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La Fiamma Eterna
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E-book619 pagine8 ore

La Fiamma Eterna

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Info su questo ebook

(“La Compagnia del Viandante” - Vol.III)

“Che il coraggio ti aiuti, e poi la scienza,
Ai piedi della Fiamma Eterna.
Apri gli occhi sul grande mare,
Osserva la sua legge naturale.
Il cuore del dilemma è alle tue spalle:
Risolvilo, e vedrai la Valle.”

L'enigma cela l'ingresso alla leggendaria Valle della Luna, dove il Bianco Viandante è tenuto prigioniero... O non è che una trappola, un subdolo invito a cacciarsi nella tana del lupo?
Raduan non ha intenzione di tirarsi indietro: pur di salvare il suo Maestro affronterà ogni ostacolo lungo il cammino, dai sortilegi della Strega d'Ebano nel buio della foresta, ai flutti gelidi delle Zanne di Pietra, e oltre, sino ai confini del mondo conosciuto!

Dorian, colmo d'ira contro gli oscuri demoni che giocano con il futuro dell'umanità, comincia un viaggio che ha come unico scopo la vendetta: i Quattro devono essere distrutti, devono scomparire dalla faccia della terra!

Come sempre, un angelo veglia su di lui, un angelo segnato dalle cicatrici della battaglia, un angelo che non si arrenderà mai, finché non lo avrà raggiunto: Kyra, sua figlia, la formidabile guerriera dal braccio meccanico infuso di manàlorin. Cosa vuole da lei l'insidioso Addestratore di Serpenti? È un amico, o un nemico? Impossibile leggere la verità nei suoi freddi occhi da rettile.

Tre eroi, tre esseri umani sospinti dai venti del Destino, nel cuore del Regno devastato dalla guerra...

Il Guardiano li attende, sotto la neve, sotto le ossa, sotto le armi sbriciolate dal tempo...

Se non l'hai ancora fatto, leggi i primi due volumi della saga, "La Città degli Automi" e "La Forgia del Destino".
La grande avventura continua nei volumi successivi: "L'Eredità di Ys" e "Le Sabbie Nere".
La raccolta dei cinque volumi è anche in vendita in un unico ebook dal prezzo davvero vantaggioso!

LinguaItaliano
Data di uscita14 lug 2012
ISBN9781476192260
La Fiamma Eterna
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Autore

Francesco Bertolino

Sono nato a Ivrea la Bella, che i Romani chiamavano Eporedia.La prima cosa che ho letto è stata: "Lettera D: Dimmi Dunque Dove Devo Andare".La prima cosa che ho scritto solo io riuscivo a leggerla. Peccato, era un capolavoro: dinosauri, robot e raggi fotonici, intrecciati in un melodramma dai risvolti kafkiani...La mia infanzia è volata via come un sogno colorato.Ho fatto il Liceo Classico, mi piacevano da matti le versioni ed ero il tipo da cui copiare i temi, in cambio di una sbirciata al test di mate.Poi il grande salto: Ingegneria Informatica. Ne sono uscito senza troppi danni cerebrali.Un paio di stagioni a Torino, poi la voglia di cambiamento mi ha spinto nel mezzo della Bahia brasiliana. Tre meravigliosi anni di volontariato, dove gente scalza dagli occhi di sole mi ha insegnato a sorridere davvero.Di più ancora, ho trovato l'amore! Celene, la mia luna...Continuiamo a vivere in Brasile, su un'isola chiamata Florianópolis - che non è per nulla vicina a Paperopoli, ma in compenso vanta quarantadue spiagge, due lagune, e un imprecisato numero di discendenti italo-brasiliani con i loro dialetti insensati!Oggi vivo di software, anche se il mio sogno è quello di tanti altri: scrivere, scrivere, scrivere, e di scrittura sopravvivere.Come i Quendi, guardo spesso il mare. Chissà che Valinor non compaia all'orizzonte...​

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    Anteprima del libro

    La Fiamma Eterna - Francesco Bertolino

    Prologo

    Da oltre un secolo i due gemelli non si trovavano faccia a faccia in quel modo.

    Abel squadrò il volto del fratello, tanto simile al suo eppure tanto differente, con il cuore strangolato da un miscuglio di emozioni contrapposte: nostalgia, rabbia, speranza, diffidenza, odio, e persino un briciolo d’amore.

    Alzò una mano per sfiorargli il viso, finalmente libero dalla maschera di tenebre vorticanti.

    «Kain…»

    Il fratello gli frenò la mano a mezz’aria, con presa salda. Al contatto, la pelle di Abel bruciò, ma non per questo si sottrasse al tocco. Kain lo studiò con un sorriso ambiguo, prima di mollare la presa.

    Abel era ancora sbalordito dalla somiglianza fisica tra sé e il gemello, tanti erano gli anni trascorsi dal loro ultimo incontro. La fisionomia di Kain era indistinguibile dalla sua: stessa altezza, stessa corporatura, identici tratti del viso. Ciò che invece li rendeva dissimili, in modo netto e profondo, era il colore nero, assente nel caso di Abel, presente in tutte le sue sfumature nella figura di Kain. Capelli corvini, pizzo bruno ed occhi nerissimi, persino le labbra ben modellate erano nere come l’assoluta mancanza di luce. La pelle soltanto aveva un tono candido e glaciale, come quella di Abel.

    «Sembri sorpreso, fratello.»

    La voce di Kain era bassa, cupa, pareva sorgere dalla roccia sotto i suoi piedi.

    «Sì» ammise Abel «Non rammentavo più chi fossi, sotto la maschera.»

    Kain ponderò le sue parole con lo stesso sorriso spento di prima.

    «Sei tu l’esperto in travestimenti, Bianco Viandante

    L’ironia ferì Abel nel profondo. Possibile che ancora non capisse, anche dopo avergli aperto il proprio cuore? Non era riuscito a scorgere, intessute nel lungo resoconto del suo ultimo secolo di vita, le ragioni del suo cambiamento?

    «Il Viandante è il mio vero io» dichiarò, dando forza alle parole con il tono della voce «Ciò che ero prima… Non esiste più. Non sarebbe mai dovuto esistere.»

    «Non sai quello che dici.»

    «È vero l’esatto contrario.»

    Kain ostentava indifferenza, ma il modo in cui aggrottò le sopracciglia tradì le sue emozioni.

    «Ti viene così facile rinnegare il passato? Rinnegare me, e nostro padre?»

    Abel scosse la testa.

    «Siete parte di me, così come io lo sono di voi.»

    «Perché allora ti ostini a negare la tua natura?»

    Di nuovo Abel ebbe la tentazione di cercare un contatto fisico con suo fratello, per trasmettergli la sincerità dei propri sentimenti, ma si contenne.

    «Si può cambiare. Si può apprendere a servire, piuttosto che dominare.»

