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Come meta il viaggio

Come meta il viaggio

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Come meta il viaggio

Lunghezza:
253 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
7 mag 2014
ISBN:
9786050303377
Formato:
Libro

Descrizione

Un uomo si è consegnato alla morte. In silenzio, col suo passo, dal retro di una città che l’ha visto allontanarsi più volte, sul fondo, di spalle. Mai una volta che s’è tesa a fermarlo, abbracciarlo, guardarlo negli occhi e dirgli ti amo anch’io. Un’alba metafisica sbiadisce la notte. Sui capannoni di Bari-Scalo l’aria sa di scintille e polvere d’amianto. Lungo i binari, un randagio guarda in alto, in un cielo livido, come imbrattato d’acqua e inchiostro; la pioggia scende sul suo volto, pare lacrimoso.
Editore:
Pubblicato:
7 mag 2014
ISBN:
9786050303377
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Come meta il viaggio - Lillo Favia

EPILOGO

COME META IL VIAGGIO

LILLO FAVIA

A Futura, a Eros...

Spesso, per passatempo, acchiappano i gabbieri

un dì quei grandi albatri, uccelli d’altomare,

che, come pigre scorte, i nomadi velieri

sogliono sugli amari vortici accompagnare.

Sono appena deposti sul ponte che s’accasciano,

questi re dell’azzurro, con vergogna impotente,

e le grandi ali candide lungo i fianchi si lasciano

pendere come remi malinconicamente.

Il viator volante, com’è sgraziato e stroppio!

Lui, già si bello, come laido e comico sembra!

V’è chi il becco gli stuzzica con la pipa, chi zoppica,

scimmiottando l’impaccio delle povere membra.

Poeta, anche tu abiti nel cuore della folgore,

e sfidi i dardi, e sopra le nuvole t’accampi:

esule sulla terra, fra i dileggi del volgo,

nell’ali di gigante ad ogni passo inciampi!

L’ALBATRO

Charles Baudelaire

PREFAZIONE

di Peppo Arrivo

"Cara madre mia, per poco non mi smarrivo anch’io;

ma l’amore puro che mi hai dato fino all’istante prima di morire

è come una fiamma che mi accompagna perennemente accesa

che mi permette di vedere anche al buio…"

(da Lost and delirious – 2001)

Siamo solo noi, che non abbiamo più niente da dire…, così cantava Vasco Rossi in quella canzone, scritta nel 1981, diventata famosa qualche anno più tardi e che può essere considerata uno dei manifesti della generazione che è stata adolescente negli anni ’80.

Una generazione che non aveva più niente da dire anche perché, in quegli anni, sembrava non esserci più niente da fare. Tutto ciò che avrebbe potuto esser fatto o detto, lo aveva già fatto o detto la generazione precedente, la generazione che era stata protagonista dei subbugli e dei grandi movimenti degli anni ’60 - ’70.

Quelle agitazioni avrebbero voluto essere dei tentativi di ripresa della resistenza contro le forze capitalistiche. Nel giro di un decennio invece, la speranza che si potesse fondare la società su valori più alti di giustizia e solidarietà tra i popoli, divenne un’illusione. I movimenti che avevano dato vita al processo di cambiamento dovettero accontentarsi di piccoli mutamenti culturali, funzionali allo stesso sistema che avrebbero voluto rovesciare. Il sistema capitalistico occidentale, più vivo e vegeto che mai, si era semplicemente lasciato alle spalle gli elementi antiquati, i residui estetici di un mondo aristocratico obsoleto e trapassato.

La strategia della tensione, messa in atto contro quei movimenti, vinse la propria guerra e pose fine alla resistenza italiana, ricacciando ogni trambusto e riluttanza ai margini della società e trasformando in potenziale violenza terroristica ogni pensiero politico e azione sociale antagonista.

La generazione della protesta e dell’alternativa rientrò nei ranghi in poco tempo e passò dalle piazze, dai cortei e dai collettivi ai salotti televisivi di casa e ai nascenti nuovi templi del mercato consumistico.

Noi che in quel periodo uscivamo dall’infanzia per muovere i primi passi di autonomia nella società, portammo, anche se inconsapevolmente, quella sconfitta e quella resa nel nostro inconscio generazionale. Non fummo in grado di riconoscere però né la sconfitta né la resa perché tutto ciò che era accaduto precedentemente, scomparve. I canali televisivi, che in quegli anni vissero l’evoluzione privatistica, s’insinuarono in ogni casa, raggiunsero anche i più ostili e ostinati e produssero una realtà nuova di zecca, del tutto slegata dalla storia, dalle appartenenze comunitarie e dai contesti fisici e collettivi; una realtà ricca, luminosa e colorata che invitava tutti a cessare il pensiero e prometteva una vita libera dalle preoccupazioni. Quella realtà distolse tutti dall’attenzione e dall’amore per ciò che è essenziale alla vita e fu la realtà in cui crebbe la generazione che non aveva più niente da dire.

