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Etiopia: cuore antico dell'Africa nera

Etiopia: cuore antico dell'Africa nera

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Etiopia: cuore antico dell'Africa nera

Lunghezza:
501 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
19 nov 2014
ISBN:
9788860591401
Formato:
Libro

Descrizione

L'Etiopia è uno tra i paesi più affascinanti del continente africano. Le ragioni di questo interesse sono molteplici: geografici che, per la straordinaria gamma di ambienti climatici che caratterizzano il suo territorio; culturali, per la sua storia che affonda le radici ai primordi dell'umanità; etnografiche, per la varietà di culture che qui si possono incontrare, dalle più complesse e raffi nate a quelle più semplici e ancora legate a una concezione arcaica dell'esistenza. Lungo le sue piste, è ancora possibile rivivere le emozioni provate dai grandi esploratori che nel secolo scorso le percorsero per la prima volta. A determinarne la storia è stata la conformazione stessa del territorio che può essere diviso in tre grandi zone geografiche talmente differenti e particolari che ognuna di esse può essere considerata un paese a sé stante: il grande altipiano al centro nord, abitato da popolazioni cristiane di lingua amhara, le regioni, in parte desertiche, del nord est, abitate da popolazioni di religione musulmana, ed infine le regioni sud occidentali abitate da popolazioni animiste di ceppo nilotico che seguono i riti tradizionali africani. La guida illustra itinerari e percorsi, anche di trekking, che si snodano dal nord al sud del paese, con cartine, notizie pratiche e informazioni dettagliate che aiutano il viaggiatore a muoversi liberamente nel paese.
Editore:
Pubblicato:
19 nov 2014
ISBN:
9788860591401
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Etiopia - Massimo Bocale

ETIOPIA

cuore antico dell’Africa Nera

Di

Massimo Bocale, Piera Borghetti

Foto

Massimo Bocale

CC/ Baye Amsalo (BA)

CC/ A. Davey (AD)

CC/ Dave Proffer (DP)

CC/ David Stanley (DS)

CC/ Hervé Sthioul (HS)

CC/ Marek Krzystkiewicz (MK)

CC/ Ahron de Leeuw (AL)

CC/ Rod Waddington (RW)

Mappa dell’Etiopia

CC/Peter Fitzgerald

CC: licenza Creative Commons Attribution_ShareAlike 4.0

http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode

Prima edizione ebook: 2014

Copyright ©2014 Polaris

ISBN 9788860591401

La guida è disponibile anche in formato cartaceo

Casa Editrice Polaris

www.polariseditore.it

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte dell’opera può essere riprodotta, distribuita o trasmessa in alcuna forma o con alcun mezzo, o registrata in database, senza il permesso scritto dell’editore.

Benché sia stata prestata la massima attenzione nella raccolta delle informazioni contenute nella guida, nessuna responsabilità per eventuali danni o inconvenienti occorsi a cagione del suo utilizzo potrà essere imputata all’autore, all’editore o a chi, sotto qualsiasi forma, la distribuisce.

Sommario

Natura incontaminata

... La geografia

... La Great Rift Valley

... Le esplorazioni dell’Etiopia

... La flora

... La fauna

... La depressione della Dancalia

Popoli e cultura

... La popolazione

... I riti di passaggio

... Le ricchezze culturali del Paese

... La cura del corpo

... L’economia

... La religione

Storia di una civiltà millenaria

... L’impero Axumita

... Il Medio Evo etiope

... L’invasione galla e la nascita di Gondar

... I nuovi imperatori

... Haile Selassie

... L’occupazione italiana

... La fine dell’impero di Haile Selassie

... La rivoluzione

... La nuova politica

Addis Abeba: la capitale

... La visita della città

... I dintorni della capitale

Gli animisti, il grande Sud e il fiume Omo

... Il Parco Nazionale di Abijata-Shala

... Arba Minch

... Il Parco Nazionale di Nechisar

... Il Parco Nazionale del Mago

... Il lago Chew Bahir

...Il Parco Nazionale del Bale

L’Acrocoro etiopico e i cristiani

... Visita alle chiese di Lalibela

... Axum

... Il Parco Nazionale del Simyen

... Gondar

... Le chiese del lago Tana

Harar e la Dancalia: i musulmani

... Dire Dawa

... I monumenti di Harar

... L’Awash National Park

... Viaggio attraverso la depressione della Dancalia

Gli animisti del Sud-Ovest e il fiume Baro

... Il Parco Nazionale di Gambela

Trekking nella regione dei Surma

... Il quadro geografico ed etnologico

... Organizzazione

... Itinerari

Letture

... La Società Geografica Italiana

... Vittorio Bottego

... La cerimonia del caffè

... Il calendario etiope

... Le croci etiopi

... Gli Ascari

... Contraddizioni

... Cucina etiope e alcune ricette

... Le imbarcazioni etiopi

... L’Omo, viaggio d’esplorazione nell’Africa Orientale narrato

... Le specie endemiche

... Il caffè - tra miti e leggende

Notizie utili

... Organizzazione del viaggio

... Informazioni generali

Glossario

Bibliografia

Perché un viaggio in Etiopia?

