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Lunghezza:
158 pagine
2 ore
Pubblicato:
18 giu 2014
ISBN:
9786050308105
Formato:
Libro

Descrizione

#enricostaisereno, i patti con Berlusconi, Maria Elena Boschi, i fedelissimi nei posti chiave, le riforme (annunciate) di domani e le tasse (sicure) di oggi, quegli 80 euro e il trionfo alle Europee. Tra promesse, slogan e contraddizioni un viaggio nei primi cento giorni di Matteo Renzi a Palazzo Chigi con approfondimenti sulle donne, gli scandali, i nemici nel Pd, i guardiani della sua fede e il giudizio degli intellettuali. Interviste a Fulvio Abbate, Pietrangelo Buttafuoco, Claudio Cerasa, Giuseppe Cruciani, Tommaso Labate, Alessandro Milan, David Parenzo e Luca Telese. Prefazione di Maurizio Belpietro, direttore di Libero, capitolo sulle differenze tra Renzi e Berlusconi di Pietro Senaldi, vicedirettore di Libero e digital editor di liberoquotidiano.it.
Pubblicato:
18 giu 2014
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9786050308105
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#ItaliaStaiSerena - Di Claudio Brigliadori E Andrea Tempestini

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Ovvero: come ho imparato

a non preoccuparmi

e ad amare il Bomba

di Claudio Brigliadori e Andrea Tempestini

prefazione di Maurizio Belpietro

contributo di Pietro Senaldi

In copertina, vignetta di Benny per gentile concessione dell'autore e di Editoriale Libero Srl

UUID: 53fa695a-fdd8-11e3-ab62-27651bb94b2f

Questo libro è stato realizzato con BackTypo (http://backtypo.com)

un prodotto di Simplicissimus Book Farm

Indice dei contenuti

PREFAZIONE

CAPITOLO I - Enrico Letta

SCHEDA - Napolitano

INTERVISTA - Luca Telese

CAPITOLO II - Riforma elettorale

SCHEDA - Giuliano Ferrara

INTERVISTA - David Parenzo

CAPITOLO III - 80 euro

SCHEDA - Marco Carrai

INTERVISTA - Giuseppe Cruciani

CAPITOLO IV - Jobs Act

SCHEDA - I convertiti

INTERVISTA - Claudio Cerasa

CAPITOLO V - Province e Senato

SCHEDA - Eugenio Scalfari

INTERVISTA - Fulvio Abbate

CAPITOLO VI - La squadra

INTERVISTA - Pietrangelo Buttafuoco

CAPITOLO VII - Le sue donne

SCHEDA - Finocchiaro e Bindi

INTERVISTA - Alessandro Milan

CAPITOLO VIII - D'Alema

SCHEDA - Michele Anzaldi

INTERVISTA - Tommaso Labate

CAPITOLO IX - Matteo e Silvio

AUTORI

PREFAZIONE

di Maurizio Belpietro

Sono passati cento giorni dall'insediamento del governo Renzi e quello che leggete qui sotto è il commento che pubblicammo all'epoca, dopo il discorso con cui il presidente del Consiglio si presentò al Parlamento per chiedere la fiducia. Tre mesi e più sono trascorsi, ma le domande che ponevamo allora sono tutt'ora valide e forse ancora più attuali. Dove trova i soldi il premier per realizzare tutto ciò che ha annunciato? Tagli fiscali, ristrutturazioni scolastiche, aiuti a chi non ce la fa sono misure che costano e che hanno bisogno di tanti soldi. Il dubbio, allora come oggi, è che le mani di Matteo Renzi sarebbero finite nelle tasche degli italiani e per questo ci auguravamo che invece rimanessero nei suoi pantaloni, con lo stile con cui il presidente del consiglio si era presentato al Paese. Purtroppo, a distanza di cento giorni, possiamo dire che l'augurio non è stato rispettato. Non siamo ancora alla patrimoniale, ma quasi. Le tasse sui risparmi sono aumentate (con la giustificazione che colpiscono le rendite, ma le rendite sono anche le poche migliaia di euro investiti dai pensionati), quelle sul bollo auto e sui passaporti anche. L'imposta sulla casa la stiamo pagando e purtroppo non si tratta del saldo. Come finirà? Difficile dirlo. Per ora siamo più preoccupati che fiduciosi, ma le somme le tireremo fra un po', cioè quando il governo passerà dalle promesse ai fatti. Insomma, diamogli tempo almeno fino a dicembre, poi decideremo se fargli mangiare il panettone o se sperare che con l'anno nuovo oltre a una vita nuova ci arrivi anche un governo nuovo.

