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L'anima prigioniera. memorie di un'afasica
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E-book352 pagine5 ore

L'anima prigioniera. memorie di un'afasica

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Info su questo ebook

Napoli, fine anni ’70. Pia è una giovane ricercatrice, madre di un bambino di pochi anni, che attraversa una fase particolarmente delicata della sua vita personale e professionale. Colpita all’improvviso da un ictus cerebrale, perde l’uso della parola. In questa nuova condizione di forzato silenzio, affronta in primo luogo l’impatto con una realtà socio-sanitaria strutturalmente incapace di dare una risposta ai problemi della disabilità. In questa fase predominano in lei sentimenti di rabbia, disperazione e angoscia per il futuro; e tuttavia affiora la sensazione che l’ictus non corrisponda semplicemente a un’esperienza di malattia, ma segnali un vero e proprio cambiamento di pelle. Pia intuisce, sia pure in modo ancora confuso, che l’obiettivo non può essere quello di “tornare a essere come prima”, ma, al contrario, quello di un cambiamento multiplo di coscienza. Rivisitando il suo vissuto personale e familiare, risale alle origini del proprio disagio. Evoca la sua infanzia negata, la sua inquieta adolescenza, il contraddittorio rapporto con la religione, le dolorose esperienze della prima gioventù. Passeranno diversi anni, in cui Pia, nonostante il recupero della facoltà di parlare e il ritorno apparente a una vita “normale”, anche se segnata da un handicap fisico, avvertirà in modo sempre più doloroso un senso di vuoto che la condurrà più volte sull’orlo della depressione. Intuisce che la sua è una “malattia dell’anima”, ma non riesce da sola a trovare la via della guarigione. L’incontro solo apparentemente casuale, con persone che subito le appariranno “speciali” la reindirizzerà a un impegnativo percorso di autoguarigione, costellato da esperienze anche molto dolorose, che comincerà dalla “riappropriazione” del suo corpo e dall’ascolto dei messaggi che da esso provengono e si aprirà in seguito a una dimensione di intensa spiritualità. Pia intravede finalmente l’uscita dal dolore e la prospettiva del cambiamento nella riconciliazione con il divino che è in noi e che ci permette di aprirci al mondo. La compassione diventa allora azione solidale, l’amore per il prossimo si traduce in servizio, la mera contemplazione del creato si fa coscienza ecologica attiva.
LinguaItaliano
Data di uscita26 apr 2014
ISBN9786050302011
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    Anteprima del libro

    L'anima prigioniera. memorie di un'afasica - Olimpia Casarino

    10-12.

    1

    Napoli, 3 novembre 1978

    Quella mattina, appena sveglia, sentì che qualcosa non andava.

    Pensò che il malessere indefinibile che avvertiva fosse dovuto alla stanchezza per aver dormito poco e male. Si osservò, sconcertata, nella stranezza dei movimenti, divenuti insolitamente faticosi e molto più lenti del solito.

    Non seppe mai, con precisione, quanto tempo rimase a terra, senza conoscenza, dopo essere caduta come per effettodi unavertigine.Sentì contro la guancia il freddo contatto del pavimento e al tempo stesso si rese conto che qualcosa nell’ingranaggio del suo cervello si era spezzato e che niente funzionava come prima…

    Era a terra nel bagno e percepiva il suo corpo come un blocco di marmo, e sé stessa come un pesce nell’acquario. Tentava invano di far rispondere le sue braccia, le sue gambe, ai comandi che il suo cervello suggeriva, ma, per quanti sforzi facesse, l’intero lato destro restava bloccato, rigido, come morto e insensibile al tatto. Sentiva che i muscoli del viso erano tesi, la bocca stranamente contratta. Si sentiva malissimo, era in preda alla confusione, alla nausea e perfino la sua vista era cambiata: vedeva in modo diverso, come se fosse immersa nella nebbia, vedeva tutto offuscato.

    Non riusciva più a parlare, non articolava un suono che fosse più di un flebile gemito di dolore. Solo in seguito si sarebbe resa conto di non sapere più né leggere, né scrivere, né contare; percepiva confusamente di essere stata privata della capacità di entrare in rapporto con il mondo.