"Ma sarebbe troppo bello poter sperare che

ogni viaggiatore riporti qualcosa da ogni viaggio.

I viaggiatori-gregge sono purtroppo cosa di tutti i tempi"

Marguerite Yourcenar

L’Etiopia è uno tra i paesi più interessanti del continente africano e del mondo intero. Le ragioni di questo interesse sono molteplici: geografiche, per la straordinaria gamma di ambienti climatici che caratterizzano il suo territorio; culturali, per la sua storia che affonda le radici ai primordi dell’umanità; etnografiche, grazie alla varietà di culture che qui si possono incontrare, dalle più complesse e raffinate a quelle più semplici e ancora legate a una concezione arcaica dell’esistenza scandita dai cicli naturali.

Il fascino di questa realtà, unica nel suo genere nel continente africano, viene aumentato ancora di più da un altro fattore: l’instabilità politica che ha caratterizzato il Corno d’Africa nei decenni passati ha fatto sì che esso non sia ancora diventato la meta costante di un flusso turistico come quello che ha diminuito, seppur relativamente, il fascino dei suoi vicini meridionali Kenya e Tanzania. Per questo motivo questa regione offre ancora, all’inizio del terzo millennio, l’opportunità di osservare società non contaminate dalla moderna cultura occidentale. Lungo le sue piste, tra savane e foreste, è ancora possibile rivivere le emozioni che devono avere provato i grandi esploratori, da Bottego a Vannutelli, che nel secolo scorso le percorsero per la prima volta.

Con questa introduzione vorremmo spiegare ai lettori del nostro libro i motivi che hanno determinato la nostra passione per l’Etiopia, motivi per cui è valsa la pena talvolta di rinunciare alle comodità offerte dai circuiti turistici internazionali e affrontare qualche difficoltà, per intraprendere un viaggio attraverso questa splendida nazione.

Prima di lasciarvi al racconto dettagliato dei quattro itinerari proposti, vorremmo provare a fornire una spiegazione generale della realtà, geografica e culturale, in cui essi si inseriscono, sperando che questo convinca anche voi a visitare questo bellissimo paese. A nostro avviso il concetto chiave e filo conduttore che bisogna comprendere e seguire per viaggiare in Etiopia è quello di varietà: varietà geografica da cui deriva quella culturale.

A determinarne la storia è stata la conformazione stessa del territorio che può essere diviso in tre grandi zone geografiche talmente differenti e particolari che ognuna di esse può essere considerata un paese a sé stante: il grande altipiano al centro nord del Paese, abitato da popolazioni cristiane di lingua amhara; le regioni, in parte desertiche del nord est, dalla Dancalia all’Ogaden, abitate da popoli Oromo di religione musulmana e le regioni sud occidentali abitate da popolazioni animiste di ceppo nilotico che seguono i riti tradizionali africani. La descrizione non può non partire dal grande altipiano, cuore del paese abitato dai popoli Tigrini, Amhara e Wollo.

Questa zona di difficile accesso fu la culla della millenaria cultura axumita e poi dell’impero cristiano d’Etiopia. Il cristianesimo etiope non risale, come nel resto dell’Africa, alla colonizzazione europea degli ultimi tre secoli, ma alla remota epoca del cristianesimo primitivo. Fu intorno al quinto secolo dopo Cristo che l’altipiano, sede della grande civiltà axumita, venne raggiunto, grazie a due monaci siriani, dalla predicazione cristiana. A partire da quel momento il grande impero, la cui popolazione praticava culti ancestrali primitivi, si convertì alla religione cristiana nella sua versione monofisita, divenendo un’entità statale in cui il potere politico si appoggiava a quello religioso nella gestione delle terre e della società. A seguito dell’espansione islamica del VII secolo la conformazione geografica dell’altipiano, che costituisce una vera e propria difesa naturale, permise ai suoi abitanti di resistere alle numerose invasioni e di conservare la propria cultura e le proprie istituzioni, isolati per oltre mille anni dal resto del mondo.