    La risata di Kain scosse la terra.

    «Servire!» Sputò fuori la parola come un boccone disgustoso. «Sei proprio certo di essere tu, fratello?»

    «Ho imparato molte cose, tra gli esseri umani. Non tutte buone, eppure… La loro fragilità, la tenacia, la capacità di continuare a sperare anche quando è tutto perduto… Ho visto atti di grandi crudeltà, lo ammetto, ma anche gesti di totale altruismo, sacrifici d’amore che non credevo possibili!»

    Kain restò a bocca aperta, scandalizzato.

    «Li ammiri! Ti sei innamorato degli insetti che popolano questo pianeta!»

    Sferrò un pugno alla parete: la roccia si frantumò con una vampata nera, provocando una pioggia di schegge. Grumi di nebbia nerastra presero forma sulle sue braccia, sulle gambe, attorno al viso, come se la sua pelle sudasse odio.

    «Ti ho perso, fratello, e tutto a causa di quel maledetto incidente! Quando la nave si è schiantata a terra, l’impatto ti ha strappato alla stasi in modo brutale: la tua mente è andata in frantumi.»

    Abel pensò alla piccola, gelida sala sigillata nel centro della nave, e ai sette sarcofagi neri che avevano ospitato lui e i suoi consanguinei durante il lungo viaggio. Quando aveva risvegliato Kain, Shem, Caleb e Tevani, senza aver realmente coscienza delle proprie azioni, tre dei recipienti di stasi erano già vuoti. Uno era il suo, gli altri due dovevano appartenere per forza di cose a Nahash e Anasia.

    «Loro due non contano» affermò Kain, interpretando il corso dei suoi pensieri «Non avrebbero neanche messo piede sulla nave, se nostro padre non l’avesse ordinato.»

    «Li avresti lasciati morire?»

    «Lo meritavano.»

    «Sono sangue del tuo sangue» replicò Abel, contrariato.

    «Tu sei sangue del mio sangue!» urlò Kain.

    I grumi nerastri si addensavano sul suo corpo, tessendo filamenti di bruma vischiosa. Il volto cominciò a dileguarsi sotto una matassa lanosa color del carbone. Presto il bozzolo di energia ostile l’avrebbe avvolto per completo, e Kain sarebbe divenuto nuovamente l’Oscuro.

    «Confessa, Bianco Viandante, paladino dell’umanità, imbevuto di nobili sentimenti d’amore!» Gli si approssimò di un passo. «Volevi uccidermi, vero?»

    Abel lo fissò negli occhi, coperti da un velo di nebbia scura, mentre le sue labbra formulavano la risposta che tanto aborriva:

    «È così, lo ammetto.»

    Il silenzio che seguì pesava come una condanna sulla sua anima. Una giustificazione gli parve inevitabile:

    «La colpa è tua, Kain, e della tua ambizione. Avresti schiacciato gli uomini come scarafaggi, avresti affogato il loro Regno in un bagno di sangue! Dovevo proteggerli, e l’unico modo era uccidendoti.»

    Gli occhi di Kain erano due pietre nere e lucide, di incredibile durezza.

    «Per questo hai messo insieme quella banda di disperati. Organismi adatti a ricevere il nostro potere, armi viventi da utilizzare contro di me.»

    Abel non negò né affermò nulla: il solo pensare alla Compagnia lo colmava di tristezza e rimorso. Vide passare i loro volti, i loro occhi adoranti rivolti a lui in cerca di consiglio e protezione.

    «Che io sia maledetto!» pensò.

    «Una buona idea» proseguì Kain «Ma proprio all’ultimo il tuo cuore si è rammollito. Sei venuto da solo.»

    Le parole si accavallarono nella bocca di Abel:

    «Non potevo usarli in quel modo, neanche a fin di bene! Era sbagliato, un terribile errore! Io… io li amavo.»

    «Vigliacco.»

    Il manto tenebroso di Kain vorticò più in fretta, accompagnando l’impeto delle parole.

    «Hai scelto di abbandonarli a se stessi, senza il coraggio di forgiarli nell’arma definitiva. Li hai lasciati soli, e per questo sono morti. Il tuo amore li ha uccisi tutti quanti.»

    «Non tutti» mormorò Abel.

    Il suo cuore batteva all’impazzata. Erano vere, le accuse di Kain. Aveva sbagliato tutto, e credendo di salvarli li aveva condannati a una morte orribile.

    Eppure qualcuno era sopravvissuto. Qualcuno lo stava cercando, ne era convinto. La grande luce della Compagnia del Viandante si era ridotta a un lumicino, ma non si era ancora spenta. Non tutto era perduto.

    L’Oscuro gli diede le spalle.

    «Una parte di me sperava di riportarti al mio fianco» disse, non più con la voce umana di Kain, bensì con quella cavernosa del mostro, filtrata dalle tenebre «Mi sbagliavo, adesso lo so.»

    «Fratello…»

    «Mio fratello non esiste più. Non so chi tu sia, ma sta pur certo che presto conoscerai il tuo destino.»

    Era futile cercare di farlo ragionare. Abel stette in silenzio, mentre il turbine d’oscurità scivolava fuori dalla cella, e la porta si richiudeva alle sue spalle.

    Il suo racconto non era servito a nulla, come temeva.

    Lo spirito di Kain era ambizione pura, volontà di dominio incarnata. Al contrario di sé, non era per nulla cambiato dopo la fuga dal loro mondo e il naufragio che li aveva intrappolati su quel pianeta, tanto arretrato rispetto al loro. Per lui i popoli del Regno non erano che bestiame da condurre al macello, porci da sgozzare senza un secondo pensiero.

    Si accomodò a gambe incrociate sul pagliericcio umido. Chiuse gli occhi e si concentrò. Doveva recuperare le forze, nell’attesa che giungesse il suo salvatore.

    Curvò un angolo della bocca in un sorriso.

    L’incontro con suo fratello non era andato come sperava, ma la seconda parte del suo piano aveva avuto successo. Se le sue parole non erano riuscite a scalfire la corazza di Kain, l’avevano almeno distratto a sufficienza da impedirgli di leggergli dentro, di cogliere i segni del nuovo potere che andava maturando all’interno del suo corpo.

    Un grave errore, da parte sua.

    A tempo debito, se ne sarebbe pentito.

    I - Nella Foresta

    Il Delta del Tramonto, agli albori del giorno, celava agli occhi degli uomini il suo manto crepuscolare di luce rosata, impreziosito dalle danze dei fenicotteri e dal profumo del passato. Raduan se ne avvide appena oltrepassati i cancelli di Silon, e ne rimase deluso. Aveva sperato che la sua partenza avvenisse in grande stile, rispecchiando la misura del suo compito e delle sue aspettative. Invece dovette accontentarsi di quel fondale scialbo, velato da un manto di nebbia.

