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Sotto un grande cielo. Mille giorni di mare, di avventura e libertà. Due italiani, a vela, intorno al mondo.
Sotto un grande cielo. Mille giorni di mare, di avventura e libertà. Due italiani, a vela, intorno al mondo.
Sotto un grande cielo. Mille giorni di mare, di avventura e libertà. Due italiani, a vela, intorno al mondo.
E-book335 pagine5 ore

Sotto un grande cielo. Mille giorni di mare, di avventura e libertà. Due italiani, a vela, intorno al mondo.

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Info su questo ebook

Sotto un grande cielo è il best seller di vela degli ultimi 10 anni. E' il libro che ha segnato l’esordio di Carlo Auriemma ed Elisabetta Eordegh come navigatori e scrittori e che li ha resi famosi tra gli amanti della vela e dell’avventura.
Il libro racconta di un uomo e una donna che lasciano una esistenza normale, fatta di casa e ufficio, uguale a milioni di altre, e si tuffano negli spazi sconfinati degli oceani per vedere cosa c’è oltre l’orizzonte. Trovano terre lontane, isole dimenticate, popoli che vivono separati da tutto e da tutti, luoghi dove la natura è ancora incontaminata e soprattutto trovano emozioni, paure, incontri inaspettati, tempeste, sbarchi rocamboleschi.
Piccole e grandi avventure che i protagonisti raccontano con un linguaggio semplice e coinvolgente che tiene incollati dalla prima all’ultima pagina.
Il libro è una finestra sul mondo che passa con naturalezza dall’incontro con i pirati al largo della Colombia, all’immersione nel regno incontaminato degli animali alle Galapagos, dall’atmosfera serena delle favolose isole dei Mari del Sud, alla grande solitudine delle lunghe traversate fra cielo e onde.
Sotto un grande cielo è la storia di come il mare possa cambiare profondamente l’esistenza e il modo di pensare di chi l’ha intimamente vissuto.

LinguaItaliano
Data di uscita22 apr 2013
ISBN9788890842511
Sotto un grande cielo. Mille giorni di mare, di avventura e libertà. Due italiani, a vela, intorno al mondo.
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Autore

Carlo Auriemma

Carlo Auriemma & Elisabetta Eordegh, scrittori navigatori, documentaristi. Da due decenni girano il mondo in barca a vela alla ricerca delle ultime realtà incontaminate del pianeta. Scrivono libri e producono documentari naturalistici per la televisione.

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    Anteprima del libro

    Sotto un grande cielo. Mille giorni di mare, di avventura e libertà. Due italiani, a vela, intorno al mondo. - Carlo Auriemma

    Introduzione

    In parte tratto dal libro di bordo, in parte dai ricordi, il libro racconta il mondo così come ci è apparso in una circumnavigazione durata tre anni e mezzo.

    Scriverlo è stato un piacere che ci ha permesso di rivivere, di pensare e di sintetizzare uno dei periodi più belli della nostra vita.

    Prima di partire eravamo due ingranaggi qualsiasi del meccanismo produttivo della nostra civiltà. Per quasi quattro anni siamo stati abitanti del mare e del mondo. Ora, di nuovo in città, siamo pesci fuor d'acqua, in attesa della prossima partenza.

    Nel libro non c'è quasi niente di tecnico. La tecnica, la barca e tutto quanto connesso, sono solo i mezzi che ci sono serviti per vivere e navigare e per scelta li trascuriamo e raccontiamo ciò che ci hannop permesso di vivere.

    La nostra attenzione era per lo più rivolta all'esterno, al mondo che ci scorreva intorno, alle sue genti, alla sua infinita e profonda bellezza.

    I capitoli si snodano in ordine geografico e cronologico. I fatti e i personaggi sono tutti genuinamente veri.

    Alcuni capitoli sono interamente di Lizzi, altri sono di Carlo. In genere, sin dalle prime battute risulta evidente chi sia l'autore. Quelli dove ciò non risulta, sono scritti a quattro mani.

    Capitolo primo

    Prima del grande salto

    Dick ha il viso abbronzato, incorniciato da barba e capelli color della neve. Quello che più colpisce in lui sono gli occhi, azzurri come il cielo dopo il tramonto, scintillanti e sempre sorridenti dietro il cespuglio candido delle sopracciglia.