Non aveva più niente da dire perché sembrava che tutto fosse stato inutilmente già detto. La maggioranza dei giovani cresciuti in quegli anni non sapeva neppure di non aver più niente da dire. Alcune minoranze però sentivano questa frustrazione e cercarono dei modi per opporsi. Nel rifiuto irrazionale e ribellistico di certe rappresentazioni di quegli anni, c’era tutta la consapevolezza (oggi possiamo dire profetica) che i valori e gli obiettivi sui quali le famiglie stavano fondando le proprie vite, avrebbero ridotto in pochi decenni un intero popolo alla morte sociale, all’inappetenza culturale, alla decadenza etica.

… vogliamo solo vomitare … proseguiva la canzone. Alcuni rivendicavano il diritto di vomitare sullo sfacelo di una vita imposta che non si aveva la voglia di vivere. Volevamo vomitare sulla nostra impotenza resa ancora più grande dalla consapevolezza che ogni cosa detta sarebbe stata inutile. Nessun coraggio e nessuna certezza avrebbero potuto contrastare i valori e gli stili di vita che la società televisivizzata e frammentata proponeva e imponeva.

Il senso di impotenza, più o meno consapevole, per molti si trasformò in un meccanismo autodistruttivo. Il rifiuto del "produci, consuma, crepa si convertì nel meno ipocrita ma più disfunzionale (anche se solo in apparenza) sbattiti, fatti, crepa".

Guardatemi bene, sono un vostro prodotto, avete visto come sono ridotto?, Giorgio Gaber lo diceva in tempi non sospetti. L’eroina fu trasversale all’economia, alla società, alla storia, alla politica, alla religione e all’appartenenza etnica e fu una tra le migliori armi che il sistema borghese utilizzò per eliminare i potenziali dissidenti, portandoli addirittura a riprodurre i propri meccanismi in maniera ossessiva e in un gioco al massacro.

L’inconscio generazionale che portava la sconfitta e la resa fece molti morti. Chi è rimasto vivo ha compreso qual è stato l’errore.

La forza di vivere è libertà e la libertà consiste nel conservarsi un ventaglio di ipotesi di azione e di pensiero. Anche la vita si rinforza inseguendo la libertà. La vita diversifica e cerca sempre altre soluzioni. Reagire opponendosi non basta mai, bisogna creare, altrimenti è l’inferno dei giorni uguali che si susseguono e scorrono meccanicamente.

… è come una fiamma che mi accompagna perennemente accesa

che mi permette di vedere anche al buio …"

Bisognerebbe vivere con l’unico scopo di accendere fiamme!

Giuseppe Arrivo

PARTE I

La Partenza - La Terra

CAPITOLO     I

CAPITOLO    II

CAPITOLO   III

CAPITOLO   IV

CAPITOLO    V

CAPITOLO   VI

CAPITOLO  VII

CAPITOLO VIII

CAPITOLO   IX

CAPITOLO    X

CAPITOLO   XI

CAPITOLO  XII

CAPITOLO I

Massimiliano Gatti, trentadue anni, morto di vita impropria racconta la sua lapide. Con il suo sguardo ho vissuto i momenti più intensi della mia vita.

Ci siamo conosciuti nell’estate del 1990; abbiamo condiviso il plausibile e l’imponderabile fino agli albori del terzo millennio; il fato, poi, ha giocherellato con noi.

Eccessivo, provocatorio, viveur di desideri impensabili. Esploratore radicale, lettore compulsivo, estraneo anche a se stesso. Cronista dell’ignoto, dell’anima, dell’arte e del suo universo…

La morte come affermazione d’indipendenza, una sfida alla relatività dell'uomo, ma io ho adorato il suo essere fuori dal tempo in vita. A fronte alta, controcorrente, con panni sporchi di passato, Max ha buttato il suo sguardo verso un unico incanto: la libertà.

La mia infatuazione non si è determinata in una passeggiata romantica tra le attrattive - e le contraddizioni - dell’animo di un uomo, bensì nell'abbattimento di tutte quelle sovrastrutture borghesi che, giorno dopo giorno, nella mia condizione avevo ingurgitato. Mi sono nutrito della sua diversità al fine di debellare tutti i miei conformismi. È stata la sublimazione dell’assurdo: il mio nuovo universo, l’imperfezione; la mia nuova esistenza, la trasformazione. Dove tutto sembrava già costituito, inventai una nuova lungimiranza, un barlume di energia nei bui del mio spazio.

