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Fottuto: 25 anni di giornalismo da Fuori

Fottuto: 25 anni di giornalismo da Fuori

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Fottuto: 25 anni di giornalismo da Fuori

Lunghezza:
253 pagine
4 ore
Pubblicato:
Apr 30, 2015
ISBN:
9781311090829
Formato:
Libro

Descrizione

Dovevo regolare i conti. Con me stesso anzitutto. Certo è uscito un libro brutale, che non mi aspettavo. Ma mi è servito ad accettare la vita come è stata, senza false consolazioni. Mi servirà a fare punto e a capo, verso un domani senza lineamenti. È tutto vero, eppure a leggere non sembro io. Se, arrivato alla fine, non vorrai più essere amico di chi hai scoperto davvero, lo capirò.

Pubblicato:
Apr 30, 2015
ISBN:
9781311090829
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Faccio il giornalista dal 1990. Ho scritto alcuni libri, di preferenza in formato ebook.


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Anteprima del libro

Fottuto - Massimo Del Papa

via...

1 Come rovinarsi la vita

Non ci sei (intro)

Questo è quanto vorrei raccontarti, ragazzo mio. Forse tu mi aiuteresti a capire. Forse saresti fiero di tuo padre, almeno un po'. Più sicuro di quanto io non fossi alla tua età. Più coraggioso e leale. Più capace di accettare lo sfregio. Di simulare un sorriso. Di lasciarti vivere. Ti porterei con me per i viali della primavera, insegnandoti a riconoscerla in tutto ciò che respiri, che ti circonda. Capiresti allora quella febbre che mi brucia dentro, che mi tormenta e non mi lascia stare finché non ho scritto tutto quello che devo. Anche per te questa tortura esaltante, ragazzo mio? Anche tu quello sgomento in mezzo alla gente, dove vai per essere solo, dove ti perdi per trovarti, dove hai voglia di urlare, dove accendi i pensieri? Anche tu quell'amore disperato e insofferente per ogni persona che incontri, ti si svela, si affida? Ma tu non mi risponderai, non ascolterai una parola, perché non ci sei mai stato.

E non ci sei. Ed io non posso vederti leggere niente di mio, non posso trasmetterti una stilla del mare di pagine che ho steso per te. La mia eredità evapora nel sole del tempo, coincide con me, non mi resta che preparami a svanire. Io sopravvivo a me stesso, io disperderò me stesso. Non mi trasmetterò nell'amore. Questa vertigine non mi dà scampo, non so colmarla: per quante scorribande mi sia inventato, continuo a precipitare nella tua assenza; non mi raccogli. Non so perché. Non so come, di colpo, si sia fatto tardi. Forse la viltà dell'egoismo. Forse la vanità dell'altruismo. Ho fatto tanto, ho sbagliato tanto. Mi sono perso tanto. Ho visto il peggio degli uomini e i loro momenti sublimi e li ho visti andare in pezzi come calici colmi di lacrime, e sui volti di nessuno ho mai letto la gioia e su quei volti ho percorso le strade del dolore. Il loro dolore, che si depositava su di me. E tu non c'eri, e tu non ci sei. Tu non ci sei.

La voce del silenzio

E pensare che ero muto. La mia strada di parole è partita dal silenzio e per causa del silenzio. Ma mugolare fino a tre anni per la palatoschisi ha i suoi vantaggi, non potevo balbettarle le parole ma potevo immaginarle. Penetrarle. Vivevano dentro e fuori di me, si agitavano, mi chiamavano, potevo scavare nella loro psiche ed eccole, tutte quante sincere: non sono loro a mentire, ma le bocche di chi le spreca. Ciascuna un suono, un colore, un carattere e mai lo stesso significato: questione di sfumature, impercettibili ma così chiare per me. Tenevo tutto dentro, uggiolavo come un cane ma i loro segreti diventavano miei: quando mia madre mi regalò le lettere magnetiche, ogni mistero esplose in schegge di significati. Pomeriggi a combinarle, scomporle, destrutturando segnali, costruendone di nuovi. Ancora adesso il mio gioco enigmistico preferito sono le parole crittografate, quelle dove devi risalire alle parole partendo dai numeri che nascondono le lettere. Ci riesco d'istinto, senza ragionare, senza algebra verbale.