    Ultimamente su di loro è sceso un velo di malinconia. Lara, sua moglie, si è ammalata ed è dovuta rientrare negli Stati Uniti e non potrà fare con lui l'ultimo salto del viaggio intorno al mondo iniziato 7 anni fa.

    Siamo sulla sua barca, un tre alberi di ferrocemento, ancorato di fianco alla nostra alle Canarie, nel porto peschereccio di Los Cristianos. La barca se l'è costruita da solo, nel giardino di casa ed è partito all'età di 70 anni per questo viaggio sognato fin da ragazzo.

    Racconta di luoghi lontani, a noi quasi sconosciuti, delle Vanuatu, dell'Isola di Bougainville, ricorda di quando, in Papua Nuova Guinea venne ricoverato d'urgenza in ospedale. Al suo ritorno gli abitanti del villaggio dove la barca era ancorata gliela fecero trovare parata a festa con fiori e frutta e con la carena pulita come non era stata neanche da nuova!

    «Lo vedrete da voi, sono posti meravigliosi.»

    Forse per la sua età, forse per la sua aria da saggio, o forse solo perché lui è quasi alla fine di quello che noi stiamo per cominciare, negli ultimi giorni lo abbiamo subissato di dubbi e domande.

    «Come si fa per l'acqua da bere in Pacifico?» «È meglio arrivare alle Marchesi o alle Gambier?» «E la Papua Nuova Guinea non è pericolosa?» e così di seguito per ore. Domani partiremo anche noie lasceremo questo porto di pescatori, dove altre barche a vela aspettano il momento buono, meteorologico o spirituale, per andare verso Ovest.

    Di fatto il nostro viaggio è cominciato da 4 mesi.

    Era il pomeriggio del 24 Maggio 1988 quando abbiamo lasciato il cantiere sul Magra che negli ultimi tempi era diventato la nostra seconda casa. Eravamo stati lì per tanto tempo. Eravamo amici di tutti, proprietari, marinai, armatori e gente di passaggio. Ci prendevano in giro per quelle che a loro sembravano eccessive preoccupazioni. Le sartie sovradimensionate, le sei mani di antivegetativa, le giornate spese a limare i portelli d'acciaio per le chiusure anti ladro. Poi con il tempo avevano cominciato ad approvare e alla fine della giornata venivano a uno a uno a constatare i progressi e a commentare.

    «Uhm! ... Bene... ce ne avete messo però del tempo!»

    Nonostante tutto questo o forse per tutto questo, al momento della partenza da lì c'è stato qualche cosa di inaspettato.

    Da una parte noi, che una per una molliamo le cime, avviamo il motore e lentamente ci dirigiamo verso l'uscita della piccola rientranza del Magra che ospita il cantiere. Dall'altra la gente, l'intero cantiere che si ferma e ci saluta. Battista agita un braccio dalla cabina della gru che sta manovrando, Carlo sventola una camicia, un altro salta a piè pari giù da un'impalcatura e saluta con il pennello in mano, un altro ancora si arrampica sulle crocette e un ultimo, secondo la tradizione, fa partire la sirena della sua barca.

    Mi viene in mente quando da piccola a Genova abitavo sopra il porto. La notte dì San Silvestro le navi in rada e in banchina e a quei tempi erano tante, avevano il gran pavese illuminato a festa. Come per incanto a mezzanotte a una a una vibravano le sirene e riempivano l'aria con un coro unico che univa gente diversa venuta da luoghi lontani.

    Prima di loro era venuta altra gente e altra gente era partita e anche se poi il gioco della vita mi ha portata lontano da quella vista sul mare, il ricordo filtrato dagli anni delle navi che lasciavano il porto, ha forse avuto la sua parte nel farci partire da qui. Dalla Liguria.

    Ed eccola la Liguria, che ci sfila a lato, alternando paesini arroccati a borghi che dalla spiaggia salgono e si allargano nella valle. Le Cinque Terre, Levanto, Moneglia, riusciamo anche a trovare un posto in banchina a Portofino.

    Il giorno dopo il Golfo di Genova, la Riviera di Ponente. Paesi che devono la loro esistenza al mare e con il mare hanno intrecciato la propria storia.

