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La RAND Corporation (1989-2009)
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E-book293 pagine3 ore

La RAND Corporation (1989-2009)

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Per la prima volta in traduzione italiana il saggio di Jean-Loup Saman sulla RAND Corporation uno dei più importanti centri di ricerca privati americani.L'autore docente al Nato Defense College di Roma analizza la genesi e l'approccio metodologico innovativo della Rand nel contesto delle relazioni internazionali e della strategia militare americana. Prefazione di Jean-Jacques Roche.

LinguaItaliano
Data di uscita19 apr 2013
ISBN9781301053070
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    Anteprima del libro

    La RAND Corporation (1989-2009) - Jean Loup Samaan

    L’universo dei think tanks, di preferenza americani, affascina il pubblico francese peraltro piuttosto scettico rispetto alle istituzioni d’Oltreoceano. È vero che le decine di milioni di dollari che alimentano annualmente questi organismi fanno sognare alcuni ricercatori che calcolano abitualmente i loro budget con due, o perfino tre zeri di meno. Per una volta, l’arroganza francese cede il posto a una modestia dipinta d’inferiorità intellettuale, tanto che ci si è scordati di francesizzare il termine. È vero che la réservoir d’idées sarebbe un’espressione tanto ridicola quanto coquetèle (per cocktail) o mel. (per mail). D’altronde, se si considera che il rispetto è dato dalla capacità di raccogliere fondi, allora i duecento milioni di dollari del fatturato annuale della RAND mettono a tacere le critiche.

    Queste istituzioni spesso sono state imitate o trasposte ma sono rare le copie che sono sopravvissute con lo stesso grado notorietà e d’influenza dei loro omologhi americani. Questa costatazione è particolarmente vera nel caso della Francia, dove il modello della Rand Corporation serve quasi da riferimento a tutti i progetti di riforma del settore della ricerca strategica. Sfortunatamente, il benchmarking non è solo uno strumento scadente che tenta di trasportare questo modo singolare di articolare la ricerca, la consulenza e le decisioni politiche. L’efficacia primaria di queste istituzioni tiene, infatti, alla fluidità di una società in cui gli agenti dei servizi pubblici non possono ostentare l’autorità statale per imporre il loro monopolio del sapere utile. L’interpretazione del pubblico e del privato, del militare e del civile, del mondo accademico e dell’amministrazione appare così come la chiave del successo di questi organismi, tanto per la loro abilità a finanziarsi quanto per la loro capacità a orientare la politica estera americana. Ovviamente esistono delle relazioni privilegiate tra l’amministrazione e certi think tanks più influenti di altri, tra un certo partito politico e un certo istituto che manifesta fieramente il suo orientamento fazioso. Quanto ai risultati delle ricerche, questi non sono sempre sufficienti a compensare l’influenza di certe lobby. Gli stessi budget diventano una fonte di costrizione strutturale, che impone ai ricercatori di trovare e di pubblicare a rischio di perire secondo la formula celebre Publish or perish. L’abbondanza della produzione non deve perciò creare illusioni, poiché la quantità raramente è garanzia di qualità.

    Questi difetti sono tuttavia il rovescio dei pregi del sistema, soprattutto se confrontati con le pratiche francesi. Due punti appaiono qui particolarmente rilevanti.

    L’indipendenza finanziaria degli istituti di ricerca americani costituisce, infatti, la garanzia della loro creatività, perché impone loro di rinnovarsi per giustificare i finanziamenti e li allontana dalla tentazione di soddisfare le aspettative non formulate dei loro committenti nella speranza di ottenere dei contratti futuri. Questa vicinanza troppo stretta tra l’amministrazione e la consulenza – facile da osservare nel caso francese – appare così come la prima fonte di conformismo e di sterilizzazione. Di recente un rapporto del Ministero degli Affari Esteri testimoniava a riguardo: il rischio è che, nella misura in cui un buon numero di questi organismi non propongono nuove alternative alle idee formulate dagli esperti dell’amministrazione, essi perdano la loro autorità e il loro plusvalore intellettuale, non venendo più sufficientemente riconosciuti sul mercato mondiale delle idee

    In secondo luogo, la vicinanza tra i decisori, gli esperti e i ricercatori favorisce un incrocio fertile tra saperi ed esperienze. Research and Development. Rand corporation. La denominazione non sembra solamente giudiziosa. Essa rivela soprattutto una cultura dell’innovazione, dove il mondo accademico non è isolato in una torre d’avorio più o meno scalcinata ed emarginata dall’arroganza dei tecnici che oppongono la loro conoscenza concreta dei dossier al sapere libresco dei sapienti. È vero che i chierici raramente hanno teorizzato l’arte della replica mondana e del sottile gioco di parole, ma questa mancata distinzione non scredita il loro lavoro se non nella patria di Bourdieu. Mentre si moltiplicano i ponti tra diplomatici e militari, tra funzionari e attori privati, in Francia un vero e proprio canyon continua a separare la ricerca accademica dai decisori politici, che pretendono di adattarla alle loro esigenze di rendimento immediato, senza neppure avere coscienza di ciò che questa ricerca è in grado di apportare.

