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valutazioni:
5/5 (2 valutazioni)
Lunghezza:
962 pagine
10 ore
Pubblicato:
Dec 12, 2013
ISBN:
9781310691997
Formato:
Libro

Descrizione

Marte: freddo, arido, rosso, deserto. Senza vita?

Sono passati trent’anni dalla missione di esplorazione di Marte "Hera", il cui equipaggio è morto in circostanze misteriose. Tale fallimento e tutte le problematiche politiche da esso generate hanno rallentato la NASA nella sua corsa alla conquista dello spazio, ma adesso i tempi sono maturi per una nuova missione chiamata "Isis". Stavolta i cinque astronauti selezionati non viaggeranno per oltre quattrocento milioni di chilometri solo per una breve visita, ma saranno destinati a diventare i primi colonizzatori del pianeta rosso.

Tra di loro c’è l’esobiologa svedese Anna Persson, approdata a questa avventura nella speranza di iniziare una nuova vita lontana dalla Terra.
Marte avrà però in serbo per lei un’incredibile scoperta, chiave di un mistero nascosto nelle profondità di Valles Marineris.

Tutti e quattro i libri della serie di "Deserto rosso" in un unico volume.

Include i seguenti libri disponibili in formato ebook:
“Deserto rosso - Punto di non ritorno”;
“Deserto rosso - Abitanti di Marte”;
“Deserto rosso - Nemico invisibile”;
“Deserto rosso - Ritorno a casa”.

Prefazione di Omar Serafini (FantaScientificast).

Seguite Anna Persson (AnnaPerssonDR) su Twitter!

Pubblicato:
Dec 12, 2013
ISBN:
9781310691997
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Note: please scroll down for the English version.Nata a Carbonia nel 1974, Rita Carla Francesca Monticelli vive a Cagliari dal 1993, dove lavora come scrittrice, oltre che traduttrice letteraria e tecnico-scientifica. Laureata in Scienze Biologiche nel 1998, in passato ha ricoperto il ruolo di ricercatrice, tutor e assistente della docente di Ecologia presso il Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia dell’Università degli Studi di Cagliari.Da bambina ha scoperto la fantascienza e da allora è cresciuta con ET, Darth Vader, i replicanti, i Visitors, Johnny 5, Marty McFly, Terminator e tutti gli altri. Il suo interesse per la scienza si è sviluppato di pari passo, portandola, da una parte, a diventare biologa e, dall’altra, a seguire con curiosità l’esplorazione spaziale, in particolare quella del pianeta rosso.Ma soprattutto ama da sempre inventare storie, basate su questi interessi, e ha scoperto che scriverle è il modo più semplice per renderle reali.Tra il 2012 e il 2013 ha pubblicato la serie di fantascienza “Deserto rosso”, composta di quattro libri disponibili sia separatamente che sotto forma di raccolta. Quest’ultimo volume è stato un bestseller Amazon e Kobo in Italia, raggiungendo anche la posizione n. 1 nel Kindle Store nel novembre 2014, ed è tuttora uno dei libri di fantascienza più venduti in formato ebook.Grazie alla pubblicazione della serie, nel 2014 è stata indicata da Wired Magazine come una dei dieci migliori autori indipendenti italiani e ciò le è valso la partecipazione come relatrice al XXVII Salone Internazionale del Libro di Torino e alla Frankfurter Buchmesse 2014.“Deserto rosso” è anche la prima parte di un ciclo di opere di fantascienza denominato Aurora, che comprende inoltre “L’isola di Gaia” (2014), “Ophir. Codice vivente” (2016) e “Sirius. In caduta libera” (2018).“Nave stellare Aurora” è l’ultimo volume di questo ciclo ed è il suo quindicesimo libro.Oltre a quelli del ciclo dell’Aurora, nel 2015 ha pubblicato un altro romanzo di fantascienza, intitolato “Per caso”.La sua produzione include anche quattro thriller, vale a dire “Affinità d’intenti” (2015) e la trilogia del detective Eric Shaw: “Il mentore” (2014), che nella sua versione inglese edita da AmazonCrossing è stato nel 2015 al primo posto della classifica del Kindle Store negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia, raggiungendo oltre 170.000 lettori in tutto il mondo, “Sindrome” (2016) e “Oltre il limite” (2017).Dal 2016 è docente del “Laboratorio di self-publishing nei sistemi multimediali”, nell’ambito del corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione e del corso di laurea magistrale in Scienze e Tecniche della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria (Varese). Da questo laboratorio è tratto il suo saggio “Self-publishing lab. Il mestiere dell’autoeditore” (2020).Oltre che al Salone e alla Buchmesse, è stata chiamata a intervenire in qualità di autoeditrice, divulgatrice scientifica nel campo dell’esplorazione spaziale e autrice di fantascienza hard in eventi quali COM:UNI:CARE (2013) all’Università degli Studi di Salerno, Sassari Comics & Games (2015), Festival Professione Giornalista (2016) a Bologna, la fiera della media e piccola editoria Più Libri Più Liberi (2016) a Roma, Scienza & Fantascienza (2014, 2016, 2018, 2019 e 2020) all’Università degli Studi dell’Insubria (Varese) e Voci e Suoni di Altri Mondi (2018) nella sede di ALTEC a Torino.I suoi libri sono stati recensiti o segnalati da testate nazionali quali Wired Italia, Tom’s Hardware Italia, La Repubblica, Tiscali News e Global Science (rivista dell’Agenzia Spaziale Italiana).Appassionata dell’universo di Star Wars, in particolare della trilogia classica, è conosciuta nel web italiano con il nickname Anakina e di tanto in tanto presta la sua voce e la sua penna al podcast e blog FantascientifiCast. È inoltre una rappresentante italiana dell’associazione internazionale Mars Initiative e un membro dell’International Thriller Writers Organization.ENGLISH VERSIONRita Carla Francesca Monticelli is an Italian science fiction and thriller author.She has lived in Cagliari (Sardinia, Italy) since 1993, earning a degree in biology and working as independent author, scientific and literary translator, educator and science communicator. In the past she also worked as researcher, tutor and professor’s assistant in the field of ecology at “Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia” of the University of Cagliari.As a cinema addict, she started by writing screenplays and fan fictions inspired by the movies.She has written original fiction since 2009.Between 2012-2013 she wrote and published a hard science fiction series set on Mars and titled “Deserto rosso”.The whole “Deserto rosso” series, which includes four books, was also published as omnibus in December 2013 (ebook and paperback) and hit No. 1 on the Italian Kindle Store in November 2014.“Deserto rosso” was published in English, with the title “Red Desert”, between 2014 and 2015.The first book in the series is “Red Desert - Point of No Return”; the second is “Red Desert - People of Mars”; the third is “Red Desert - Invisible Enemy”; and the final book is “Red Desert - Back Home”.She also authored three crime thrillers in the Detective Eric Shaw trilogy - “Il mentore” (2014), “Sindrome” (2016), and “Oltre il limite” (2017) -, an action thriller titled “Affinità d’intenti” (2015), five more science fiction novels - “L’isola di Gaia” (2014), “Per caso” (2015), “Ophir. Codice vivente” (2016), “Sirius. In caduta libera” (2018), and “Nave stellare Aurora” (2020) - and a non-fiction book titled “Self-publishing lab. Il mestiere dell’autoeditore” (2020).“Il mentore” was published in English by AmazonCrossing with the title “The Mentor” in 2015.“Affinità d’intenti” was published in English with the title “Kindred Intentions” in 2016.All her books have been Amazon bestsellers in Italy so far. “The Mentor” was an Amazon bestseller in USA, UK, Australia, and Canada in 2015-2016.She is also a podcaster at FantascientifiCast, an Italian podcast about science fiction, a member of Mars Initiative and of the International Thriller Writers Organization.She is often a guest both in Italy and abroad during book fairs, including Salone Internazionale del Libro di Torino (Turin Book Fair), Frankfurter Buchmesse (Frankfurt Book Fair) and Più Libri Più Liberi (Rome Book Fair), local publishing events, university conventions as well as classes (University of Insubria), where she gives speeches or conducts workshops about self-publishing and genre fiction writing.As a science fiction and Star Wars fan, she is known in the Italian online community by her nickname, Anakina.


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Anteprima del libro

Deserto rosso - Rita Carla Francesca Monticelli

disclaimer

Prefazione di Omar Serafini

È probabile che se a nostra volta sbarcassimo

su Marte quale l’abbiamo costruito non vi

troveremmo altro che la Terra stessa, e tra

questi due prodotti di una medesima Storia

non sapremmo risolvere qual è il nostro.

- Roland Barthes, Miti d’oggi, 1970

Nella schiera degli otto pianeti principali Marte

occupa, per volume, il penultimo luogo; il solo

Mercurio è più piccolo di lui. Ma in certe

posizioni, in cui egli ritorna ad intervalli di

sedici anni, Marte può avvicinarsi alla Terra

più dell’usato, brillando più di ogni altro pianeta,

Venere sola eccettuata; ed in tali contingenze

tanto arde di luce rossa, da meritare il nome,

che i Greci gli diedero, di Pyrois (infocato).