Edificavo l'indicibile e quando mi ricucirono il palato, a tre anni, appena i tessuti della gola lo consentirono, mi misi a parlare, naturalmente, come avessi avuto fretta di recuperare il tempo perso. Nessuna scuola speciale, il mio primo fonema fu papà e lui corse via sconvolto per tornare un'ora dopo con la Vespa rossa a pedali che tanto sognavo. Patetico, non è vero? Ma in ospedale, aspettando l'operazione, incontrai ogni genere di bambini molto più sfortunati di me, figli di una disgrazia a volte irreversibile. Io mi sentivo in colpa chissà di che, forse d'esser malato, forse perché i miei venivano a trovarmi e poi se ne andavano, ogni giorno un trauma, e così finivo per regalare tutti i miei giocattoli a chi me li chiedeva. Quel maledetto non saper dire di no. A quattro anni ero un fenomeno da baraccone, il muto, l'ex muto che leggeva il Corriere della Sera. ambigui segnali del destino.

Mia madre azzeccò la mossa giusta. Quelle lettere magnetiche colorate allegre che mi suggerivano la gioia di scrivere. Altre faccende le mancava desolatamente, io crescevo ascoltando i fili d'erba, malatino sempre, negato agli sport, le ossa come grissini, la lotta, la competizione mi spaventavano, capivo di non potercela fare e tutta la vita l'ho spesa a ribellarmi a un dato di fatto. Preferivo ascoltare i fili d'erba crescere, la mia fantastica maestra proletaria col vento nei capelli lo sapeva e mi assecondava. No, non capivano i miei genitori cari, io non capivo e loro non capivano me che non capivo e disperatamente mi uscivano segnali rivelatori: stringevo fortissimo i denti su una penna, una chiave, per spezzarli, per farli cadere? Niente paura, li deve cambiare. Cercavo di enuclearmi gli occhi in tutti i modi (ed è un miracolo averli ancora appesi)? Ma no, cerca solo di attirare l'attenzione, non lo fa sul serio. Mi spenzolo attratto dall'abisso su un balcone di terzo piano dell'albergo, perdo il baricentro, qualcosa, un colpo di vento, mi risospinge indietro. No, è stata la tua impressione, adesso vestiti che andiamo al mare. Ma io la foto di quel balcone l'ho trovata su internet, l'ho salvata, sta sempre con me.

Troppo presi, il padre dal suo lavoro, la madre dalla sua casa, come a dire troppo presi da loro stessi. I figli come pertinenze, figure necessarie di un presepe che non c'era, che era come tutti i presepi di ogni famiglia, decorativo, finto. Ma se ci penso, quaranta, cinquant'anni fa è un'epoca remota, non c'era la psicologia sociale e se c'era in casa mia non entrava, e se anche oggi entra nelle case non mi pare siano messi tanto meglio. Io chiamavo, ma quali genitori potevano capire i miei fili d'erba, i miei abbandoni di piccolo Proust inconcludente? E non parlo di arte, di scrittura, Dio mi è testimone, nemmeno lo reggo Proust, parlo del contrario, dell'essere un sognatore molle, trasognato e inutile, tutto ancora da plasmare, refrattario alla vita.