    «Pazienza» si disse.

    Cielo rosso fuoco o meno, nulla cambiava. Quel tratto di strada non era che il primo di innumerevoli altri, lungo il cammino incerto che portava alla Valle della Luna e al Bianco Viandante.

    Spinse il cavallo al trotto. La bestia, grata per la libertà riconquistata, lo ricompensò con uno sbuffo d’entusiasmo. Per troppo tempo era rimasta al chiuso, impastoiata nelle stalle del Grande Tempio e della locanda. Raduan stesso stirò le labbra in un sorriso, quando la brezza gli scompigliò i capelli. La Compagnia del Viandante l’aveva trasformato in un nomade, suo malgrado. I giorni passati al buio, tra le pareti di roccia del Tempio, già cominciavano a sfumare nella sua memoria: nient’altro che un brutto sogno, come l’aspro confronto con suo padre, il Priore di Silon.

    Ne era pur valsa la pena, pensò, tastandosi la tasca rigonfia sul davanti della giubba. Lì, al sicuro dal vento e dalla pioggia, riposava il prezioso frutto della sua visita a Silon e ai vecchi compagni dell’Ordine di Abidan: poche rarissime pagine, pescate con difficoltà nell’immane dimenticatoio della Biblioteca. E pensare che per poco non era andato tutto in fumo, insieme alle speranze di scovare una traccia che lo conducesse ad Abel! Se all’ultimo non avesse intuito la rete di inganni intessuta dal Priore, se non avesse arrestato la sua mano un istante prima che gettasse alle fiamme le vecchie pagine ingiallite...

    Meglio non pensarci. Una parte del testo era andata in cenere, ma qualcosa si era salvato e doveva farselo bastare, per quanto misero fosse. Aveva impiegato interi giorni a interpretare e ricopiare lo scritto sdrucito di Helah, dalla grafia quasi illeggibile. Il diario dell’antico Monaco Viaggiante era forse l’unico trattato al mondo a contenere informazioni attendibili sulla Valle della Luna.

    Sempre che la Valle esistesse davvero: forse era soltanto il miraggio di un monaco delirante, come i più sostenevano. E che Abel vi fosse tenuto prigioniero, non era che un’ipotesi fondata sulle parole di un moribondo.

    Non vi erano certezze.

    Il destriero accelerò, come se gli avesse letto nel pensiero. Il Delta scomparve alle loro spalle, insieme alle torri aguzze della città, mentre il nastro delle Acque Placide li affiancò, inzuppando la terra con la sua linfa. Il grande fiume li avrebbe accompagnati per un bel pezzo, finché non l’avessero attraversato per proseguire verso Nord. Laggiù li attendeva la foresta di Leukania, prima tappa delle sue peregrinazioni, prima tessera del rebus che occultava l’accesso alla Valle della Luna.

    Raduan aveva riscattato tre brevi parti delle cronache di viaggio di Helah. L’ultima era la più importante, quella che gli aveva aperto i cancelli della speranza. Presa da sola, però, senza uno straccio di contesto, aveva poco significato. L’unica speranza era seguire con ordine i passi del monaco, a cominciare dagli indizi racchiusi nel primo spezzone di testo. Con un po’ di fortuna, a Leukania avrebbe recuperato un capo dell’invisibile filo che allacciava i riferimenti del primo brano a quelli del secondo. Dal secondo al terzo, ci sarebbe voluta un’altra ricerca. Poi, forse, l’agognata Valle.

    Deviò dalla strada di terra battuta per scansare una carovana di carri, uomini e animali diretti in senso opposto al suo. Non erano mercanti, era gente male in arnese che si trascinava dietro quel poco che ancora possedeva, insieme a un ultimo briciolo di speranza nel futuro. Gente in fuga dalla guerra che già divampava a Nord, tra le frontiere dei Principati. Raduan si augurò che Silon accogliesse tra le sue mura quei poveretti, ma ne dubitava. Erano soltanto i primi, molti altri li avrebbero seguiti. E l’altezzosa città delle Gilde non avrebbe facilmente aperto i suoi cancelli a quella folla di disperati e nullatenenti.

    Rivolse per loro una silenziosa preghiera ad Abidan, senza fermarsi. Aveva molte leghe da percorrere, prima di raggiungere Leukania. Pur non essendoci mai stato di persona, ne conosceva la storia a grandi linee. In passato la foresta era molto più estesa, occupava l’intera metà occidentale del Regno come una macchia bruna, dal Mare Interno fino all’Oceano. Era famosa per il suo legname pregiato, esportato nelle altre province per via d’acqua e di terra. A quei tempi, la foresta aveva attratto una nutrita comunità di taglialegna, falegnami e artigiani, sedotti dall’inesauribile scorta di materia prima. All’ombra degli antichi alberi, villaggi e piccole città erano sorti come funghi. Era stato eretto persino un monastero dell’Ordine di Abidan, la sua meta.

    Recitò a mezza voce il primo frammento dello scritto di Helah, le parole risucchiate dal vento non appena si staccavano dalle sue labbra:

    "...il monastero resisterà agli anni, ossatura di solida quercia e pareti di abete rosso. È stato un valido investimento, i membri del Consiglio ne saranno soddisfatti. Il bisogno della Legge è palpabile, in queste lande selvagge di Leukania: noi monaci, operai della fucina del Fabbro Celeste, siamo chiamati a forgiare la volontà dei coloni, a condurli con spirito fermo lungo il cammino della civiltà..."

    Una lacuna, e poi:

    "...ho inoltrato la corrispondenza all’Abate, che si è disposto a consultarla quanto prima. Anche i tomi hanno raggiunto la loro destinazione: un grande salto, dalla nostra gloriosa Biblioteca ai modesti scaffali di questo avamposto. La ritengo comunque una giusta scelta: la parola scritta abbonda al Tempio, mentre qui è una ricchezza rara..."

    Un’altra interruzione, e per finire:

    "...portato a termine le mie incombenze qui al monastero. L’Abate è una gradevole compagnia, la dimora è accogliente, e la natura selvaggia dei dintorni stimola la nostra curiosità, ma il nostro obiettivo è altrove, non possiamo indugiare. Le terre inesplorate del Nord attendono solo i nostri occhi per svelare quale sia il loro ruolo nel Grande Disegno del Fabbro Celeste. Sbrigherò oggi stesso le formalità del Libro Mastro, e domani ripartirò col mio piccolo seguito per..."

    Ed era tutto.

    Raduan si morse un labbro, come sempre quando giungeva a quella parte. Possibile che la sorte non gli avesse concesso di decifrare un’altra parola soltanto, il nome di un luogo, una città, un punto marcato sulle mappe? Eppure no, le fiamme avevano divorato giusto quella traccia, e gli toccava cavalcare fin nel cuore della foresta con la speranza di rinvenirla.

