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Russia e Jazz

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Russia e Jazz

valutazioni:
4/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
267 pagine
3 ore
Pubblicato:
11 dic 2013
ISBN:
9781310535116
Formato:
Libro

Descrizione

Tra le tante culture che si sono fuse nel crogiuolo del jazz, quella degli emigrati russi in America rappresenta una fetta non trascurabile. Strumentisti, cantanti, impresari e songwriters hanno tutti contribuito alla nascita della musica popolare americana, una delle fondamenta più importanti, assieme al blues, su cui il jazz ha costruito la propria storia.
Nondimeno, durante tutto il percorso di sviluppo di questa nuova musica, è costante la presenza di un filo che lega i grandi compositori classici russi ai protagonisti del jazz. Un legame fatto di nuovi approcci armonici, di nuove combinazioni sonore e, soprattutto, della bramosia di esplorare terreni musicali sconosciuti.

Pubblicato:
11 dic 2013
ISBN:
9781310535116
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

I am a musician and a mechanical engineer and work in informatics. I love jazz and classical music and everything that relates to the topic.


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Anteprima del libro

Russia e Jazz - Giuliano Nora

Indice

Introduzione

America, storia di emigrazioni

Russia: un popolo e la sua musica

Modest Musorgskij

Debussy, il compositore amato dai jazzisti

Igor Stravinskij, cittadino del mondo

La musica popolare russa

La musica popolare americana e il jazz

Tin Pan Alley e l'industria musicale americana

Dalle canzoni agli standard del jazz

Songwriters

George Gershwin

Compositori classici in America e classici a metà

Ebrei in musica

I jazzisti e la musica europea

I primi modernisti nel jazz

Bandleaders

Artie Shaw e Benny Goodman

Woody Herman

Duke Ellington

In and out of the Cool

Gil Evans

Produttori e impresari

Pianisti nell'era del Cool Jazz

L'età del jazz modale

Bill Evans: le prime incisioni

Dalla pratica alla teoria: libri e scuole di jazz

Andata e ritorno: dagli Stati Uniti alla Russia

Conclusioni

Note

L'autore

Bibliografia

Introduzione

Il jazz è per definizione una musica fatta di contaminazioni.

E’ probabilmente la musica in assoluto più cosmopolita, più aperta alle influenze di varie parti del mondo. Lo è già a partire dalle sue origini, è una musica che nasce dai neri, i figli degli schiavi, un popolo di deportati che riversa nell’arte la propria storia ed il tormento di uomini e donne che si sono dovuti adattare a vivere in un mondo che non è il loro.

Il jazz nasce da subito come una musica libera, senza i pregiudizi dell’ambiente circostante, una musica in cui quello che conta è come si suona, la vera sostanza, a prescindere dal colore della pelle. Anche se qualcuno, nel corso della storia, ha cercato di appropriarsene e di chiudere le porte a chi non era gradito (a seconda del momento sono stati i bianchi, i neri, i seguaci del jazz-rock, i tradizionalisti), alla fine ha sempre vinto la vera natura di questa straordinaria forma d’arte, che è sempre riuscita ad arricchirsi da ogni nuova idea o tendenza.

Diceva Miles Davis, riferendosi a Bill Evans:

"… lo assumo immediatamente, anche se è verde e con il fiato rosso. Io assumo per come uno suona, non per il suo colore".

Questa frase sintetizza lo spirito del quale il jazz è intriso.

Gli Stati Uniti del XX° secolo sono la terra dalle mille opportunità, il paese in cui un uomo appena sbarcato, con nulla in tasca, può fare fortuna. E in questo coacervo di culture diverse una nuova musica che si sta formando diventa una chance per tanti artisti immigrati, desiderosi di far valere le proprie capacità.

Il fatto che il jazz nasca dai neri, i più emarginati, appena usciti dalla condizione di schiavitù, dà spazio a tanti musicisti di diversa provenienza di poter dire la loro ed inserirsi in questo straordinario processo creativo. Non è un caso che quello che viene riconosciuto come il primo disco di jazz venga registrato nel 1917 dalla Original Dixieland Jass Band, un gruppo di bianchi, per di più con un band leader di origine italiana, Nick La Rocca, che, grazie alla loro razza, potevano avere più facilmente accesso al mondo del business musicale.

Già dall’inizio, quindi, sono tanti i popoli che possono rivendicare un’influenza sul jazz, oltre agli afroamericani. Gli italiani, la cui migrazione verso il nuovo mondo era iniziata già negli ultimi decenni del 1800, hanno segnato la prima fase del jazz con musicisti come il già citato Nick La Rocca, Eddie Lang (Salvatore Massaro), Leon Roppolo. Più tardi saranno i nomi di Tony Scott, Jimmy Giuffre, Scott La Faro, Lennie Tristano, Pete Rugolo a definire, insieme a tanti altri, un’impronta italiana nel jazz.

