzione; partecipò attivamente all’inaugurazione del Conservatorio di Musica di Milano nel 1808.

- PAËR FERDINANDO (1771 – 1839): celebre compositore divenuto Direttore del Théâtre des Italiens di Parigi

- PAVESI STEFANO (1779 – 1839) : compositore, amico di gioventù di Rossini.

- RAFFANELLI LUIGI (1752 – 1821): celebre basso-buffo che interpretò per primo la parte di Tobias Mill nella Cambiale di Matrimonio di Rossini.

- RAUCOURT FRANÇOISE (1756 – 1815): celebre attrice che per un breve periodo venne incaricata di dirigere il Teatro Francese in Italia (1806 – 1809).

- RICORDI GIOVANNI (1785 -1853): celebre editore milanese, fondatore della Casa di Edizione Musicale che porta il suo nome.

- ROSSI CORNELIA (1781 – 1867): moglie di Giambattista Martinetti. Donna di grande fascino e di profonda cultura, fondò un salotto letterario a Bologna, diventato celebre in tutta Europa.

- ROSSINI GIUSEPPE (1758 – 1839): padre di Gioachino, cornista a Lugo.

- SAMPIERI FRANCESCO (1790 – 1863): amico intimo di Gioachino, compagno di scuola al Liceo Musicale di Bologna e futuro compositore.

- SESSI IMPERATRICE (1784 – 1808): contralto, morta prematuramente a 24 anni. Fu iscritta all’Accademia Filarmonica di Bologna allo stesso momento di Gioachino.

- TRIOSSI DOMENICO (1758 - ?): figlio maggiore della famiglia di commercianti di cereali di Ravenna.

- TRIOSSI AGOSTINO (1781 – 1822): suo fratello più giovane e contrabbassista dilettante, che diventerà amico intimo di Gioachino e gli farà comporre le sue 6 sonate per strumenti a corda (1807).

- VIGANO’ VINCENZINA (? – 1814), figlia del celebre coreografo Onorato Viganò e nipote del compositore fiorentino Luigi Boccherini, dopo un breve periodo come ballerina, sposò Domenico Mombelli. E’ l’autore del libretto di Demetrio e Polibio, sul quale Gioachino comporrà la prima opera, rappresentata a Roma nel 1812.

PROLOGO

Caro Lettore,

Innanzitutto grazie per aver scelto di leggere questo libro. Il mio nome è Georges-Etienne Savarin. Inutile consultare un’enciclopedia o un dizionario, non mi troverai. Mi chiamo così dal 17 febbraio 1782, data della mia nascita, a Auxerre. Oggi, che ho quasi sessant’anni, ho deciso, dopo la lettura del nuovo romanzo di Honoré de Balzac, Massimila Doni, di rivelare il più bel segreto della mia esistenza, scrivendo un romanzo dedicato a Rossini, che ha risvegliato in me ricordi indimenticabili.

La mia presenza in Italia, prima nel 1802 poi nel 1805, fu il frutto della mia passione per il canto, che nacque in me una sera del 1801, dopo l’ascolto del Matrimonio segreto di Cimarosa al Théâtre des Italiens di Parigi. Stavo allora concludendo i miei studi di giurisprudenza, ma contemporaneamente facevo parte di un coro. Ero affascinato dal mondo del teatro e, subito dopo quella memorabile rappresentazione, incontrai uno dei cantanti, il quale, notando il mio entusiasmo, mi incoraggiò a seguire corsi di canto in Italia presso un certo Matteo Babini, di Bologna.

A quell’epoca l’Italia era in piena trasformazione politica: a seguito della Consulta di Lione, che aveva visto la proclamazione della Prima Repubblica Italiana, decisi con un po' di audacia di partire per Milano, all’insaputa dei miei genitori che non avrebbero di certo approvato questa bravata. Dovevo trovare questo Babini, che vedevo come l’uomo che mi avrebbe insegnato la professione di cantante. Ma, preso dal rimorso, informai i miei genitori.

Con mia grande sorpresa, mio padre, che era un funzionario del Ministero delle Relazioni Estere, mi diede l’indirizzo di un certo Petracchi, un economista molto interessato al teatro e con il quale aveva stretto amicizia all’epoca della Consulta di Lione, che aveva radunato oltre quattrocento deputati e notabili da tutta l’Italia.