Poi arrivano le scuole e tra elementari e medie, quanto a scrivere non c'è gara, sto su un altro pianeta, ho capito come plasmare le parole e lo faccio senza soggezione, è la mia gioia più grande perché non mi costa fatica, sono sempre stato nemico della fatica io, se mi fai fare qualcosa che è un obbligo non mi piace più, mi ribello dentro, posso sfinirmi, ammazzarmi di lavoro ma non dirmelo, dimmi che è divertimento, gioia, fantasia, dimmi che è roba mia e lo farò, ma dimostrami che sono qui per tutt'altro ed io mi blocco. Poi al ginnasio vado in crisi. I miei temini infantili, di ragazzino rigorosamente non politicizzato non piacciono alla professoressa marxista e non ha tutti i torti, qualcosa ricordo ed è piuttosto irritante. Non più delle favolette dei compagni impegnati a 14 anni, del resto. Comunque non ingrano, non va, galleggio sul sei meno meno e non mi riconosco più. Fortuna che, come ho sempre fatto, sto conducendo una mia scuola parallela, mi sono imbattuto nei libri di Luca Goldoni e siccome mi piacciono li studio senza accorgermene, li leggo e li rileggo, rubo tutti i segreti dello stile, della sintassi, sono un aspirante chitarrista che scippa i fraseggi ai grandi del blues ascoltandone i dischi. In prima liceo comincio a scrivere alla Goldoni e passo dal sei meno all'otto. Non mi fermo più. Scopro anche una cosa: nonostante abbiamo tutti preso il vizio di bere molto, specie nei fine settimana festaioli (io stesso arriverò sull'orlo dell'alcolismo precoce), quando si tratta di scrivere recupero una lucidità spaventosa. Altri, il lunedì, patiscono ancora i postumi, io posso essere stonato se parlo, ma appena trovo un foglio bianco tutto si chiarisce. Compatisco quelli che appoggiano sul banco chili di mattoni e passano la mattina a copiare e incollare da questo e da quello, poi consegnano: hanno scoperto wikipedia con trent'anni d'anticipo, ma il loro otto non vale il mio, che è tutto improvvisazione, una corsa sul filo senza rete sotto: o così o niente, copiare non mi piace, lo considero mortificante, io ho troppo da dire. Seduto a fianco del mio buon amico Ugo, lo tormento per le prime tre ore con ogni genere di scherzo idiota. Poi parto e in un'ora ho finito, lui invece ancora si sfianca sull'attacco. Ma un tema, un articolo, uno scritto non è una casa, non devi partire dalle fondamenta e pensare a come arrivare al tetto, devi partire e basta, senza sapere dove e come arrivi. Devi semplicemente lasciarti andare. Come suonare. Il problema è ricopiare in bella. Perché io scrivo tanto (con una calligrafia assassina, che ovviamente non so rileggere), e quando ricopio, in effetti riscrivo: mi ci vuole sempre un supplemento di tempo, la professoressa Bigi, moglie del prestigioso dantista, lo sa ed è indulgente. Quando, quindici anni dopo, comincerò i primi pezzi sul Resto del Carlino, scrivere sarà la stessa cosa, con la stessa eccitazione nelle gambe: una scarica di adrenalina, pura gioia, nessuna preoccupazione di dovermi spiegare, nessun timore delle conseguenze, che pure ci sono, adesso non è più un tema da liceale. Ma non ho mai pensato, neppure una volta, a quanti mi avrebbero letto ovvero mi son sempre detto: più siamo e più ci divertiamo. Scrivere come un ponte, una cosa per me ma che riesce collettiva, una gioia da condividere. Forse è per questo che, quando bastonavo qualcuno, mi stupivo che se la prendesse, che telefonasse inviperito al giornale: ma come, non sei contento?

Scrivere come analisi, terapia, medicina. Contro la solitudine, dentro la solitudine, pre la solitudine. Scrivere per guarire l'indicibile. Ancora come quando mugolavo. Per avvicinarmi il più possibile a un sentimento che sta in fondo ed è lo stesso per tutti, anche se loro non lo sapranno fino a che non glielo spieghi.