I francesi, originariamente i colonizzatori della Louisiana e di New Orleans, hanno contribuito a loro volta alla nascita della nuova musica; mescolandosi con gli africani deportati come schiavi hanno dato origine alla popolazione creola, che grande influenza ha avuto sul jazz. Il musicista creolo più noto è sicuramente Sidney Bechet, il cui ruolo per lo sviluppo della musica afroamericana e del saxofono jazz è fondamentale. Ma a New Orleans altre importanti famiglie creole, come quella dei Tio, hanno assunto una funzione didattica per i musicisti che diventeranno simbolo della nuova musica (Barney Bigard e lo stesso Sidney Bechet).

Naturalmente non sono da dimenticare le influenze inglesi, il paese che in misura maggiore ha colonizzato gli Stati Uniti. Su questo versante, sarebbe molto interessante esplorare come le musiche folcloristiche inglesi, irlandesi e scozzesi abbiano inciso sul jazz.

L’oggetto di questo studio è invece l’apporto che al jazz è stato dato da tutte le popolazioni che dall’Europa dell’est sono sbarcate sulle coste del Nord America, una forte corrente migratoria, in particolare di molte famiglie ebree, che, dalla Russia o dai paesi sotto la sua egemonia, hanno cercato fortuna e libertà nel nuovo mondo. La presenza vivacissima nelle arti e nelle scienze degli uomini e delle donne provenienti da queste aree geografiche porta a pensare che essi siano responsabili di una grande parte dello sviluppo di questa nuova nazione e della sua musica.

Parliamo intenzionalmente della musica in senso lato e non solo del jazz, perché i primi decenni del XX secolo sono anche il momento in cui prende forma la musica popolare americana, quella stessa musica che, grazie alla nascente industria dello spettacolo, colonizzerà in breve il mondo intero.

L’apporto della Russia alla musica americana è legato inizialmente alla presenza della forte immigrazione da quel paese, ai grandi personaggi, immigrati o figli d’immigrati, che hanno dato il loro apporto alla formazione di uno stile, un modo di calare l’arte musicale in una nazione spregiudicata e in rapido movimento. Parallelamente a questo, esiste un canale di comunicazione culturale tra l’America e l’Europa, che tiene viva l’attenzione dei musicisti americani verso i compositori europei e russi e fa loro esplorare strade nuove, come a riscoprire nel corso del secolo una storia musicale millenaria che non appartiene alla giovane nazione statunitense.

Nel contempo anche i compositori del vecchio continente si accorgeranno della nuova, sconvolgente musica d’oltreoceano e la faranno propria, pur adattandola ad un diverso linguaggio e con risultati non sempre felici.

L’analisi di queste reciproche influenze viaggia parallelamente al percorso, ampiamente studiato, della musica jazz da una parte e di quella europea dall’altra e può essere capito solo analizzando gli specifici eventi e, soprattutto, le brillanti personalità che sono state coinvolte in questi processi.

America, storia di emigrazioni

La musica jazz si è sviluppata in un arco di tempo molto breve rispetto ad altri generi musicali, tutta concentrata in un turbinoso XX secolo.

Il cosiddetto Secolo breve, così ben descritto dal recentemente scomparso Eric Hobsbawm è stato un periodo storico molto denso di sconvolgimenti politici e sociali, un secolo di grandi innovazioni tecnologiche che hanno cambiato il modo di vivere delle persone. In un analogo arco temporale, di una settantina d’anni, si è compiuta la parabola che ha portato allo sviluppo del jazz come musica matura e degna di essere studiata nelle scuole, un percorso che difficilmente si sarebbe potuto immaginare per un’arte nata nelle strade dei quartieri neri di New Orleans. Lo stesso Hobsbawm ha analizzato efficacemente, nella sua Storia sociale del Jazz, i risvolti sociali dello sviluppo di questa musica.

Come abbiamo detto, molte sono le culture che possono rivendicare un contributo alla primogenitura del jazz, il ché discende direttamente dalla situazione sociale degli Stati Uniti d’America. Da giovane nazione quale era, essa stava ancora vivendo, ai primi del Novecento, il processo di definizione della propria identità, anche nel campo delle arti.

E’ stupefacente pensare, in special modo, a quanto grande sia stato il contributo alla formazione della musica popolare americana da parte di una nazione come la Russia, che, nel corso di tutto il XX secolo ha vissuto una situazione molto conflittuale con gli Stati Uniti.

Usa e Urss si fondano su ideali politici che sono agli antipodi e porteranno, dopo la seconda guerra mondiale, all’instaurarsi di un clima di perenne tensione noto con il termine di "Guerra fredda", che metterà in pericolo il mondo intero per decenni. Non è un caso che Hobsbawm identifichi la conclusione di questo clima di tensione, il momento dello scioglimento dell’URSS nel 1991, come la fine del secolo del Novecento.