    Il Libro Mastro del monastero era la chiave di tutto. Ogni centro dell’Ordine, dal Grande Tempio al più umile degli avamposti, ne possedeva uno. Da secoli, fin dagli albori del culto di Abidan, i monaci si erano imposti il dovere di registrare in modo minuzioso, con inchiostro indelebile, l’arrivo e la partenza dei confratelli visitatori, la loro provenienza e destinazione, lo scopo del loro viaggio. La Legge non tollerava alcuno spreco di risorse, dunque ogni spostamento dei monaci era sottoposto a rigidi controlli. Raduan coltivava perciò la ragionevole speranza di mettere le mani sul Libro Mastro di Leukania, e qui scoprire la destinazione di Helah.

    Fino a quel momento, i successivi passaggi di testo strappati al diario di Helah non gli sarebbero serviti a nulla. Uno narrava le peripezie del monaco a bordo di una scialuppa, su un mare in burrasca a ridosso di ripide scogliere. Erano citati dei punti di riferimento, ma senza indizi sulla rotta seguita dall’imbarcazione Raduan non aveva modo di situarli.

    L’altro spezzone del diario - quello che si apriva con la dichiarazione di Helah di aver scoperto un’incantevole e ricchissima valle da sogno, difesa da un letale guardiano - era ancor più astruso. La parte centrale non era neppure una prosa di senso compiuto, bensì una sorta di filastrocca.

    Raduan la declamò al vento che gli soffiava negli occhi, e scompigliava la criniera del destriero al galoppo:

    "Che il coraggio ti aiuti, e poi la scienza,

    Ai piedi della Fiamma Eterna.

    Apri gli occhi sul grande mare,

    Osserva la sua legge naturale.

    Il cuore del dilemma è alle tue spalle:

    Risolvilo, e vedrai la Valle."

    Ci si era arrovellato per un bel pezzo, prima di arrendersi all’evidenza: se quei versi avevano un significato, l’avrebbero rivelato soltanto alla fine del suo viaggio, a molte leghe da lì.

    Il tempo passava rapido, fra un percorso al galoppo e uno al trotto. Il paesaggio era monotono e rilassante: campi fertili, in parte coltivati, in parte abbandonati al dominio della rigogliosa erba selvatica. Il fiume alla sua destra era una costante, e a tratti la strada passava così vicina alle acque cerulee che Raduan riusciva a specchiarvisi con la coda dell’occhio: un cavaliere dal profilo forte, barba folta e capelli corvini fin sulle spalle.

    Tornò più volte col pensiero a Leukania, preoccupato, e non soltanto dalla consapevolezza che la polvere si stava accumulando da secoli sui passi di Helah, cancellandone forse per sempre le orme. La fama sinistra della foresta contribuiva a incupirgli i pensieri. Erano lontani i giorni in cui il nome di Leukania evocava una contrada florida, ricca di vita e futuro. Da generazioni la foresta era oggetto di cupe superstizioni, e veniva evitata da chiunque avesse un briciolo di prudenza. Vi accadevano fatti inspiegabili, gli incauti viaggiatori sparivano nel nulla.

    Eppure tutto era andato a gonfie vele a Leukania, fino a quando il numero dei taglialegna non era cresciuto oltre misura. I lavoranti abbattevano gli alberi a centinaia, e il raschiare delle seghe procedeva giorno e notte senza posa, finché qualcosa si era spezzato nell’equilibrio naturale. Le leggende al riguardo erano molteplici e fantasiose, ma nessuno sapeva realmente spiegare cosa fosse accaduto. I rari testimoni oculari concordavano su un punto, nei racconti tramandati ai posteri: le creature della foresta si erano ribellate contro gli uomini, e a guidarle c’era un essere spietato. Un mostro nero come la pece, secondo gli uni, una belva dall’aspetto umano, secondo gli altri. Ai più era apparsa nelle vesti di una donna bellissima, dalla pelle scura e vellutata come il manto di una pantera. L’avevano soprannominata la Strega d’Ebano.

    Raduan sorrise tra sé. Tutte sciocchezze. Di certo qualcosa di orrendo era accaduto nella foresta, per far sì che nove abitanti su dieci l’abbandonassero senza farvi più ritorno. Ma si potevano trovare spiegazioni ben più plausibili di quello spauracchio da fiabe per fanciulli. Una pestilenza, ad esempio, o un invasione di barbari del Nord, che a quei tempi osavano spingersi molto più a fondo nel cuore del Regno - e il cui aspetto poteva facilmente confondersi con quello di belve assassine. In ogni caso, l’esodo da Leukania apparteneva ad un passato morto e sepolto. Orsi e lupi erano le peggiori insidie che oggigiorno gli potessero capitare, nel varcare la soglia della foresta.

    Perché allora si sentiva così inquieto?

    Di certo le notizie trasmessegli da Bertram avevano avuto il loro peso. Il Portiere Anziano era venuto a cercarlo di persona, prima che lasciasse Silon. Non si vedevano da quella notte al Tempio, quando proprio grazie alle intuizioni del suo vecchio amico aveva messo a nudo i raggiri del Priore, e si era precipitato a saldare i conti. Bertram non aveva gradito una separazione tanto repentina, perciò si era dato da fare sino a rintracciare la locanda dove Raduan risiedeva.

    Erano così riusciti a trascorrere una mezza giornata in compagnia, prima di scambiarsi un forte abbraccio e la promessa di rincontrarsi al Tempio, nel prossimo futuro. In quel mentre, sollecitato dalla sua curiosità, Bertram gli aveva fornito notizie poco rassicuranti su Leukania e sul monastero dell’Ordine. Il vecchio non prendeva alla leggera le dicerie che circolavano sulla foresta, e non aveva apprezzato le sue risate.

    «Quando arriverai al monastero» gli aveva detto, con sguardo severo «Se arriverai al monastero, vedrai con i tuoi occhi che c’è poco da ridere. Giorni fa un messaggero dell’Ordine è giunto a Silon da laggiù, per chiedere udienza al Priore. Non aveva un bell’aspetto, e le sue parole erano gravi. Sosteneva che la Strega si fosse risvegliata dal suo lungo sonno. Ha affermato che c’è una guerra in corso, e che i monaci sono gli unici rimasti a difendere gli insediamenti degli uomini.»

    Il Priore aveva ovviamente sbattuto la porta in faccia al pover’uomo, e l’aveva rispedito al mittente con la seria minaccia di depennare dalla mappa dell’Ordine quello sperduto avamposto di piantagrane. Raduan, al suo posto, avrebbe fatto lo stesso, magari con un pizzico di cortesia in più - qualità di cui suo padre era sprovvisto - eppure il dubbio restava. Se le storie del messaggero non erano scempiaggini escogitate al solo scopo di procacciarsi fondi, la cavalcata fino al monastero non sarebbe stata priva di pericoli. Doveva munirsi di cautela, prima di metter piede nella foresta.