Fu quando Babini mi impartì le prime lezioni che incontrai Rosa. Fu il mio primo grande amore e credo che non lo dimenticherò mai. Eravamo sul punto di sposarci, quando nel 1804 ricevetti una maledetta convocazione dal Ministero, che mi ordinava l'arruolamento nell’esercito e quindi dovetti rientrare in Francia.

Ma una serie di eventi ritardarono il mio servizio militare: prima il plebiscito di maggio, che avrebbe portato all’incoronazione di Napoleone come Imperatore dei Francesi, poi nel 1805 alla sua proclamazione come Re d’Italia. Fu allora che arrivò una lettera dal Ministero dell’Interno italiano, firmata da Angelo Petracchi, che mi annunciava che ero stato presentato come interprete ufficiale nei rapporti tra le autorità francesi, alla cui testa si trovava il giovane Viceré Eugenio di Beauharnais, e il Ministero dell’Istruzione, diretto dal Dottor Pietro Moscati. Lo scopo di quest’ultimo era la creazione di una Scuola di Musica, sull’esempio del Conservatorio di Parigi e del Liceo Musicale di Bologna, che aveva appena aperto i suoi battenti. E fu così che fui salvato dal servizio militare!

Ripartito nel mese di settembre 1805 per Milano, fui quindi incaricato ufficialmente di redigere un rapporto sul Liceo di Bologna e di tradurre in italiano il regolamento del Conservatorio di Parigi (il mio precedente soggiorno mi aveva consentito di imparare bene la lingua). I miei emolumenti mi avrebbero consentito di proseguire gli studi di canto con il Maestro Babini.

Tornai a Bologna convinto di ritrovare Rosa, di cui non avevo più avuto notizie da diversi mesi. Purtroppo era partita e nessuno poté indicarmi il suo nuovo indirizzo. Solo Matteo Babini, che aveva saputo qualcosa tramite uno dei suoi alunni, mi disse che avrebbe dovuto partecipare alla stagione del Carnevale presso il Teatro di Ravenna.

Dimenticando momentaneamente la mia missione, un giorno nevoso di inizio dicembre decisi di partire per il famoso porto dell’Adriatico: salendo sulla diligenza che doveva trasportarmi, ero lontanissimo dall’immaginare la grande avventura che mi aspettava!

Caro Lettore, le veridicità dei fatti che sto per raccontarti potrà essere provata solo dalla verosimiglianza del loro contenuto. Nessun altro più di me può meglio narrare la storia straordinaria della quale sono stato testimone diretto, dal 1805 al 1810, quando involontariamente ho assistito alla crescita di un adolescente che ha folgorato l’intero mondo musicale.

Questo racconto precede di qualche mese l’irrefrenabile eruzione di questo vulcano: non appena fui tornato in Francia, la sua musica cominciò a sgorgare, come un torrente multicolore, che in poco tempo ha inondato il nuovo pubblico uscito dalla rivoluzione francese, donando l’immagine di un paradiso virtuale e di un'immensa felicità. Il mondo intero vedeva così affermarsi rapidamente uno dei più grandi astri della musica che abbia mai irradiato l’Italia: GIOACHINO ROSSINI.

PARTE PRIMA

CAPITOLO 1 - VIVAZZA

Vittoria! Vittoria! Vittoria! Si urlava da tutte le parti a Lugo, città della Romagna dove ero appena giunto quel pomeriggio del 10 dicembre 1805; e mi ricordo del freddo particolarmente pungente che tormentava quel periodo dell'anno.

Partiti da Bologna verso le otto del mattino, avevamo viaggiato per tutta la mattinata sotto un cielo grigio che minacciava neve. La carrozza era vecchia e le strade a quell'epoca erano estremamente sassose. Da quando Napoleone, in quella famosa giornata del 14 giugno 1800, aveva vinto la battaglia di Marengo e respinto definitivamente l'armata austriaca del Generale Von Melas, il governo pontificio presente nelle principali legazioni dell'Emilia e della Romagna aveva visto tutto il proprio patrimonio fondiario scomparire a profitto dei ricchi proprietari; costoro,coscienti del proprio potere e dotati di uno spirito corporativo che li portava a guardarsi bene dall'investire o dal fare investire in grandi opere cantonali, non facevano niente per mettere a posto i grandi assi stradali, nel timore anche che tali lavori potessero scalfire la loro egemonia di grandi proprietari. Infatti la via Faentina, i cui lavori erano stati fin dal 1802 oggetto di discussione, e che rappresentava un'arteria fondamentale per le comunicazioni commerciali con l'entroterra, era divenuta impraticabile, soprattutto dopo le piogge autunnali; inoltre le spese per la sua manutenzione sarebbero state interamente a carico di quei nuovi proprietari, che perciò si coalizzarono per impedirne la realizzazione.