Questa rivalità, nata da una differenza di visione politica, si è trasformata in breve in una contesa che ha investito molti campi delle attività umane, dalla scienza allo sport, dalla tecnologia alla cultura. Molti successi dell’una o dell’altra parte nei campi più svariati sono stati assunti a simbolo della supremazia di una o dell’altra potenza. Prendiamo ad esempio le conquiste spaziali, lo "Sputnik 1" e Yuri Gagarin a segnare il successo dell’Unione Sovietica, poi la conquista della Luna come rivincita degli Stati Uniti. Queste sono sfide che coinvolgono gli alti livelli tecnologici raggiunti dai due paesi, ma, a livello simbolico, sono altrettanto importanti le sfide nel campo dei giochi. Basta ricordare l’enfasi calata sulla sfida a scacchi tra Bobby Fischer e Boris Spasskij, vinta dall’eccentrico campione americano nel 1972, per la prima volta in un campo dominato per tradizione dai russi.

Mentre il mondo vive questi contrasti tra le sue due massime potenze, armate di ordigni e d’ideologie, la cultura artistica, quella vera, che non trova posto nella propaganda giornaliera, tiene gli occhi e le orecchie ben accese a cogliere i mutamenti e le innovazioni che giungono ora da una parte, ora dall’altra. Nel campo della musica questo canale di comunicazione rimane sempre aperto nel corso di tutto il secolo, in entrambe le direzioni. La rivalità mostrata dalla politica dei due paesi non c’è nel mondo della musica ed è sostituita da un profondo rispetto reciproco, dalla curiosità dell’apprendere le altrui scoperte e farne parte del proprio linguaggio.

Questo fenomeno di mutuo scambio culturale sarà favorito dai movimenti delle persone, dalle emigrazioni che, in particolare nella direzione che dalla Russia porta agli Stati Uniti, trasportano tradizioni e conoscenza da una parte all’altra dell’oceano.

Le prime colonizzazioni russe in America risalgono al XVIII secolo, dopo la scoperta da parte di Vitus Bering dell’omonimo passaggio a nord-est, ma la presenza russa non ebbe molta fortuna e si limitò principalmente all’occupazione dell’Alaska. All’inizio del XIX secolo i coloni russi tentarono d’installarsi, con scarso successo, a nord della California finché, nel 1867, l’Alaska fu venduta agli Stati Uniti.

Furono pochi i russi che si fermarono nella nuova nazione, essenzialmente nel sud dell’Alaska e in California. La vera migrazione iniziò dopo l’Homestead Act del 1862, che concedeva la proprietà di un appezzamento di terreno a chiunque s’impegnasse a coltivarlo con le proprie forze. Un modo per arginare la politica schiavista dei paesi del sud degli Stati Uniti e un’opportunità di crearsi una nuova vita per tanti immigrati in cerca di fortuna.

Coloro che arrivarono dalla Russia dal 1880 al 1915 furono più di tre milioni, complici le dure condizioni di vita del paese d’origine, che soffriva degli aspetti totalitari dell’Impero. Una parte consistente di questo popolo migrante era costituita da ebrei, in fuga dalle persecuzioni dei pogrom dell’imperatore Alessandro III, e s’insediò principalmente a New York. Il popolo ebreo, in fuga da Russia e Germania, fu l’artefice della nascita di gran parte della nuova musica americana.

A questa prima ondata migratoria ne seguì una seconda, negli anni della guerra civile russa successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, dal 1917 al 1922. In questi anni molti furono i russi che fuggirono dal loro paese. Tra loro il compositore e pianista Sergei Rachmaninoff e un Vladimir Dukelsky che, accolto da George Gershwin, seguì il consiglio di rendere più americano il suo nome, diventando un ben più celebre "Vernon Duke".

Una ventina d’anni dopo, gli eventi bellici spinsero altri compositori classici a espatriare verso gli States in modo definitivo. Igor Stravinskij, già naturalizzato francese, e Arthur Rubinstein sono tra gli emigranti più celebri.

A questi nomi se ne aggiungono molti altri, di compositori, direttori d’orchestra, teorici, che, sebbene molto meno noti, hanno fecondato gli Stati Uniti con il loro pensiero artistico ed hanno avuto una parte importante per la crescita della musica americana. Vale la pena ricordare Joseph Schillinger, Nicolas Slonimsky e Leopold Stokovsky, di cui parleremo più avanti in questa trattazione.