    Chissà se il fatto di essere nata qui ha contribuito in qualche modo a questo viaggio. Il mare l'ho avuto sotto gli occhi subito, appena nata, ma non l'ho quasi mai solcato. Non ho nemmeno un nonno, un prozio che abbia avuto a che fare con il mare o con la marina. Eppure se c'è un aspetto di questo viaggio che non mi ha mai impaurito è proprio quello della navigazione.

    Una sosta a Sanremo per l'ultimo bagno di amici e parenti, poi il primo balzo verso la Corsica.

    Partiamo al tramonto e ci accorgiamo subito che si tratta del primo balzello da pagare alla fretta dei preparativi, alla dimenticanza e perché no, alla sorte.

    Durante la notte succede di tutto. Prendendo la seconda mano di terzaroli il boma crolla in pozzetto: non avevamo stretto bene il grillo dell'amantiglio in testa d'albero. Il genoa appena rimpiazzato dal fiocco scivola in acqua e riusciamo a recuperarlo solo in extremis: non avevo finito di mettere la rete tra le draglie di prua. Un tangone si sgancia e ce ne accorgiamo solo perché rimane miracolosamente impigliato in una scotta: era stato fissato male sulla coperta. Una sartia bassa si allenta, fortunatamente sottovento: nonostante le liste dei controlli, il suo arridatoio non era stato stretto a sufficienza... e, dulcis in fundo, una borosa dei terzaroli rimane incastrata sotto l'osteriggio del quadrato che rimane chiuso male e un'onda frangente riversa una valanga d'acqua su Carlo che da poco era finalmente riuscito a rannicchiarsi sulla cuccetta.

    Nella confusione perdiamo anche il mezzo marinaio e, quando finalmente arriviamo a Calvi e attracchiamo un po' rocambolescamente, saltando sul molo e bloccando la barca al volo, un distinto yachtsman inglese ci fa anche i complimenti per una manovra così precisa fatta solo in due!

    Fuori le liste e rifacciamo tutti i controlli.

    Riparate le magagne e messo a punto quanto ancora non lo era, imparando a dialogare con il Giovanni, il nostro timone a vento, e godendoci il tepore del sole e il calore delle coste, siamo arrivati a Gibilterra, costeggiando la Corsica, saltellando tra le Baleari e lasciando sfilare lentamente la costa meridionale della Spagna.

    Io nel frattempo ho imparato a usare il sestante, a tenere le vele gonfie e fare andare la barca anche quando non c'è quasi vento e a sistemare bene la vela quando si prendono i terzaroli. Ho imparicchiato a navigare, insomma! Chissà quando avrò la prima smentita a questa affermazione. Fare la retta di posizione con il sestante è solo questione di esercizio. Più prendo altezze e più acquisto manualità e più i valori sono precisi. E facendo i calcoli tutti i giorni alla fine sembrano logici e meccanici allo stesso tempo.

    Gibilterra è territorio britannico: tutto è più formale. A cominciare dagli ufficiali del porto che prendono in considerazione la nostra bandiera gialla, il segnale che si alza per richiedere la pratica d'ingresso e ci guidano al molo della quarantena.

    «Chi è il capitano?»

    «Io.»

    «E l'altro?» Possiamo scegliere: primo ufficiale, ufficiale di rotta, cuoco, marinaio, etc.

    Lo dicono ridendo, ma il modulo parla chiaro e le caselle vanno riempite tutte. Ci preparano già la clearance, l'autorizzazione a lasciare le acque territoriali. Questo documento che d'ora in poi dovremo consegnare in ogni paese dove arriveremo per ritirarne poi uno nuovo al momento della partenza, segna la definitiva uscita dall'Europa e l'inizio di un viaggio un po' meno da diportisti. D'ora in avanti saremo trattati come una nave, con tutti i doveri e le formalità che ne conseguono.

    A Gibilterra incontriamo altre barche dirette in Atlantico. Si riconoscono dall'attrezzatura: timone vento sartie e stralli più grossi del solito, gradini sugli alberi e generalmente un gran bailamme sopra il ponte. Taniche, sacche di vele, barchini rigidi, biciclette. E per la prima volta riusciamo anche a raccogliere informazioni utili per la traversata: le frequenze dei bollettini francesi per l'alto mare, i porti migliori alle Canarie, le Tavole di marea dello stretto.