La vita si scrive sul pentagramma del caos. Il possibile è incommensurabile. 29 giugno 1990, il giorno in cui è iniziata la nostra amicizia. Una storia tutta da vivere. Un cammino sincopato tra gioie, dolori, sangue, arte ed emozioni violente. Da quel giorno non avrei risparmiato più niente. Rinunciai a tutte le mie maschere per sovrapporre il suo sguardo al mio; sganciai tutte le zavorre che gravavano sul mio passo - rinnovandolo in puro istinto rivoluzionario -. Il viaggio, la mia nuova meta.

Poiché la mia esistenza si è risolta in una mescolanza evanescente e incoerente tra spirito e materia, oggi ho deciso di essere altro: un uomo che scrive; un uomo che scrive di sé.

Forse idiozie.

Forse parole nel vento.

Forse un epitaffio irriverente.

Non saprei davvero. Oggi, sono solo un fottutissimo uomo che scrive di sé.

Scrivere le proprie stagioni umorali è un po’ come urlare nel proprio abisso…

Se il compito dell’arte è di diffondere certezze negli animi in pena, o caos tra gli animi conformati, dovrei essere sulla strada giusta.

Max

Queste parole potrebbero ipotizzare il tentativo di cambiare la propria condizione; un atto d’orgoglio contro il succedersi di eventi ingrati. Invece è ciò che Max si è scritto qualche attimo prima che il destino gli camminasse sulla vita.

Mi sento come disordinato. Ho bisogno di sapere, devo assolutamente capire. Perché un uomo che libera la necessità di scrivere, analizzare ed esorcizzare il proprio cattivo equilibrio sull’orlo dell’abisso qualche attimo dopo giace in posizione fetale in un vagone ferroviario su un binario morto alla periferia di Bari? Devo sapere, ho bisogno di capire: a volte la vita mi sembra irrazionale, transitoria, della stessa natura dei sogni, ma questo è un incubo dalle conseguenze tangibili.

Ci presentarono all’uscita dell’ultima prova degli esami di stato, era un’estate calda e afosa, una canna per sciogliere la tensione dell’esame e un paio di birre a giro per abbattere tutte le inibizioni. Incauti passengers di questa terra, Max ed io, di lì a due giorni ce la saremmo filata verso Amsterdam su una Citroen Pallas nera - comunemente chiamata Squalo- con lo stereo a palla e un Lou Reed d’annata. Io, Max, qualche straccio, pochi risparmi e una chitarra; niente può saldare l’amicizia di due giovani insolenti più di un viaggio verso l’ignoto.

Il viaggio… la catarsi che scandirà tutta la nostra storia. 

Se la mia fu una fuga da una realtà ingessata e perbenista la sua divenne l’ennesimo sforzo per allontanarsi da un passato tutt’altro che comodo. Orfano di padre morto in un incidente automobilistico, Max aveva vissuto gran parte della sua esistenza con la madre e due fratelli più piccoli in un monolocale alla periferia di Bari. Uscito da un’infanzia povera di affetti e armonia, già adolescente manteneva la famiglia facendo lavoretti, piccolo contrabbando e qualche furto. Fino al giorno in cui fu sorpreso ad ascoltare la Sonata al chiaro di luna di Ludwig Van Beethoven nel laboratorio di musica della Scuola Media Statale Tommaso Fiore. Max non aveva mai posseduto un impianto stereo. Per sentito dire aveva solo blande nozioni su quello che credeva fosse musica dei ricchi e per i ricchi. Quella notte di febbraio del 1988, a sedici anni non ancora compiuti, rapito dalle spie rosse dell’equalizzatore dimenticato acceso da un insegnante alquanto distratto, invece di arraffare tutto e correre dal suo ricettatore di fiducia, poggiò la puntina sul vinile, si sdraiò sulla cattedra, accese una sigaretta e si abbandonò all’incanto della melodia fino a quando non arrivarono prima i custodi, dopo i carabinieri. Lo scontro fu rovinoso. Nella colluttazione un agente ci stava rimettendo il futuro.

Raggiunse la maggiore età nell’Istituto Penale per minorenni N. Fornelli di Bari. Quei due anni l’avrebbero segnato per sempre. Quando le nostre storie si sovrapposero, era uscito da tre giorni. Sua madre si era risposata, aspettava il quarto figlio; i suoi due fratelli - otto e dodici anni - avevano rintracciato un nuovo padre e una nuova famiglia con cui crescere. Tutti avevano meritato un utero caldo in cui vivere, lui no. Grande, indisponente, impulsivo e chimerico, presentava un conto troppo alto da pagare all’allegra famigliola. Era di troppo! E allora perché non fuggire lontano dalle proprie prigioni?