Possiamo affermare che i musicisti del jazz hanno avuto ampie possibilità, lungo tutto il corso del secolo, di avvicinarsi a tradizioni culturali così lontane ma divenute improvvisamente facilmente accessibili. Molti di loro hanno manifestato un grande interesse verso la musica classica e verso i grandi autori russi in particolare; qualcuno di essi ha riversato tutto questo anche nella propria musica, mentre per altri l’apprezzamento dimostrato non ha avuto un concreto seguito.

Si ricordi, a tal proposito, che anche il genio del bebop, Charlie Parker, apparentemente lontanissimo dal campo della musica classica, ha dichiarato, negli ultimi anni della sua vita, di voler prendere lezioni da un maestro della musica moderna sperimentale, Edgar Varèse. In realtà questa volontà non si è mai concretata, a causa della morte prematura del sassofonista.

Si potrebbe pensare che siano solo i jazzisti bianchi che si sono avvicinati alla musica europea, ma non è così. Duke Ellington, John Lewis, Charles Mingus sono solo alcuni esempi che ci fanno capire che non c’è un legame tra il colore della pelle e l’interesse per una musica che viene dal Vecchio Continente e quindi è profondamente bianca. La discriminante sta piuttosto nelle condizioni economiche e nella possibilità di avere un’istruzione musicale formale — e in questo sicuramente i neri sono stati svantaggiati — ma non mancano i casi in cui la ferrea volontà di approfondire gli studi a 360 gradi per alcuni musicisti afroamericani è stata più forte delle avversità economiche (le biografie di Charles Mingus e George Russell lo dimostrano).

La natura del jazz, aperto a ogni esperienza nuova, ha fatto sì che possano convivere sotto questo nome sia le musiche ispirate alle composizioni classiche, che le contaminazioni con il rock, sia lo stile New Orleans che il free jazz.

Russia: un popolo e la sua musica

La storia della musica di una nazione non può mai prescindere dalla storia della nazione stessa. La storia di un popolo e la sua organizzazione sociale hanno una ricaduta diretta sulle forme d’arte che hanno origine in quel contesto, così come l’hanno gli eventi storici e la politica adottata da quel paese.

Questo vale specialmente per la Russia e per le sue genti, forti di una profonda identità nazionale e di una storia lunga e spesso travagliata.

Nei primi secoli dopo Cristo il territorio russo è stato abitato da popolazioni di varia origine e da nomadi di passaggio, diretti verso l’Europa occidentale, ma nei secoli successivi si sono insediate più stabilmente etnie slave, nella parte occidentale del paese. Con il regno di Vladimiro I (dal 980 d.C.) è avvenuta la conversione al Cristianesimo, che ha rappresentato un forte elemento unificante, reso ancora più importante dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, quando Mosca ha ereditato da essa il ruolo di capitale della Chiesa ortodossa.

Possiamo dire che, a differenza di altri paesi la cui identità di nazione è molto recente (è il caso dell’Italia), il sentimento di appartenenza ad un unico stato per il popolo russo esiste già da circa un millennio.

Le conquiste territoriali, iniziate già con Ivan il Grande nel XV secolo, hanno trasformato la Russia in un impero, espanso fortemente verso est e comprendente popolazioni di origine asiatica. Con l’incoronazione di Pietro il Grande nel 1682, la Russia imperiale diventa una delle maggiori potenze europee e viene riorganizzata secondo i principi dello Stato moderno occidentale. Nei secoli successivi, però, l’assolutismo dei sovrani che si sono susseguiti e la chiusura culturale verso le modernizzazioni che avvenivano nel resto d’Europa hanno reso la Russia uno dei paesi più arretrati tra le grandi potenze del mondo. Per tutto il XVIII e XIX secolo la popolazione era costituita da contadini, oppressi dai grandi latifondisti e da un rigido sistema burocratico che, assieme alla potente Chiesa ortodossa, sosteneva da sempre il totalitarismo dell’imperatore di turno.

L’organizzazione dello stato di stampo medievale e la conseguente mancanza di una borghesia sul modello di quella europea hanno precluso per secoli lo sviluppo industriale del paese. Solo con lo zar Alessandro II (regnante dal 1855 al 1881) fu abolita la servitù della gleba e furono avviate timide riforme dell’organizzazione fiscale e dell’università, per modernizzare lo Stato. Nonostante la distribuzione di molte terre appartenenti allo Stato ed alla nobiltà, le condizioni delle popolazioni contadine ed operaie non migliorarono molto e portarono alla Rivoluzione Russa del 1905 e poi alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, con la conseguente costituzione dell’Unione Sovietica.

Da allora in poi la storia è nota, il totalitarismo di Stalin e dei suoi successori non ha contribuito a migliorare le condizioni di un popolo che ha sempre vissuto con il proprio Stato un rapporto contrastante, spesso opprimente, e che ha portato alla fuga molti musicisti, artisti, scienziati. Lo scioglimento dell’Unione

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