Da Libero di martedì 25 febbraio 2014

Agli esperti di galateo pare non sia piaciuto che il presidente del Consiglio abbia messo le mani in tasca durante il discorso con cui in Senato chiedeva la fiducia. A costo di apparire irrispettosi delle regole di bon ton, noi invece abbiamo apprezzato: finché le mani stanno lì, almeno non si infilano nei nostri pantaloni. Che era ed è l’unica nostra preoccupazione da quando Matteo Renzi ha soffiato il posto a Enrico Letta. Come ha dimostrato ieri parlando a braccio per 71 minuti, il segretario del Pd è persona brillante, capace di tenere discorsi alle folle senza farle addormentare. Al posto suo il precedente premier avrebbe fatto calare le palpebre di metà dei senatori e forse degli italiani. Dunque all’ex sindaco di Firenze va il nostro riconoscimento per l’abilità dialettica e per la capacità di punzecchiare gli avversari con qualche battuta azzeccata.

Ciò detto, in un’ora e più di discorso, il segretario del Pd non ha detto la cosa fondamentale e cioè dove troverà i soldi per realizzare tutto ciò che ha promesso. Non tanto per quanto riguarda le riforme, sia quelle costituzionali che quelle in materia di sistema elettorale. Cambiare il titolo V e votare l’Italicum al posto del Porcellum sono operazioni che non richiedono risorse e che dunque si possono fare anche se in cassa non c’è un euro. Diverso è il discorso se si comincia a parlare di edilizia scolastica, riduzione a due cifre del cuneo fiscale, pagamento totale dei debiti della pubblica amministrazione. Lì non bastano le chiacchiere, servono i miliardi: 100, ha quantificato il presidente di Confartigianato imprese. E, a meno di usare la mannaia, nemmeno i tagli della spesa affidati a Carlo Cottarelli possono bastare a reperirli. Dunque si torna alla casella di partenza: Renzi dove trova i soldi? Che poi è quello che tutti si chiedono da quando il rottamatore ha iniziato in un crescendo di annunci la sua corsa verso Palazzo Chigi.

Dire che si intende realizzare un cambio radicale delle politiche economiche, come ieri ha fatto il premier, non vuol dire nulla se non si spiega come e in quale direzione. Intende sforare il tre per cento e quindi intende rinegoziare gli accordi europei contro il parere di Angela Merkel? Oppure pensa di vendere il patrimonio dello Stato e con il ricavato finanziare le misure che sono necessarie al rilancio dell’economia? O, ancora, ha in mente di tagliare i posti inutili che la lottizzazione e il clientelismo hanno creato nel corso degli anni nel settore pubblico, statale, regionale e perfino comunale? Insomma, Renzi ha parlato per 71 minuti ma non ha detto niente di concreto. Il suo discorso è stato tanto brillante quanto vago sui punti in cui sarebbe stato necessario il massimo della chiarezza.

Che senso ha infatti dire che si intende ridurre il cuneo fiscale di una percentuale a due cifre se poi non si spiega al Parlamento e agli italiani come si fa? Quella di Renzi è stata una bella chiacchierata sui mali dell’Italia come si fa nei talk show, non il discorso di un capo di governo che annuncia al Paese il suo programma. Renzi è brillante, ma la brillantezza in questo caso è stata usata per accecare chi lo ascoltava. Annunciare che tutti i debiti della pubblica amministrazione saranno saldati è cosa molto popolare, ma se si tace sulla fonte alla quale saranno attinti i flussi necessari a pagarli sembra di stare su Scherzi a parte, dove maghi e ciarlatani promettono filtri capaci di qualsiasi miracolo.

Nel magico mondo del Giamburrasca toscano tutto pare facile e a portata di mano: anche far partire la ristrutturazione delle scuole alla conclusione dell’anno scolastico: non importa che tra reperimento dei fondi, predisposizione dei progetti e pubblicazione delle gare d’appalto se ne vadano in media dodici mesi. Supermatteo, il sindaco più veloce d’Italia (con le parole), ha una soluzione per tutto, anche per i mali della burocrazia. Basta rendere amovibili i dirigenti della pubblica amministrazione: a ogni cambio di governo via tutti, salvo chi ha diritti acquisiti, cioè tutti.

Il meglio però Renzi lo ha dato quando ha parlato di fisco. Non ha promesso tagli dell’Irpef come qualche giornale aveva anticipato. Ha annunciato solo un fisco più umano, con connotati diversi. Basta cartelle esattoriali per gli errori formali. D’ora in poi, per i dipendenti pubblici e i pensionati, la dichiarazione arriverà online precompilata. La riceverà anche chi non ha il computer a casa, o chi non sa neppure come usarlo. Miracoli di Matteo. Al quale, riconoscendone abilità e furbizia, chiediamo solo un piccolo sforzo: di dirci la verità e di assicurare al Parlamento e soprattutto agli italiani, che le mani continuerà a tenerle in tasca e non le metterà mai in quelle dei contribuenti. Come invece lasciano credere le prime dichiarazioni a proposito di Bot e patrimoniale.

di Maurizio Belpietro

CAPITOLO I - Enrico Letta

«Palazzo Chigi? Ma chi me lo fa fare? »

#enricostaisereno. Data, 18 gennaio 2014. Abusato, parodiato e indelebile. La cronistoria del rapporto tra Matteo Renzi ed Enrico Letta, però, non può che partire con un riferimento all'arcinoto twitteriano lanciato da Matteo nello studio de Le Invasioni Barbariche. Enrico, stai sereno: non voglio prendermi Palazzo Chigi. Meno di un mese dopo Letta si sarebbe dimesso, mentre il 22 febbraio Renzi avrebbe giurato. E si sarebbe preso Palazzo Chigi. Col senno di poi, forse, Matteo - «Al liceo lo chiamavano il Bomba, perché le sparava grosse» spiegava ad Aldo Cazzullo un vecchio compagno di scuola di Renzi- quell'hashtag avrebbe preferito non digitarlo. Ma quest'ultima è soltanto un'elucubrazione.