Inconsapevolmente, il mio pensiero viaggiava a un anno prima, quando avevo ricevuto quella maledetta lettera da mio padre, con la quale mi ordinava di tornare in Francia. Lasciare Rosina aveva rappresentato un dramma sia per lei che per me, perché eravamo estremamente innamorati l’uno dell’altra e, ora, rivedevo il suo viso inondato dalle lacrime, attraverso la finestrella posteriore della diligenza che partiva per Torino. Adesso che l’occasione si era presentata per questa missione affidatami dal Dottor Petracchi per la Commissione per il Miglioramento degli Spettacoli, in vista della creazione di un Conservatorio di Musica a Milano, ero deciso fermamente a ritrovarla, a ogni costo.

Durante il viaggio cercavo invano di prendere sonno, ma non riuscivo ad addormentarmi per i numerosi soprassalti che mi scuotevano, talora violentemente. La Romagna in quel periodo dell'anno era anche bella, con quelle sue lunghe distese di campi incolti che, soprattutto tra Imola e Castel San Pietro, potevano vagamente rievocare la steppa russa. Nella vettura c'era un uomo molto robusto che si recava a Ravenna e che dormiva rumorosamente sprofondato nel suo sedile. A fianco a me un omino dai capelli ricci e dal viso rubicondo, i cui occhi sporgenti dalle orbite facevano un po' impressione. Il suo aspetto vispo attirò immediatamente il mio sguardo e quando si accorse che ero francese non esitò a ingaggiare una conversazione, cercando di esprimersi quanto più possibile nella mia lingua; spesso non riuscivo a capire cosa volesse dire. C'era infine un canonico di mezza età, che sembrava un allegro musicista - in quanto ostentava un viso ridente quando parlava del suo ultimo concerto svolto in qualche cittadina della Romagna - e che stava tornando a casa sua a Lugo.

Alle sedici circa si scorse da lontano il campanile di un borgo. Il cielo si era nettamente oscurato e la neve cominciava a cadere leggermente, la qual cosa fece innervosire il cocchiere e lo si sentì imprecare.

- Che tempo bastardo... per fortuna stiamo arrivando a Lugo!

- Eh sì, a Lugo - esclamò il mio vicino - la città ribelle!

- Ah, spero che da allora si siano calmati - rispose l'omino riccioluto. Io, che sono ebreo, ne ho dovute patire dieci anni fa.

- Siete ebreo? - chiese il prete - e qual è la vostra attività?

- Mi occupo di teatro, signora. Faccio parte della direzione artistica del teatro di Faenza e sto per concludere un buon affare a Ravenna, ma prima devo incontrare un amico che ha deciso di allestire un’opera del grande Maestro Anfossi.

- Anfossi…. Pasquale Anfossi? - interruppi - ...mio padre l’ha conosciuto anni fa in occasione di un viaggio a Londra.

- E’ possibile… anch’io ho conosciuto benissimo Pasquale. Lo avevo convocato a Faenza nel 1787 per l’inaugurazione del nuovo teatro. Ma poi, ci sono stati problemi e l’inaugurazione fu rimandata all’anno seguente e l’opera che aveva composto fu rappresentata qualche tempo dopo, nei Saloni del Podestà, perché nel frattempo il contratto era già stato firmato con Giordani per il suo Caio Ostiglio …. Ah! Che peccato! Per una volta che il libretto era stato scritto da una donna!

- Una donna?

- Si, Vincenzina Viganò, una delle figlie del grande coreografo Onorato Viganò. Era molto orgogliosa del suo Demetrio e Polibio, un libretto lungo e un po’ sovraccarico, tratto in parte dalla storia antica.

- E da allora? - gli chiesi.

- Più niente. Nel frattempo, Anfossi è morto e Vincenzina ha sposato il grande tenore Domenico Mombelli; Vincenzina è diventata madre di cinque figli e un bel giorno la famiglia è dovuta emigrare in Portogallo per un contratto che Domenico aveva sottoscritto con il Teatro San Carlos di Lisbona.

- Quindi quell’opera è stata dimenticata.