    Per l'uscita da Gibilterra si deve tener conto della corrente e del tempo che si impiegherà per attraversare lo stretto e programmare di conseguenza. Se si esce con la marea giusta in un paio d'ore si è fuori, ma se si sbaglia il tempo, con una barca lenta come la nostra si rischia dopo dodici ore, di trovarsi al punto di partenza.

    Salpiamo di sera, con l'inizio della corrente uscente e ci teniamo rasenti la costa spagnola dove il rischio di incontrare navi è minore.

    Le luci della Rocca si perdono nella notte e in breve siamo avvolti dalle tenebre. Il vento e la corrente che spingono nella stessa direzione appiattiscono il mare. Abbiamo paura delle navi che dovrebbero incrociare numerose nella parte più stretta del passaggio obbligato. Dovrebbero. A onor del vero ne incontriamo solo una, semiaffondata, che nel buio pesto scambiamo per uno scoglio. Illuminata con il riflettore si rivela nella sua spettralità con la prua e la sommità del castelletto di poppa che emergono dall'acqua nera.

    Navi comunque non ne vediamo. Sulla sinistra i bagliori dell'Africa; il vento aumenta di poppa, doppiamo Tarifa, poi smorza piano e finalmente, quasi in calma piatta, entriamo nell'oceano Atlantico.

    L'aliseo Portoghese, quello che Colombo aveva imparato a conoscere durante gli anni trascorsi a Madera, non tarda ad arrivare, da Nord-Est e dolcemente, senza imprevisti, ci spinge fino ad avvistare dopo sei giorni l'estremità Nord di Gran Canaria.

    «Terra. Terra.»

    In fondo un pochino di oceano lo abbiamo già fatto e fermandoci qui alle Canarie per due mesi, parlando con tanta gente che, come noi, aspetta di partire, abbiamo imparato una quantità di cose utili:

    «Per conservare le banane dovete farle seccare, tagliate a fette per il lungo. Basta tenerle al sole per tre giorni, girandole di tanto in tanto...».

    «Se non hai le trinchette gemelle puoi usare due fiocchi sullo stesso strallo, ma ricordati di numerare i garrocci per incocciarli in ordine...».

    «Sai usare il sestante capovolto per inquadrare le stelle?».

    Ma ora, partiti da qui, saremo soli. Il pensiero di questo balzo, la traversata dell'Atlantico, fa impressione. Non ci sarà più il continente africano a qualche decina di miglia sotto l'orizzonte. Saranno settimane, migliaia di miglia.

    «Quando partiamo?»

    Da tre giorni stiviamo la barca di provviste. Il tempo passa e sembra di non essere mai pronti. Anche l'acqua è un problema. Qui a Tenerife è imbevibile per il gusto di cloro. Da Cristoforo Colombo in poi i navigatori che partivano per le Antille si fermavano a fare acqua a Gomera, dove invece è buona. Lo stesso fanno anche oggi molte barche a vela. Noi decidiamo diversamente:

    «Una volta partiti siamo partiti è tiriamo avanti» e ci accontentiamo di comprare una decina di tanichette d'acqua minerale.

    Alla fine è deciso:

    «Partiamo il terzo giorno di luna nuova. Sia quel che sia».

    In quello che stiamo per cominciare non c'è nessuno che ci deve giudicare, ci siamo solo noi e il mare. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per andarlo a incontrare. Impareremo a conoscerlo meglio strada facendo: impareremo a capirlo.

    Dopotutto per queste rotte è passata tanta gente prima di noi, anche in gommone o a remi e i racconti parlano di un aliseo costante e benevolo, di cieli azzurri e delle nuvole schierate come un picchetto d'onore.

    Nonostante questo la notte non riusciamo a dormire.

    «Dormi Carlo?»

    «No. Stavo pensando alla rotta...»

    Mi viene in mente che forse non abbiamo pane a sufficienza, che le banane che abbiamo messo a seccare forse sono ancora umide e che potrebbero marcire, che forse il sestante, il barometro, l'orologio non sono a posto del tutto, che forse...