- Giovanni Schiaparelli, Il pianeta Marte, 1893

A volte il destino percorre strane strade, quasi dei legami che paiono impossibili da definirsi semplici coincidenze.

Appena iniziata quella fantastica avventura che si chiama FantascientifiCast ho cominciato ad aumentare la mia (già cospicua) dose di fantascienza giornaliera. Così una sera per sopperire alla continua crisi d’astinenza causata da questa dipendenza mi trovo a navigare sul sito del mio pusher preferito, ovvero quel luogo di perdizione per la carta di credito sotto forma di sito di acquisti online il cui nome inizia per A e finisce per N.

E qui il destino ci mette il suo zampino, sotto forma dell’algoritmo che visualizza i consigli per gli acquisti del portale di cui sopra, proponendomi il primo capitolo della saga di Deserto rosso. Sarà l’istinto ma l’impulso di "cavoli-lo-acquisto-subito!" ha preso il sopravvento e, complice l’istantanea tecnologia dell’e-booking, sono stato subito catapultato, mio malgrado, su Marte.

Dopo pochi giorni riceviamo, sulla casella di posta elettronica della redazione del podcast, un messaggio di una tal Carla Monticelli, che dopo una breve presentazione, ci allega una copia elettronica della sua opera. Il sottoscritto, che era appena ritornato dalla Stazione Alfa, ancora pieno di sabbia rossa fino alla punta dei capelli, pensa (e risponde): grazie ma il Deserto rosso mi ha già catturato! Quello che seguì non si può dire che è storia: è soprattutto l’inizio di una grande amicizia.

Ma torniamo a Marte. Nelle opere di fantascienza e nell’immaginario collettivo è, da sempre, uno dei pianeti più popolari, sia come ambientazione sia come luogo di provenienza di extraterrestri. Forse hanno contribuito a portarlo all’attenzione degli scrittori e sceneggiatori la sua vicinanza alla Terra, la somiglianza tra molte sue caratteristiche astronomiche e soprattutto la rete di canali scoperta dall’astronomo Giovanni Virginio Schiaparelli alla fine del XIX secolo e pubblicizzata come opera di esseri intelligenti.

Spesso queste opere hanno affrontato Marte sotto diversi aspetti. Quello di Marte invasore, come in La guerra dei mondi (The War of the Worlds, 1898, H.G. Wells), Marziani, andate a casa! (Martians, Go Home, 1955, Fredric Brown) e Mars Attack! (1996, Tim Burton). Quello di Marte claustrofobico, come in SOS naufragio nello spazio (Robinson Crusoe on Mars, 1964, Byron Haskin) e Fantasmi da Marte (Ghost of Mars, 2001, John Carpenter). Quello di Marte estensione della Terra (o viceversa…), come Cronache marziane (The Martian Chronicles, 1950, Ray Bradbury), Le sabbie di Marte (The Sands of Mars, 1951, Arthur C. Clarke) e Mission to Mars (2000, Brian de Palma). Quello di Marte alternativo ed ecologico, come Straniero in terra straniera (Stranger in a Strange Land, 1961, Robert A. Heinlein) e Pianeta rosso (Red Planet, 2000, Anthony Hoffman). Quello di Marte sede dell’insurrezione, come Atto di forza (Total Recall, 1990, Paul Verhoeven) e Babylon 5 (1993-1998, J. Michael Straczynski). Tutti questi aspetti sembrano però convergere verso un unico sillogismo: Marte = Alieno.

E poi arriva Carla a rimescolare ulteriormente le carte, con la sua originalissima interpretazione di Marte, ovvero quella dell’alieno che si cela dentro ognuno di noi, pronto a uscire e a prendere prepotentemente il sopravvento costringendoci a rivelare il nostro vero io interiore, come affermava il filosofo tedesco Johann Gottlieb Fichte nella sua Dottrina della scienza (1798): «Io non sono se non attività. (...) Io debbo nel mio pensiero partire dall'io puro, e pensarlo come di per sé assolutamente attivo: non come determinato dalla realtà, ma come determinante la realtà.»

Quindi fate come ho fatto io: mettete in sottofondo una qualsiasi track del Duca Bianco e dei Tangerine Dream, Marte vi sembrerà meno rosso di quel che sembra e, alla fine della lettura, vi accorgerete di quattro verità assolute: 1) che, come diceva G’Kar, ambasciatore del Regime Narn su Babylon 5, «Nessuno qui è veramente come appare…»; 2) che la sabbia rossa è difficilissima da scrollarsi via di dosso; 3) che, per qualche misterioso paradosso spazio-temporale, David Bowie deve aver scritto Loving the Alien dopo aver letto (e riletto) Deserto rosso; ma soprattutto 4) che Anna "non è cattiva, è che la scrivono così".

Lunga vita e prosperità.

Omar Serafini

Twitter @OmarSerafini – FantascientifiCast.it

Introduzione a Deserto rosso

La storia

Tutto è nato da un’immagine che si è formata nella mia mente. C’era un astronauta - non sapevo se fosse un uomo o una donna - che vagava da solo nel deserto marziano in un rover pressurizzato, desideroso di conoscere di più di quel pianeta bello e letale. Mi chiedevo dove stesse andando, perché fosse solo, quando le sue riserve d’aria sarebbero finite. Stava forse sacrificando se stesso per andare laddove nessuno era mai stato?

Da questa idea è nata la storia di Anna Persson, l’esobiologa svedese, membro dell’equipaggio della missione di colonizzazione marziana Isis, che una mattina di nascosto fugge dalla base abitativa, la Stazione Alfa, e si addentra in questo deserto rosso, con una scorta di provviste e aria per soli due giorni, affermando di non aver alcuna intenzione di tornare.

Da questo atto incomprensibile ha inizio Deserto rosso. Non si tratta, però, del vero inizio della storia. Con una serie di flashback sia nel primo che nel secondo episodio si scoprirà ciò che è accaduto prima del lancio della missione e negli oltre mille giorni di permanenza sul pianeta, precedenti alla fuga di Anna, fino a capirne le motivazioni.

Ciò che Anna non sa è che Marte avrà però in serbo per lei una scoperta incredibile, alla base di un mistero nascosto nelle profondità del più grande canyon del Sistema Solare, Valles Marineris.

Deserto rosso coinvolge il lettore, portandolo a sperimentare le emozioni di un’antieroina in lotta per la propria sopravvivenza nell’ostile pianeta rosso, in un’ambientazione descritta con il rigore tecnico-scientifico tipico della hard sci-fi.

È anche la storia di un gruppo di persone normali, obbligate ad affrontare situazioni al di là dei loro limiti e delle loro aspettative. Costretti a vivere in uno spazio ristretto all’interno di un enorme deserto in un pianeta insidioso, lontano dalle convenzioni e dalle regole della Terra, ognuno di loro finirà per lasciar emergere con sempre meno controllo il proprio lato più oscuro, finché la morte non si abbatterà sulla piccola comunità, sconvolgendone per sempre i già difficili equilibri.

Ma il centro di tutto resta sempre e comunque Anna, della quale il lettore conoscerà ogni più intima emozione e ne sperimenterà ogni dubbio e incertezza. Deserto rosso, infatti, porta avanti in parallelo la lotta interiore della protagonista e quella esteriore verso un nemico inafferrabile, che finiscono per convergere nell’ultimo dei quattro libri contenuti in questo volume.

Alla fine di tutto Anna non si redimerà dal suo ruolo di antieroina, rimanendo fino all’ultimo coerente col suo modo di vedere la vita, ma comunque crescerà. E questa crescita avverrà grazie al suo rapporto particolare con un altro importante personaggio, che a un certo punto si rivelerà quasi un co-protagonista, e all’interazione con qualcosa di altro, che in un certo senso diventerà parte di lei.

Pur nell’ambito di un racconto fantascientifico trovano prepotentemente posto i sentimenti dei personaggi, l’amore e l’odio i cui confini spesso si confondono, l’amicizia e la fratellanza, la fede e la speranza, l’intolleranza e il pregiudizio, il dubbio e la fiducia, fino al desiderio e la passione.

Non mi piace usare i miei libri per inviare un messaggio o trasmettere una morale. Deserto rosso si ritrova a veicolare, invece, una sorta di non-messaggio, quello della tolleranza verso qualsiasi messaggio e il rispetto nei suoi confronti.

In questa storia non c’è il buono o il cattivo assoluto, i personaggi vivono costantemente in una zona d’ombra e il loro modo di pensare, le loro usanze, le loro credenze, la loro morale, anche quando opposti, sono tutti giusti dal loro punto di vista, tanto che quasi ognuno di loro nello scontrarsi con la diversità altrui finisce prima o poi per metterli in dubbio.

Nel suo complesso Deserto rosso è una storia di fantascienza che si vuole distaccare il più possibile da certi cliché della narrativa di questo genere.

