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E-book114 pagine1 ora

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La Russia ci minaccia con il suo gas? Putin vuole strozzare l’Europa con le sue pipeline? Che sia vero o no, la vera minaccia non è Mosca, ma Pechino.
La sete di energia spinge la Cina a essere sempre più aggressiva per controllare le risorse naturali, dal Mar Caspio al Medio Oriente. E rischia di tagliarci fuori.
Dobbiamo costruire i gasdotti con la Russia prima che sia troppo tardi. “Oro Blu: la contesa del gas tra Cina, Russia ed Europa” cambierà il vostro modo di concepire i rapporti energetici mondiali. Con una certezza: Mosca è molto meno forte di quello che sembra e purtroppo lo siamo anche noi.

LinguaItaliano
Data di uscita13 giu 2013
ISBN9781301654475
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    Anteprima del libro

    Oro blu - Stefano Casertano

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    Unconventional. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto grosso modo 250 miliardi di metri cubi di gas naturale non convenzionale; e dunque di gas "tight", gas da shale (scisti), e gas da letto di carbone (CBM). Tralasciamo l’approfondimento tecnico. Ai nostri fini, basta sapere che è tutto gas che fino a qualche anno fa non si riteneva possibile produrre.

    Un libro non pubblicato, per parafrasare Goethe, è un libro non scritto. Un gas che non si può produrre è un gas che non c’è. Poi però un po’ alla volta hanno imparato a stamparlo; e adesso ce n'è, e tanto. Dieci anni fa, lo avremmo contato zero e avremmo scritto magari tremanti dell’imminente pesante dipendenza degli Stati Uniti dal gas straniero. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto più della Russia (ma magari in prima pagina non l’avete trovato), hanno importato meno del 10% del consumato, e il volume di unconventional che hanno prodotto equivale grosso modo al 100% del volume di gas naturale esportato dalla Russia nel corso dell’anno.

    In Europa, tra ambientalisti e permitting, e (forse) anche una diversa qualità delle risorse, l’unconventional non si riuscirà forse mai a produrlo. Però non c’è nessuno che dica che non c’è. World Energy Outlook, 2009, a pagina 413, cita: "unconventional resources in OECD Europe are large enough to displace 40 years of imports of gas at the current level, assuming recovery rates in line with those in North America". Magari è una bufala peggio dell’idrogeno. Però se anche fosse solo in parte vera questa potrebbe cambiare il mondo. La Polonia, Texas d’Europa. I pellegrinaggi che riscoprono Czestochowa e snobbano Baku, per non parlare di Ashkhabad. Suppongo a qualcuno verrebbe da parlare di rivoluzione geopolitica. In realtà si era solo sbagliato scenario. Quando proiettiamo il domani, non facciamo spesso che proiettare l’oggi. Business as usual.

    Prima istruzione per l’uso. Le risorse naturali preesistono alla politica, e qualche volta la modellano. I combustibili fossili non si formano nelle viscere dei Dipartimenti di Stato e anche se la dinamica dei fluidi è infinitamente più noiosa della politica estera (o forse solo assai più complicata...) non sarebbe male ricordarsi di premettercela. Che poi ne escano modelli con troppe variabili per consentire una predizione dovrebbe essere solo normale. Nel futuro non c’è niente di solito.

    La guerra del gas. E quelle del petrolio. Produttori contro consumatori. Ricatti e complotti e conflitti. In realtà così non funziona. Gli idrocarburi fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale erano essenzialmente made in the U.S.A. Negli anni Trenta, dell’altro secolo, gli Stati Uniti arrivarono da soli ad oltre il 60% della produzione mondiale. Poi si scoprì che la maggior parte di quello che non era in America sembrava quasi per contrappasso essersi andato a depositare lontano dalla Democrazia. Di qui, soprattutto dalla crisi del 1973, lamenti e allarmi e paure per la nostra dipendenza. Facendo magari finta di non capire che chi produce ha spesso più bisogno di chi consuma che non viceversa, perchè al netto della partita energetica il suo PIL rischia l’invisibilità e la sua bilancia dei pagamenti si mette a funzionare solo su un piatto (quello delle importazioni). Togliete gli idrocarburi ad Ahmadinejad e poi vediamo come paga le pensioni (tutti sicurissimi che il nucleare lo faccia con finalità prioritariamente belliche?). Togliete la partita energetica all’amico Russo e ne avrete mutato in recessione lo sviluppo interno dell’ultimo decennio.