- Esattamente, fino al giorno in cui ho incontrato un musicista di Pesaro, oriundo di Lugo, che ha voluto tentare la fortuna come impresario teatrale. Allora, mi sono ricordato di quell’opera e gli ho consegnato lo spartito di questo Demetrio e ha accettato di allestirlo per il carnevale. Difatti, sono venuto a Lugo per consegnargli le parte staccate dell’orchestra, che avevo conservato negli archivi del teatro.

- Un musicista di Lugo? - domandò il canonico con aria incuriosita - non è che alludi al Vivazza per caso?

- Esattamente!

- Ah! Ah! Ah! Il Peppino! - si mise a ridere a squarciagola il prete. Organizzare un’opera! Proprio lui! Ah! Ah! Chiaro che per lui non sarà molto costoso: il compositore è morto, il librettista sta in Portogallo e i cantanti li prenderà sicuramente tra amici e parenti, per prima sua moglie Anna, che ha tante difficoltà a farsi scritturare ultimamente!!!

Trascorsero alcuni istanti ed entrammo nella cittadina. La neve, divenuta sempre più intensa, costringeva la gente a correre nelle viuzze. Il cocchiere aveva frustato i cavalli per accelerare il ritmo. D'un tratto udimmo un gran rumore, come uno scroscio di legna e... patatrac, la vettura si chinò su un fianco, spingendoci gli uni sugli altri. Io ero rimasto incastrato sul fondo della vettura e se non fosse stato per il signore alto e robusto, non sarei riuscito facilmente a rialzarmi.

- Per tutti i santi del paradiso - esclamò il canonico - spero che non mi sia rotto niente!

- Lo spero anch'io - borbottò l'uomo di teatro - in preda a dolori al ginocchio sinistro.

- Che è successo, cocchiere? - urlò quel fusto di Ravenna, svegliato di soprassalto dall'incidente, sporgendosi dalla portiera.

- Maledizione! - rispose il cocchiere - ...ho perso una ruota, con questa dannata stradaccia.

- Significa che rimaniamo qui, Gaetano?

- Lo temo proprio, Domenico!

- Pazienza! - rispose quell’uomo con accento romagnolo. A ogni modo, qui avevo degli affari da sbrigare.

- Bene o male, l’uomo di teatro scese dalla diligenza zoppicando leggermente e disse allontanandosi:

- Vado da mio cognato, mi curerà….e poi…. Vivazza mi aspetterà!!

Io aiutai il canonico a uscire dalla carrozza che si presentava, occorre dirlo, in uno stato pietoso.

Ho notato che in Italia le persone si adattano molto presto alle situazioni nuove, anche le più sgradevoli. Bisogna confessare che, dall'arrivo di Napoleone Bonaparte, tutti si erano abituati a veder la vita cambiare in continuazione. Presi il mio bagaglio e, dopo aver ringraziato il mio compagno di viaggio, domandai a quello che rispondeva al nome di Domenico:

- Scusatemi, non conoscete un albergo?

- Siete francese? - rispose immediatamente il mio interlocutore.

- Lo si capisce?

- Diavolo! Eccome... Fate attenzione qui a Lugo, c'è gente che ha il dente avvelenato contro i francesi... In ogni caso, andate alle «Due spighe»: è filo-bonapartista e sarete ben accolto.

- Grazie Signor...

- Triossi... Domenico Triossi, di Ravenna.

- Georges- Etienne Savarin, di Auxerre - risposi accennando un leggero sorriso.

Ci congedammo, non senza aver notato la sua taglia robusta, e mi dicevo che non sarebbe bene avere un alterco con lui. Entrai dunque in quell'albergo illuminato da tutti i lati. Mi ero appena accomodato a un tavolo in fondo alla grande sala, quando all'improvviso la porta si aprì tanto violentemente da schiantarsi sul volto di un giovane, che si accasciò urlando di dolore, poiché l’urto gli aveva fatto sanguinare il naso. Fece irruzione un uomo tutto scarmigliato, gli occhi fiammanti di gioia, gridando agli astanti stupefatti di questa entrata inattesa:

«Viva Napoleone! Viva l'Imperatore!»

- Mo', cosa c'è, Juan - gli rispose col suo forte accento romagnolo il padrone Domenico Zamboni.

- E' fatta, Napoleone le ha date di santa ragione ad austriaci e russi. Sembra che sia successo presso una città chiamata Asteriz, o Austeraz... qualcosa del genere.

- Fantastico!

- Porca miseria!

- Evviva!

- Formidabile!