    In Francia non si contano più, infatti, i rapporti che mirano a migliorare la visibilità della ricerca negli ambiti delle relazioni internazionali, degli studi strategici e della sicurezza. Tutti questi studi hanno come comune denominatore il misero risultato francese nelle classifiche internazionali e mirano dunque a migliorare questo stato di cose sotto l’autorità di questo o quell’altro valutatore, diventato per l’occasione detentore del potere decisionale. Ora, un manifesto trasversale distorce le conclusioni di queste analisi che non fanno mai distinzione tra la ricerca fondamentale e competenze applicate (R and D). Certamente, gli istituti di esperti, vivendo dei loro contratti con l’amministrazione, soffrono di una vera e propria assenza di visibilità internazionale, come testimonia la classifica stabilita dall’Università della Pennsylvania. Sulla base del trattamento quantitativo dei questionari inviati ai responsabili di più di 5.000 think tanks, la Francia conta appena nove istituzioni repertoriate tra i 407 istituti più influenti (contro i 263 del Regno Unito e i 186 della Germania). Uno solo di questi istituti è classificato nel gruppo di testa dei dieci centri di Relazioni Internazionali più conosciuti, ma nessuno appare nel campo della strategia, dell’economia politica internazionale, dello sviluppo e dell’ambiente.²

    Se si considera invece la ricerca fondamentale in questi campi – una ricerca condotta esclusivamente dall’Università perché le Scuole d’applicazione francesi non si sono mai interessate alle ricerche in scienze sociali –, la Francia non si può lamentare delle sue prestazioni.³ È stupefacente, dopotutto, che questi riferimenti non siano mai citati dai presunti valutatori, che così danno prova della loro ignoranza o, peggio, del loro spirito fazioso. La loro incapacità di comprendere la differenza tra la ricerca fondamentale e la ricerca applicata, la loro volontà di ridurre il lavoro del ricercatore alla scoperta di soluzioni immediatamente operabili, la loro ignoranza della missione primaria della ricerca fondamentale che consiste nell’affrontare in primo luogo la praticabilità di nuove vie, spiegano allora l’attrattiva del modello americano tra i ricercatori francesi. Il circolo virtuoso funziona dunque dall’altro lato dell’Atlantico come il rovescio del circolo vizioso osservabile in Francia. Infatti, non essendo continuamente costretti a giustificare la possibilità di affrontare il campo internazionale con degli strumenti scientifici – che oggi si basano per più del 70% sull’uso di banche dati quantitative –, i ricercatori americani hanno così potuto rinunciare alle monografie empiriche confondendo la descrizione con la spiegazione.⁴ Perché i decisori d’Oltreoceano non si aspettano che i ricercatori si accontentino di fornire una sintesi della letteratura esistente, non stabiliscono dei confronti tra i rapporti dei loro servizi specializzati – necessariamente meglio informati – e i nuovi punti di vista che la ricerca accademica è in grado di fornire per comprendere il mondo e sperimentare altri orientamenti.

    Aprendoci le porte della RAND Corporation, Jean-Loup Samaan non ci rivela un mondo ideale alimentando i nostri fantasmi di una ricerca dall’utilità sociale riconosciuta ed emancipata dal vincolo finanziario. Tuttavia, quello che ci descrive di un mondo altro ci rimanda al nostro mondo. Dunque quest’opera ci invita a una vera e propria rivoluzione culturale, spiegandoci passo dopo passo l’articolazione tra i poteri materiali delle élite politiche e il potere immateriale dei ricercatori incitati a soppesare le decisioni politiche.

    Jean-Jacques Roche

    Note

    1 Citato da Jean Guisnel, Les Think Thanks français massacrés dans un classement américain, Le Point, 21 maggio 2009.

    2 James McGann J., The Global Go-To Think Tanks, Penn University of Pennsylvania, gennaio 2009 http://www.sas.upenn.edu/.