    Il destriero era fresco e sprizzava voglia di galoppare, proprio come il cavaliere, per cui macinarono terreno fino al calare delle tenebre, con pochissime soste. Dopo una notte ristoratrice in una locanda di second’ordine, varcarono le Acque Placide sulla zattera di un traghettatore dallo sguardo astuto. L’uomo scucì a Raduan una somma ben più cospicua del normale per una traversata così tranquilla, sostenendo che fosse a causa della guerra. A suo dire, ogni volta che approdava sulla riva settentrionale del fiume rischiava la cattura da parte degli eserciti invasori di Hiram. Una palese fandonia - i soldati nemici non avevano neppure valicato i confini del Principato - ma Raduan fece buon viso a cattivo gioco, piuttosto che mettersi a cercare un ponte chissà quante leghe più a monte.

    Quando la zattera toccò la riva opposta, un’orda di disgraziati spuntati da chissà dove con i loro fagotti sulle spalle si fiondò avanti, disposta a tutto pur di farsi portare sull’altra sponda. Di certo non avevano le tasche piene di monete sonanti, né la remissività di clienti bendisposti. Dinanzi a quella masnada di profughi, il traghettatore rivolse a Raduan uno sguardo sgomento. Il guerriero spronò il cavallo e lo salutò con un sorriso:

    «Fatti forza, amico! Ne avrai bisogno per remare.»

    Giorni dopo, giunse finalmente in vista del nastro verde che tagliava l’orizzonte da Est ad Ovest, segnando il margine meridionale della foresta di Leukania. Era il primo pomeriggio di una giornata uggiosa, e una pioggerella insistente gli aveva inzuppato gli abiti fin dal primo mattino, raffreddando il suo entusiasmo. Starnutì, ed incitò il cavallo a proseguire al trotto. Man mano che si avvicinava alla foresta, gli alberi cominciarono a prendere forma, bassi e ritorti: se non altro gli avrebbero offerto riparo dalla maledetta pioggia. L’intrico di rami creava una densa tettoia, e la poca luce che filtrava non era sufficiente a garantire l’esistenza di un sottobosco.

    Mancava un solo passo per abbandonare gli spazi aperti della pianura, e il destriero di Raduan lo fece senza esitare. Gli zoccoli produssero tonfi attutiti sul tappeto marrone di aghi di pino. La bestia sbuffò e si agitò nervosa, costringendo il guerriero a strattonare le redini.

    «Ohh, ohh! Calma, che ti prende?»

    L’eco delle sue parole risuonò nel silenzio, prima di perdersi nella buia galleria di tronchi.

    «Che brio...» si disse, dando una pacca sul collo della cavalcatura.

    Se c’era vita tra quegli alberi, non era in grado di scorgerne le tracce. Forse proprio perché era arrivato lui, un intruso. «Uccelli e scoiattoli trattengono il fiato» pensò, sorridendo dei propri timori. Magari l’avrebbero investito con una pioggia di noci e ghiande, per ordine della Strega.

    Avanzarono al passo, la bestia nervosa e il cavaliere dal sorriso forzato. Non c’era un vero e proprio sentiero, men che meno una strada, benché la boscaglia non fosse fitta al punto di intralciar loro il cammino. Suo malgrado, Raduan rivolse un rapido pensiero a Dorian, che forse in quello stesso momento si trascinava col fango fino alle ginocchia nella giungla acquitrinosa di Draslund, malgrado l’avesse messo in guardia. Rispetto a quella del comandante, pensò, la sua era una passeggiata.

    Diede un’occhiata alla bussola, prezioso regalo di Abel di cui aveva imparato a fidarsi ciecamente, nonostante i dubbi iniziali. Ancora non gli era servita in quel viaggio, ma a partire da lì non poteva permettersi leggerezze, o rischiava di trovarsi a vagare senza meta nel labirinto verde. Era penetrato nella foresta in un punto che gli era parso equidistante tanto dall’estremità orientale che da quella occidentale. Ora non gli restava che seguire dritto verso Nord fino a imbattersi nei primi avamposti civilizzati. Lì avrebbe ottenuto indicazioni più precise per raggiungere il monastero.

    Sollevò lo sguardo dalla bussola. Gli parve di udire un fruscio, e si voltò di scatto. Niente, la boscaglia era un quadro immobile, da ogni lato. Il cavallo continuò a incedere con passo ovattato.

    Era curioso che non avesse mai messo piede a Leukania prima di allora. Aveva girato mezzo mondo con la Compagnia, sempre alle calcagna dei Demoni, eppure il Viandante non aveva mai avuto ragione di condurli da quelle parti. Forse anche i mostri mutanti temevano la Strega.

    Rise, e fu allora che uno zoccolo del cavallo pestò qualcosa di molle. La bestia nitrì e roteò gli occhi. Si impennò con tale violenza che per poco non lo scaraventò a terra. Mentre riprendeva il controllo, Raduan vide con la coda dell’occhio un corpo umano riverso al suolo.

    «Che diavolo...!»

    Fece arretrare la bestia a distanza di sicurezza, dove la vista del sangue non le desse alla testa. Balzò giù di sella e allacciò le redini al tronco di un castagno. Poi impugnò la spada con una mano sudata, e tornò sui propri passi. Non era una buona idea, se ne rese conto fin da subito. Un individuo dotato di buon senso sarebbe schizzato via in un lampo alla vista della morte; lui no, voleva sapere, come al solito.

    Avanzò guardingo sino ai resti umani abbandonati tra le foglie. Appartenevano a un taglialegna o a un cacciatore, a giudicare dagli indumenti di pelle e lana ruvida. Quando notò l’ascia infissa in un tronco, pensò che la prima ipotesi fosse quella giusta. Si avvicinò. La lama era conficcata a fondo nel legno, e spruzzata da un flusso di resina rappresa. Tra il ferro e la corteccia era impigliato un lembo di pelliccia insanguinata, spessa e scura. Attorno alla base del tronco, la terra era smossa da una miriade di impronte, alcune umane, altre enormi e unghiate, dal che dedusse che l’uomo aveva lottato contro una o più belve - bipedi, forse, vista l’altezza del colpo di scure. Orsi? Che altro genere di creature era in grado di combattere eretto sulle zampe posteriori?

    Mentre si arrovellava sulla natura delle orme, cercando di interpretare a quali bestie appartenessero, le sue orecchie captarono un fruscio. In una qualsiasi foresta sarebbe stato il più comune tra i rumori, ma nel silenzio di tomba di Leukania risuonò come un gemito. Strinse la presa sull’elsa della spada e si arrestò, in attesa. Il suono si ripeté istanti dopo, seguito da un altro che pareva un basso ringhio. Un piede davanti all’altro, leggero come un’ombra, Raduan si mosse incontro alla fonte dei rumori. Strisciò contro il tronco di un enorme abete, gli girò attorno, e vide agitarsi il fogliame di un arbusto. I suoi spostamenti si fecero ancor più cauti e misurati.