Più significativi, al contrario, sono i fatti, le parole, le dichiarazioni, di cui quell'#enricostaisereno non sono altro che un'epitome. Rispetto all'8 dicembre 2013 in cui Renzi si prende il Pd con il trionfo alle primarie - quell'8 dicembre che delimita il perimetro dell'analisi - è necessaria una sola digressione, che ci riporta agli ultimi giorni di aprile dello scorso anno. Dopo la non-vittoria di Pier Luigi Bersani alle politiche, dopo i 101 giustizieri di Romano Prodi, caduto nella corsa quirinalizia. Si tratta dei giorni in cui dopo due mesi di paralisi e negoziazioni fallite Enrico Letta viene indicato come premier delle larghe intese. Per Renzi il contesto è avvelenato: nel suo partito viene indicato come il primo responsabile per la caduta di Prodi, i retroscena lo dipingono come l'uomo che ha armato i franchi tiratori per sbarazzarsi di Bersani e, perché no, ottenere l'incarico da Giorgio Napolitano (un teorema che però può essere applicato a tutte le anime del Pd che avrebbero preferito un altro democratico al posto di Bersani; ai lettiani per esempio; i numeri macroscopici indicano che non fu solo Renzi a sparare). L'incarico, poi, toccò a Letta. E Renzi, che cosa ha detto? Quando la corsa a Palazzo Chigi era ancora aperta ma ridotta a due soli contendenti (Letta e Giuliano Amato), Renzi fece sapere di essere stato tagliato fuori perché Silvio Berlusconi non lo aveva voluto: «La mia impressione è che se c'è un veto, sia di Berlusconi». Matteo, insomma, ci aveva sperato. Poi, quando Letta fu, spiegò che alle larghe intese «non c'erano alternative», per poi aggiungere che con il Pdl «meno ci si sta, meglio è». «Letta l'ho sentito e l'ho rassicurato sulla solidità del suo governo, anche perché se Palazzo Vecchio sostiene un pisano, vuol dire che ci sono ottime possibilità che duri». Eppure il governo Letta non è durato nemmeno un anno. In quei giorni convulsi, con parti del Pd in preda a una crisi di coscienza all'idea di governare con il Cavaliere e le inevitabili voci su possibili scissioni, l'allora sindaco di Firenze si distinse ponendosi in contrasto con chi avrebbe voluto espellere dal partito chi era contrario alla fiducia. «No alle espulsioni dal Partito democratico per chi non dovesse votare la fiducia al Governo», spiegò in un'intervista a Sky Tg24. Un messaggio al quasi-premier Letta. Fu chiaro sin dal principio chi sarebbe stato il principale antagonista di Enrico.

«Oggi non finisce la sinistra, finisce una classe dirigente. Che ha fatto la sua parte. Ma che ora si deve fare da parte. Ora tocca a noi guidare la macchina». Data, 8 dicembre. Matteo Renzi è segretario del Partito democratico da pochi minuti, ha demolito Gianni Cuperlo, e quando afferma che «finisce una classe dirigente» che «oggi si deve fare da parte» si rivolge a Cuperlo e a tutto ciò che rappresenta. Forse non solo a lui, però. Renzi ha appena raccolto l'eredità del reggente Guglielmo Epifani, ma a differenza del suo predecessore, da subito, parla come se il premier fosse lui: «Legge elettorale, maggioritaria, taglio ai costi della politica, abolizione del Senato. Non saranno i saggi a cambiare le cose, è con il voto di oggi che dovranno cambiare». Al governo Letta, già impantanato (non solo nella palude Imu-Tasi) e privo della solidità che garantivano i voti del Pdl (la scissione Forza Italia-Ncd è avvenuta a metà novembre), Matteo dedica una frase obliqua: «Abbiamo l'intenzione di cambiare l'Italia, non uno o due ministri». Una clamorosa rivendicazione di forza, quella del neo-segretario nel suo discorso d'insediamento. Un intervento che col proverbiale senno di poi può essere letto come una sorta di manifesto programmatico, il cui obiettivo principale – nelle settimane successive più volte smentito – era l'ascesa a Palazzo Chigi.

La prima smentita arriva il giorno successivo, 9 dicembre, al termine del primo faccia a faccia con Letta. «Lavoreremo insieme. Punto a far

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