In una sola notte buttammo giù gli alberi genealogici del nostro passato e brindammo su un collo di bottiglia al vigore di un neonato sempreverde. Poi puntammo il nostro sguardo a nord, dove si disincantavano gli ultimi mulini scampati a Cervantes.

Pronti a tutto.

CAPITOLO II

22 febbraio 2004, la polizia rende pubblico il referto medico sul decesso di Max. La morte è avvenuta per effetto di overdose da benzodiazepine e alcol, assunti volontariamente durante la notte del 10 febbraio 2004.

Colui che aveva alimentato la più sacra e sincera passione della mia vita giaceva tra analisi e formule biochimiche di un’impietosa autopsia da laboratorio forense. Chi mi aveva reso uomo, era stato oggetto di diagnosi impietose - e prognosi discutibili - sin dal 1988, quando, il prof. A. Silella, neuropsichiatra infantile presso l’Istituto Penale per i minorenni N. Fornelli di Bari, ne aveva fatto suo personale strumento di analisi.

Quei fogli mi lasciarono sgomento, mi recuperarono da un sentimento addomesticato. Feci una doccia fredda, domai una barba incolta da giorni, aprii una bottiglia di scotch e incominciai a sporcare fogli di carta con la nostra storia, con il nostro viaggio, con le nostre mete.

CAPITOLO III

Bari, 1 luglio 1990. Partimmo a notte fonda, all’ombra di un cielo nero. L’aria era farcita di quei tipici sapori del litorale pugliese, le alghe fresche allineate dal grecale, l’ulivo, il pino marittimo, le effusioni di terra d’argilla rossa e rosmarino si rincorrevano e mischiavano lungo la lingua d’asfalto. Percorremmo la litoranea lambendo il promontorio del Gargano. Con le prime luci del giorno approdammo sulla riviera molisana, il cielo si era aperto, variegato, da inebriarci di quei colori e bagliori che paiono nascere dalla danza di più arcobaleni intorno al sole. L'armonia pervase i nostri cuori, ci lasciammo cullare come albatri in planata libera sul nulla, come foglie sospese nel vento. A Pescara raccogliemmo una coppia di autostoppiste dirette in Romagna. Giunte a Bologna prevedevano l’imbarco ferroviario per Grenoble, Francia, dove avrebbe avuto luogo un raduno di giocolieri. Angela e Laura erano la più improbabile commistione di temperamento e folclore che due giovani donne potessero condividere; un’integrità disarmante, una simpatia travolgente, una vitalità compromettente. Non ci facemmo sollecitare due volte nell'accompagnarle oltre frontiera. I nostri spiriti bisognavano come acqua alla terra del loro coinvolgimento emotivo.

Varcammo le Alpi seguendo un unico indicatore di direzione: il nostro istinto. Non vi furono cartine geografiche da seguire, solo una natura che ci avrebbe sedotto fino a destinazione. Bologna, Parma, Milano, Aosta, Cervinia… maestoso, irriverente, il riflesso esposto sul Lago Blu, ai piedi del bianco Cervino, si proiettava in un cielo abulico come puntuta poesia del creato, come traccia tangibile della nostra piccolezza, Torino, Briancon, Albertville per favorire i nostri sguardi a Grenoble.

Arrivammo sulle colline d'oltralpe dopo cinque indimenticabili giorni di viaggio e un'unica lunga orgia di emozioni. Le porte dell'Eden parevano aprirsi davanti ai nostri occhi; il nostro viaggio prendeva forma, ci sembrava stupefacente. Al centro della vallata alzava un grande tendone a strisce bianche e rosse, uno più piccolo, azzurro, sulla sua destra, tutt'intorno, decine e decine di tende di varia natura, forma e dimensione. Sembrava un accampamento tribale, al centro il suo sancta sanctorum. Di giorno, sparsi qua e là, giocolieri, saltimbanchi, musici, cantori, maghi e funamboli, con gli armamentari tra i più disparati, si esercitavano alle performance da offrire nella serata. Dopo la mezzanotte entravano in scena i maestri del fuoco. Fachiri, giocolieri e sputafuoco diventavano i principi della notte.