Una vita dopo

Ero capace di stare sotto nella stazione della metropolitana col mio buon amico Tony per sei ore di fila - mi piaceva non vedere la luce del sole. Mi piaceva stare sotto, o sopra, o a lato, comunque fuori: si vede meglio, si capisce di più. Conoscevo tutto di quella fermata. E c'erano pure le stazioni dei treni, piccoli mondi a parte. Era bello quando faceva freddo e anche col sole torrido e bianco dell'estate, quando in giro non c'era nessuno. Mi ha sempre affascinato il brutto delle città, lo squallore feroce, forse per la volontà di vita che ci si nasconde. Mi eccitava immaginare che potevo venire ammazzato, ero terrorizzato ma mi dava una droga naturale mai più assaporata. Il mio quartiere, Lambrate, era denso di segreti, di pericoli e il sangue lo sentivi nell'aria, c'erano tutte le forme di delinquenza, di terrorismo. Si mascheravano nella vita normale, nei giorni da impiegati, da bottegai ma noi ragazzini sentivamo vibrare la tensione. Una notte, prima dell'alba, il giorno del mio dodicesimo compleanno scesi in strada con mio padre a caricare la macchina: si partiva per il mare, come ogni inizio luglio. Mentre lui si sfiniva ad infilare i bagagli nel baule, io caddi in trance. Le onde silenziose della città addormentata mi tramortivano. Osservavo gli spigoli neri del quartiere. Di giorno non c'erano, di giorno si nascondevano. Senza accorgermi di niente cominciai a camminare. Tenevo in mano uno scheletrino rosso di gomma, mi piaceva che mi accompagnasse, ho sempre avuto l'attrazione per i teschi, i loro ghigni beffardi: aspetta, aspetta e anche tu diventerai così. Nel teschio c'è il destino e c'è la nostra uguaglianza. Camminavo verso il niente, come un animale che non pensa, che ascolta solamente. Di colpo passa una macchina scoperta, rossa, di chi la guidava ricordo solo l'avambraccio, potente, nervoso, un bracciale di metallo e la sigaretta tra le dita. Sparisce e la macchina lascia dietro sé la scia di Ancora tu di Lucio Battisti. Guardavo la macchina allontanarsi come pazza e non potevo non fantasticare: uno con quella dannata fretta, a quell'ora, scappava di sicuro da qualcosa. Magari aveva ucciso qualcuno e lo cercavano. Magari aveva perso a carte e si rintanava a casa, in una casa piccola, sporca e pericolosa. Forse c'era una puttana ad aspettarlo. Una di quelle che si consumano giovani e fanno paura agli uomini. In lontananza il megafono della stazione gracchiava annunciando l'arrivo di un treno. Mi strappò al torpore dei sensi l'urlo di mio padre che mi cercava. Era furioso e spaventato. Fece per mollarmi uno schiaffo, ma io per la prima volta non ebbi paura, non mi nascosi, restai ad aspettarlo con la faccia cattiva e lui ne fu così sconvolto che la mano restò a mezz'aria. Avevo perso la mia verginità, ero diventato grande.

Mi stordivano quelle atmosfere, quelle sensazioni. mi sono rimaste dentro e ci vuol niente a risuscitarle. Io la città tetra ce l'ho incistata, scorre nel mio sangue, non mi lascia mai. Mi sento amputato di un pezzo d'anima da quando l'ho lasciata, ma sta lì e invecchia con me. Quando torno, sono deluso solo se non ritrovo nella realtà i miei incubi. Per questo cerco sempre di andarci quando sono certo di riagguantare le mie voci che urlano. C'è un dialogo tra la città fantasma e il fantasma che io sono. Non importa il tempo che è passato, gli spettri non hanno età, possono volare per sempre se la musica è quella giusta.

Ed io, senza saperlo stavo scrivendo queste righe nella mente. Le avrei tirate fuori una vita dopo.