    Poteva solo pensare.

    E i suoi pensieri le rimandavano in modo ancora oscuro e confuso la consapevolezza, via via crescente, di essere piombata in uno stato diverso e sconosciuto.

    Pensava al suo bambino e al suo lavoro.

    Alle domande che di lì a poco le avrebbero rivolto gli studenti, pensò, non avrebbe saputo come rispondere. In quel momento le sembrava di aver completamente dimenticato tutto quello che fino a qualche ora prima conosceva e ricordava, perfino le cose più elementari apprese a scuola. Ma pensava soprattutto al suo bambino, al piccolo Ivan che solo poche ore prima stentava ad addormentarsi e le tormentava il lobo dell’orecchio, tenendola strettamente abbracciata. Dove sarà Ivan? Dorme ancora? E’ sveglio? Arriveremo tardi all’asilo. Chi gli preparerà la colazione? Chi si sta occupando di lui?

    Ed ecco che Ivan si materializza, ancora assonnato, con i piedini nudi all’altezza del suo viso. Mamma, che fai a terra? Ti senti male? Sei caduta? Ti sei fatta la bua?

    Tenta di rialzarla, non ci riesce e grida: Papà, vieni, mamma è caduta, non parla, sta male!

    In qualche modo fu sollevata, adagiata sul letto e, poco a poco, a quella sorta di angoscioso dormiveglia, in cui era stata per un tempo indefinito, subentrò una lucidità altrettanto angosciante. Cominciò un andirivieni di persone, conosciute e non, che si avvicinavano al suo letto, le parlavano, le facevano domande senza risposta, la tastavano, bisbigliavano fra loro, si attaccavano al telefono…

    Si fece così strada in lei la tragica consapevolezza di aver non solo perduta la capacità di parlare, ma di aver anche smarrito ogni altro strumento di comunicazione: non poteva far capire, a gesti, che aveva fame, o sete, o una qualsiasi altra necessità. Non sapeva ancora di essere entrata nel mondo silenzioso dell’afasia, né che in quella bianca prigione sarebbe rimasta a lungo, ma cominciava a farsi mille domande senza risposta su ciò che l’aspettava.

    Il sentimento dominante era la paura. Che sarebbe stato di lei? E, soprattutto, che ne sarebbe stato di Ivan?

    Ivan, a proposito, dov’era? Si rese conto all’improvviso che non era vicino a lei. Dov’era? Chi se ne stava occupando? Forse la nonna. Già, ma la nonna dov’era? Era stata avvertita? E perché non era lì? Se ci fosse stata, lei sì l’avrebbe capita, avrebbe intuito, ad esempio, che aveva un bisogno crescente di urinare e le avrebbe risparmiato l’umiliazione che di lì a poco sicuramente l’attendeva. Avrebbe intuito il suo bisogno di stringere sul cuore che le batteva all’impazzata il suo bambino, sicuramente impaurito da quanto accadeva e dal via vai frenetico di gente sconosciuta che tentava di occuparsi della sua mamma.

    Mille pensieri angoscianti sul futuro si affollavano nella mente della giovane donna. Ripensava ai ritmi della sua vita, fino a poche ore prima e percepiva come una barriera insormontabile fra il prima e il dopo: si sentiva viva a metà, e quella metà ancora in vita nel suo corpo non era in grado di aiutarla…dipendeva dagli altri e gli altri non sapevano come aiutarla. La sua anima era prigioniera di un corpo che era profondamente mutato rispetto a poche ore prima e gli altri vedevano solo questo. In lei, invece, nonostante il panico che l’assaliva per la sensazione diimpotenza a controllare gli eventi, si era ormai fatta strada lacapacità di comprendere sempre più lucidamente quello che accadeva intorno a lei.