    3 Cfr. Klaus-Gerd Giesen, French cancan zwischen Positivismus, Enzyklopädismus und Historismus. Zur Struktur und Geschichte der vorherrschenden französischsprachigen Ansatzforschung, Zeitschrift für Internationale Beziehungen, anno 2, n. 1, 1995, pp. 141-170; Knud-Erik Jorgensen, Continental IR Theory – the Best Kept Secret, European Journal of International Relations, 6 (1), 2000, pp. 9-42. Jorg Friedrichs, European Approaches to International Relations Theory – A House with many Mansions, London, Routledge, 2004, Capitolo 2.

    4 Cfr. Daniel Maliniak, Amy Oakes, Susan Peterson, Michael Tierney, International Relations Discipline 1983-2007, American Political Science Association, 2007, p. 19.

    Introduzione

    Il 17 maggio 2008 la RAND Corporation celebra, contemporaneamente allo Stato d’Israele, il suo sessantesimo anniversario presso la sua sede di Santa Monica, in California. Animato dai suoi dirigenti, James Thomson e Michael Rich, rispettivamente Presidente e Vicepresidente, l’evento prende la forma di una conferenza dedicata ai lavori realizzati dall’organizzazione nel corso degli ultimi sessant’anni. Essi ricoprono principalmente l’ambito della ricerca legata alla sicurezza nazionale. Per Thomson e Rich è l’occasione di stilare un bilancio statistico della loro impresa. A sessant’anni dalla nascita, la RAND ha un giro d’affari annuo di oltre 200 milioni di dollari, conta quasi 1.500 impiegati e ha cinque uffici negli Stati Uniti (Santa Monica, Washington, Pittsburgh, Jackson, New Orleans), due in Europa (Cambridge, Bruxelles) e uno in Qatar (Doha).

    Alcuni giorni dopo, Alex Abella, un giornalista indipendente americano, pubblica un’opera intitolata Soldiers of Reason: The RAND Corporation and the Rise of the American Empire. Dalla Guerra di Corea nel 1950 all’invasione dell’Iraq nel 2003, l’autore descrive la storia di un centro di ricerca confidenziale che sarebbe stato all’origine di quasi la totalità degli orientamenti politici dei governi degli Stati Uniti da Eisenhower in poi.¹ Onnipotente e onnipresente, la RAND sarebbe dunque stata la fonte stessa dei tormenti degli Stati Uniti nel mondo in generale e in Medio Oriente in particolare. Infatti, cedendo alla caricatura e al sensazionale, la tesi di Abella si rivela essere nient’altro che l’ultima espressione mediatica di una curiosità – e perfino una fascinazione – che l’organizzazione ha potuto suscitare fin dalla sua nascita.

    Quarant’anni prima, nel 1964, compariva sugli schermi americani l’ultimo film del regista Stanley Kubrik, Doctor Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb (Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba). Sotto forma di una riunione a porte chiuse, il film descrive come, in seguito a un errore tecnico nel sistema di comunicazione dei bombardieri americani, gli USA e l’URSS si trovano accidentalmente ad affrontarsi in una guerra nucleare. La maggior parte del film si svolge in un’ipotetica sala di crisi negli Stati Uniti, dove ufficiali militari e consiglieri del Presidente americano discutono le opzioni possibili. Dopo trenta minuti, compare un personaggio insolito, su una sedia a rotelle, che parla con un forte accento tedesco e a stento si trattiene dal fare il saluto hitleriano: il Doctor Strangelove (Dottor Stranamore). Quest’ultimo spiega che la sua organizzazione, sconosciuta alle altre persone lì riunite, ha redatto un rapporto altamente riservato sulle stime di perdite umane in caso di attacco sovietico sul suolo americano. Con disinvoltura, Peter Sellers, l’attore che interpreta l’iconoclasta Doctor Strangelove, cita il nome della misteriosa organizzazione per cui lavora: la Bland Corporation.

    Allo stesso modo, dieci anni più tardi, nel film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, Marlon Brando, che interpreta un colonnello americano diventato psicotico durante la guerra del Vietnam, pronuncia di fronte alla telecamera un lungo monologo in cui intende denunciare le politiche di Washington che sono lontane dalle realtà sul campo e fanno affidamento su esperti illegittimi. Cita allora con sarcasmo un rapporto della RAND Corporation.