Senza salvagente

Cominciare a rovinarsi può essere così facile. Davvero troppo facile. Ci si mettono in tanti, cospirano fin da quando non puoi difenderti, leggono le tue prime sciocchezze da scolaro delle medie ed ululano Ma tu finirai scrittore! Tu sarai un giornalista! Tu hai un dono! e compagnia bella, come direbbe il giovane Holden. Uno stillicidio che deforma la tua anima ancora tenera come burro, così che la tua strada è segnata. Il liceo classico del greco e del latino, dove cominci ispirato e finisci depravato. La facoltà di Legge, come tutti quelli che perdono tempo con la scusa di prenderlo. E un bel giorno, dopo che la tua vita s'è rivoltata all'ottovolante del destino per imprecisabili cause familiari, dopo essere fuggito da uno studio legale appena entrato, dopo aver capito che non sei fatto per la vita seduta, ti capita d'informarti con noncuranza sulle possibilità di penetrare nel giornalismo, maledizione, dalla porticina d'una redazione di paese. Per me il viatico è stato un fotoreporter massiccio e barbuto che poi sarebbe diventato, figuratevi un po', il mio istruttore di judo. "Ho saputo che cercano un giudiziario al Carlino", mi masticava, lo ricorderò sempre, insieme a un tramezzino al bar e lo lasciai lì a finirlo e corsi a casa a telefonare. La mattina dopo incontrai in un'aula sorda e grigia di Tribunale il responsabile della pagina locale di Fermo, Paolo Marconi, alto ossuto e grifagno, il quale mi disse: vedi quel che succede e poi ci sentiamo. Tutto qui? Tutto qui. Tre ore dopo ci siamo sentiti, c'era stato un processo a due tossici di Pescara che avevano svaligiato una tabaccheria, figuratevi un po', mi lasciarono 7 righe e quello fu quello il primo articolo, il primo cent di zio Paperone, lo tengo ancora nel portafoglio, è completamente lacero, non si legge più niente ed è meglio così: non ho ancora capito come riuscii ad infilare otto strafalcioni in sette righe. Eppure uscì.

Ci sono rimasto undici anni al Carlino, occupandomi di tutto. Via via mi affidavano roba nuova, la giudiziaria chiamava la nera, questa la bianca, per la quale perdere tempo e salute nella polvere dei municipi era fatale così come lo era rimbalzare in teatro o ad un concerto o una gara. In breve mi sono messo in luce con il mio modo anarchico e folle di raccontare. Ero convinto, e lo sono tuttora, che ogni fatterello, anche il più insignificante, testimoni di un pezzo di vita che chiede dignità. Mi sono sempre sforzato di rendergliela, quella dignità, non mi è mai piaciuta la routine di chi dà tutto per scontato, men che meno nello scrivere. Questo mi ha subito messo in urto con i giornalisti che dovevano gestirmi, e riconosco che non era facile, almeno quanto mi ha scavato un posto nell'attenzione dei lettori. L'altra costante è stata la polemica, ora fatta d'ironia, ora di sarcasmo. Sei giovane, sei esaltato, ti ritrovi fra le mani il potere di raccontare, di dare una tua versione, il sangue ti ribolle per ogni porcheria e anche nella piccola, ovattata Fermo non mancavano di certo. Dopo poco ch'ero tornato all'ovile del Carlino, smaltito un servizio civile che per me fu come una tournée dei Rolling Stones, scoppiò anche qui una Tangentopoli in miniatura che fece scoppiare di rabbia o d'entusiasmo i torpidi, immutabili ritmi di questo paese arroccato su un colle, dove tutto rende omaggio al suo nome e le stagioni si susseguono immobili e vuote come la magnifica piazza del Popolo. Fermo è un incantesimo e i fermani non amano andare in giro, stanno rintanati in casa estate e inverno, niente li anima, si coinvolgono solo per gli intrallazzi, per le cose inutilmente complicate, hanno un'attrazione irresistibile e morbosa per la burocrazia, i cavilli, tutto ciò che odora di appalto, di capitolato, di procedure, di regolamenti li eccita. Un'anima polverosa. Poi, un giorno, di colpo tutta questa narcosi viene terremotata, spazzata via dall'inchiesta di qualche giudice sospinto dal vento della storia, che nella fattispecie era quella di Mani Pulite. Loro sì e noi no? E allora cominciano a grandinare le inchieste, i fascicoli, gli avvisi di garanzia e perfino gli arresti, baroni e gabellotti tremano, si difendono, s'incazzano in modo scomposto, ma come, cos'è 'sta storia, proprio qui, dove abbiamo sempre comandato e rubato in grazia d'Iddio?