    Riconobbe gli amici e colleghi di lavoro, accorsi prontamente da lei. Capì che dovevano fare i conti con uno sciopero del personale ospedaliero, che avrebbe dovuto comunque far salve le emergenze ma che di fatto rendeva impossibile perfino ottenere un’ambulanza. Per l’intero giorno fu cercato un medico disposto a visitarla, ma solo un amico del marito, studente in medicina e laureando in Neurologia,alla fine accorse,trafficò con un oggetto di metallo sotto al suo piede destro, capì dalle mancate risposte alle sue stimolazioni che era urgentissimo il ricovero.

    La donna lo vide sbiancare in viso, mentre parlava sottovoce con suo marito….

    Ora era perfettamente cosciente, vigile, osservava, comprendeva e ricordava tutto, ma continuava ad essere impedita in tutte le forme di comunicazione. Poteva solo osservare, sentire e soffrire….

    Visse nell’angoscia lunghe interminabili ore nell’attesa di un soccorso….e altre ore nel logorio dei vani e disperati tentativi di comunicare con gli occhi il suo bisogno di urinare. Tentava di scendere dal letto e andare in bagno ma il suo corpo era paralizzato e tutti le dicevano di stare buona e tranquilla. Quanto a lei, si rendeva perfettamenteconto, con panico crescente, che quanti le stavano vicino erano andati completamente in tilt, a causa della particolare situazione di emergenza nell’emergenza.

    Sempre più angosciata dalla sua e dall’altrui impotenza, tentava di misurare il lento passare del tempo osservando l’orologio che fino al giorno prima regolava i ritmi frenetici della sua vita quotidiana, ma quell’esercizio servì solo a svelarleche anche quell’oggetto a lei tanto familiare era diventato un oggetto estraneo e incomprensibile, dal momento che non sapeva più nériconoscere i numeri né contare, cosa che accrebbe il suo sgomento e il suo terrore del futuro. Le pareva che tutto il suo sapere fosse svanito nel nulla, si sentiva regredita, come per effetto di una magia o di un sortilegio, alla condizione di una bambina piccola dell’asilo, per giunta muta.

    Provò in qualche modo a calcolare il lentissimo scorrere del tempo osservando come cambiavano i colori della stanza con il variare dell’intensità della luce. Percepiva il passare del tempo osservando attraverso la finestra le variazioni della luce: dal chiarore dellaprima mattina, alla luce piena del mezzogiorno, che si riduceva quasi subito, nel pomeriggio autunnale, passando al buio della sera …Sentì, confusamente, che questo nuovo modo di misurare il tempo aveva a che fare con uncambiamento interiore indotto dall’evento delle ultime ore, che il suo nuovo tempo interiore si associava al tempo della luce e non più alle lancette dell’orologio, ma questo le sarebbe apparso più chiaro solo in seguito. In quel momento su tutto prevaleva un sentimento di attesa sempre più angosciosa.

    A tarda sera, finalmente, l’arrivo dell’ambulanza, il faticoso caricamento del suo corpo sulla barella, la corsa a sirena spiegata nel traffico impazzito della città, l’arrivo in ospedale. Qui fuparcheggiata nell’antisaladella rianimazione: una sorta di enorme ripostiglio ingombro di barelle, apparecchi medici in disuso, o ancora imballati, e di altre suppellettili.

    E fu nuovamente lasciata sola.

    Si interrogava sul perché dell’assenza di sua madre.Suo marito non l’aveva avvertita? Una imperdonabile dimenticanza, un ennesimo dispetto?O, se l’aveva fatto, perché la mamma non accorreva in suo soccorso? Le sembrava strano. Se solo Ivan avesse potuto chiamare la nonna, tutto sarebbe andato diversamente. Sua madre c’era sempre, nelle situazioni di emergenza, avrebbe fatto ricorso al suo intuito e al senso di praticità che possedeva, sarebbe intervenuta nel modo giusto … sua madre avrebbe sicuramente intuito il suo bisogno ormai incontenibiledi urinare e soprattutto non l’ avrebbe lasciata neanche un attimo sola e in quelle condizioni.