Nella serie c’è un’antieroina che non è proprio una brava persona e che non aspira a riscattarsi, né lo farà. Non si capisce bene chi sia il cattivo e, dopo averlo capito, ci si accorge che la sua cattiveria è solo relativa al punto di vista da cui la si guarda. Il bene e il male diventano qualcosa di soggettivo e, di fatto, tutto è rovesciato, portando il lettore a tifare per un personaggio perché anche lui al suo posto penserebbe solo a salvare la propria pelle e quella di chi ama. E chi se ne frega di salvare il mondo!

E poi c’è Marte.

Marte in questa serie non è solo un’ambientazione in cui si svolge la storia, ma è esso stesso parte della storia, come un vero e proprio personaggio, che interviene sugli altri, determinandone la vita e la morte, portandoli di fronte a incredibili scoperte e allo stesso tempo meravigliandoli con la sua cruda bellezza.

Lo si capisce già dal titolo, Deserto rosso, che è l’appellativo con cui i personaggi principali si riferiscono a questo mondo alieno. Ognuno di loro finisce per instaurare un rapporto intimo, quasi affettivo, col deserto marziano e al contempo ambivalente. Marte è meraviglioso e terribile. I suoi paesaggi mozzafiato arrivano a commuovere Anna, che si sente parte di essi, ma anche a terrorizzarla, poiché è consapevole che dietro quella meraviglia si nasconde l’imminente minaccia di morte recata da un luogo inospitale e refrattario alla vita.

Ed ecco che grazie a questa interazione Marte finisce esso stesso per assurgere al ruolo di personaggio, che, proprio come tutti gli altri, è definito dalle sue contraddizioni, dal suo essere insieme buono e cattivo o, meglio ancora, nessuna delle due cose.

Nel parlare di Marte, dello spazio, dell’astronautica e di biologia, inoltre, ho cercato di cogliere degli spunti all’interno della storia per approfondire in maniera sintetica e comprensibile alcuni argomenti puramente scientifici.

Una mia piccola ambizione è che la lettura di questo libro porti il lettore ad avvicinarsi a questi argomenti o, perlomeno, ad arrivare alla fine con la sensazione, oltre che di essersi divertito, di avere anche imparato qualcosa.

Per raggiungere questo obiettivo ho cercato di documentarmi, dando anche fondo alle mie competenze, e alla fine di questo libro riporto una breve bibliografia di saggi, romanzi e siti web, che potranno tornare utili a chiunque volesse approfondire queste tematiche.

Tutti questi elementi costituiscono Deserto rosso, i cui ingredienti principali comprendono l’avventura, l’azione, la suspense, ma soprattutto la scienza e le emozioni, rendendola una lettura finora apprezzata anche da chi non è necessariamente un amante della fantascienza.

All’interno della serie non è stata indicata alcuna data, ma nella mia immaginazione il lancio della missione Isis avviene in un prossimo futuro, fra circa cinquant’anni.

Nascita ed evoluzione della serie

Ho iniziato a scrivere il primo episodio di Deserto rosso, Punto di non ritorno, all’inizio del gennaio 2012. Non avevo idea di cosa ne sarebbe venuto fuori. Il mio intento iniziale era quello di scrivere un racconto, evocato dalla lettura di un romanzo, First Landing, e di un saggio, The Case for Mars, di Robert Zubrin, il fondatore della Mars Society. Il racconto è poi diventato una novella, da cui, durante la lunga fase di editing, ho deciso di far scaturire un romanzo a puntate, sulla falsa riga dei serial pubblicati da alcuni autori americani su Amazon.

Il progetto è andato ben oltre questi propositi.

Già durante la stesura del secondo episodio, Abitanti di Marte, mi sono resa conto che la storia aveva bisogno di più spazio e aveva di fatto tutte le caratteristiche di una serie vera e propria. Nonostante abbia continuato a definirlo per lungo tempo un romanzo a puntate, Deserto rosso è in realtà una quadrilogia di fantascienza costituita da una novella e tre romanzi. È vero che i singoli episodi non sono autoconclusivi, ma ciò si trova anche in altre serie di libri. Comunque sia, ognuno di essi è nato da un processo creativo indipendente, ha una sua struttura specifica, e inoltre presenta un arco narrativo ben preciso con un inizio e una fine definiti, sebbene quest’ultima nei primi tre sia caratterizzata da un classico cliffhanger.

Punto di non ritorno è il viaggio della protagonista verso una possibile autodistruzione, quello di una persona così disperata che sente di non avere più nulla da perdere. L’episodio completamente narrato in prima persona da Anna è in un certo senso intimista, ma allo stesso tempo ricco di mistero.

Abitanti di Marte è il romanzo delle rivelazioni, dove si scopre ciò che ha indotto Anna a quel gesto incomprensibile e si viene per la prima volta a conoscenza di una realtà del tutto inaspettata. Questo secondo libro alterna il punto di vista di Anna al presente, con quello di altri personaggi nel passato, dandoci un quadro ben più completo della storia, tra presente e passato, tra Terra e Marte.

Nemico invisibile è il romanzo delle risposte e dell’azione. A cavallo tra due pianeti, seguiamo da una parte Anna che su Marte in prima persona vive in pochi giorni tutta una serie di eventi drammatici e concitati, tra un colpo di scena e l’altro, dall’altra sulla Terra al controllo missione osserviamo altri personaggi che in parallelo vengono influenzati direttamente da questi eventi.

Ritorno a casa, infine, è il romanzo della resa dei conti. Esso è conclusione della storia e allo stesso tempo possibile prologo di altre storie. Qui si affianca la lotta interiore di Anna a quella esterna che coinvolge gli altri personaggi, conferendo a questo episodio un’impronta thriller più marcata, accompagnata all’elemento fantastico.

Tutti e quattro nel complesso fanno della serie di Deserto rosso un techno-thriller fantascientifico, con un forte accento sui personaggi, che cerca di raccontare un futuro plausibile, strizzando nel contempo l’occhio alla space opera.

Ma la vera peculiarità di questa serie è dovuta, da un parte, alla breve distanza tra l’uscita di due libri consecutivi - appena cinque mesi - e, dall’altra, al modo in cui l’interazione con i lettori ne ha influenzato la scrittura.

Ogni libro è stato scritto, editato e revisionato in ogni dettaglio proprio durante quei cinque mesi, con un sistema di scadenze che ha messo a dura prova le mie abilità scrittorie e soprattutto la mia autodisciplina. Il tipo di impegno preso con i lettori, che attendevano con ansia di leggere il seguito, è stato ciò che mi ha permesso di rispettare sempre i termini, facendo nel contempo del mio meglio per fornire loro un prodotto editoriale di qualità.

Ma l’interazione con i lettori non si è fermata ai loro feedback sul libro precedente e alla loro attesa di quello successivo. È stata molto più profonda.

Sebbene avessi gran parte della storia già in mente prima di pubblicare Punto di non ritorno e abbia, nei periodi successivi, continuato costantemente a prendere appunti e definire l’andamento della trama negli altri episodi ben prima di scriverli, il rapporto con i lettori è stato fondamentale. Da una parte perché mi ha spronato a mantenere l’impegno preso e dall’altra perché mi ha fornito sempre degli ottimi spunti.

Durante la stesura di ogni episodio, infatti, mi sono spesso rivolta a loro con sondaggi e discussioni relative alla trama, per comprendere quali aspetti avessero preferito di più o cosa pensavano sarebbe accaduto dopo, ottenendo dei riscontri sempre molto entusiasti, nonché utilissimi. Ho fatto tesoro dei loro commenti pubblici o di quelli riferitimi in privato, che più di una volta mi hanno guidato in maniera più o meno consapevole nello sviluppo di certi aspetti della storia.

Deserto rosso è stato insomma un esperimento letterario interattivo davvero ben riuscito e i suoi lettori hanno contribuito attivamente a creare un mondo, che è diventato parte di loro così come è parte di me.

Molti mi hanno chiesto perché abbia scritto una serie ambientata proprio su Marte. Per me non c’è grossa differenza tra il ricordo di qualcosa che ho vissuto e quello di qualcosa che ho immaginato e di cui, poi, ho scritto. Talvolta il secondo è più vivo e vero nella mia mente del primo, proprio perché ho indugiato a lungo su di esso.

E così ho scritto una storia ambientata su Marte per esplorare in prima persona il pianeta rosso. Per me scrivere un libro è vivere situazioni e vite diverse dalla mia, che desidero provare solo con la mente senza troppo impegno - e senza alcun rischio - e con la possibilità di avere il massimo controllo su ciò che accade. Pubblicare i miei libri significa permettere ad altre persone di vivere e viaggiare insieme a me, rendendoli partecipi del genere di storie che vorrei io stessa leggere.

E adesso tocca a voi, nuovi lettori, affrontare il deserto marziano e godere dei frutti del lavoro svolto da me in oltre sedici mesi insieme ai vostri predecessori, ma questa volta senza attese.

Davanti a voi si prospetta un viaggio lungo centinaia di milioni di chilometri, o magari anche di più, e circa diciotto anni, o forse decisamente molti di più. Non vi resta che indossare la vostra tuta, attivare l’unità del casco, controllare le riserve d’aria, e poi salire sul rover insieme ad Anna, per condividere con lei questa avventura.