- Non è vero?! - urlò con voce rauca uno degli uomini seduti in fondo, sferrando nel contempo un formidabile colpo sul tavolo in fondo al locale reso nebbioso dall'eccessivo fumo. Aveva al fianco una bella trombetta d'oro. Come se fosse stato preso colpito da un‘esaltazione smisurata, l’uomo si mise a eseguire una danza frenetica, poi prese la sua tromba improvvisando una marcia militare.

Sorpresi da questo spettacolo inaspettato, la riunione dei giocatori di carte e dei veterani venuti a riposarsi si rivolse verso quell'uomo dagli occhi scintillanti, dal viso rubicondo e l'aspetto vagamente beffardo, che aggiunse:

- Ah, ah, ah!! E' incredibile! E io che credevo di dover tornare in prigione! Ah, ah, ah!! Oh, oh, ..... che gran bella notizia! Signori - disse con tono solenne - alziamoci e beviamoci un bel bicchiere di Verdicchio alla gloria dell'imperatore Napolione!

- Chi sei, amico, per pensare che tutti qui son d'accordo con te? – disse alzandosi un giovanotto che portava alla cintura un grande pugnale luccicante.

- Come, come, tu osi contestare la grandezza del piccolo colonnello?

- Ma sì che io oso... E già che oso, oso anche mettere il mio pugno sul tuo muso, vecchio ubriacone!

- Suvvia, signori, calmatevi – intervenne un anziano vestito di un lungo mantello che ricordava i caffettani orientali, la cui lunga barba bianca faceva impressione.

- Taci, ebreo, che non è affar tuo – rispose quello con fare stizzito. E' una questione tra cristiani. Qui a Lugo ne abbiamo abbastanza dei francesi e del loro autoritarismo.

- Lascia stare il mio amico Del Vecchio! - rispose il trombettista, cercando invano di rialzarsi.

Nel frattempo, il canonico si era rifugiato con me in fondo alla sala nel timore di un’aggressione da parte di questi impazziti. Prevedendo che questa lite potesse degenerare, egli uscì dalla locanda, non senza avermi confidato che si trattava del giovane Luigi Mongardini che parlava in tal modo e che suo fratello Francesco, soprannominato Fabbrone, era stato istigatore nel 1796 della famosa insurrezione degli abitanti di Lugo contro le ruberie dell'Armata francese. Era come se la miccia di un barile fosse stata accesa, dato che la polvere della rissa scoppiò da tutte le parti; i feroci partigiani del potere papale si misero ad aggredire violentemente tutti quelli che avevano alzato il loro bicchiere.

Nel giro di qualche frazione di secondo, tutta la sala si era trasformata in un vero e proprio campo di battaglia. Temendo per la bella trombetta del partigiano di Napoleone, istintivamente la presi per metterla al riparo di ogni pericolo. Il padrone uscì immediatamente dal locale alla ricerca di aiuto, per far calmare tutte quelle teste calde. I pugni volavano da tutti i lati, i vestiti venivano strappati con una furia feroce. Si sentivano insulti da tutte le parti.

- Prendi, carogna!

- Acchiappati questo, che ci sarà lavoro per il tuo dentista!

- Abbasso gli austriaci!

- Abbasso i francesi! Viva l'Imperatore d'Austria!

La rissa aveva preso una piega sempre più violenta. A un certo punto Mongardini afferrò il pugnale e, nel momento stesso in cui voleva infliggere un colpo mortale nella schiena dell'anziano rabbino, un'enorme mano fermò il braccio dell'assassino e lo costrinse a gettare l'arma per terra. Un pugno ben indirizzato nel pieno volto mise fuori combattimento Mongardini.

Probabilmente, allarmata dall’enorme chiasso sempre più rumoroso, la Guardia Nazionale, rappresentata da cinque o sei uomini armati di baionette, sopraggiunse nella locanda di Domenico e ordinò a tutti di fermarsi e di mettere le mani in alto contro il muro. Poi i soldati fecero uscire tutti gli autori di questa rissa improvvisata.

Il rabbino Del Vecchio si girò e, vedendo il suo assassino steso sul pavimento, esclamò:

- Io le devo la vita, Signor...

- Triossi. Sono vostre, queste candele? - chiese il salvatore del rabbino raccogliendole.

- Ah, sì, son mie. Devono essere cadute quando quest'energumeno mi ha malmenato... Dio sia lodato! E' il miracolo di Hanuccah!

- Di che? - domandò il fusto di Ravenna.

- E’ la festa di Natale per il popolo ebreo! Un miracolo del Signore avvenuto in Giudea nel II° secolo prima dell’era cristiana,

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