    Era in preda al panico, non riusciva a capire quanto tempo era passato, perché era chiusa all’interno di un ambiente senza finestre rischiarato da una debole luce al neon. Aveva paura e pensava: se muoio, qualcuno se ne accorgerà? Saprà chi sono? Avviserà qualcuno?

    La scena si animò improvvisamente. Comparve, accanto al suo letto, una vecchina, forse ospite provvisoria come lei in quel luogo strano, che agli occhi della giovane donna appariva sempre più come l’anticamera della morte. La nuova venuta era piccola, aveva due grandi occhi spiritati, una massa di capelli bianchissimi disordinati, si muoveva a scatti, si aggirava con aria rabbiosa, parlava da sola e si toccava dappertutto. Prese a studiarla con attenzione, come un oggetto misterioso arrivato quando lei non c’era….il silenzio della giovane donna la irritava, cominciò a toccarla, le parlava gridando e la scrollava per indurla a rispondere, non capiva perché l’altra presenza era muta, pensava che non le volesse parlare di proposito, inveiva contro la giovane muta, assolutamente impotente a gestire la situazione. Le sue grida richiamarono un’infermiera che finalmente venne a vedere, capì la situazione di pericolo e se la portò via.

    Passarono altre ore in cui la giovane rimase da sola, rimpiangendo perfino la compagnia turbolenta della vecchina. Immobile nel letto, gelandosi nel lago di urina che la sua vescica aveva ormai lasciata andare, la donna aveva ormai un unico bisogno: essere lavata e asciugata.

    Le tornava in mente l’infanzia, pensava con nostalgia struggente al bagno della domenica, che pure un tempo era il suo incubo.Scappava terrorizzata, appena vedeva la mamma che riscaldava l’acqua nel pentolone sul focolare e preparava la tinozza di ferro smaltato. Fuggiva a nascondersi perché sapeva quello che l’aspettava…

    La mamma la lavava con energia, strigliandola con cura meticolosa, fino a farle male. La faceva immergere nell’acqua saponata e rialzare ripetutamente e, per distrarla e farla resistere a quella tortura, la invitava a cantare con lei. La bambina usciva da quel bagno tutta rossa e dolente e rabbrividiva dal freddo.

    Era molto scura di carnagione, sembrava una mulatta, e aveva i capelli ricci e crespi come un’africana. La mamma voleva essere sicura di averla lavata per bene e finché non comparivano i segni rossi sulla pelle, quasi ustioni da sfregamento, non la mollava. Poi la mamma intraprendeva un’autentica battaglia con i suoi capelli, che sembravano una foresta vergine. Cominciava una lunga, estenuante e faticosa operazione per pettinarli, sciogliere i nodi, dar loro una forma accettabile e farle delle trecce lunghissime. Ma l’autentica tortura era il passaggio del pettine fitto, che faceva piangere la bambina come un vitello portato al macello. Il risultato finale era apprezzabile, sembrava un’indiana, ma a patto che a nessuno venisse in mente di scioglierle le trecce che le crescevano sempre più in lunghezza, fino ad arrivarle al fondo schiena… quanti anni aveva?

    Quel passaggio obbligato del pettine fitto era per la madre una garanzia di perfetto controllo dei pidocchi, quegli strani esseri piccolissimi, lattiginosi e quasi invisibili che volavano di testa in testa e diventavano subito una popolazione. La mamma non osava nemmeno pronunciarne il nome, tale era il suo terrore di trovarne qualcuno sulla testa della sua bambina.

    Il giorno che ve li trovò, la portò di corsa dal parrucchiere, le fece tagliarei capelli cortissimi. Addio vanità!

    2

    "Pia, Pia, che cosa ti è successo? Rispondimi, cos’hai, come stai?"

    Il suo nome, finalmente! La voce di sua madre! Finalmente! In quel luogo doveaveva perso ogni identità, chi, se non lei, poteva ridargliela?

    Ma le sue domande restavano senza risposta, e tutte le altre, che Pia aveva nella mente…Ivan, dov’è? come sta? Che cosa sa?, Pia non poteva neppure formularle.