E il giovane cronista, catapultato in uno strapaese dove tutto viene preso con l'isteria di chi ha sempre sonnecchiato, si trova a render conto di retroscena che ignora, di situazioni che vengono da lontano, di contorsioni che non capisce, a lui sembra solo che i buoni siano tutti da una parte, i togati, gli agenti della polizia giudiziaria che ne eseguono gli ordini, mentre dall'altra ci sono i potentelli in difficoltà, ridicoli nella tronfiaggine con cui ordinano l'aperitivo al bar, arroganti, chiacchierati, e quindi ladri. E di ladri ce n'erano, ma non tutte le ragioni erano contro di loro. Il cronista giovane, ingenuo, si sfiancherà a raccontare tutto, ogni avviso di garanzia, ogni retroscena, diventerà anche piuttosto bravo e piuttosto odiato, riuscirà ad accaparrarsi la fiducia degli inquirenti non accorgendosi che ne viene usato, che le anteprime che riesce a strappare hanno un fine preciso, smuovere, agitare le acque, favorire i passi falsi. Il cronista scrive e scrive, fa le ore piccole in tribunale, fa esperienza di uomini e di cose ma a volte non gli è chiaro come mai un imputato sia il difensore di un collega amministratore a sua volta indagato e la domenica cavalchi fianco a fianco con il giudice che dovrà occuparsi di quello. Nell'acquiescenza della comunità in cui alla fine tutti, a prescindere dalle differenze di ceto o di credo, di politica o di religione, si riconoscono come parte di una koinè torpida e ambigua, fatta di localismo esasperato. Nessuno è orgoglioso delle proprie radici come i fermani, che hanno brigato un secolo e mezzo per riavere la loro provincia staccata dall'odiata Ascoli e adesso che ce l'hanno non sanno che farsene se non il solito assalto alla diligenza identico a tutte le latitudini. Tutto è stretto in provincia, i gradi di prossimità che secondo una teoria sociologica sono non più di sette fra due umani qualsiasi sulla faccia della terra, qui si riducono a due o tre.

Scrivendo, raccontando salta fuori qualche storiella poco edificante anche tra i giudici, che a volte hanno interessi scabrosi di cui nessuno si occupa. Queste cose è chiaro che non le scrivi, non c'è bisogno di discutere, qui tutti si conoscono e tu sei solo un biondino che fa il lavoro sporco. Ma il gioco delle voci, dei ricatti prende a soffiare forte in tutte le direzioni, venti usciti dal vaso di Pandora di una cittadella che assomma ai poteri municipali quelli massonici, curiali, bancari. E quei venti, quelle voci se non puoi narrarle puoi sempre vellicarle, le metti fra le righe, anche quella una scuola, di sopravvivenza e di perfidia. La gente si diverte, legge avidamente delle altrui disgrazie ma sapendo come finirà. E infatti va a finire che la maxinchiesta che doveva ripulire l'aria ammorbata da decenni d'incrostazioni di potere evapora in niente, centinaia di fascicoli, migliaia di ipotesi di reato e non una condanna, tutti assolti, tutti riabilitati, al cronista, adesso un po' meno giovane, viene il sospetto che sia stata tutta una enorme presa per il culo ma prodigiosamente nessuno protesta, nessuno neanche si rivolge allo Stato per l'ingiusta detenzione o altro, la città torna a chiudersi in se stessa, nel proprio immobilismo secolare, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, gli assolti tornano a tessere le loro tele di potere, i giudici traslocano, magari poi tornano, ma non più per accusare, adesso giudicano. Solo il procuratore capo resta fermo, è un tipo alla mano, un gaudente, uno che sa come va il mondo e non ama accanirsi, non è un Torquemada,

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