    Il mattino leviamo l'ancora e sfiliamo lentamente vicino alle altre barche. Ci arrivano buona fortuna e arrivederci a presto in tutte le lingue. Dick chiede come abbiamo dormito e dice che in mare dormiremo meglio. Le sue labbra si schiudono mettendo in mostra una dentatura al fluoro made in Usa, ma nei suoi occhi scintilla qualcosa.

    «Vi invidio dannatamente», sono le sue ultime parole.

    Quando imbocchiamo l'uscita soffia tre volte nella sua conchiglia malgascia per augurarci buona fortuna.

    Fuori c'è vento da Nord

    .

    Capitolo secondo

    L’oceano

    Era una delle prime sere d'autunno, fredda, con una nebbiolina leggera che permeava i vicoli della Milano vecchia. Lizzi e io sedevamo a un tavolino all'aperto in piazzetta del Carmine al termine di una giornata d'ufficio uguale a tante altre, a prendere l'ultimo aperitivo prima di separarci e rientrare ciascuno a casa propria.

    A quei tempi già possedevo una barca, e sognavo...

    «Prima o poi mi deciderò a mollare gli ormeggi e partirò, magari per il giro del mondo»

    «Se parti vengo anch'io» fu la risposta di Lizzi.

    Non potevo credere che parlasse seriamente, con una figlia, una famiglia, il lavoro, i parenti e tutto quel mondo di amici e di affetti che la circondava e dentro il quale lei sapeva muoversi come una regina a corte, o un domatore nel circo.

    «Davvero verresti con me?»

    «Davvero. Se parti vengo anch'io.»

    Non poteva essere, ma lei sosteneva di si e mi guardava con gli occhi pieni di una sicurezza tranquilla e di una determinazione totale, quale io non sarei mai stato in grado di avere.

    «Guarda che questo è un sogno. Non l'ho mai raccontato a nessuno. Non dire nulla se non sei sicura»

    «Non preoccuparti, se parti tu io vengo con te»

    «E quando partiamo?»

    «Tra due anni?»

    «Tra due anni»

    Due anni e sei mesi più tardi avremmo mollato gli ormeggi e saremmo partiti in direzione dell'orizzonte.

    Come mi immaginavo allora che sarebbe stato? Come immaginavo il nostro futuro vivere in barca, le traversate, i mesi che avremmo passato persi tra mare e cielo?

    Non ricordo. Forse non provavo nemmeno a immaginarli. Lizzi non era praticamente mai stata su una barca a vela e io avevo navigato solo per piccoli tratti, su barche affollate, d'estate, quando tutto è facile...

    16 Ottobre, Domenica. Al largo delle Canarie.

    Primo giorno. Il vento è forte. Il cielo è coperto di nuvole che si accavallano e si rincorrono. Nuvole basse, nuvole alte, cielo grigio e mare percorso da lunghe onde fastidiose. Qualche frangente ogni tanto colpisce la poppa e rovescia a bordo un ricciolo d'acqua. Proviamo a sostituire il fiocco con il genoa grande pensando che con più tela avremo più velocità per sfuggire ai frangenti: andiamo a prua, aggrappandoci alle battagliole, alle sartie e a tutto ciò che capita. Lizzi si ferma all'albero a manovrare la drizza, io mi porto all'estrema prua per raccogliere la vela:

    «Sei pronto?» urla Lizzi.

    «Pronto» urlo mentre con una mano afferro il lato basso della vela e con l'altra mi tengo al pulpito di acciaio per non cadere nei movimenti disordinati della prua. Lizzi molla la drizza e io raccolgo la vela a manate prima che finisca in acqua. Sfilo i garrocci dallo strallo e serro la tela alla battagliola mentre Lizzi sopraggiunge da poppa trascinando sul ponte il sacco giallo con il genoa pesante. Lo liberiamo dal sacco, lo ingarrocciamo allo strallo, lo incocciamo alla drizza e alla scotta.

    «Pronto?»

    «Pronto» Lizzi si appende alla drizza e solleva i 35 mq del genoa pesante. Io tiro la scotta fino a che il genoa non smette di sbattere e si gonfia. Ecco la manovra è finita, ma dopo neanche mezz'ora il vento rinforza e siamo costretti a tornare a prua, sul ponte scivoloso di spruzzi, per togliere il genoa e rimettere il fiocco piccolo, che con i suoi 22 mq di tela fortissima resiste meglio e forza meno.