    All’improvviso tutto prese un’altra piega, questa volta frenetica. Dopo ventiquattro ore trascorse nella vana attesa di un soccorso medico, il neurologo, venuto solo all’alba del giorno dopo in ospedale, diagnosticò velocemente che la donna era in pericolo di vita e rischiava di entrare in coma.

    Fu trasferita altrove e una folla di medici, soprattutto giovani, prese a muoversi freneticamente intorno al suo letto. Ora si occupavano tutti di lei, o per meglio dire del suo corpo a metà paralizzato, esplorandolo con punture lombari e altre torture. Ma quanti sono?, si chiedeva Pia, sempre più debole e stordita da quel viavai, ma ancora perfettamente lucida. Osservava i sanitari che si muovevano velocemente, con aria preoccupata, parlando fra loro: La pressione è scesa ancora; Rischiamo di perderla…

    Allora sto veramente per morire? si chiedeva lei, attanagliata dalla paura; ma ovviamente non riceveva risposta alla sua muta domanda.

    Tutto veniva detto alla sua presenza, ma nessuno le rivolgevala parola. Pia capì che nessuno dei medici si era reso conto che era lucida e perfettamente consapevole di quanto avveniva intorno a lei. Si comportavano con lei come se non percepisse il dolore, come se non avesse un’anima, una sensibilità, emozioni e paure che non poteva esprimere.

    Nei giorni successivi, scanditi da esami clinici sempre più invasivi e da massicce somministrazioni di farmaci, il suo stato generale lentamente migliorò, ma alla dolente lucidità delle prime ventiquattr’ore subentrò sempre più spesso una sorta di soporoso dormiveglia. Non tornava, però, la facoltà di articolare suoni intellegibili e perciò i medici non cessavano di occuparsi di Pia. Ma non cercarono mai di stabilire con lei un rapporto personale. Pia era solo un caso clinico degno di interesse, buono per le statistiche: tra le più giovani ictate, senza cause apparenti, totalmente afasica.

    Visse – le dissero poi - alternando per diversi giorni fasi più o meno lunghedi piena coscienza e di presenza corporea ad altre in cui appariva non cosciente o in una sorta di coma vigile. Confusamente, si rendeva conto che l’evento che l’aveva colpita non aveva solo interrotto il filo della sua vita precedente, stava anche cambiando la sua visione del mondo. A lungo non confidò a nessuno di aver vissuto in quei giorni un tempo senza tempo, in cui si sentiva leggera e si vedeva volteggiare dall’alto della stanza d’ospedale, sul suo letto, senza capire se fosse realtà o stesse sognando.

    Per vent’anni tacque, perfino con i suoi familiari, sulle esperienzedi pre-morte, vissute nel periodo del coma…temeva di essere giudicata pazza o visionaria. Come descrivere la sensazione dell’incontro con la Luce che la avvolgeva con immenso amore, quando entrava ed usciva dal tunnel che portava all’altra dimensione? Mantenne a lungo il segreto anche sul messaggio ricevuto nel preciso momento in cui entrava completamente nella luce, quando fu fermata da una voce che le disse in tono dolce ma fermo: è troppo presto, devi tornare nel tuo corpo, alla tua vita, devi completare prima la tua missione e poi potrai tornare alla Luce dalla quale vieni. La voce però non le disse quale lavoro dovesse completare per tornare finalmente a casa…

    All’inizio Pia temé di essere impazzita o di essere in preda ad allucinazioni provocate dai farmaci e dal suo stato confusionale… ma quelle esperienze si ripeterono più di una volta e solo in seguito capì che con l’ictus si era attivato un canale molto particolare di comunicazione con una dimensione che le era fino ad allora sconosciuta.

    Era soprattutto nei momenti di maggiore sofferenza fisica ed interiore chePia lasciava il corpo per andare verso la luce, in cui ogni sofferenza svaniva….I momenti, via via sempre più dilatati, di lucidità, erano invece segnati dal contatto con la realtà multiforme della vita ospedaliera.