    Per lo studioso, nulla di più impressionante che costatare che quest’organizzazione riesce a produrre facilmente degli immaginari politici, pur rimanendo il più delle volte circondata da un consistente alone di mistero. All’occorrenza, quest’ultimo si rivela abbastanza ingiustificato. Infatti, una ricerca sommaria partendo da fonti aperte al pubblico ci mostra rapidamente che, al contrario di ciò che Alex Abella e i suoi predecessori possono lasciare intendere, la RAND non decide della politica americana, non più di un qualsiasi gruppo d’interesse o cellula di esperti a Washington.

    Ma una volta superato lo scoglio dell’influenza dell’attore, la genealogia di quest’ultimo fa emergere degli elementi particolarmente interessanti. La RAND deriva da un’idea semplice in un mondo complesso ci spiega Toby Maguire, narratore del documentario Ideas in Action: 60 Years of RAND.

    Quest’idea semplice è espressa quando, nel mese che segue la fine della Seconda Guerra Mondiale, Theodore Von Karman, membro del consiglio scientifico dell’Air Force, scrive un memorandum intitolato Air Force Project RAND (per Ricerca e Sviluppo). Von Karman intende promuovere la creazione di un organismo esterno al Dipartimento della Difesa che possa liberarlo dai rapporti di perizia strategica sotto forma contrattuale. Si tratta dunque di riflettere sul modo d’uso dell’arma nucleare, nel quadro di un ipotetico scontro con l’URSS.

    L’Air Force e Douglas Aircraft, la principale industria aeronautica dell’epoca, si accordano per affittare un ufficio di ricerca-sviluppo a Santa Monica a una squadra di ricercatori provenienti dal mondo accademico. L’1 marzo 1946 viene firmato il contratto di ricerca dell’Air Force nº MX-791 e la RAND Corporation dà ufficialmente inizio alla propria attività. Al termine di una collaborazione poco concludente con i responsabili industriali di Douglas Aircraft, l’organizzazione se ne separa finanziariamente nel 1948, data presa oggi a riferimento per celebrarne l’anniversario.

    Così la RAND Corporation è creata da un servizio militare ancora embrionale – l’Air Force – per lavorare esplicitamente su un ambiente internazionale storicamente definito, cioè quello della Guerra Fredda. Da allora, oltre alla questione di un’influenza sulla politica estera, la commemorazione dei sessant’anni dell’organizzazione fa emergere una reale problematica: come può sopravvivere un attore creato in e da un contesto sociopolitico specifico?

    Si scopre allora che quest’interrogativo, lungi dal limitarsi alla RAND, coinvolge tutto un campo sociale americano progressivamente strutturato attorno alle competenze militari della Guerra Fredda. Sulla scia della RAND, sono apparse anche altre organizzazioni dalle ambizioni simili: l’Institute for Defense Analyses, il Center for Naval Analyses, il Center for Strategic and International Studies.

    In questo modo, se i principali programmi di ricerca delle comunità di esperti della Guerra Fredda sono venuti meno con la scomparsa dell’URSS, come si è riusciti a ristrutturare questo mercato delle idee politiche a favore di nuove esigenze governative? In questo caso concreto, quando la RAND Corporation appariva – più che ogni altra organizzazione – come il prodotto intellettuale della Guerra Fredda e si era messa in luce per i suoi lavori di sovietologia o sull’Arms control, com’è riuscita a prolungare la propria attività oltre la fine dell’epoca bipolare? Da tale interrogativo prende avvio quest’opera.

    La fine dell’epoca bipolare si rivela drammatica per l’insieme dei saperi strategici istituiti: la sovietologia perde il suo oggetto si studio, la sicurezza europea non dispone più di una griglia di lettura stabilita, la dissuasione nucleare vede venire meno i suoi presupposti fondamentali. La rottura creata dal crollo del blocco sovietico offre dunque all’osservatore un’occasione singolare di descrivere e analizzare le strategie attuate nel mondo della consulenza per le amministrazioni militari. In seguito agli avvenimenti internazionali, si concepiscono dunque dei dispositivi di rinnovamento e di preservazione delle loro attività.

    Su un piano sociologico, non si tratta di comprendere storicamente l’origine della crisi intellettuale, ossia l’assenza di predizione rispetto al crollo dell’URSS, e il suo esito, cioè la costituzione di nuovi campi di studio e di nuove pratiche, ma piuttosto ciò che si muove tra i due, ossia la mobilitazione degli attori nella crisi che conduce alla ristrutturazione.

    A tal fine bisogna staccarsi dal modello classico di comprensione delle rotture tra cause ed effetti per spostare il proprio sguardo sulle componenti stesse degli individui e delle istituzioni in questo periodo. Interrompendo l’attività lineare, la rottura permette non soltanto di prendere atto delle capacità innovatrici di mobilitazione degli attori, ma anche di osservare gli elementi strutturanti nelle loro pratiche e le loro interazioni. Essa mette in prospettiva sia le routine che vengono meno, sia quelle che sopravvivono alla crisi.