    A metà mattina arriva un acquazzone con accompagnamento di raffiche. Prendiamo la terza mano di terzaroli. Il mare è bianco di goccioloni e di spruzzi e il rumore della pioggia copre quello delle onde. Stiamo mestamente seduti in pozzetto con l'acqua che gocciola dai cappucci delle nostre cerate nuove:

    «Siamo in viaggio per le Americhe, sai?».

    «Beh, quando ci sono andata con l'aereo è stato meno faticoso.»

    La sagoma di Gomera che all'alba era ancora in vista si è persa tra le nuvole e siamo soli in mezzo a questo mare di onde. Dopo la notte che abbiamo passato a turno sul ponte siamo morti di stanchezza. Lizzi è pallida. La barca rolla. Il pavimento sale e scende incessantemente sotto i nostri piedi. Le cuccette sono umide. La cabina di prua è ingombra di vassoi con le banane affettate che permeano l'aria di un odore denso e fastidioso. La verità è che siamo stanchi e abbiamo il mal di mare. Restiamo tutto il giorno in cuccetta, mentre il Vecchietto naviga da solo, governato dal timone a vento. Mentre uno dorme l'altro resta di guardia, a controllare la rotta, le vele e che non ci siano navi nei dintorni.

    La giornata passa così, a turni di due ore. Neanche da parlarne di preparare una cena vera. Con un guizzo di volontà Lizzi si immerge in un gavone strapieno per cercare una busta di riso precotto e tenta di orientarsi tra i rotoli di Scottex, scatole di latte in polvere, pelati, tonno. Infine emerge con una busta di minestra liofilizzata:

    «Mi leggi le istruzioni?».

    Vado a leggerle all'esterno, a poppa, nella luce gialla del tramonto, respirando il vento a pieni polmoni:

    «Gentile signora, grazie per aver scelto i nostri prodotti... versare il contenuto in una casseruola... aggiungere 1/2 litro d'acqua mescolando...».

    «Così sarà mezzo litro?» Aggiungere l'acqua, tenere la nausea sotto controllo, mescolare vigorosamente, aggrapparsi a ogni rollata per non finire sui fornelli. Al primo tentativo otteniamo una poltiglia densa e grumosa:

    «Cosa ne dici?».

    «Assomiglia al pastone di crusca che mia nonna dava alle galline.»

    Lizzi aggiunge una seconda dose di acqua: i grumi restano ma adesso galleggiano in un liquido giallognolo coperto di schiuma.

    «Vuoi che riprovi?»

    «No no, lasciamo perdere. Mangeremo domani. Vieni fuori piuttosto, che si sta bene.»

    Nel cielo le nubi si sono squarciate e compaiono le prime stelle della nostra prima traversata.

    17 Ottobre.

    Secondo giorno. Nella notte il vento cala e gira a Nord-Est. Dopo qualche ora anche le onde si smorzano e i movimenti della barca si fanno più dolci. L'alba esplode in un cielo pulito e sgombro pieno di azzurri e di viola. Sembrano un altro mare e un altro mondo rispetto a ieri. Più tardi compaiono schiere di nuvolette allegre, bianche e paffute. Le conosciamo già per averle viste tante volte sui libri: «Vuoi vedere che siamo entrati nell'aliseo?».

    Il sole è caldo e l'aria tiepida e trasparente come se qualcuno l'avesse ripulita.

    «Se questo è l'aliseo, è ancora più bello di come me l'ero immaginato!»

    Il mal di mare è scomparso senza lasciare tracce e abbiamo voglia di lavorare. Sistemiamo la barca fuori e dentro rimediando i guai provocati dal tempo cattivo. Cambiamo di nuovo le vele, questa volta per mollare tutti i terzaroli e per mettere il genoa grande. Il Vecchietto viaggia a 5 nodi, con la randa allascata contro le sartie e il genoa tangonato. Il timone a vento funziona egregiamente. Quando non abbiamo più niente da fare prepariamo una lenza d'alto mare: un amo da tonni, di quelli grossi che abbiamo acquistato alla cooperativa dei pescatori di Tenerife, un pezzetto di tela da spinnaker che leghiamo sull'amo e che dovrebbe fare da esca, un piombo da 200 grammi a due metri di distanza, 50 metri di nylon grosso per tonni, 50 metri di cordino del 6 e la traina è pronta. La filo in acqua, la lego a una bitta e ci accingiamo ad aspettare. Il pezzetto di spinnaker deve essere giallo, assolutamente giallo, altrimenti non prenderemo niente. Ce lo ha spiegato Randy, un danese biondo e carico di orecchini che vive su una barca a Los Cristianos. Ha accompagnato il consiglio con un pezzetto di tela gialla presa dalle sue preziosissime scorte. Chissà se davvero il colore è così importante.