    Pia non avrebbe mai dimenticato l’alba del giorno successivo al suo ingresso in reparto, anche se quello che accadeva intorno a lei le giungeva come da una ribalta remota.

    L’enorme stanza a dieci letti in cui fu ricoverata era squallida, senza luce, con le pareti grigio-sporco:un ambiente freddo, con pochi arredi metallici sgarrupati, solo cinque sedie per dieci letti.

    Le altre ricoverate compresero presto che la giovane allettata aveva bisogno di aiuto in tutto: non poteva parlare, non potevaprendere gli oggetti da sola, non poteva suonare il campanello, nè alzarsi, non poteva mangiare, bere, lavarsi e fare i suoi bisogni da sola. Il suo sguardo era molto triste e malinconico, come perso nel vuoto del suo silenzio.

    Pia abitava uno spazio a sé stante e ascoltava la voce del suo pensiero imprigionato.

    Ivan dove sarà in questo momento? all'asilo? dalla nonna? già, ma con quale delle due? con mia madre o con l'altra nonna? e il padre l'avrà rassicurato? chissà che paura si è preso, poverotesoro... chissà da quanto tempo sono qua all'ospedale e chissà quanto tempo è passato dall'ultimo contatto con lui... che mal di testa...quale incredibile e strana confusione: ogni volta che un rumore forte dall'esterno arriva è come un martello pneumatico, si insediae produce delle onde lunghe di dolore intermittenti e insopportabili nel mio cervello, o in quel che resta del mio cervello....ho paura, molta paura, non riesco a capire che mi sta succedendo.....e perchè non mi dicono niente....perchè tutto questo sta succedendo a me?....proprio a me....proprio ora....quando finalmente avevo deciso di ricominciare una nuova vita con Ivan...a ben pensarci è da quando sono venuta al mondo che la precarietà e l'abbandono fanno parte di me, della mia storia.......un'intera vita precaria e distrutta negli affetti......ora anche la separazione, l'unica scelta consapevole della mia vita, piena di fughe in avanti, di fughe dalla famiglia opprimente, è diventata precaria.......ora perderò anche il lavoro.....senza soldi come farò a sopravvivere? ......perderò Ivan ? .....dove andrò più con Ivan?.....chi si occuperà di noi?.....Ilio? Tornare insieme per il bene di Ivan? ma che razza di bene distorto può essere questo riproporre ogni giorno il nostro disaccordo su tutto, bell'esempio per un bambino.....un'altra vita, già cosìprecaria.....con una madre muta e paralizzata.....e un padre sempre assente ...Ivan dove sei?...mi manchi tanto... Esplose in un pianto prima sommesso, poi più forte, mentre la sua vicina di letto imprecava a bassa voce: maledetto questo posto che uccide...

    Il pianto silenzioso di Pia si trasformò in un singhiozzare disperato che le accrebbeildolore alla testa, che ora le scoppiava come se la stessero trapanando. La vicina di letto, una donna ossuta e scarna, dal pallore impressionante, si alzò, le andò vicino, le prese il braccio, osservò se l’ago della flebo era ancora in vena, poi l’accarezzò dolcemente sulla testa, riportandole il braccio sinistro sul letto e le disse: le fa molto male? vero? è qui?

    Pia abbozzò un cenno affermativo e la donna si sedette accanto al letto e continuò ad accarezzarle la mano. Vedendola piangere ancora, prese dal suo comodino un fazzolettino dicarta e le asciugò dolcemente le lacrime, poi lo ripose in una tasca della sua vestaglia: Come va?un pò meglio, vero? vedrà che ce la farà ad uscirne fuori, ha tanto coraggio e lo deve fare per il suo bambino che ha tanto bisogno della mamma....lo so perchè me l'ha detto sua madre, l’ho vista qua fuori. Vedrà che tra poco arriva ….. ha chiesto il permesso di starle vicino.