Buon viaggio!

Alcune informazioni su Marte

Marte è il quarto pianeta del sistema solare, posto a una distanza media dalla Terra di circa 0,5 unità astronomiche (un’unità astronomica è la distanza tra la Terra e il Sole). È un pianeta di tipo roccioso come la Terra, Venere e Mercurio.

Il pianeta rosso, così chiamato per il caratteristico colore della sua superficie dovuta alla grande quantità di ossidi di ferro (sì, proprio come la ruggine), ha un diametro di circa la metà di quello della Terra, ma, non possedendo oceani, ha una superficie quasi pari a quella di tutte le terre emerse di quest’ultima.

Il giorno marziano si chiama sol e la sua lunghezza è superiore a quella del giorno terrestre di poco meno di 40 minuti. L’anno marziano è poco meno del doppio di quello terrestre, suddiviso in quattro stagioni di sei mesi ciascuna.

Il prefisso utilizzato per Marte è areo- (per la terra è geo-) e deriva da Ares, il nome greco del dio Marte. Così si può parlare di areologia (geologia marziana), areografia (geografia marziana), orbita areosincrona e areostazionaria, e così via.

Il pianeta ha due satelliti naturali chiamati Phobos e Deimos, dalla forma irregolare tipica degli asteroidi.

La forza di gravità sulla sua superficie è pari a 0,376 g (1 g è la gravità terrestre).

La sua atmosfera ha una pressione pari a circa l’1% di quella terrestre ed è costituita per circa il 95% da anidride carbonica. La temperatura in superficie oscilla tra i -140°C e i +20°C. La ridotta atmosfera insieme alle basse temperature fanno sì che non possa esistere acqua allo stato liquido (almeno non per lungo tempo) sulla sua superficie e ciò rende quest’ultima inadatta a ospitare la vita, anche a causa delle forti radiazioni. Questo però non esclude a priori la presenza sia di acqua che di vita nei suoi strati più profondi.

Gli studi compiuti finora sembrano confermare che circa 4 miliardi di anni (terrestri) fa Marte avesse un’atmosfera molto più densa e fosse ricoperto da oceani, forse prima che ciò accadesse sulla Terra. Il pianeta, infatti, si trova ai margini della cosiddetta fascia abitabile, quella fascia intorno a una stella in cui è possibile la vita.

Per via di questo, della sua somiglianza e vicinanza con la Terra, Marte è il miglior candidato a essere il primo mondo extraterrestre a venire colonizzato dall’Uomo. E lo scenario immaginato in Deserto rosso è basato proprio sugli studi svolti finora per rendere questa colonizzazione possibile.

DESERTO ROSSO

Prima parte del ciclo dell’Aurora

Se non cerchiamo di vivere come uno,

Non sopravvivremo al Sole.

Polydream - Catch Me If You Can

Libro 1

Punto di non ritorno

Chiusi la porta della camera di equilibrio con un tonfo sommesso e la bloccai, consapevole che forse sarebbe stata l’ultima volta. Era ancora buio là fuori, ma non mancava molto all’alba. Appena il sole si fosse affacciato all’orizzonte, la sua tenue luce avrebbe investito la pianura, creando lunghissime ombre.

Rimasi per qualche istante a guardare le stelle attraverso il vetro, mentre le valvole lasciavano uscire una parte dell’aria per equilibrare la pressione a quella esterna. La mia tuta, che appena indossata aveva quasi aderito al mio corpo, si stava adesso espandendo, dandomi un aspetto goffo.

L’equilibrio pressorio venne raggiunto e la porta di uscita si aprì. Nonostante la tuta fosse riscaldata, percepii la notevole differenza di temperatura. Anche se in un giorno estivo poteva salire ben sopra i dieci gradi, di notte crollava fino a toccare picchi di meno novanta. E le ore prima dell’alba erano le più fredde.

Accesi la torcia e andai fuori, muovendomi con cautela. Speravo che nessuno avesse notato la mia uscita. Robert era nel mondo dei sogni e non aveva certo intenzione di alzarsi all’alba, ma Hassan, nonostante tutto quello che era avvenuto, continuava a seguire la missione alla lettera, soprattutto adesso che il comando era ricaduto sulle sue spalle.

Insisteva a ripetere che fra pochi mesi avrebbero inviato altre persone e materiali, ma non ne ero affatto convinta. Si stava profilando l’ennesimo fallimento e, quando sarebbe arrivato il momento, da Houston avrebbero tirato fuori qualche altra scusa.

Camminai con facilità, nonostante il carico che portavo con me. Con una gravità di poco più di un terzo di quella terrestre tutto era più leggero e grazie all’esperienza di quegli anni ero ormai abituata a muovermi con destrezza sul terreno accidentato, anche quando indossavo quella scomoda tuta.

Aprii il portellone del rover e caricai le scorte, poi salii nella parte anteriore e attivai la pressurizzazione. Le pompe del supporto vitale spinsero i gas all’interno, creando la corretta miscela per la respirazione. Quando il segnale verde si illuminò sul cruscotto, indicando che il processo era stato completato, mi tolsi il casco e la tuta. Li adagiai sul retro e mi sistemai alla postazione di guida, allacciandomi le cinture di sicurezza. Non appena avessi messo in moto, un allarme sarebbe scattato all’interno della stazione, avvertendo dell’azionamento non previsto di uno dei due rover.

Ero ancora in tempo per tornare indietro. Mi bastava indossare di nuovo la tuta, tornare nel mio alloggio e rimettermi a letto. Nessuno se ne sarebbe accorto. Ma, per quanto quel mio gesto potesse parere privo di senso, a me sembrava l’unica cosa sensata rimasta da fare. Non c’era più niente per me nella stazione, a parte la pura sopravvivenza. Forse neppure la sua certezza.

Osservai sullo schermo del computer di bordo le rilevazioni fatte la sera precedente. Erano ben poco, ma erano anche tutto quello che avevo. Feci un respiro profondo, poi misi in moto e premetti sull’acceleratore. Mi stavo muovendo verso un’altra certezza: quella della mia morte. Ma avevo iniziato a farlo molto tempo prima, quando avevo accettato di partecipare alla missione.

A differenza di allora, adesso, forse, avevo un’idea più precisa di quando ciò sarebbe accaduto.

Ventinove minuti al punto di non ritorno.

La voce sintetizzata del computer di bordo risuona ancora una volta all’interno del rover. Fra circa mezz’ora supererò il punto di non ritorno. Il serbatoio dell’ossigeno, insieme ai filtri per l’anidride carbonica, permette di avere aria respirabile per una persona per un massimo di cinquanta ore e sto per superare la venticinquesima, dopodiché non ne avrò abbastanza per tornare alla Stazione Alfa.

Non che mi importi, a questo punto.

Cerco di capire come escludere la ripetizione dell’allarme a ogni minuto. Mi chiedo come mai i rover non siano stati equipaggiati con un sistema di produzione di ossigeno analogo a quello della stazione. L’impianto chimico, infatti, lo estrae dall’anidride carbonica, di cui l’aria di Marte è ricca, rilasciando all’esterno monossido di carbonio come gas di rifiuto. Che sciocchezze mi vengono in mente? Un tale dispositivo occuperebbe troppo spazio, diminuendo quello a disposizione all’interno del veicolo e rendendolo ancora più lento, oltre che richiedere un’eccessiva energia.

La caratteristica principale di questi rover è proprio la loro agilità a discapito, però, del raggio d’azione. D’altronde cinquanta ore sembravano un lasso di tempo sufficiente per qualsiasi uscita dovessimo fare in quella prima fase della missione. Ma di fatto riducevano la nostra possibilità di estendere l’area di esplorazione del pianeta. Per delle persone con un’età media di trentacinque anni, che avrebbero dovuto passare il resto della loro vita su Marte e che non avevano altro cui dedicarsi, ciò rappresentava un limite notevole.

È vero che il diametro di Marte è circa la metà di quello della Terra, ma l’assenza di oceani rende la superficie esplorabile paragonabile a quella della somma delle terre emerse del nostro pianeta. Insomma un sacco di posti da vedere, che, per quanto a prima vista possano sembrare monotoni con quel rosso scuro che li caratterizza, nascondono innumerevoli meraviglie. E noi scegliemmo di essere i primi colonizzatori di questo nuovo mondo per osservarle da vicino.

In oltre mille giorni nel Lunae Planum abbiamo battuto gran parte dell’area intorno alla stazione fino a un raggio di poco più di trecento chilometri. Andare più lontano con un mezzo che difficilmente riesce a raggiungere i venticinque chilometri orari, ma che di solito va molto più lento, è abbastanza improbabile, soprattutto se ogni uscita prevede la presenza di almeno due persone, per ragioni di sicurezza. Non avendo però alcuna particolare fretta, la NASA ci ha fornito le attrezzature necessarie per portare avanti tutta una serie di indagini scientifiche, che prevedono tempi lunghi e che per il momento si sono rivelate poco concludenti. Oltre agli studi di natura geologica, la nostra principale missione è scoprire le prove di una vita passata sul pianeta, sebbene si parli di forme molto semplici, come batteri, a dimostrazione che la Terra non rappresenti in questo senso un qualcosa di unico nel sistema solare.