    L’arbusto continuava a scuotersi, e i suoni erano sempre più secchi. Quando fu abbastanza vicino da poter toccare le foglie, Raduan allungò una mano e scostò un paio di rami. Sussultò. C’era un lupo davanti a lui, il muso e la pelliccia chiara del petto lordi di sangue. La belva aveva smesso di cibarsi, e lo fissava con malevoli occhi grigi. Raduan rimase impietrito, quasi ipnotizzato da quello sguardo crudele. Mosse appena gli occhi, e scorse un corpo umano premuto sotto le zampe anteriori del lupo.

    La belva non gradì l’interruzione del suo pasto. Alzò il muso al cielo e proruppe in un verso agghiacciante, mezzo latrato e mezzo ululato. La vegetazione alle sue spalle si aprì, e ne sgusciarono fuori altri due lupi ancor più grossi. Entrambi avevano il pelo irsuto e gonfio, e sbavavano. La schiuma che colava densa dalle loro fauci mise le ali ai piedi del guerriero, e un concerto di ululati ebbe inizio.

    Per sua fortuna non si era allontanato troppo dal cavallo: doveva solo raggiungerlo e balzare in groppa. Strisciò tra due tronchi e si mise a correre, sperando che fosse la direzione giusta. Un nitrito del cavallo glielo confermò, e allo stesso tempo gli fece rizzare i capelli. Piombò nella minuscola radura dove l’aveva lasciato, e si arrestò di botto dinanzi all’amara sorpresa di un orso nero ritto sulle zampe posteriori, con gli artigli piantati nei quarti posteriori del cavallo, che scalciava folle di paura.

    Che diavolo era successo agli animali della foresta?

    «La Strega!» sussurrò una voce dentro la sua testa.

    Scacciò l’idea rapidamente come gli era venuta - anche perché non si era scordato di avere tre lupi alle calcagna - e fece la prima cosa che gli passò per la mente. L’orso gli dava le spalle, impegnato nella lotta col povero destriero: si avvicinò in un balzo e gli menò un gran fendente dietro le ginocchia. L’animale lanciò un ruggito di dolore e si girò come una molla, stritolando l’aria con le sue zampe colossali. Raduan, schivato l’abbraccio mortale, si issò sulla sella, recise le redini con un taglio netto, e urlò: «Kyaaah!» stringendo le braccia attorno al collo della bestia.

    Libero dalle pastoie, il cavallo scalciò a destra e a manca e si fiondò nel primo varco. Aggrappato alla bestia, Raduan si lasciò trascinare via, sballottato come un burattino.

    I pensieri si accavallavano confusi nella sua mente, mentre il destriero proseguiva la sua folle corsa verso la salvezza. Che assurdità era quella? Mai nella propria vita aveva incrociato predatori tanto aggressivi - fatta eccezione per il cucciolo serpente di Nahash, ma quella era un’altra storia. Quei due taglialegna ridotti a cadaveri ne avevano fatto le spese, e chissà a quanti altri era toccata la stessa sorte. Rabbrividì, pensando agli sventurati abitanti di Leukania. Forse, dopotutto, il messaggero aveva detto il vero.

    Il cavallo rallentò un poco la sua corsa. Raduan ne approfittò per accarezzargli il collo, e sussurrargli qualche parola di conforto. Un po’ alla volta la bestia si calmò. Continuò al trotto, sbuffando e grondando sangue e sudore. Il cavaliere la lasciò procedere, senza interferire. Lanciò un’occhiata alle ferite sanguinanti: due serie di tagli paralleli, non troppo profondi, che dovevano ardere come l’inferno. Appena ne ebbe l’occasione, scese di sella e agguantò i monconi di redini che pendevano dal muso della bestia. Questa protestò e roteò gli occhi, finché Raduan riuscì a dominarla: era stravolta dalla fatica e dalla paura, i suoi fianchi si gonfiavano e sgonfiavano come mantici anche da ferma.

    Il guerriero proseguì a piedi, trascinandosela dietro meglio che poté. Doveva fare il punto della situazione, dare un’occhiata alla bussola e cercare di capire se la fuga li aveva portati fuori strada. E il cavallo aveva bisogno urgente di cure. Poteva fermarsi? Si guardò attorno con circospezione. Anche se la zona sembrava tranquilla, non si poteva mai dire. Oltretutto la luce del pomeriggio, già distillata dal fittissimo tetto di rami, stava scemando a vista d’occhio. Un fuoco sarebbe bastato a tenere alla larga quel tipo di predatori, durante la notte?

    «Calmati, Raduan. Ragiona.»

    Se l’era cavata in situazioni ben peggiori di quella, senza dover tornare tanto indietro nel passato. Non poteva lasciarsi impaurire da un branco di animali impazziti.

    Si fermò nei pressi di un rivoletto d’acqua corrente. Il cavallo sbuffò, agitato, ma si lasciò guidare. Infilò il muso nel torrente e cominciò a bere. Raduan ispezionò le sacche appese alla sella: non si erano strappate durante la fuga, il loro contenuto era intatto. Rovistò e ne estrasse un sacchetto di tela dall’odore pungente, e una scatoletta di legno. Sciacquò le ferite del cavallo - impresa che quasi gli costò un calcio nelle costole - poi vi spalmò uno strato dell’olio denso conservato nella scatola, impastato con un pugno delle erbe triturate contenute nel sacchetto. Erano rimedi di ottima qualità che si era procurato nell’erboristeria del Tempio, per ogni evenienza. Li usò con parsimonia. Erano destinati a lui, non certo all’animale.

    Sbrigato il compito, consultò la bussola e tirò un sospiro di sollievo: si erano sempre mossi verso Nord, o quasi, il che significava che non si erano allontanati dalla meta. Secondo i suoi calcoli, restava almeno un’ora di luce prima del tramonto. Dovevano continuare, anche al buio se necessario. Se quegli sventurati taglialegna si erano spinti fin là, significava che c’erano delle case nelle vicinanze. In quei frangenti, era obbligato a chiedere ospitalità per la notte.

    Un ululato squarciò il silenzio, fin troppo vicino.

    Raduan acciuffò gli spezzoni di redini e balzò in sella. Se non gliel’avessero offerta spontaneamente, si sarebbe preso l’ospitalità a forza, alla prima occasione. Spronò il povero destriero, e si avviarono.