    I pensieri di Pia furono interrotti dal rumore assordante del carrello delle terapie che si sentiva in lontananza. Il rumore si fece sempre più assordante, come il suo mal di testa, man mano che si avvicinava sempre più, fino al suo ingresso trionfale nella stanza. Il carrello sgangherato era spinto quasi a fatica dall'infermiere ancora assonnato. Una paziente operata da poche ore, che finalmente riposava, si destò di soprassalto, ma restò intontita e si rimise su un fianco a tentare di riposare.

    La vicina compassionevole si rivolse all'infermiere che sembrava conoscere bene: Ma che è successo stanotte? Qualcuno è stato per morire? I campanelli delle stanze suonavano sempre...

    Angela cara, l’emergenza qua è permanente... stanotte alle tre hanno ricoverato d'urgenza un uomo, stava più di là che di qua....e i medici vai a trovarli...

    L’infermiere porse ad Angela una compressa, mentre lei continuava a chiedergli: poveretto .. e ora come sta? si sa niente? i medici che hanno detto? certo chela trombosi è diventata la malattia del secolo......ora viene anche alle persone giovani… disse, alludendo a Pia, continuando ad accarezzarle la mano destra. Per esempio, questa signora soffre molto quando sente i rumori, le scoppia il mal di testa ....anchequando sente qualcuno parlare forte nella stanza,figurarsi come starà male quando c’è l’ orario dellevisite con quellaconfusione che sembra di stare al mercato...e quell'altra poverina -indicando con lo sguardo la paziente operata di fresco - non ha chiuso occhio perchè soffriva dopo l'intervento e solo con leiniezioni calmanti è riuscita a riposare un poco, fino al vostro arrivo. Ma che cosa ha questo carrello? Perchè non lo buttate?

    Dalle altre stanze cominciò un concerto assordante di campanelli.

    Ora ricominciamo daccapo... speriamo di no – riprese Angela- I medici oggi passeranno? io sto qua dentro da un mese senza sapere niente di niente: se devo operarmi, se sono spacciata o se mi rimandano a casa, non so niente di niente. Il tempo qua dentro non passa mai... cinque minuti sono cinque ore..

    L’infermiere controllò i numeri dei letti, poi si rivolse ad Angela: Signora, è lei il 301?, lei annuì ed esclamò: Oi ni’, iomi chiamo Angela e da un mese sono diventata il numero 301, qua dentro uno finisce per dimenticare anche come si chiama. ..

    L’infermiere le rispose: Signora bella, sicuramente in giornata passerà il suo medico, perchè lo sciopero è finito, altro non so. E poi, con l'andirivieni deimalati che abbiamo qua, se ci ricordassimo tutti i loro nomi, saremmo dei padreterni... per la stanchezza, poco ci manca che ci dimentichiamo anche il nome nostro ...Me ne vado per un’idea.

    Angela=numero 301 però non lo mollava: come sta questa signora? che dite? migliora? certo, ha bisogno di assistenza continua, ci vorrebbe una persona vicino a lei notte e giorno, si dispera per cercare di farsi capire, io cerco di capire di che ha bisogno, la guardo negli occhi e le mostro gli oggetti uno per uno ... e lei fa si o no con la testa... manon so se riesce a capire tutte le parole ...so solo che mi fa tanta compassione quandopiange matutti gli altri, i familiari, gli amici come possono entrare in contatto con lei?

    L’infermiere si spostò al letto di Pia, controllò il livello della flebo, controllò l'ago, aggiunse una fiala alla flebo e senza neanche guardarla negli occhi, o rivolgerle una parola, come se in quel letto ci fosse un fantasma, scrisse sulla cartella la consegna per il turno successivo.

    L’ennesimo prolungato suono di campanelli spazientì l'infermiere che accelerò le operazioni al massimo. Poi, secco, si rivolse a Angela: Non so che risponderle...lo chieda ai medici...Intanto, se mi fa il favore, mi avverte quando è finita la flebo, va cambiata e sostituita, e così fino a stasera. Arrivederci a dopo...le raccomando mi chiami quando la flebo sta per finire....per l'altra signora del letto 303 devono passare i medici a controllarla. Non c'è segnata nessuna terapia...le metta leiil termometro e dopo dieci minuti glielo tolga e mi dica quanto segna...tanto è diventata bravissima come aiuto- infermiera .