La particolare storia di questa regione, l’isolamento che la trasformò in un’isola cristiana all’interno di un mare islamico e che non le permise di conoscere gli sviluppi del pensiero cristiano europeo, è alla base del fascino che tuttora emana la sua cultura. Viaggiare attraverso l’altipiano, visitare i grandi centri di culto pieni di fedeli e osservare, se possibile durante qualche festività, la loro religiosità permette di avvicinarsi a una realtà che ha conservato le autentiche caratteristiche del cristianesimo primitivo; qui è possibile immaginare e comprendere le origini e i cambiamenti della nostra religione e ripercorrere un pezzo di storia da noi ormai dimenticato. Scendendo dall’altipiano e superato il fiume Abbay si incontra un altro gruppo etnico, gli Oromo e, soprattutto, l’altra grande cultura presente in Etiopia: quella musulmana. L’Islam giunse in Africa nel VII secolo a seguito dell’espansione araba e ne conquistò tutta la parte settentrionale e il Corno d’Africa imponendo le proprie leggi e convertendo molte popolazioni.

La religione islamica delle popolazioni etiopi è lontana anni luce dalla lettura integralista del Corano tipica di altri paesi. Qui, dove più di mille anni di contaminazioni con i culti tradizionali africani hanno determinato una religiosità molto più indulgente e sincretica, è possibile cogliere con maggior facilità i grandi pregi di una religione che, a causa dei recenti avvenimenti, è spesso svilita e mal considerata, ma che fu capace di inserire e assorbire al proprio interno usanze e culture preesistenti integrandole con la propria organizzazione nella società: basti pensare che tra gli Afar della Dancalia le donne, non solo non indossano il burqua, ma girano a petto nudo ad eccezione di un velo trasparente che copre il capo e il corpo di quelle sposate.

Il mondo musulmano etiope è quindi estremamente interessante, in particolare nella regione di Harar che è la quarta città sacra dell’Islam dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme e nella Dancalia dove vivono gli Afar, una popolazione di guerrieri di grande bellezza.

Ma gli interessi etnografici di questo paese non sono ancora esauriti; nelle regioni sud occidentali si estende una zona selvaggia comprendente anche parte del Kenya e del Sudan, che gli studiosi hanno chiamato Equatoria, dove vivono ancora popolazioni animiste che praticano i culti tradizionali africani e conservano inalterate le loro usanze da millenni. Inoltrarsi in queste regioni vuole dire addentrarsi in un mondo ancora più lontano di quello dell’altipiano, alle radici stesse dell’umanità: popolazioni come i Borana, i Surma o i Nuer erano del tutto sconosciute agli europei a metà del XX secolo, esse vivono tutt’oggi secondo le leggi tribali, seguendo i ritmi delle stagioni o le esigenze del bestiame che la loro religione considera sacro. In questi luoghi ancestrali, di fronte a persone che considerano la civilizzazione qualcosa di assurdo da cui difendersi strenuamente grazie alle proprie tradizioni, la nostra logica occidentale perde completamente senso e non è possibile non rimanere affascinati e provare una sensazione di smarrimento.

Oltre all’interesse storico etnografico sopra descritto, l’Etiopia propone anche una grande varietà di ambienti per la cui salvaguardia sono stati istituiti numerosi parchi e riserve naturali. Anche qui il fascino risiede nella natura selvaggia e incontaminata dei luoghi che differenzia i parchi etiopici da quelli kenyoti: non bisogna aspettarsi di poter osservare le grandi scene di caccia che si vedono nei documentari, poiché la mancanza di piste facilmente percorribili e di punti di osservazione privilegiati rende quasi impossibile queste visioni, a favore però di un più stretto contatto con la realtà naturale del luogo e dei suoi abitanti. Tra le zone più belle del paese vanno ricordate le zone afro-alpine del Parco del Symien e le regioni desertiche della depressione Dancala. Ma la zona sicuramente più interessante e suggestiva è quella della Great Rift Valley, l’imponente spaccatura tettonica visibile anche dallo spazio, che si estende per oltre 3.000 chilometri dall’Etiopia alla Tanzania.

L’importanza di questo luogo è determinata, oltre che dalla straordinaria bellezza dei suoi parchi naturali, sorti per proteggere le numerose specie di uccelli e mammiferi che popolano le sue savane e i suoi laghi, dal fatto che questa è probabilmente la culla della nostra razza: qui infatti sono venuti alla luce nel 1974 i resti del più antico ominide mai scoperto: Lucy.

Con questa introduzione non intendiamo certamente dare una spiegazione esauriente di tutte le attrazioni e le bellezze etiopi, ma solamente un punto di riferimento per affrontare la lettura specifica degli itinerari proposti.