Ma nei primi novecentonovantacinque giorni non siamo stati fortunati e speravamo nell’invio di nuovo materiale per compiere studi più accurati e magari spingerci un po’ più lontano. Sarebbe dovuto arrivare trecento giorni fa, ma una serie di problemi tecnici, e soprattutto politici, ne hanno ritardato il lancio e adesso si attende l’apertura di una nuova finestra, che avviene circa ogni due anni terrestri, corrispondenti a un anno marziano. Questo inconveniente non ha avuto un buon impatto sull’umore del gruppo, già in parte degradato dalla prolungata convivenza forzata. Non potevamo però immaginare quello che sarebbe accaduto dopo.

Finalmente riesco a spegnere quel fastidioso allarme. Ho un margine ben superiore grazie all’autonomia della mia tuta, che è di circa dieci ore. Ciò mi dà, almeno per il momento, un certo grado di sicurezza. Ho ancora la possibilità di tornare indietro, perciò per almeno altre quattro ore mi godrò semplicemente il viaggio.

Sto rimandando l’inevitabile. Non ho nessuna intenzione di tornare.

Il paesaggio nel giorno appena passato è stato fin troppo ripetitivo, un unico immenso deserto rosso di pietre e polvere, ma adesso posso scorgere dei cambiamenti all’orizzonte. Sorrido a quella vista. Secondo il navigatore dell’unità di bordo sto raggiungendo Ophir Chasma, il primo di un insieme di formazioni che costituisce Valles Marineris, il più complesso canyon presente all’interno del sistema solare.

Se una persona sulla Terra deve vedere almeno una volta nella vita il Grand Canyon, una persona su Marte non può perdersi Valles Marineris!

Ho letto tantissimo su questo luogo sin da ragazzina ed è stato uno dei motivi principali per cui ho deciso di far parte di questa missione. Non posso morire in questo pianeta sperduto senza prima vederlo. E se fossi rimasta alla stazione sarei sicuramente morta. Perlomeno in questo modo, se dovrà succedere, sarò io a decidere quando. Fra trentacinque ore, sperando che il serbatoio della tuta sia carico.

Da quando sono partita non ho avuto il tempo di controllarlo. Il rover era stato preparato per un’uscita, poi rimandata a tempo indeterminato. Contavo su quello, quando ho lasciato la stazione, ma nella fretta del momento ho pensato soltanto a portare con me delle scorte di acqua e cibo. Ho indossato la tuta e sono uscita, senza pensarci troppo. Non volevo rischiare di cambiare idea.

Dalla morte di Dennis e Michelle, mentre Robert passava quasi tutto il tempo in uno stato alterato, gli unici due a essere ancora attivi nella stazione eravamo io e il dottor Hassan Qabbani. E io non mi fidavo di Hassan.

L’avevo sempre guardato con sospetto. Sapevo che si trattava di un pregiudizio e per un po’ di tempo mi ero ricreduta nei suoi confronti, ma poi, quando Dennis era morto, avevo iniziato a pensare che lui avesse qualcosa a che fare con la malattia di quest’ultimo, oltre che con quello che era accaduto a Michelle. Percepivo una certa dose di falsità nel suo sguardo. Avevo iniziato a stargli il più lontano possibile. Passavo ore e ore a lavorare nella serra ed evitavo di toccare le razioni della NASA, perché era Hassan che si occupava di gestire i pasti. Preferivo nutrirmi con i prodotti che avevo coltivato con le mie mani e, dopo una giornata di lavoro, tornavo nel mio alloggio, bloccando sempre la porta.

Anna, che succede? Dove stai andando? disse la voce concitata di Hassan attraverso l’altoparlante della radio, qualche minuto dopo che avevo lasciato la stazione. Mi limitai a ignorarlo, ma lui andò avanti per un po’. Qualsiasi cosa stai pensando, ti prego, torna indietro e parliamone. Se vai avanti, morirai. Un altro suicidio avrebbe decretato il fallimento definitivo della missione. Era solo questo che lo preoccupava, non certo la mia salute. Vengo a prenderti!

Quelle parole suonarono come una minaccia e per tutta risposta spensi la radio, poi disattivai il transponder. In questo modo non avrebbe potuto continuare a seguirmi, se mi avesse perso di vista. La stazione era quasi al margine dell’orizzonte alle mie spalle, quando vidi il suo mezzo muoversi nella mia direzione. Aveva perso tempo a rifornirlo di carburante, ma era comunque riuscito a partire.

Diedi gas. Il terreno pianeggiante mi permetteva di andare al massimo della velocità, ma lo stesso valeva per il suo rover. Muovendomi così velocemente, mi rendevo ancora più visibile da una certa distanza, poiché sollevavo una nuvola di polvere dietro di me. Non vi erano alture sufficienti a nascondermi.

L’inseguimento andò avanti per una buona ora, in cui il suo mezzo pareva essersi avvicinato. Mi resi conto che prima o poi mi avrebbe raggiunto, se non avesse deciso di fermarsi. Ma Hassan non era il tipo da arrendersi.

Quando ero partita, l’aria era particolarmente limpida e il cielo terso, ma man mano che mi addentravo nel planum il vento era diventato più forte, sollevando la sottile polvere che ricopriva ovunque il terreno. Ben presto mi trovai di fronte a una nube densa, resa ancora più scura dalla scarsa luminosità di quell’ora del giorno. Decisi di non accendere le luci, bensì di fermarmi e di lasciarmi avvolgere. In questo modo sarei sparita agli occhi di Hassan. Forse avrebbe rinunciato a seguirmi nella tempesta.

L’atmosfera era carica di elettricità statica e di tanto in tanto riuscivo a intravedere la luce di un lampo. In condizioni normali avrei avuto paura. La tempesta sarebbe potuta durare delle ore, impedendomi di procedere. Mi trovavo in una pianura amplissima, ma non era esente da ostacoli. Se fossi andata avanti alla cieca, avrei potuto rischiare di danneggiare il rover e terminare prima del tempo quell’ultimo viaggio.

Colsi l’occasione per mangiare. Avevo portato con me la quantità di cibo necessaria per almeno due giorni e mezzo. Se dovevo morire, avevo intenzione di farlo a stomaco pieno.

Passarono circa due ore, quando finalmente la visibilità migliorò. Rimisi in moto il veicolo e iniziai di nuovo ad avanzare. Non vi era nessuna traccia di Hassan alle mie spalle. Mi ritrovai a sperare che avesse avuto un incidente nel tentativo di raggiungermi, ma in realtà lo conoscevo abbastanza bene da sapere che era tornato indietro e si era messo al sicuro. Qualsiasi intenzione avesse avuto non avrebbe retto in confronto al suo spirito di autoconservazione. Con un sospiro carico di stanchezza provai a scacciare quel guizzo di cattiveria dettato dalla rabbia, ma la verità era che ne avevo bisogno per andare avanti, per impedirmi di rinunciare.

Mentre viaggiavo, ammirando il paesaggio intorno a me, più di una volta mi venne voglia di scattare delle foto per poi rendermi conto di quanto fosse stupido. Avrei aspettato di superare la zona che già conoscevamo. Avrei mandato quelle immagini alla Terra per permettere alla gente di ammirare da vicino dei luoghi, che in passato nessun occhio umano aveva mai visto direttamente. Volevo condividere la mia esperienza nel migliore dei modi, poiché sarebbe potuta essere l’ultima.

Una telecamera, piazzata sopra il rover, stava registrando tutto il percorso, ma dubitavo che qualcuno si sarebbe preso il disturbo di recuperare quella registrazione dal veicolo. Non volevo inviarla in diretta. Volevo tenere per me quei momenti, almeno finché fossi stata ancora lì per viverli.

A quel punto probabilmente Hassan aveva contattato Houston per avvisarli della mia fuga. Speravo che sospettassero di lui. Il fatto che nel giro di pochi giorni una persona era morta di cancro, una si era suicidata e una terza era scappata per andare a morire da qualche parte nel deserto marziano non avrebbe dato di lui e Robert, unici sopravvissuti, una buona impressione. Soprattutto da quando Robert aveva smesso di comunicare con la Terra. Come potevano sapere che fosse ancora vivo?

Sorrisi fra me con malignità. Provavo quasi odio nei confronti di Hassan, perché mi ricordava mio padre.

Aveva messo incinta mia madre, quando era poco più di una ragazzina, e poi era scappato nel suo Paese per tornare dalla sua fidanzata ufficiale. Non avevo mai avuto notizie di quell’uomo, neppure dopo che la mamma era morta. Lui mi aveva cancellata e per un lungo periodo io avevo fatto altrettanto. Per qualche anno mi ero persino tinta i capelli di biondo, avevo iniziato a usare lenti a contatto colorate e avevo fatto di tutto per evitare di abbronzarmi, mantenendo la pelle candida, in modo da non rivelare il mio sangue mediorientale.