    La chiusura selettiva dei rubinetti sin qui si è risolta nel chiudere a chi non pagava e quando ne mancava (2005) nel chiudere selettivamente a chi pagava meno. Che poi in entrambi i casi si trattasse di soggetti statali già appartenenti all’orbita sovietica magari dà il sospetto che fosse complotto imperiale; però dà anche la certezza che la crisi aveva radici nel collasso economico interno. La via del gas russo non è necessariamente una minaccia; e un modo proficuo per provarsi a leggere la politica russa da Putin in poi può assumere le lenti del tentativo di diversificare le fonti di prodotto interno, e leggere come priorità dell’Amministrazione russa, prima e più che di quelle europee, la necessità di ridurre la propria dipendenza energetica. Se bastassero reserve e rendita petrolifera a garantire sviluppo, Nigeria e Congo sarebbero Paesi ricchi.

    Seconda istruzione per l’uso. Per i produttori l’idrocarburo non è (di regola) strumento diretto di politica, ma strumento di finanziamento della politica. Se il prodotto interno è largamente tributario della produzione di idrocarburi non puoi privarti del loro reddito. Poi, dato che il mondo è ormai un grande mercato, e proprio per questo, puoi permetterti di fare il selettivo.

    Gli arabi potevano proclamare l’embargo a Stati Uniti ed Olanda, ma alla fine il loro greggio ci arrivava comunque attraverso quelli cui l’embargo non si applicava. Chavez può proclamare la priorità politica della destinazione del suo greggio, che in pratica vuol solo dire che dove non vende lui vendono gli altri, e l’importante alla fine è che si riesca a vendere tutti. Senza produrre ed esportare non ti paghi né il missile, né la pensione. Non puoi permetterti l’embargo del petrolio o la guerra del gas. Al più, puoi usare petrolio e gas per finanziarti la guerra.

    Uovo e gallina. Senza il petrolio non ci sarebbe l’automobile. Falso. Il motore di Otto era progettato per andare a (gas di) carbone, e il motore di Diesel a vegetali. Il primo motore a combustione interna, quello di Barsanti e Matteucci, addirittura ad idrogeno. È anche vero, però, che senza il petrolio e la sua densità non avremmo così compiutamente sviluppato la premessa della globalizzazione, e dunque la civiltà dell’automobile ovvero della mobilità incondizionata, da punto a punto, di uomini e merci.

    L’intensità e la modalità dell’applicazione del petrolio, in un secolo nel quale il suo maggior problema era che ce n’era sempre troppo, era spronata o frenata dal consumo, e non dalla produzione. Nella vita tutto è concausa; ma incluse le crisi del 1973 e del 1980 è sempre stato molto più lo sviluppo americano a determinare la produzione dello sceicco di quanto lo sceicco non abbia determinato i consumi americani. Il mercato, diceva qualcuno, lo fa la domanda; e a volte è persino vero.

    Terza istruzione per l’uso. La tua capacità di approvvigionamento energetico è anzitutto funzione del tuo mercato e del tuo sviluppo interni. Le pipeline definiscono relazioni industriali e politiche. Dalla Guerra (nel senso ottocentesco, e non in quello iracheno) come forma necessaria del rapporto di dominio al Mercato (licenza retorica, e pure grondante... scambi commerciali sarebbe, nella sua modestia, più esatto) come forma necessaria della coesistenza. Con la conseguenza , tra l’altro, che dopo che nel secolo scorso ti è infine (faticosamente) riuscito di chiudere i Ministeri della Guerra, il nuovo paradigma di relazione magari adesso consiglierebbe se non di smagrire almeno di ripensare Dipartimenti di Stato e Farnesine.

    Non basta ribattezzare la diplomazia cooperazione internazionale, o simili. Magari la diplomazia aiuta. Però non risolve perché la tua principale fonte di sicurezza energetica non è la brillantezza o il peso militare della tua politica/proiezione estera. La tua sicurezza energetica è anzitutto la tua capacità di produrre ricchezza interna. Se mai vi sarà competizione per risorse scarse, il vantaggio competitivo penderà tutto dalla parte di chi saprà finanziarsene l’acquisto. La sicurezza tributaria della ricchezza (e se pensate alle tragedie d’Africa, verrebbe quasi da dire che è sempre stato così). Non è a partire dalla politica estera, ma dal PIL e dalla

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