Data la grande complessità geografica e culturale di questa nazione, era nostra intenzione farvi comprendere come sia necessario addentrarsi nella sua esplorazione con uno sguardo non superficiale, che tenga conto delle enormi differenze che intercorrono tra questo e il nostro mondo e come, nonostante il progresso tecnologico che ci caratterizza, abbiamo sempre da imparare dalle culture diverse dalla nostra. Mentre scrivevamo ci è piaciuto immaginare di rivivere le emozioni che devono avere provato i primi europei che esplorarono queste regioni, scoprendo fiumi, laghi e popoli. Come fece a suo tempo Vannutelli percorrendo sconosciuti territori fino alla remota valle del fiume Omo, anche noi abbiamo tenuto un nostro taccuino di viaggio nel quale abbiamo annotato oltre a quello che ci affascinava, anche tutte le indicazioni utili a ripercorrere il nostro itinerario e a comprendere quello che avevamo visto.

Sperando che questo nostro scritto vi sia utile o anche solo gradito, vi lasciamo alla sua lettura.

In ricordo dell’amico Claudio Tomatis

che più di ogni altro amava viaggiare

lungo i sentieri della Rift Valley

...laggiù il tempo sembrava passare nell’indifferenza dell’eternità ...il passato e il presente dialogavano avendo come vocabolario il silenzio e il vento, che ogni sera sembrava voler spazzare via tutto, continuava instancabile ad accatastare, da qualche parte, ore, giorni, mesi e anni a formare secoli, lasciando tutto magicamente intatto autentico, quasi irreale ...

Claudio Tomatis

Natura incontaminata

"L’Africa non è un’entità unica

e l’arte cambia di villaggio in villaggio,

di paese in paese ..."

Mostapha Dime

La geografia

Poche zone della Terra custodiscono tanti variegati ambienti geologici, naturalistici e storici come l’Etiopia dove è possibile, seppur ostacolati da condizioni ambientali difficili, scoprirne i segreti, ascoltare la magia della natura che qui è estremamente esuberante e vivere una realtà storico-sociale avvolta tra miti e leggende che si fondono armoniosamente con l’ambiente stesso.

L’Etiopia ha un aspetto morfologico tra i più interessanti e suggestivi d’Africa; questa peculiarità è data dalla notevole varietà del territorio che la contraddistingue e che la rende estremamente affascinante; ha una superficie di 1.128.221 chilometri quadrati ed è per estensione il nono Paese d’Africa; confina a nord con l’Eritrea e il Gibuti, a est con la Somalia, a sud con il Kenya e a ovest con il Sudan.

Fisicamente l’altipiano etiopico, che rappresenta la sezione altimetrica più elevata delle cosiddette alte terre d’Africa, è diviso bruscamente in due dalla grande fossa tettonica della Rift Valley: una profonda cicatrice della crosta terrestre, chiaramente visibile dallo spazio, che si estende per oltre 8.000 chilometri dalla valle del Giordano in Libano al Mozambico ed è fortemente marcata a nord dalla depressione della Dancalia, mentre nel sud è caratterizzata da una serie di laghi che giacciono negli avvallamenti più profondi.

Questo fenomeno tettonico, frutto dell’azione di forze ciclopiche sotterranee, divide il Paese in due parti: a ovest l’acrocoro etiopico (che a nord corrisponde con l’Etiopia storica), mentre a est gli altipiani digradano, con inclinazione costante, verso i bassi tavolati e le pianure dell’Ogaden e i deserti della Somalia. In alcune zone dell’acrocoro, che giace a oriente a 3.000 metri e a occidente supera addirittura i 4.000 metri, lo strato lavico raggiunge l’eccezionale spessore di circa 2.200 metri.

L’attuale conformazione del territorio è il risultato del vulcanismo e dei sommovimenti tettonici parzialmente ancora attivi che si sono verificati nel corso dei millenni. Il complesso rilievo, che costituisce una sorta di fortezza naturale, è stato in seguito ridisegnato dai fenomeni di erosione che causarono nel tempo profonde incisioni nell’altipiano formato da rocce vulcaniche e dalle successive colate laviche che isolarono, per esempio, la depressione della Dancalia dal mare o che sbarrarono alcune valli causando di conseguenza la formazione di laghi endoreici; tutto ciò costituisce uno dei musei naturali più interessanti del mondo per lo studio delle morfologie tettoniche.

Alcuni di questi canyons solcati da serpeggianti fiumi rappresentano per gli etiopi i confini naturali regionali; infatti il Tekeze separa Gondar dalle regioni del Tigray e di Wollo; l’Abbay divide il Gojiam da Gondar e dallo Schewa e dal Welega; l’Awash separa l’Harerge dal Wollo e dallo Schewa; il Wabi Shebele funge da confine tra l’Harerge e il Bale; il Genale divide il Bale con il Sidamo mentre l’Omo rappresenta il confine tra il Gamo Gofa e il Kaffa.

Il fiume più famoso dell’acrocoro etiopico è il Nilo Azzurro più corto di circa 1.800 chilometri del suo gemello Nilo Bianco. Partendo dalle cascate del Tisisat il Nilo inizia a incidere l’altipiano creando un canyon lungo 650 chilometri che non ha, per maestosità e bellezza, eguali al mondo: basti pensare che in alcune zone l’altezza delle pareti della gola sfiorano, dal letto del fiume alla sommità, i 1.500 metri.