    Tuttavia, per comprendere le poste in gioco di questa trasformazione di stato, bisogna innanzitutto comprendere che cosa significhi la crisi per gli esperti politici sul piano intellettuale.

    1. La crisi intellettuale dopo la fine della Guerra Fredda

    Vent’anni dopo il crollo dell’URSS, repertoriare l’insieme della letteratura dedicata ai minimi dettagli della Guerra Fredda è una vera e propria scommessa. In sé, l’analisi del dopo Guerra Fredda è diventato quasi un genere editoriale a pieno titolo. Ciononostante, i lavori di riflessione sui teorici e gli analisti delle relazioni internazionali rispetto alla frantumazione del blocco sovietico sono più rari.

    In questo caso, le reazioni editoriali che seguono questi avvenimenti sottolineano come la prima conseguenza cognitiva della fine della Guerra Fredda sia una rimessa in discussione dei paradigmi costituiti in questo periodo.

    Infatti, i programmi di ricerca dell’epoca bipolare, orientati soprattutto verso le questioni di sicurezza, si trovano a dipendere dall’oggetto stesso dei loro lavori. La sovietologia e la questione del controllo degli armamenti si erano costituite in stretto rapporto con le evoluzioni macropolitiche dei quattro decenni precedenti, per cui la loro esistenza poggiava su fenomeni dalla durata incerta. La Guerra Fredda formava un sistema chiaramente identificabile attorno a due poli che strutturavano gli schemi cognitivi degli attori delle relazioni internazionali. In modo schematico, ogni turbolenza periferica era assorbita dalla logica dei due blocchi. Era così anche per le ribellioni in America Latina, o nel conflitto arabo-israeliano: ogni protagonista doveva adattarsi a una percezione macropolitica che deformava le rivendicazioni iniziali, come i contenziosi territoriali o i sollevamenti popolari contro i regimi dittatoriali.

    Di conseguenza, nel corso degli anni ottanta si vedono comparire numerosi lavori dall’ambizione paradigmatica. Il disegno esplicito dei loro autori consiste nel ridefinire una griglia di lettura coerente e capace di suscitare l’adesione collettiva. Si tratta inoltre di cogliere le risorse simboliche scomparse con la fine del sistema bipolare e di diventare la figura emblematica della nuova scienza normale. In qualche modo bisogna trovare un nuovo modello intellettuale che farà testo, una specie di nuova lettera di Mister X

    Si osserva questo sforzo intellettuale nei diversi spazi di studio delle relazioni internazionali, a cominciare dalla letteratura accademica. Dunque, il neorealismo, corrente teorica percepita allora come dominante, può ancora apparire come metanarrazione del mondo contemporaneo?³ Il suo principale rappresentante, Kenneth Waltz, ne è persuaso e refuta ogni idea di rimessa in discussione, scrivendo: Che sorta di cambiamenti modificherebbe il sistema politico internazionale così profondamente che i vecchi modi di pensare non sarebbero più pertinenti? I cambiamenti del sistema lo farebbero; i cambiamenti nel sistema non potrebbero farlo.⁴

    Se Waltz preferisce dunque restare prudente sulla percezione di una rivoluzione della politica internazionale indotta dal crollo dell’URSS, altri accademici optano, dal canto loro, per una strategia intellettuale più sovversiva.

    Così, John Mearsheimer, professore di scienze politiche all’Università di Chicago e sostenitore di un realismo offensivo, dall’estate del 1990 afferma che la fine della Guerra Fredda annuncia un ritorno all’instabilità in Europa: I prossimi decenni in un’Europa senza superpotenze probabilmente non saranno tanto violenti quanto i primi 45 anni di questo secolo, ma dovrebbero essere sostanzialmente più soggetti alla violenza rispetto agli ultimi 45 anni.⁵ In questo modo, Mearsheimer non esita a deridere gli studiosi che si rivolgono ormai alle questioni del riscaldamento del pianeta o del buco dell’ozono,⁶ non vedendo nell’accresciuta potenza degli studi sul multilateralismo e sui movimenti transnazionali altro che un fenomeno effimero e fallace.⁷

    Il pessimismo di Mearsheimer trova la sua perfetta antitesi nell’ottimismo concomitante dei sostenitori della tesi della fine della storia. Nel 1992,

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