Era inutile, perché i tratti del mio viso tradivano le mie origini, come pure la mia statura. Non che questo avesse qualche importanza in una città multiculturale come Stoccolma. E così, una volta finita l’università, avevo deciso di tornare a essere come prima. Avevo capito che ciò che mi definiva non era il mio aspetto, ma quello che c’era dentro il mio cuore e dentro la mia testa.

Forse era proprio questo che avrei dovuto temere più di tutto il resto.

Camminavo nella neve. La stradina era deserta e illuminata da pochi lampioni. Avvolta in un ampio piumino, che mi arrivava fin quasi ai piedi, e con un cappuccio di pelliccia e una grossa sciarpa, potevo sembrare chiunque, anche un uomo. Avanzavo con calma, controllando di tanto in tanto sul cellulare se stessi andando nella direzione giusta.

Un leggero brusio mi raggiunse. In lontananza potevo vedere un locale illuminato da una grande insegna. Qualcuno stava entrando, ma, quando chiuse la porta, il rumore cessò del tutto. Mi diressi verso di esso e mi mescolai a un gruppo di altre persone del luogo. La mia conoscenza del tedesco era scolastica e sperai che nessuno mi rivolgesse la parola.

Tenni gli occhi bassi finché non fui all’interno. Un improvviso calore mi colpì. La gente ballava e beveva birra. Un gruppo suonava sul palco, ma la cosa più impressionante era la cacofonia delle voci e delle risate prodotte da quella massa di persone.

Presi ad attraversare la folla con cautela. Un uomo, grande il doppio di me, mi si parò davanti con il suo boccale in mano e mi disse qualcosa. Nel frastuono generale non riuscivo a sentire le sue parole, ma tanto non le avrei capite. Sorrisi e feci no con la testa, sperando che questo bastasse. Lui mi sorrise e si fece da parte, rivolgendo le sue attenzioni alla donna dietro di me.

La calca era tale che ci misi alcuni minuti per attraversare la sala e raggiungere la porta che collegava il locale al piccolo albergo posto sopra di esso. La reception a quell’ora era vuota. Gli ospiti avevano anche la chiave dell’ingresso principale dello stabile, affinché potessero entrare e uscire a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Mi guardai intorno alla ricerca di un luogo che non desse nell’occhio, da cui osservare il via vai degli ospiti. La persona che stavo cercando forse adesso era nel locale, ma poteva essere già in camera e non sapevo di quale camera si trattasse. Forse avrei potuto scoprirlo.

Mi avvicinai con circospezione al bancone e mi sporsi per vedere se il computer fosse acceso. Un salvaschermo con il classico campo stellare appariva sul monitor. Forse ero stata fortunata.

Allungai la mano per toccare il mouse, ma in quel momento sentii delle voci alle mie spalle. La ritrassi appena in tempo, prima che una giovane coppia entrasse nella stanza. Ridevano, mentre camminavano abbracciati. Le loro guance erano rosse per il freddo e l’alcol. Nel vedermi lì, parata davanti al bancone, si fermarono e mi squadrarono. Tirai fuori il cellulare e finsi di controllare i messaggi, al che i due tornarono alle loro risate e si diressero verso le scale, salutandomi con un Gute Nacht!

Ripetei quelle parole con tono distratto, ma drizzai le orecchie ad ascoltare i loro passi fino al piano superiore, poi nel corridoio. La chiave elettronica venne inserita nella serratura, la porta aperta e poi chiusa di colpo. In un attimo fu di nuovo silenzio.

Messo via il cellulare, mi voltai ancora verso il bancone e questa volta raggiunsi il mouse. Come lo toccai, il salvaschermo scomparve lasciando al suo posto una casella per l’inserimento di una password.

Merda. Non poteva essere così facile.

Mettendo da parte ogni cautela, girai intorno al bancone e mi avvicinai al pannello appeso al muro con le piccole cassette postali riservate alle camere. Ve ne erano ben poche vuote. Al loro interno vi erano delle piccole buste tutte uguali. Chissà cosa contenevano. Iniziai a controllarle una per una nella speranza che fosse indicato il nome del destinatario, ma erano prive di qualsiasi scritta esterna e ben sigillate. Rivolsi di nuovo l’attenzione al mobile. Agli ospiti veniva chiesto di firmare un modulo al momento dell’accettazione e quei fogli dovevano essere da qualche parte. Mi abbassai e aprii degli sportelli. Al loro interno vi era di tutto: risme di carta ingiallite, una vecchia tastiera di computer, cavi di varie dimensioni e forme, ma nessun registro o archivio. Ne usavano di certo uno elettronico. Nonostante l’aspetto rustico del posto non si erano chiusi del tutto alla tecnologia.

Sconsolata mi lasciai scivolare sul pavimento. Ero vicina e allo stesso tempo lontanissima.

Il rumore di una porta e dei passi mi fecero sussultare.

Non sapevo cosa fare. Se mi fossi sollevata, la persona che era entrata nella stanza avrebbe trovato sospetto il mio comportamento. Forse, se fossi rimasta ferma, non si sarebbe resa conto della mia presenza e sarebbe filata dritta in camera.

E se fosse stato uno del personale?

I passi si fermarono. Potevo quasi immaginare la persona davanti al bancone. Poi ci fu il suono di una campanella. Chiunque fosse, doveva trattarsi di un ospite. Per un secondo valutai la possibilità di sbucare da dietro il mobile e fingere di essere una dell’albergo, ma la scartai subito. Il mio tedesco era pessimo e la possibilità che si trattasse di uno straniero era bassa. Se, però, si fosse affacciato oltre il bancone, mi avrebbe visto.

Lo sentii muoversi, indeciso sul da farsi. Infine riprese a camminare. Udii che andava verso le scale. Vinta dalla curiosità, mi affacciai per osservarlo alle spalle. Era un uomo non particolarmente alto, dal fisico robusto, aveva i capelli brizzolati.

Omar! chiamò una voce femminile dalla parte opposta della stanza. Non l’avevo sentita entrare.

Rimasi come paralizzata. Sapevo di dovermi ritrarre nel mio nascondiglio, ma dovevo vedere il volto di quell’uomo. Si girò un attimo dopo, per rispondere alla donna. Parlava una lingua che non comprendevo. Nel vederlo in viso ebbi un tuffo al cuore.

La donna disse qualcos’altro, poi sembrò tornare da dove era venuta, perché non la sentii più. Omar riprese a salire le scale. Aspettai che avesse passato la prima rampa per seguirlo. Mi muovevo come un gatto, cercando di far in modo che il rumore dei suoi passi coprisse quello dei miei. Adesso stava camminando nel corridoio. Mi affacciai dietro l’angolo per vedere in quale camera fosse diretto. Si fermò davanti a una porta e infilò la chiave. Mentre la serratura emetteva un leggero bip di riconoscimento, fece per voltarsi verso di me. Colsi quel movimento e mi nascosi ansimante, nella speranza di non essere stata vista. Dopo un breve istante d’esitazione, sentii la porta aprirsi, i suoi passi mentre entrava nella stanza e infine la porta chiudersi.

Respirai in silenzio per alcuni minuti, cercando il coraggio per fare la mossa successiva. La donna che era con lui, probabilmente sua moglie, sarebbe tornata da un momento all’altro. Non potevo rimandare. Chiusi gli occhi e poi li riaprii e mi misi a camminare con determinazione verso la porta. Una volta davanti a essa esitai ancora, tenendo la mano a mezz’aria. Potevo tornare indietro e andarmene via. Tra una settimana sarei partita per il viaggio più importante della mia vita e non riuscivo a credere che stavo sprecando gli ultimi giorni sulla Terra in quel modo.

Quasi senza che io la comandassi, la mia mano colpì la porta. Adesso era tardi per qualsiasi ripensamento.

Leila? disse la voce di Omar dall’altra parte.

Non risposi, ma subito dopo la porta si aprì. Quando mi vide, il suo sorriso svanì e si limitò a guardarmi con curiosità.

Ciao, papà.

Non era stato facile, ma alla fine mi ero sentita per la prima volta padrona di me stessa, capace di decidere della mia vita e della mia identità. Poi mi ero ritrovata nella stessa squadra con Hassan, che aveva sostituito all’ultimo momento il medico selezionato per la missione, con la consapevolezza che sarebbe stata una delle quattro persone con le quali avrei vissuto in un altro pianeta. E ciò aveva frantumato tutte le mie certezze.

Vi era la speranza che in futuro altri ci avrebbero raggiunto. E si era parlato anche della possibilità, fra una decina di anni, di ritornare, per quelli di noi che l’avessero voluto. Il cancro di Dennis, però, aveva fatto sorgere il dubbio che le previsioni sulle esposizioni alle radiazioni, durante il viaggio di andata e la permanenza, fossero state un po’ troppo ottimistiche e ciò aveva drasticamente ridotto la probabilità di una nuova spedizione in tempi brevi. In circa trent’anni dalla precedente missione su Marte, che si era rivelata un totale fallimento, non si erano fatti abbastanza passi avanti su questo aspetto. Si era creduto che fosse un problema risolto, senza considerare che i precedenti astronauti non erano vissuti abbastanza per dimostrarlo.