Il Nilo Azzurro nasce dallo straripamento del lago Tana, il più ampio lago etiope, ed ha una portata quasi doppia rispetto a quella del suo gemello ma le vere sorgenti, che furono scoperte dall’inglese James Bruce, si trovano 112 chilometri più in alto sul monte Giese dove nasce il piccolo Abbay o piccolo Nilo, il principale immissario del Tana.

L’acrocoro etiopico funge da spartiacque tra i bacini del Mediterraneo, dell’Oceano Indiano e del Mar Rosso. L’imponente rete idrografica ha scolpito profonde vallate, nelle alte terre settentrionali dove ha un andamento allineato in direzione ovest/nord-ovest, sia in quelle meridionali dove segue invece la direzione sud-est: i fiumi etiopici, a causa delle forti variazioni di portata dovute alle discontinue precipitazioni, non sono navigabili.

I suggestivi canyons, percorsi durante il periodo delle piogge da impetuosi fiumi, sono racchiusi dalle ambe, i tipici monti tabulari che caratterizzano l’altipiano, con pendii a gradinate e la sommità spianata, priva di vetta a causa dell’azione erosiva dei venti; questi hanno un’altitudine media di 2.000-2.500 metri con numerose cime che superano i 4.000 metri; la più elevata è il Ras Dascian che, con i suoi 4.620 metri, si eleva sul Parco nazionale del Simyen.

Viaggiare in Etiopia vuol dire spesso osservare il mondo dall’alto verso il basso; il panorama più usuale che siamo chiamati ad ammirare è quello che si innalza dal livello su cui camminiamo: nell’acrocoro invece succede spesso il contrario: le vallate e i canyons sprofondano in basso suscitando nei viaggiatori nuove e particolari emozioni.

I suoli fertili, anche se vi sono molte zone rocciose di scarso interesse agricolo, si trovano soprattutto nell’altipiano o nelle vallate, mentre i terreni adatti al pascolo sono ubicati soprattutto nella Rift Valley.

Grazie alla vastità dei paesaggi, alle savane dove vivono numerose specie animali di grossa taglia, alla ricchezza morfologica e alle molteplici popolazioni indigene, l’Etiopia è senza dubbio una delle più belle e interessanti regioni dell’Africa e del mondo.

La Great Rift Valley

La grande Rift Valley è uno dei più imponenti e incredibili fenomeni terrestri: esso è semplicisticamente un oceano in formazione e illustra inequivocabilmente la teoria sulla deriva dei continenti formulata nel 1915 dal geofisico tedesco Alfred Lothar Wegener dopo la pubblicazione de L’origine dei continenti e degli oceani, un libro che non ebbe certamente un’accoglienza favorevole. Gli studiosi fanno risalire l’inizio dei movimenti tettonici che portarono alla formazione della Rift Valley all’Oligocene cioè circa 40 milioni di anni fa: questa attività tettonica che porta all’allontanamento progressivo di due zolle continentali è tuttora in corso ed è dimostrata dalla relativa giovinezza delle rocce che si trovano al suo interno rispetto a quelle dell’altipiano: 3 milioni di anni le faglie secondarie aperte nel periodo più recente sul fondo valle contro i 3 miliardi di anni dei predetti altipiani. Le pareti che delimitano la fossa tettonica formano a volte profondi e suggestivi precipizi come a Bati, altre invece sono più dolci e il salto è meno netto e inciso.

Numerosi vulcani di più o meno recente formazione, alcuni attivi altri estinti da molto tempo, costellano per tutta la lunghezza il tormentato profilo della fossa simili a imponenti sentinelle incaricate di verificare il corretto funzionamento della deriva continentale di quella parte dell’Africa orientale.

Tecnicamente chiamata subzolla estafricana essa è delimitata a oriente dal canale di Mozambico e dall’Oceano Indiano e a occidente dalla Rift Valley stessa che tra qualche milione di anni diventerà un nuovo mare isolando completamente il corno d’Africa dal resto del continente.

Una serie di crateri sono concentrati nella parte centrale della Rift come l’antico vulcano Bishoftu o i più recenti Zouqala, Dofane, Dabita, Gauba e Fantale che si trovano in fosse lacustri, o come i vulcani Ayélu e Abida la cui attività più recente risale al 1928.

Altro interessante cratere dalla spettacolare monumentalità è l’Ertà Ale, uno dei tre vulcani al mondo al cui interno si trova un lago di lava in fusione; situato a circa 100 metri dal bordo del cratere, il lago ha un diametro di circa 80 metri e la temperatura della lava oscilla tra i 1.100 e i 1.200 °C. Il vulcano alto circa 500 metri si trova nell’aspra e calda depressione della Dancalia e come tutti i crateri della zona ha forma ellittica con l’asse maggiore allineato nella direzione della frattura continentale.