    Tempo dopo, quando ormai non riusciva più a distinguere il cammino nell’oscurità e stava per rassegnarsi a passare una notte insonne attizzando un falò, un vago chiarore ammansì le tenebre. Proveniva dalla finestra di una baracca di legno. Ce n’erano altre tre, disposte a semicerchio, e una calda luce gialla sfuggiva da sotto gli usci e dalle fessure nelle pareti di tronchi. Raduan si sentì percorrere da un’ondata di sollievo. Era da un tratto che gli ululati non lo tallonavano, ma l’idea di una solida parete tra sé e la notte gli sorrideva alquanto.

    Transitò davanti alla finestra illuminata della prima casa, e una lunga ombra si posò sulla sua figura. Era una bimba dai riccioli rossi, appoggiata coi gomiti al davanzale di una piccola finestra. Stringeva al petto una bambola di stracci, e lo fissava con la bocca spalancata in un O di sorpresa. Raduan alzò una mano e le sorrise. Subito la sagoma di un uomo imponente si disegnò alle spalle di lei. Le poggiò una grossa mano sulle spalle e la tirò indietro, incurante del suo piagnucolio di protesta. Si sporse a fissare lo straniero. Lo valutò con espressione seria, scrutò a destra e sinistra nell’oscurità, quindi gli indicò la porta con un cenno del capo. Come Raduan aprì bocca per ringraziarlo, l’uomo stava già serrando le imposte.

    Il guerriero scese di sella e tirò il cavallo sin davanti alla porta, che si aprì con un cigolio. Ne uscì lo stesso uomo, un boscaiolo alto quasi due metri, con una grossa accetta stretta tra le dita e un’espressione tutt’altro che solare stampata sul volto dalla fronte prominente.

    «Vi ringrazio di tutto cuore...» cominciò Raduan, ma l’uomo lo zittì con un gesto.

    «Parleremo dentro. La foresta odia le nostre voci, soprattutto di notte.»

    A gesti, si fece seguire sul retro della baracca, dove c’era una stalla minuscola. Alzò la sbarra che bloccava il portone, e invitò Raduan a spingere dentro il suo destriero. C’era fieno in abbondanza, e un vecchio mulo che non si scompose di fronte a quella compagnia inaspettata. Alleggerito il cavallo dal peso della sella, richiusero il portone e si affrettarono ad entrare in casa. Era un ambiente piccolo e rustico, riscaldato da un focolare scoppiettante. La moglie del boscaiolo, una donna giovane e sciupata, attendeva in piedi davanti al tavolo. La bambina se ne stava con la schiena poggiata alle ginocchia della madre, un pollice in bocca. Lo vagliò con occhi inquieti.

    «Vi chiedo scusa per l’intromissione» disse Raduan da perfetto gentiluomo, producendosi persino in un breve inchino - forse il primo che la donna avesse ricevuto in vita sua. «L’oscurità mi ha sorpreso durante il cammino. Non sarebbe la prima volta che dormo all’aperto, ma oggi sono stato testimone di eventi che... Beh, immagino lo sappiate meglio di me.»

    L’uomo annuì, e appurò un’altra volta che la porta fosse ben serrata. La donna, più rilassata, invitò Raduan a prendere una sedia. Il guerriero si accomodò e le sorrise.

    «È avanzata della zuppa» disse lei, scostandosi dagli occhi una ciocca di capelli color paglia.

    «Se non è chiedere troppo... L’appetito non mi manca, lo confesso. State pur certi che vi ripagherò prima di partire.»

    «Non serve» disse il boscaiolo, abbandonandosi su una sedia dirimpetto a Raduan. Il legno gemette sotto il suo peso. «Leukania è cambiata, ma la nostra ospitalità è quella di sempre.»

    Raduan annuì. La donna poggiò sul tavolo una scodella di legno piena di zuppa fumante, e lui prese a sorbirla con gratitudine. La bambina, aggrappata alla gonna della madre, continuava a fissarlo come se fosse la cosa più strana che avesse mai visto.

    «Cosa ci facevate da solo nella foresta, in piena notte?» scosse la testa il boscaiolo «Siete straniero, vero?»

    «Sì» ammise Raduan, asciugandosi le labbra con la manica della camicia «Uno straniero troppo testardo per credere alle storie.»

    «Ora, però, ci credete.»

    «Senza dubbio. Comincio a pensare che persino la Strega d’Ebano sia reale.»

    L’uomo impallidì e abbassò lo sguardo.

    «Non nominatela, per favore! Qua dentro siamo al sicuro, ma non so fino a che punto!»

    «Scusatemi» borbottò Raduan.

    Mentre terminava il suo pasto, calò un silenzio imbarazzato. La bimba mollò la gonna della madre e si sedette in un angolo a giocare con una bambola di pezza. La grande novità era già sfumata.

    Il guerriero scostò la scodella vuota e si schiarì la gola.

    «Mi avete chiesto cosa ci facevo nella foresta. Sono diretto al monastero di Abidan, e a dire il vero qualche indicazione mi farebbe comodo.»

    Il boscaiolo raddrizzò la schiena e lo fissò negli occhi.

    «Il monastero, eh? Siete proprio sicuro di volerci andare?»

    «Perché me lo chiedete?»

    «Perché è proprio lì che sono cominciati i guai.»

    La donna si sporse sul tavolo per prendere la scodella. Il marito aspettò che si facesse da parte prima di continuare.

    «Forse conoscerete la nostra storia: i tempi dell’abbondanza, la guerra contro la Strega - nel nominarla si toccò due volte la fronte in segno di scongiuro - e la fuga dei coloni. Oggi siamo pochi, meno di un decimo di quanti eravamo a quei tempi. Comunque molti di più che all’inizio di questo secolo. Troppi, per la foresta.»

    Si passò una mano tra i capelli già in disordine.

    «Sono stati quei monaci, sapete? Finché c’era soltanto qualche famiglia sparsa qua e là, come la mia, la foresta ci lasciava in pace. Poi i monaci hanno cominciato a chiamare gente. Hanno creato un insediamento attorno al monastero, come ai vecchi tempi. Credevano che la foresta non se ne sarebbe accorta, o che avrebbe lasciato correre. Forse pensavano che, dopo tanti anni, il male si fosse assopito. Beh, si sbagliavano!»

    Sembrava così convinto di quel che diceva, che Raduan quasi non fece caso all’assurdità del concetto di fondo: che la foresta era una cosa viva, senziente, capace di lottare. E odiava gli uomini.

    Il boscaiolo lesse la perplessità nei suoi occhi, senza prendersela a male.

    «Non mi credete, lo so. Pensate che sia uno sciocco superstizioso, uno che ha vissuto troppo tempo recluso tra gli alberi. Allora lasciate che vi faccia una domanda: perché tanta fretta di entrare nella mia casa, stanotte? E perché quella faccia da fantasma?» Sorrise di fronte all’imbarazzo di Raduan. «Credete che non abbia notato le ferite del vostro cavallo? Le ha fatte un orso, o qualcosa di peggio. La varietà di predatori è aumentata a dismisura: passate un po’ di tempo nella foresta, e vedrete bestie di cui non avete mai sentito parlare.»