Adesso tutto questo non aveva più importanza.

Quando il sole tramontò, durante il primo giorno di viaggio, e il buio calò sul planum, fermai il rover, lasciando attivo solo il supporto vitale. Viaggiare nell’oscurità non aveva senso. Mi sdraiai sul retro e iniziai a osservare le stelle attraverso il tettuccio trasparente. Le costellazioni non erano diverse da quelle sulla Terra, ma lo era la loro posizione nel cielo. Qui non vi era inquinamento luminoso né grandi nuvole. L’atmosfera aveva una pressione inferiore all’1% di quella terrestre. Il risultato era una vista mozzafiato. Un numero impressionante di stelle davanti ai miei occhi con la Via Lattea che come un fiume attraversava di netto il cielo sopra di me.

Lasciai volare la fantasia, che mi riportò sulla Terra, quando da ragazzina osservavo il firmamento notturno con la stessa meraviglia. In tutti quegli anni non aveva mai smesso di farmi quell’effetto.

Quel pensiero mi accompagnò dolcemente fino al sonno. Fu uno dei più pacifici dal mio arrivo sul pianeta rosso, forse perché sentivo di aver raggiunto tutto quello che avevo sempre desiderato e non chiedevo altro che diventare un tutt’uno con le stelle stesse.

La vedi? disse Robert, indicando una stella particolarmente grande fuori da un finestrino della sezione posteriore dell’Isis. Da qualche giorno la Terra si era trasformata da una pallina blu a un punto luminoso. Era così che l’avremmo vista da ora in poi.

Fummo colpiti da un’improvvisa malinconia.

risposi.

Mi manca già commentò Robert.

A me no. Non c’era più niente per me laggiù.

Ho qualcosa da mostrarti. Aveva uno sguardo complice. Ma devi promettere che non lo dirai a nessuno.

Incuriosita sorrisi e annuii.

Vieni con me.

Andammo nella sezione centrale, in cui era stata ricreata una gravità artificiale simile a quella di Marte, che facilitava il movimento e nel contempo permetteva di iniziare ad abituarsi a quelle che sarebbero state le condizioni di vita e lavoro per il resto dei nostri giorni. Qui si trovavano anche i nostri alloggi. Robert mi fece strada verso il suo.

Che intenzioni hai? chiesi sospettosa.

Dai, sorella, non voglio saltarti addosso! Rideva del mio atteggiamento, come al solito. Entra.

Divertita dalla situazione decisi di ubbidirgli. Chiuse la porta alle nostre spalle.

Ricordati che hai promesso.

Okay. Scandii la parola, cantilenandola.

La bocca di Robert si allargò in un ampio sorriso. Pareva soddisfatto della risposta. Poi con fare circospetto, del tutto inutile visto che eravamo soli, aprì uno degli scomparti e tirò fuori una scatola per la conservazione di sementi. Che cosa se ne faceva un ingegnere aerospaziale di una roba del genere?

"Ho portato qualcosa che potrebbe ritornare molto utile, se piantata nella serra su Marte."

Lo osservai perplessa, ma evitai di fare commenti.

Lui ammiccò, poi con tutta calma sollevò il coperchio e mi rivelò l’interno. Vi erano dei semi molto particolari. Anche se non fossi stata una biologa, li avrei riconosciuti con una certa facilità.

Tu vuoi che pianti della marijuana nella nostra serra?! Ero indignata.

Non urlare! mi rispose lui sottovoce, sottolineando il concetto con un cenno delle mani. Sei pazza? Se ti sente Dennis, butterà via tutto.

Tu sei fuori di testa.

Oddio, Anna, adesso non fare la puritana con me. Dobbiamo passare il resto della vita su un pianeta desertico senza superalcolici, partite di basket e discoteche. Avremo pur bisogno di un po’ di movimento?

Scossi la testa in disapprovazione.

Senza considerare gli usi medici.

Bella scusa.

Fammi questo favore. Con un gesto teatrale congiunse le mani per pregarmi.

Man mano che mi avvicino al canyon, i dettagli della sua conformazione diventano sempre più chiari. La sua bellezza nuda, priva della grazia donata dalla vita, mi affascina, lasciandomi a bocca aperta.

Il rover sobbalza. Procedendo alla massima velocità, ha urtato un grosso masso. Il terreno è diventato più accidentato. Devo rallentare.

Avanzo con cautela, portando il mezzo più vicino allo strapiombo. Evito, però, di raggiungerne il margine. Non conosco la qualità della roccia in quel punto e non ho idea se reggerebbe il peso. Mi fermo, tenendo il motore acceso, a contemplare la meraviglia dello spettacolo naturale che si estende davanti ai miei occhi. Per quanto si ritenga che in passato su Marte ci sia stata dell’acqua allo stato liquido, testimoniata dalla presenza di letti asciutti di fiume disseminati sulla sua superficie, questo sistema di canyon pare avere un’origine diversa. Le fratture, create da fenomeni sismici, nel corso di milioni di anni sono state modellate dall’anidride carbonica sfuggita dal sottosuolo a grande velocità, erodendole proprio come avrebbe fatto il moto impetuoso dell’acqua.

Tiro fuori la fotocamera e inizio a scattare. Rimanendo ferma in un punto, però, ben presto esaurisco tutte le inquadrature possibili. Sono tentata dall’indossare la tuta e uscire a fare un giro. In quel momento realizzo che, da quando sono partita, non ne ho ancora controllato l’autonomia d’aria.

Spengo il motore. Non voglio sprecare energia, oltre quella necessaria per il supporto vitale e la strumentazione. Mi libero dalle cinture di sicurezza e vado sul retro. L’indicatore della tuta è all’80%, vale a dire che le ore a disposizione non sono dieci, ma solo otto. Poteva andarmi peggio. Se esco cinque minuti per scattare qualche foto, non farà una grande differenza.

Senza perdere altro tempo mi preparo, depressurizzo il veicolo e vado a fare questa piccola passeggiata.

La vista col casco in realtà non è poi molto più confortevole di quella attraverso il parabrezza. Un tenue vento solleva la polvere a ogni mio passo. Ho già toccato più volte quella sottile sabbia all’interno della Stazione Alfa, ma adesso mi ritrovo a chiedermi che sensazione proverei a stare sdraiata su di essa sotto il sole. Controllo il valore della temperatura attraverso la realtà aumentata, di cui è dotato il casco, che mi permette di vedere tutta una serie di informazioni utili davanti ai miei occhi, come se facessero parte dell’ambiente circostante. Indica poco più di cinque gradi Celsius. Fa freddo, ma non così freddo.

Se solo l’atmosfera non fosse così rarefatta.

Lascio perdere le mie fantasticherie. Mi stanno portando via secondi preziosi, che dovrei usare in maniera più sensata. Con la fotocamera in mano, cammino verso il margine del canyon, catturando immagini sempre diverse.

Spero che le foto stiano venendo bene. Dal piccolo schermo sul retro dell’apparecchio non si capisce un granché. Non sono mai stata una grande fotografa. Riesco a sprecare anche gli scatti più semplici. Ma adesso l’illuminazione è perfetta, il sole è alto. I vari strati di roccia paiono brillare di luce propria. Sembra incredibile che tanta bellezza sia soltanto frutto del caso.

D’un tratto un piede scivola sul terreno e, prima che io possa compensare la perdita di equilibrio, mi ritrovo lunga distesa a terra. La schiena sbatte sul dispositivo di respirazione e la testa viene proiettata all’indietro, piegando il collo. Il casco urta una pietra e il contraccolpo mi investe, stordendomi. La luce diventa sempre più forte, costringendomi a chiudere gli occhi, mentre mi pare di sentire come una musica lontana, che mi culla dolcemente.

Riapro gli occhi di scatto, ansimando. Sono ancora sdraiata sul terreno. Il sole è sopra di me. Sollevo con cautela il braccio destro, per controllare gli indicatori della tuta. Sembra tutto a posto. Non si nota nessun calo di pressione. Sono stata avventata. Avrei potuto danneggiarla e in breve tempo sarei morta tra atroci dolori.

Per un attimo ripenso a Michelle, che si è suicidata cercando di uscire dalla stazione senza la tuta. Il suo corpo si è gonfiato orribilmente nella camera di equilibrio, finché i suoi tessuti più superficiali sono esplosi. I loro resti si sono sparsi sulla soglia verso l’esterno, il cadavere l’ha bloccata. Siamo dovuti passare per l’uscita sul lato opposto della stazione per spostare ciò che era rimasto di lei, che nel frattempo si era congelato. Abbiamo cercato di pulire, ma il suo sangue rappreso si era insinuato ovunque.

Non riesco a credere che abbia deciso di togliersi la vita in quel modo. Il dubbio che qualcuno l’abbia spinta lì dentro e abbia azionato la porta per ucciderla non mi ha fatto dormire un sonno decente per notti intere. E, se ora sono qui, in parte è dovuto proprio a quel dubbio.