Lungo le zone di frattura che si aprirono sul fondo valle della Rift si formarono in tempi antichi alcuni laghi precursori degli attuali i quali, ridisegnati dagli eventi naturali, subirono delle metamorfosi che lasciarono scoperte antiche terrazze lacustri che divennero alcune salate altre alcaline: i primi ospitano straordinarie e numerose popolazioni di pellicani, cormorani, marabù, tantali, egrette e aquile pescatrici, mentre i secondi sono l’ambiente ideale per fenicotteri che vi dimorano infatti con

prosperità a migliaia.

L’altitudine del fondo valle varia sensibilmente da zona a zona: si passa infatti dai 370 metri del lago Turkana a sud, ai 1.030 metri del Parco nazionale Awash nel centro, ai 120 metri sotto il livello del mare della piana di sale di Dallol nell’estremità settentrionale della depressione della Dancalia.

La Dancalia è la quarta depressione al mondo, e viene subito dopo il lago Assal, situato a 153 metri sotto il livello del mare, che si trova nell’adiacente Repubblica del Gibuti; il suo aspetto primordiale è dovuto all’intensa attività geologica ancora in atto e gli epiteti di apocalittico, irreale e infernale sono tra i più adatti a descrivere questo ambiente estremo formato da gas, vapore acqueo e sali minerali gialli che creano concrezioni solforose che assumono sfumature di un verde intenso man mano che l’acqua evapora.

Ampia circa 150 chilometri quadrati, questa depressione chiusa a oriente dai monti Dancali e a occidente dall’altipiano etiopico è una delle zone più inospitali del mondo con una temperatura media dell’aria che raggiunge i 40 °C mentre quella delle rocce al suolo può superare l’incredibile valore di 150 °C.

La parte terminale della Dancalia appartiene in parte all’Eritrea e in parte al già citato Gibuti mentre il resto della vasta regione appartiene all’Etiopia; l’intero territorio dancalo ha forma triangolare che ha come base il mar Rosso e il vertice è rappresentato dalla gola del fiume Awash che si trova nel parco omonimo; questa parte della Dancalia che si estende per circa 400 chilometri da Assaita nel nord ad Awash a sud è occupata da lussureggianti savane, in parte aperte e in parte arbustive, che si formarono con la scomparsa degli antichi laghi ed è un territorio protetto.

Nel tratto a sud di Addis Abeba la Rift Valley offre una più ampia varietà di paesaggi dalle caratteristiche geologiche uniche: tutti i laghi, ad esempio, sono caratterizzati dallo stesso fenomeno: l’acqua non si rimescola mai completamente per cui, più si scende in profondità, meno questa è ossigenata e la vita è pertanto contenuta nei primi 50-70 metri.

A sud della Rift Valley ha inizio il così detto deserto meridionale attraversato da rare e difficili piste che offre uno scenario naturalistico ed etnografico incontaminato. I suoi abitanti, molti dei quali appartengono a etnie che sembrano uscire da un tempo diverso dal nostro, seguono ritmi e stili di vita ancestrali ancora legati al ritmo delle stagioni e del nomadismo.

Il più importante fiume che scorre nella Rift nasce nell’altipiano centrale, la zona più piovosa dell’intero territorio, a quota 2.895 metri del monte Amara.

Con il nome di Gibe scorre fino in prossimità della cittadina di Abelti; qui, dove si unisce al piccolo Gibe, il fiume cambia nome dando vita al mitico Omo: esso scorre impetuoso attraverso una serie di strette gole finché rallenta nelle basse pianure antistanti il lago Turkana dove si immette attraverso un impenetrabile delta dal fondo melmoso ricoperto da fitti papiri.

Suggestivi, per quello che rappresentano, sono gli insediamenti preistorici, scoperti sia in Etiopia sia in Kenya, che hanno permesso di scrivere un pezzo della storia dell’evoluzione della specie umana.

Nel sito di Hadar, nel deserto della Dancalia a circa 550 chilometri a nord-est della capitale, l’esplorazione evidenziò la presenza di depositi fossiliferi di tre milioni e mezzo di anni; fu qui che, il 30 novembre del 1974, venne trovato dall’equipe guidata dal paleontologo statunitense Donald Johanson, il più antico scheletro di un antenato umanoide che venne chiamato Lucy, traendo ispirazione dalla canzone dei Beatles Lucy in the Sky with Diamonds che in quel momento veniva suonata da un registratore; ma gli etiopi però preferiscono chiamarla dinquinesh, sei meravigliosa. Nel 1979 Johanson diede a questo fossile di ominide, che divenne subito popolare tra la gente comune, il nome di Australopithecus afarensis in onore della popolazione afar che in quelle zone nomadizza.