Vivemmo quattro giorni in completa armonia con la natura. Uomini, donne e animali dediti all’arte del gioco. Un ludo primordiale, dei corpi e delle anime. Ci insegnarono a ridere - e travestirci - dei nostri umori. Non c’è gioco più divertente che spogliarsi delle proprie inibizioni e mettere in scena i propri limiti, le proprie paure. Imparammo a giocare con i nostri istinti, ad ascoltare il nostro prossimo, a volgere il viso verso l’arcaico amplesso della vita. In questo scenario fiabesco, per la prima volta, Max ed io ci avvicinammo a quelle sfumature che pungolano al dono dell'amicizia. Un sentimento che avrebbe vissuto di emozioni, e pulsioni, che io stesso non sapevo di poter dare, che Max stesso non sapeva di poter ricevere.

Finita la convention, con pochi spiccioli in tasca e un ricco bagaglio emozionale nel didentro, riprendemmo il nostro cammino. Non prima però d'aver segnato il territorio con una pisciata collettiva sulle decine di falò sopravvissuti alla notte e sparsi qua e là nella vallata. Centinaia di uomini in libera – azione tra le risa delle compagne. È l'ultima fotografia scattata sugli altipiani transalpini.

Il 10 di luglio, partiti da poco più di una settimana, l’erba era finita e le risorse alimentari ed economiche erano alla strenna della fame. Due - tre giorni al massimo di autonomia e come non bastasse, il problema della benzina si ergeva su tutti gli altri. Un pieno era tutto ciò che ci restava. Decidemmo di dirottare verso Parigi. Svolteremo qualcosa disse Max, tanto più se ci viveva un cugino artistoide che non vedevo da un paio di anni. Giuliano rappresentava una delle poche isole felici della mia infanzia. Ne avevo condivise le prime masturbazioni e le prime esperienze con l’altro sesso, per me, con l’omosessualità per lui. Adoravo il suo sorriso, un raggio di sole tra le ignoranze della nostra stirpe. Studiava in Francia Storia dell’arte da circa quattro anni, perché esiliato dalla propria famiglia nel nome dell’ipocrisia. Occhio non vede, cuore non duole.

Il 12 luglio notte, abbagliati dalle invadenti luci del suo palcoscenico, ci avvicinammo a Parigi. Come una puttana mostrava le sue grazie, piena di sé e della sua bellezza crepuscolare. Telefonammo e raggiungemmo Giuliano. Ci accolse alle porte della città e ci portò nella sua abitazione da studente fuori corso, fuori porta, fuori del tutto. Ripuliti e rifocillati, con i primi bagliori dell'alba, ci addormentammo nel più insipido - e fallace - bazar di perversione umana: Pigalle.

Avevamo bisogno di denaro. Giuliano non possedeva un franco, sopravviveva in perenne attesa di un vaglia telegrafico elemosinato dall'Italia. L'ostinazione però era il nostro forte. L’occasione d'acquisire contante non tardò a manifestarsi. A due giorni dall'arrivo, imbucati in una discoteca d'altri tempi per godere di un concerto di buona musica rock, cibavamo i nostri istinti da adolescenti allupati con le bellezze della proverbiale Parigi by night. Suonavano gli Stooges. Il locale era stracolmo, il pogo violento, il palco irraggiungibile. Decidemmo di bere un cicchetto di scotch whisky al banco del bar mentre ci lasciavamo sedurre da un sinuoso Iguana, al secolo Iggy Pop, in libera effusione dalla sua musica dirompente, assordante, coinvolgente. Con incedere disinibito ci si avvicinò una fantastica quarantenne. Bionda, jeans attillati, sguardo licenzioso e ammiccante, seno generoso, bocca turgida e umida, sicura di sé e delle proprie voglie, puntò la sua preda, che non ambiva ad altro, e le incomprensioni linguistiche si sciolsero in un paio di bicchieri di nettare di malto. Bastarono pochi sguardi e qualche carezza lasciva affinché, dopo un quarto d’ora, Max e Pauline si dimenassero selvaggiamente nello Squalo. Non esiste mezzo migliore per determinate prestazioni. La saggezza erotica di una donna di mezza età, vogliosa di tutti i piaceri che una notte di mezza estate può offrire, appagò esaustivamente i desideri di un ragazzo arso di passione nell'affrontare la sua prima battaglia sessuale. Max uscì da quell'auto rivoltato come un guanto, diverso, forse più uomo, sicuramente con quattrocento franchi in tasca e un numero telefonico per ogni evenienza. La marchetta si rinnovò dopo una settimana nella lussuosa residenza parigina di Pauline. Con rinnovata linfa emotiva, e una base economica apprezzabile, salutammo Giuliano e ripartimmo dritti fino alle bassezze dell'Olanda: terra di mulini, dighe, droghe e perdizione.

Sulle sponde dell'Amstel dal 22 luglio 1990.

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