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Oltre i confini del mondo

Oltre i confini del mondo

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Oltre i confini del mondo

Lunghezza:
78 pagine
1 ora
Pubblicato:
12 mar 2014
Formato:
Libro

Descrizione

Assireni è una donna poco più che quarantenne appartenente al popolo dei Masai che vive in un piccolo villaggio sugli altopiani della Rift Valley, esteso territorio situato tra il lago Vittoria e il monte Kilimanjaro, in Tanzania. A qualche chilometro di distanza è stata costruita una struttura ospedaliera con lo specifico compito di dare assistenza sanitaria alle popolazioni dei paesi circostanti, sprovvisti anche delle infrastrutture di base e in cui imperversa la povertà più assoluta. Fa parte del personale sanitario Eleonora, medico chirurgo sessantenne di nazionalità italiana, alla quale Assireni racconterà la sua vita.
Al racconto delle esperienze della donna masai si intrecceranno i ricordi della dottoressa italiana che, in un crescendo di emozioni, metteranno a confronto due vissuti derivanti da origini e culture diametralmente opposte ma che, tuttavia, ne determineranno alcune similitudini riconducibili al loro iniziale smarrimento e al loro successivo riscatto.

Pubblicato:
12 mar 2014
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Quelli di ZEd è il Gruppo composto dallo Staff, dagli Autori, dai Collaboratori e dai Lettori delle edizioni Zerounoundici. Quelli di ZEd comprende numerose iniziative, fra le quali: ZEd Lab: un laboratorio creativo mondiale per la collaborazione a progetti comuni di scrittori, traduttori e fumettisti di tutto il mondo. ZEd Mundi: un particolare Gioco di Ruolo basato sulla scrittura e sui fumetti, con interazione collettiva in qualunque lingua.


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Ornella Nalon

Oltre i confini del mondo

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Oltre i confini del mondo
Copyright © 2013 Zerounoundici Edizioni
ISBN: 978-88-6307-660-8
Copertina: immagine Shutterstock.com

Oltre i confini del mondo

«Scrivi mama, ti prego, scrivi di quanto sono felice! Tu che sei una mzungu e sei sempre in viaggio, puoi farlo sapere al mondo della felicità che oggi porto nel cuore.»

«Va bene Assireni, lo faccio volentieri. Ma che ne diresti di cominciare dall’inizio e di parlarmi un po’ di te?»

«Io non so parlare di me. Non ho mai pensato a me stessa come a una persona. Nessuno mi ha insegnato a farlo.»

«Ma tu sei una persona, e da come ti conosco sei anche molto speciale! Ti aiuterò a farlo io, se vuoi. Cominciamo dall’inizio; dimmi quando sei nata.»

«Non conosco la data esatta in cui sono nata. So solo che era il mese in cui nascono gli agnelli di circa quarant’anni fa. Ero la prima femmina dopo tre maschi. Mio padre non dimostrò particolare gioia all’evento e lasciò totale libertà della scelta del mio nome a mia madre, che invece fu molto felice di avere un componente del suo stesso sesso in famiglia. Decise di chiamarmi Assireni che significa lei è bella. Come puoi vedere, non sempre i significati dei nomi corrispondono alle persone che li portano.»

La donna fece una breve pausa nella quale smise di guardare la sua interlocutrice e abbassò lo sguardo per osservare le sue mani ossute e callose.

«Perché dici così? Sei una donna ancora giovane, forte e bella!»

«Oh no, non lo sono. Quando mi guardo, vedo solo l’ombra della piacevole ragazza che sono stata. I miei occhi hanno perso la luce di chi si aspetta qualcosa di bello dalla vita. Tu sei bella, mama Nora!»

«Oh Assireni! Non puoi dire questo! Io sono vecchia e credo che anche i miei occhi non posseggano più quella luce di cui parli. Ma continua il tuo racconto.»

«Mi dissero che ci fu una grande festa quando mi venne dato il nome, a cui partecipò tutto il villaggio. Furono uccise due pecore che furono cotte alla brace e poi c’erano frutta, verdura e dolci in grande quantità. I miei parenti lavorarono tre giorni per preparare tutto il cibo necessario. Le danze e i canti durarono un giorno intero. Peccato che fossi troppo piccola per ricordarmi tutto questo, perché non ebbi altre occasioni da festeggiare.»