Nel 1992, nelle vicinanze di Hadar, sono stati rinvenuti invece i frammenti di 18 ominidi di Ardipithecus ramidus, forse il nostro primo progenitore che camminava già in posizione eretta.

Altro interessante sito paleolitico si trova lungo il fiume Awash nei pressi di Melka Kunturé a sud di Addis Abeba dove, nel 1965, venne riportata alla luce una zona nella quale due milioni di anni fa vivevano i nostri antenati.

Infine, nel sud dell’Etiopia, nella regione del fiume Omo, sono stati rinvenuti, in una sequenza paleontologica di eccezionale interesse per la ricostruzione della vita nel periodo compreso tra il Pliocene e il Pleistocene, vari resti umani databili tre milioni di anni, attribuiti ad Australopithecus robustus e gracilis e al genere Homo.

Le esplorazioni dell’Etiopia

Nel XVII secolo le rappresentazioni cartografiche del continente africano erano caratterizzate da giganteschi vuoti, l’unica indicazione che veniva data era costituita dalla frase Hic sunt leones, qui vivono i leoni.

Quegli spazi vuoti e soprattutto ciò che rappresentavano, un ambiente ignoto e selvaggio, stimolarono numerosi uomini audaci alla loro esplorazione che cominciò a metà del XVII secolo. Per l’immaginario collettivo l’Africa era un luogo inaccessibile, abitato da popoli e animali pericolosi, un continente dominato da forze oscure, questi fattori contribuirono in maniera determinante ad alimentare il mito dell’esploratore, personaggio romantico che affronta da solo la natura ignota.

Questi eroici personaggi, appassionati di culture lontane e amanti dell’ignoto partivano spesso con scarsi mezzi e ancora più scarse informazioni, rischiando la vita per un ideale di avventura e gloria; fu grazie alle loro scoperte di laghi, fiumi e montagne che si poterono disegnare nuove carte geografiche, classificare nuove specie animali e vegetali e conoscere usi e costumi di popolazioni fino a quel momento sconosciute.

*** leggi ... La Società Geografica Italiana ***

Nel 1771 il quarantatreenne James Bruce, un aristocratico scozzese che si era dedicato alla carriera diplomatica fino a pochi anni prima per convertirsi poi all’esplorazione, intraprese un viaggio ricco di avventure e insidie che lo condusse in cinque anni attraverso l’Egitto, il Sudan e l’Etiopia fino al lago Tana; da qui, risalendo il corso del suo maggiore immissario, il piccolo Abbay o piccolo Nilo, ne scoprì le sorgenti situate sul monte Giese a quota 2.900 metri.

Bruce era sicuro di aver scoperto le leggendarie sorgenti del Nilo che un antico mito diceva sgorgassero dal paradiso terrestre e, in parte, aveva ragione poiché aveva scoperto quelle del più breve Nilo Azzurro.

A seguito dell’esplorazione, nel 1790, scrisse il libro Viaggio alla scoperta del Nilo negli anni 1768-1773, un testo che riporta gli usi e costumi delle popolazioni etiopi, fornendo una buona e precisa documentazione riguardo alla vita in questa remota nazione.

Sulla scia dei resoconti di Bruce e di altri esploratori andò via via affermandosi l’interesse per l’Africa nera e la conseguente organizzazione di spedizioni scientifiche e commerciali.

Fra i tanti che si cimentarono nell’esplorazione dell’Etiopia vi furono alcuni italiani: il conte Sebastiano Martini, l’ornitologo Orazio Antinori, l’ingegnere Giovanni Chiarini e Lorenzo Landini che, nel 1879, su incarico della Società Geografica Italiana organizzarono insieme una spedizione con fini puramente commerciali verso lo Schewa, l’antico regno dell’altipiano etiopico. Nonostante la spedizione fosse stata organizzata con un notevole dispendio di mezzi e l’appoggio di ingenti risorse finanziarie non ebbe esito positivo, neanche l’unione al gruppo di Antonio Checchi, sopraggiunto in un secondo tempo, poté portare a un qualche risultato: alcuni membri concluderanno ingloriosamente il loro viaggio arrestandosi lungo il percorso mentre Checchi e Chiarini che avevano deciso di proseguire da soli verranno a lungo trattenuti nel regno di Ghera. Chiarini morirà in circostanze misteriose mentre Checchi rimarrà prigioniero fino al 1880 quando una nuova spedizione di ricerca organizzata dalla Società di esplorazione commerciale e condotta dall’italiano Carlo Piaggia, un esploratore che trascorse la maggior parte della sua vita in Africa esplorando la zona centrale del continente, non sopraggiungerà a liberarlo.