    Un suono più imperioso di campanello interruppe la conversazionee l’infermiere parlò da solo con il campanello che suonava: E ‘mmò basta, e uscì dalla stanza con il suo carrello sgangherato e rumoroso: Arrivo, ARRIVOOO!

    Angela mise il termometro alla signora 303 e guardando il suo orologio, disse ad alta voce: le 5.30.Poi ritornò alla 302 per controllare la flebo. Le strappò perfino un sorriso quando si mise a fare l’eco ad ogni ARRIVOOO dell'infermiere in risposta al suonare intermittente dei campanelli, per fortuna, sempre più lontani e deboli.

    Angela esclamò: Siamo proprio al mercato della frutta, ripetendo a bassa voce il verso dell'infermiere, arrivoooo, del quale imitava anche la postura dall'andatura lentissima.

    Pia toccò il braccio di Angela per studiarne l'orologio. Quella capì e le avvicinòl'orologio agli occhi, chiedendole: vuole vedere che ore sono? Se lo tolse dal polso e glielo lasciò vicino al braccio paretico e restò a osservarla.

    Gli occhi di Pia si soffermarono a lungo sul quadrante dell’orologio: che strano, questo oggetto mi eratanto familiare, lo portavo sempre al polso, anche di notte ...era come la mia seconda pelle ....scandiva i ritmi della mia vita …loguardavo nel mio correre senza soste, correre al lavoro, correre a casa, correre all'asilo, correre a preparare la cena, una corsa col tempo ....ero sempre di corsa....ossessionata dalla preoccupazione di fare tardi, proprio io così precisa, così perfezionista che avevo un tempo per ogni cosa....... ma mai un tempo per me..... untempo da regalarmi… un tempo vuoto da riempire per me stessa.... . Lo ascoltò nel suo ticchettio, poi lo guardò di nuovo: mi è familiare solo il suono...un suono metallico.... è il suono del tempo? Non so più contare..... nè capire che ora è... le lancette ....sono solo linee in movimento...

    Angelariprese l'orologio, non senza prima averla rassicurata,guardandola negli occhi: vedrai cara, che passerà presto. Hai sentito quello che ha detto l'infermiere? non ti disperare ...coraggio...te la dico io l'ora....è molto presto…sono appena le 5.35 e c’è tutta una giornata davanti....oh Dio...ora devo proprio togliere il termometro alla signora...torno subito

    Angela raggiunse il letto in fondo, tolse il termometro, segnò diligentemente la temperatura e disse a bassa voce: 37.6,ha la febbre.....quando vengono a vederla è sempre troppo tardi......

    Pia ascoltava e guardava con apprensione la paziente operata che si lamentava nel dormiveglia. La folla di pensieri ricominciava: è inutile ...non riesco a dare un senso ai numeri e alle lettere ...sono solo segni…o parole senza significato per me...è come ascoltare la lingua araba..che non conosco...già anche quelle che conoscevo non le ricordo più...ho dentro la testa solo un grande vuoto....solo le etichette sono rimaste...etichette vuote senza alcun significato. Tutto quello che ho studiato e imparato in una vita...è comesvanito nel nulla...sono come una bambina piccola ...in un corpo da adulta...per giunta paralizzato...una bambina-madre. Ho paura, mi assale la stessa emozione di quando ero bambina ed avevo paura del buio......paura della violenza di mio padre. Mi rintanavo in un angolo della stanza, mi rannicchiavo tutta in posizione di difesa per non gridare.....per non sentire il dolore...Non sopporto il senso di attesa della morte che incombe in questa stanza. Questa poveraccia accanto a me che sta male, ha la febbre, avrà un’infezione? Brutto segno per chi è stato operato da poco

    L’angoscia la assalì, il suo visocambiò espressione. Il suo sguardo era di nuovo assente, era andata in un'altra dimensione.

    Angela si accorse che la flebo era finita, suonò con forza il campanello perchiamare l'infermiere, capì

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