    Salgo in testa d'albero a controllare le manovre. L'orizzonte intorno si estende infinito e rotondo, deserto e indifferente. Sotto di me il Vecchietto, quindici metri più in basso, è piccolo e mi fa una curiosa impressione pensare che è solo il suo guscio sottile a isolarci da questa voragine di acqua e di niente. La barca rolla poco sul mare quasi calmo ma il suo movimento, amplificato dall'albero, mi porta alternativamente a oscillare da un lato e dall'altro dello scafo, sospeso direttamente sopra l'acqua. Faccio finta di niente, ma provo paura. Devo tenermi saldo ai gradini di acciaio mentre ispeziono in fretta e furia coppiglie e landine della testa d'albero. Ma come sarà in una tempesta?

    Quando scendo trovo una sorpresa: «Abbiamo visite». Un uccellino che è venuto a posarsi sulle draglie sfrega il becco sulla mia maglietta stesa ad asciugare. Per non spaventarlo andiamo a prua, tra le banane, a prendere il sole.

    «Che meraviglia!» Lizzi si addormenta sul sacco del fiocco. Io che sono di turno faccio attenzione a non addormentarmi a mia volta e ogni dieci minuti alzo la testa e mi guardo attorno per vedere che non ci siano navi. Ma è un esercizio inutile. Non c'è niente a interrompere la linea pulita che separa il cielo dal mare, in un orizzonte che pare senza limiti.

    Non succede niente. Il Vecchietto naviga da solo con tutte le vele spiegate nel sole e nel vento delicato; l'orizzonte si mantiene vuoto e pulito; il calore che viene dal sole è denso e prezioso.

    «Ma sarà sempre così?»

    Il sole descrive lento e indifferente il suo arco nel cielo e va a immergersi in un orizzonte così pulito da sembrare lo sfondo stucchevole di un quadro da bancarella.

    Per cena pasta e fagioli con foglie di cavolo. Buona!

    Si scopre che quei semi secchi che avevamo acquistato credendo fossero fave, sono invece lupini: «Come si cucinano i lupini?».

    18 Ottobre.

    Terzo giorno. Cielo sereno e nuvolette bianche. Vento leggero. Con tutte le vele al vento navighiamo a tre nodi e in ventiquattr'ore, dalla meridiana di ieri a quella di oggi abbiamo fatto solo 85 miglia. Siamo stati fortunati a trovare l'aliseo a un solo giorno di navigazione dalle Canarie. Sono in cuccetta a dormicchiare quando un urlo di Lizzi mi sveglia:

    «Carlo, la traina!».

    C'è qualcosa che ha abboccato e tira, facendo fremere il nylon della lenza.

    «Presto, dammi i guanti!»

    «Dai, recupera, prima che si liberi.»

    Recupero pezzo a pezzo i 50 metri della lenza fino a che non compare la forma slanciata bluastra della nostra preda nel profondo dell'acqua.

    «Come si fa per tirarlo a bordo?» Effettivamente, tra i nostri mille accessori, abbiamo anche una gaffa, cioè un uncino d'acciaio fissato a un bastone che dovrebbe servire proprio a questo, ma non è così facile.

    «Come faccio ad agganciarlo?», chiedo dubbioso. «Dai, infilalo nelle branchie!» risponde Lizzi. Forse dovrei proprio uncinarlo con il gancio alle branchie ma mi sembra di fargli male e poi quello non rimane fermo, salta e guizza senza sosta, metà dentro e metà fuori dell'acqua, appeso all'ultimo pezzo di cavo d'acciaio che tengo teso con gran difficoltà mentre a ogni strattone la lenza mi sega le mani e lui sembra sul punto di liberarsi.

    Metto da parte la gaffa, avvolgo la lenza nella destra

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