L’inospitale e difficile Dancalia, abitata dai feroci nomadi afar, una popolazione da sempre abituata a sopravvivere in questo ambiente severo, spietato e inospitale, richiamò la curiosità di diversi esploratori che sfidarono l’ignoto di questo territorio non sempre con esiti positivi.

Il tentativo di esplorazione condotto nel 1881 dagli italiani Giuseppe Maria Giulietti e Giuseppe Biglieri finì tragicamente: essi vennero infatti trucidati dai dancali; nel 1884 la stessa sorte fu riservata ad un altro italiano, Gustavo Bianchi, di cui non fu possibile trovare neppure le spoglie.

Per avere un’esplorazione conclusa con esito positivo si dovette attendere il 1928 quando una spedizione composta dall’inglese Ludovico Nesbitt, dagli italiani Tulio Pastori e Giuseppe Rosina coadiuvata da 15 portatori indigeni ed equipaggiata con 25 cammelli e 12 fucili, partì da Ponte dell’Awash con direzione nord-ovest per raggiungere Mersa Fatma nella baia di Auachil: il percorso, circa 1.200 chilometri di difficile Dancalia per metà mai esplorata, venne compiuto in 114 giorni durante i quali furono rilevati ben 52.000 chilometri quadri di territorio e documentati con numerose fotografie e disegni gli indigeni e le zone esplorate.

Negli stessi anni un altro esploratore legò il suo nome alla Dancalia, si tratta dell’inglese Wilfred Thesiger che nel 1933 organizzò e guidò una spedizione che si proponeva lo scopo di esplorare l’intera valle del fiume Awash.

Fino ad allora si era creduto che il limaccioso fiume terminasse il suo percorso sfociando nel Mar Rosso ma, considerato il fatto che buona parte del fiume si trova in terra dancala e visto il potenziale di rischio rappresentato dalle sue bellicose popolazioni, l’esplorazione non era mai stata portata a termine. Il 1 dicembre del 1933 la spedizione, formata da 23 uomini armati e rafforzata con una ulteriore scorta di 15 uomini, si mosse con pochi cammelli seguendo il corso del fiume e raggiunse con grandi difficoltà la foce che non era localizzata come si era pensato nel Mar Rosso ma molto più a monte: il fiume infatti è l’unico immissario del lago Abbe al confine tra l’Etiopia e il Gibuti. La spedizione trionfalmente si concluse il 20 maggio del 1934 quando venne raggiunta Tagiura sita sul golfo omonimo in Gibuti.

*** leggi ... Vittorio Bottego ***

Nell’arco di pochissimi anni, nel XIX secolo, la romantica figura dell’esploratore settecentesco, solitario e audace, si trasformò in un personaggio dedito esclusivamente agli interessi politici, militari, commerciali ed economici del proprio paese: gli stati europei avevano infatti capito che il controllo diretto del territorio avrebbe rafforzato oltre al loro prestigio internazionale anche quello economico derivato dall’importazione diretta delle materie prime.

Tipico esploratore in linea coi tempi fu il capitano Vittorio Bottego, ufficiale dell’esercito italiano e comandante di spedizioni che gli permisero di esplorare tra l’altro il percorso dell’Omo sconosciuto fino a quel momento riuscendo a risolvere dopo undici mesi il rebus geografico costituito dal suo intricato estuario.

I governi di quell’epoca, nel tentativo di realizzare le proprie ambizioni espansionistiche, cercarono per mezzo di queste spedizioni di accaparrarsi la maggior parte di territorio possibile: all’esplorazione vera e propria seguiva quindi l’annessione politica della zona esplorata al proprio dominio coloniale che veniva poi sfruttata dalle varie compagnie commerciali.

In questo periodo, dominato da un imperialismo aggressivo e becero, gli esploratori prima e i governi poi non tenevano assolutamente in considerazione gli eventuali diritti di libertà delle popolazioni locali. Per questo motivo i media, pur riconoscendo a Bottego il merito di aver riempito uno degli ultimi spazi bianchi che ancora ingiallivano sulle mappe geografiche dell’Africa, gli addossarono la colpa di aver acconsentito e condiviso che le proprie esplorazioni fossero legate esclusivamente a una politica commerciale ed espansionistica oltreché per aver appoggiato senza scrupoli sommovimenti politici per ottenere i suoi scopi non rispettando in alcun modo l’equilibrio socio-culturale delle popolazioni incontrate sulla sua strada.

In questo periodo storico anche in Italia sorsero svariate società che ebbero come scopo la promozione di viaggi di ricerca volti ad aprire nuovi mercati commerciali. Le più famose ed attive furono la Società di Esplorazione Commerciale in Africa, fondata a Milano

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