    «Vi credo sulla parola. Ma, il monastero...?»

    Il boscaiolo sputò per terra, ignaro dello sguardo di disapprovazione della moglie.

    «Andava tutto bene, fino a quando quelle tonache non hanno cominciato a radunare gente! Per riportare la civiltà, l’ordine, sapete, sciocchezze di questo genere.»

    Raduan non le riteneva affatto delle sciocchezze, ma la cortesia gli impose di non ribattere.

    «La foresta non l’ha presa bene. Gli animali sono... cambiati. Alcuni anche nell’aspetto. Sono diventati belve senza freni. Fino a ieri, per dirne una, non sapevo che i cervi attaccassero gli uomini. Adesso lo so. Uno di loro per poco non mi inchiodava a un albero con le sue corna. Da quel che ho sentito, però, non è niente in confronto a quanto succede al monastero.»

    «Spiegatevi, ve ne prego.»

    «Io ne ho fatte di cose nella vita» continuò il boscaiolo, guardandosi le mani coperte di calli «ma mai il soldato. Per cui non saprei davvero descrivere un assedio. Però è quello che mi è venuto in mente, quando me l’hanno raccontato.»

    «Il monastero sotto assedio?» sbottò Raduan «Chi mai farebbe una cosa del genere?»

    «Non chi, che cosa. Sono gli animali, e altre cose che nessuno sa definire. Hanno fatto a pezzi l’insediamento. Hanno messo in fuga uomini e donne - quelli abbastanza svelti da farcela. I monaci hanno cercato di resistere, poi si sono arroccati nel monastero per salvarsi la pelle. A quanto ne so, sono ancora lì dentro, a maledire il giorno che hanno deciso di sollevare questo vespaio.»

    Raduan inarcò le sopracciglia. Senza che gliel’avesse chiesto, la donna gli piazzò davanti una tazza piena di una bevanda chiara, dall’odore penetrante. Ne porse una uguale al marito, che le cinse la vita con un braccio.

    «Mi hai letto nel pensiero, donna.» Alzò la tazza, esclamò: «Alla salute!» e la svuotò tutta d’un fiato.

    Il guerriero lo imitò, con più moderazione. I liquori caserecci erano fuoco liquido, lo sapeva. Tossì mentre la bevanda gli scavava un buco ardente nello stomaco. Era quel che ci voleva, dopo una giornata del genere, e con la triste prospettiva del domani che la conversazione gli aveva lasciato. A meno che il boscaiolo non esagerasse della grossa, raggiungere il monastero sarebbe stato azzardato come aprirsi strada nel cuore di un campo di battaglia.

    Le sue dita giocherellarono con la pipa, nella tasca della giubba. Gli venne voglia di una bella fumata, ma uscirsene al buio era fuori questione. Si consolò con un’altra sorsata di liquore, però oppose un cortese rifiuto quando il boscaiolo cercò di riempirgli di nuovo la tazza. Conversarono ancora, e continuarono anche quando la donna sollevò tra le braccia la bambina addormentata e si ritirò. Il padrone di casa si dimostrò molto loquace, sia per la scarsità di occasioni di dialogo che la vita gli propiziava, sia per gli effetti del liquore. Quando Raduan ebbe finito di aggiornarlo sulle novità della guerra, l’uomo si permise un mezzo sorriso.

    «Meglio qui con la Strega, dopotutto» disse. Poi si toccò la fronte tre, quattro volte, e sbadigliò. Due minuti dopo, stava russando con la testa sul tavolo.

    Raduan sorrise e si alzò. La donna, premurosa dall’inizio alla fine, gli aveva lasciato una coperta ripiegata accanto al focolare. La stese accanto alle braci del fuoco morente e si sdraiò, godendosi il calore. Ci mise un po’ ad addormentarsi, e i suoi sogni furono zeppi di zanne e artigli. Sullo sfondo, c’era sempre la sagoma nera di una donna, i suoi occhi due fessure giallastre, come quelli dell’Addestratore di Serpenti. Poi Dorian e Kyra comparvero al suo fianco. Lottarono senza tregua, finché i corpi accatastati delle belve formarono una montagna davanti a loro. Ma quando li osservò meglio, scoprì con orrore che erano i membri della Compagnia del Viandante, come quel giorno maledetto a Bezer.

    Si svegliò di botto, sudato. Il cuore gli martellava nel petto. La casa era immersa nel silenzio, a parte il leggero russare del boscaiolo accasciato sulla sedia. Si girò su un fianco, e richiuse gli occhi.

    L’ultima cosa che udì prima di riassopirsi fu un ululato lontano. Se nascesse dal buio della foresta, o da un nuovo incubo nella sua mente, non seppe dirlo.

    II - Sotto Assedio

    Si svegliò di soprassalto, scrollato da una mano forte.

    «Ma come? Ho appena chiuso gli occhi...» pensò.

    La luce del giorno gli si insinuò sotto le palpebre, smentendo il pensiero. Si alzò a sedere, con la testa pesante come un masso. Udì la risata del boscaiolo sopra di lui.

    «Abituato a bere limpaq, eh? La mia roba è un po’ più forte, avrei dovuto avvertirvi!»

    «Sì, avreste dovuto» gemette Raduan, massaggiandosi le tempie. In realtà sospettava che la sua nottataccia avesse più a vedere con orsi, lupi e streghe che con il poderoso liquore della casa.

    La moglie del boscaiolo fu così gentile da servirgli una colazione a base di frutta e pane duro come la pietra. Mentre masticava, la bambina si avvicinò di soppiatto fino a pizzicargli una gamba, poi corse via ridendo. Chissà perché ne rimase colpito. La sua vita era così fuori dal comune, che le più semplici scene di convivio familiare lo impressionavano come cose di un altro mondo.

    Dopo il pasto - e dopo aver ficcato la testa in un secchio d’acqua gelata tirato su dal pozzo - si sentì di nuovo in forma, pronto a ripartire. Gli altri membri della ristretta comunità lo scrutarono con curiosità dalla porta di casa. Di certo sarebbe divenuto il principale argomento di conversazione nei giorni a seguire. Li salutò con la mano, e gli risposero allo stesso modo. Prima che qualcuno cercasse di intavolare una conversazione, sellò il cavallo - che dall’aspetto pimpante aveva avuto una notte migliore della sua, a dispetto delle ferite - e si congedò dai suoi ospiti.

    A fatica li convinse ad accettare un pugno di monete in cambio della loro gentilezza. Che uso ne avrebbero fatto, era un altro discorso. Nel mezzo della foresta quei soldi erano tanto utili quanto una manciata di sassolini colorati.

    «State attento»

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