La donna si interruppe, sembrava non avesse altro da raccontare. Nell’attesa che l’altra finisse di prendere appunti e le facesse un’ulteriore domanda, cominciò a stropicciare, con le dita della mano destra, un lembo della sua gonna colorata e lunga fino ai piedi.

"Chissà qual è il significato del mio nome" pensò Eleonora in quel breve momento di silenzio, ripromettendosi di effettuare in futuro qualche ricerca per scoprirlo. Subito dopo continuò a intervistare Assireni.

«Ora parlami un po’ della tua infanzia.»

«Credo sia stata normale, come quella di tanti altri bambini. Il mattino dovevo fare molta strada a piedi per andare a scuola, ma era divertente perché andavo in compagnia di altre bambine e ci raccontavamo un sacco di cose o cantavamo. Non ricordo di avere giocato con i miei fratelli. In quanto maschi, avevano dei passatempi completamente diversi dai miei e dalle mie amiche. Loro passavano intere ore a fare a gara per costruire l’auto più bella; scovavano delle scatolette di metallo, vi attaccavano dei tappi di bottiglia per ruote e non so che altro per volante. Oppure improvvisavano delle lunghe partite di pallone dopo aver costruito la palla con degli stracci arrotolati e legati con dello spago. Non ci invitavano mai ai loro divertimenti, e comunque noi non vi avremmo nemmeno partecipato perché ci piaceva fare dell’altro. Per esempio cercavamo dei pezzi di cocci da usare come piatti, e legando con del filo alcuni piccoli fasci di paglia cercavamo di dar loro la forma di una bambola. Intrecciavamo dei gambi di fiori a dei fili d’erba e realizzavamo dei gioielli da metterci in capo o al collo, e così diventavamo delle piccole donnine eleganti che preparavano da mangiare e accudivano la propria famiglia. Faceva parte del gioco anche andare a prendere l’acqua dal pozzo, fino a dieci volte al giorno, e comunque ogni volta che la mamma ce lo chiedeva. Non so ancora come facevamo a portare il peso di quel vaso sulla testa; era grande quasi quanto noi! Molte volte aiutavo mia madre a sistemare la nostra casa oppure nei lavori in cucina: sbucciavo le patate o impastavo l’ugali che avrebbero costituito la nostra cena. E quando c’era da battere le spighe del riso o da grattugiare la manioca per ricavarne la tapioca io non mancavo mai. La sera ero talmente stanca che mi addormentavo improvvisamente ovunque mi trovassi, ma il mattino dopo mi svegliavo presto ed ero contenta di cominciare una nuova giornata perché, anche se faticosa, non avrei conosciuto la noia e ogni compito avrebbe finito con il divertirmi.»

«Com’erano i tuoi genitori?»

«Papà lo vedevo molto poco. Per me era quasi uno sconosciuto. Lui portava gli animali al pascolo e tornava a casa di rado, oppure rientrava la sera, quando già ero addormentata. Quelle volte che avevo la possibilità di incontrarlo lo salutavo appena, senza guardarlo in volto, perché mi metteva soggezione. Anche lui, d’altra parte, non ha mai fatto il minimo sforzo per farci avvicinare. Ma è così che doveva andare. Quando i miei fratelli sono stati abbastanza grandi, lo hanno seguito per imparare il suo mestiere, mentre io sono sempre rimasta a casa con mia madre. Mama Malaika è stata una brava maestra, per me. Mi ha insegnato tutto quello che dovevo sapere per diventare una buona moglie e mamma.

Un’unica cosa non ha saputo trasmettermi: la sua serenità.

Sembrava sempre felice. Anche sotto il sole cocente, mentre zappava o raccoglieva la mchicha che avrebbe inzuppato con il sudore della fronte, la sentivo cantare. E cantava anche quando portava i panni a lavare sulla riva del fiume e vi rimaneva china per ore, li sbatteva sulla pietra, li ritorceva, li strofinava e continuava così, finché la schiena le si sarebbe quasi spezzata. Non era mai triste. Non l’ho vista piangere neanche quando Mosi e Akil riportarono a casa, sulle spalle, il corpo martoriato di mio padre. Le spiegarono che aveva

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