Cerco di respirare profondamente per calmarmi. Ho perso conoscenza solo per un paio di minuti. Con attenzione mi sollevo da terra. La fotocamera è legata alla tuta con un cordino e pare non essersi danneggiata. Mi alzo e torno verso il rover.

Basta con le passeggiate, per un po’.

Una volta dentro, mi libero dell’equipaggiamento e mi adagio sul sedile. Inizio a scaricare le foto, che vengono subito visualizzate sullo schermo del cruscotto, e attivo la connessione al satellite. Come inizio l’upload, mi appare una notifica.

Messaggio in arrivo recita la fredda voce del computer.

Per un attimo penso che sia ancora Hassan, che sta cercando di contattarmi, utilizzando la trasmissione satellitare, ma poi leggo sulla realtà aumentata del parabrezza che proviene da Houston e che è stato registrato cinque ore prima. È il controllo missione, che tenta di convincermi a tornare indietro. Sono proprio curiosa di sentire che cosa si sono inventati.

Attivo la riproduzione del video e lo schermo virtuale si riempie con il viso di una persona.

Anna… ciao. A dire la verità non sono affatto convinto che l’avermi chiesto di parlarti sia stata un’idea azzeccata. Ma sono qui adesso e devo provare a farlo.

Incredula, mi porto una mano al volto. Jan sussurro, mentre osservo l’immagine dell’unico uomo che abbia mai amato in tutta la mia vita.

Camminavo il più in fretta possibile, per quanto me lo permettessero i tacchi e la pavimentazione del centro storico. Non riuscivo a credere che stavo per fare tardi a uno degli appuntamenti più importanti della mia vita. Avevo preso un hotel da quelle parti, proprio per essere certa di raggiungere con comodo a piedi la Grand Place, senza dover contare sui mezzi pubblici e rischiare di essere bloccata dal traffico del mattino.

Una donna, Maggie Moore, che si era definita assistente del vicedirettore Francis del Johnson Space Center di Houston, mi aveva avvicinata alla fine di una conferenza di esobiologia organizzata dall’ESA a Parigi, chiedendomi, in modo quasi casuale, se mi sarebbe piaciuto poter mettere in pratica le mie conoscenze scientifiche sul campo. Per esempio su Marte aveva detto.

Nel sentir nominare il pianeta rosso mi erano di certo brillati gli occhi, perché, senza che io avessi proferito parola, la donna aveva sorriso e allungato un suo biglietto da visita, sul retro del quale erano indicati una data, un orario e La Chaloupe D’Or, il nome di un locale che si affaccia sulla Grand Place di Bruxelles.

Mi stavo facendo strada tra le orde di turisti e cercavo di ignorare il mio stomaco, che reagiva con violenza ogni volta che il profumo di waffel caldi raggiungeva le mie narici. Ero abituata a mangiare appena sveglia, ma mi ero alzata in ritardo e adesso contavo proprio su quella colazione di lavoro per non svenire dalla fame, sempre che ci fossi arrivata tutta intera.

Avvertii la manica sinistra del cappotto agganciarsi a qualcosa, che si muoveva nella direzione opposta alla mia, facendomi voltare di scatto. In quel movimento scomposto la mia borsetta mi scivolò dalla spalla, rovesciando per terra gran parte del suo contenuto.

Merda! Osservavo sconsolata tutto quel disastro. Adesso sarei arrivata di sicuro in ritardo. Mi chinai per raccogliere quella miriade di oggetti, mentre la gente mi girava intorno, senza neppure rallentare.

Excuse-moi, mademoiselle, je suis désolé disse una voce maschile, poi il suo proprietario si chinò a sua volta per aiutarmi.

Lasci stare gli risposi stizzita, mentre recuperavo un portacipria, che si era aperto in seguito alla caduta e aveva sparso un po’ della sua polvere dappertutto. Si era persino rotto il vetro. Bene, oggi è proprio la mia giornata.

Mi permetta di darle una mano insisté l’uomo.

Parlava inglese con un accento strano. Anche se poco prima si era rivolto a me in francese, quella non doveva essere la sua lingua madre. La sua voce m’incuriosì a tal punto che sollevai il viso per guardarlo e ne rimasi quasi accecata. Aveva i capelli rossi e gli occhi verdi. Il volto coperto da una corta barba di pochi giorni era disseminato di lentiggini. Non era certo l’uomo più bello che avessi mai visto, neanche si avvicinava al mio ideale estetico, eppure c’era qualcosa di penetrante nel suo sguardo. Emanava un fascino magnetico. Si trovava a mezzo metro da me e, nonostante il freddo e il pesante cappotto che indossava, avrei giurato di sentire il profumo della sua pelle.

Mi scusi dissi, mentre infilavo nella borsa gli ultimi oggetti. Non volevo essere sgarbata. Mi risollevai in piedi, imbarazzata, e lui fece altrettanto, poi mi sorrise divertito. Non potei fare altro che rispondere a quel sorriso.

Non si preoccupi. Continuava a fissarmi. Andavo di fretta, è stata colpa mia.

In quel momento mi resi conto che avevo quasi dimenticato il mio appuntamento.

Oh, cavolo! Devo proprio andare. C’era urgenza nelle mie parole, ma per qualche motivo non riuscivo a muovermi.

Anch’io disse l’uomo, indicando con la mano la sua direzione, che era esattamente opposta alla mia.

Lo guardai ancora per qualche istante. Speravo che succedesse qualcosa che prolungasse quell’incontro. Avrei voluto chiedergli di venire con me. Non mi importava più della NASA o di Marte. Lui aprì la bocca e per un attimo pensai che avrebbe parlato, ma non lo fece.

Mi scusi ancora fu tutto quello che riuscii a dire. Lo salutai con un cenno, prima di voltarmi e andare via.

Cinque minuti dopo ero seduta a un tavolo all’interno del locale, sola. Guardavo nervosamente l’orologio. Il posto era giusto e pure l’orario. Il tavolo era stato prenotato a nome della Moore, ma quando ero arrivata non vi avevo trovato nessuno. Ne approfittai per ricompormi e sistemare meglio la borsa. Avevo buttato tutto dentro alla rinfusa, senza fare molta attenzione, e adesso avevo la costante sensazione che mancasse qualcosa.

Dottoressa Anna Persson mi sentii chiamare. Un uomo sulla quarantina si era avvicinato al tavolo e mi porgeva la mano. Sono Dennis Francis.

Mi aspettavo di incontrare la Moore e invece di fronte a me c’era un vicedirettore di una delle più importanti sedi della NASA. Era più giovane di quanto pensassi e nel vederlo mi resi conto che il suo volto non mi era affatto sconosciuto. Credevo si trattasse del solito funzionario, invece quello era un vero astronauta. Era diventato famoso una decina di anni prima come portavoce della missione d’installazione di una base permanente sui bordi del cratere Shackleton nel polo sud della Luna, nell’unica area del nostro satellite che rimane quasi sempre illuminata dal Sole, senza essere soggetta a estreme escursioni termiche.

Scattai in piedi per la sorpresa e gli strinsi con slancio la mano. È un vero piacere conoscerla! Provavo una sincera ammirazione nei suoi confronti e mi sentivo non poco intimorita dall’essere in sua presenza.

Ci sedemmo e iniziammo a parlare del più e del meno, mentre aspettavamo l’ordinazione. Era un uomo affabile e, nel rendersi conto del mio nervosismo, si prodigò per mettermi a mio agio. Sembrava che lui avesse anche più fame di me, visto che, quando arrivò la sua colazione, si mise a mangiare con gusto, interrompendo quasi del tutto la conversazione. Mandai giù un pezzo di croissant e bevvi un sorso di tè, prima di trovare il coraggio di parlare.

La signora Moore mi aveva accennato a proposito di un qualche progetto che riguarda Marte… suggerii, per poi attendere che lui continuasse.

Mi guardò da sopra la sua tazza di caffè e, dopo averla posata con tutta calma, mi rivolse un sorriso sornione. Dottoressa Persson, cosa ne penserebbe di diventare uno dei primi colonizzatori di un nuovo pianeta?

Rimasi a fissarlo confusa per qualche istante, incapace di articolare alcun suono. Volevo dire ‘Mi prende in giro?’, ma poi riuscii soltanto a far uscire dalla mia bocca un misero: Prego?

In quel momento sentii squillare il mio cellulare. Imprecai sottovoce per aver dimenticato di silenziarlo. Non sapevo se avessi dovuto ignorarlo oppure no.

È il suo?

Credo di… sì balbettai.

Mi fece un gesto con la mano per indicarmi di rispondere, al che presi la borsa e iniziai a cercarlo. Cosa ben difficile in quella confusione. Poi mi resi conto che l’avevo messo nella tasca del cappotto. Allungai una mano e lo afferrai. Sul display compariva un numero a me sconosciuto. Perplessa premetti il tasto di risposta.

Pronto?

Anna Persson? disse una voce vagamente familiare all’altra estremità del filo.

Sì… chi parla? domandai sempre più incuriosita.

"Ci siamo incontrati poco fa per la strada. Ricorda? L’incidente con la

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