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Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso
Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso
Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso
E-book315 pagine3 ore

Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso

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Info su questo ebook

Dopo essersi spenta a Vancouver nel 2010, la fiamma olimpica dei giochi invernali si riaccenderà nel 2014 all’estremità occidentale del Caucaso, nella città russa di Soci sul Mar Nero.
Il confine meridionale della Federazione russa si ritrova così al centro dell’attenzione mediatica: l’irrisolta tensione con la Georgia, gli atti terroristici per rivendicare l’indipendenza delle repubbliche caucasiche e le polemiche sui cantieri olimpici di Soci mantengono i riflettori puntati sulla regione.
Il giornalista e guida alpina Mario Casella, accompagnato dall’alpinista russo Alexey Shustrov, ha attraversato con gli sci, da est a ovest, i mille e più chilometri della catena caucasica, crogiuolo di etnie e di pericolosa instabilità politica.
Al racconto dell’avventura si alternano i ritratti di personaggi e situazioni sorprendenti, incrociati dall’autore nei suoi numerosi viaggi nella regione in qualità di giornalista e alpinista.
Dietro la grandiosità del paesaggio spuntano i drammi della Storia e le tensioni del presente.
Il diario di un’eccezionale avventura alpinistica e un reportage esclusivo dalla polveriera caucasica.

LinguaItaliano
Data di uscita11 lug 2012
ISBN9788887469950
Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso
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Autore

Mario Casella

Mario Casella (1959) è laureato in lettere e pratica fin da ragazzo l’alpinismo.Nel 1985 ottiene il diploma di guida alpina. Nello stesso anno inizia la sua attività giornalistica abbinandola a quella di guida sulle montagne del mondo intero.Il giornalismo lo impegna dapprima per la radio e poi per la televisione (RSI – Radiotelevisione della Svizzera italiana).Dopo i primi anni radiofonici alle Redazione Esteri del Radiogiornale, passa alla Tv per la quale realizza numerosi documentari e inchieste, soprattutto all’estero (caduta del muro Berlino, ex Germania est, ex paesi dell’est, Russia, Cernobyl, guerre balcaniche, Afghanistan, ecc.).Dopo molteplici esperienze sull’intero arco alpino, ha salito alcune tra le cime più alte del mondo (Alaska, Ande e Himalaya).Dal 2004 al 2007 è stato produttore responsabile del “Magazine” d’informazione televisivo della RSI “Falò”. Nella primavera del 2007, pur mantenendo un contratto a tempo parziale con RSI, ha lasciato questa carica per dedicarsi maggiormente alla montagna, alla documentaristica indipendente, alla scrittura e alla famiglia.E’ sposato con Lisa e padre di due figli: Emma (12 anni) e Zeno (14 anni).

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    Nero-bianco-nero. Un viaggio tra le montagne e la storia del Caucaso - Mario Casella

    Tra le oscure profondità del Mar Nero e il nero del petrolio di Baku, la capitale azera sulle rive del Mar Caspio, s’inarca una catena montuosa lunga oltre 1000 chilometri: il Caucaso. Una dorsale di vette vertiginose che divide l’Europa dall’Asia. Un susseguirsi di cime, vallate e pianure in cui convivono decine di etnie, più religioni e svariate culture. Una regione in cui si parlano oltre una quarantina di lingue.

    Il Caucaso non è però un pianeta lontano o una galassia persa nell’oscurità. Tra le torri di pompaggio dell’oro nero e le temperate rive del Mar Nero, brilla il bianco orizzonte delle vette innevate e si nasconde il rosso del sangue versato in una guerra dopo l’altra: ben sette, solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. L’ultima, recentissima, tra Russia e Georgia nel 2008. E poi c’è il verde dell’Islam, dei pascoli sterminati e delle tute mimetiche, alternato a un susseguirsi d’altri colori, tonalità e sfumature cromatiche.

    Spesso per definire la molteplicità caucasica si è fatto ricorso al termine di mosaico. Una parola che richiama l’accostamento di tessere variopinte dai confini precisi e stabili. Qui invece il vento della storia, alimentato dai temporali degli interessi economici e della geopolitica, ha mescolato in modo disordinato i colori. Li ha impastati l’uno con l’altro anche quando le creste montuose avrebbero dovuto separarli in modo netto e naturale. Quest’amalgama di colori non secca mai e sulla viscida tavolozza, a scadenze regolari, cadono nuove gocce di rosso sangue.

    Ripetuti e prolungati viaggi nella regione hanno dato origine a questo libro. Pagine alle quali sono rimasti appiccicati colori, suoni, profumi e storie di vita, condizionati dall’irrazionalità o dai calcoli di potere di alcuni protagonisti-pittori che nella regione hanno messo mano ai pennelli.

    A cucire tra loro questi schizzi colorati vi è un lungo filo bianco: quello della neve e della montagna. Sono pagine che propongono il racconto della traversata con gli sci dell’intera catena del Caucaso, compiuta partendo da Derbent, sulle rive del Mar Caspio, e conclusasi a Soci, sul Mar Nero, la città russa che nel 2014, grazie alla mobilitazione personale di Vladimir Putin, accoglierà i giochi olimpici invernali.

    Perché attraversare il Caucaso con gli sci? Perché la primavera carica di neve e di valanghe anziché la tranquilla e temperata estate? Due le ragioni: una dettata dal mio ideale di viaggio e la seconda, più tecnica, legata al modo di spostamento.

    L’isolamento cui per mesi sono costrette a causa della neve gran parte delle alte vallate caucasiche ha tra le sue conseguenze meno appariscenti quella di selezionare le persone e le situazioni in cui il visitatore esterno s’imbatte. Nei villaggi o nelle capanne più isolate rimane solo chi vive tutto l’anno nella regione. Gli incontri, anche fortuiti, sono epurati dalla contaminazione di personaggi che frequentano il Caucaso solo per il tempo di una vacanza o di una breve visita istituzionale o professionale. Tra la neve resta il vero Caucaso, quello più autentico e che affonda le sue radici nelle tradizioni centenarie della regione. Una popolazione che, dopo il crollo dell’impero sovietico, è ora di fronte alla modernizzazione selvaggia e al ritorno, sotto forma di neocolonialismo economico, del potere centrale russo.

    Vi è poi l’aspetto locomotorio, del viaggio fisico. Una traversata alpinistica estiva dell’intera catena richiederebbe mesi di fatiche e di interminabili scalate lungo creste e vallate con rocce e vegetazione di difficile percorrenza. Le grandi masse nevose che ogni inverno si riversano sulla regione ammorbidiscono invece i rilievi e arrotondano le difficoltà del terreno.

    Da qui la felice riscoperta dello sci come mezzo di locomozione. Non per nulla gli sci furono scoperti ancora prima della ruota, nel freddo polare della Lapponia e della Siberia. Due tavole, ormai non più di solo legno, ai piedi che, nonostante gli oltre 4000 anni di età, hanno riconfermato a pieno la loro funzionalità nel corso di quest’avventura, permettendoci di percorrere fino a 40, 50 chilometri in un sol giorno su terreni molto accidentati e privi di sentieri anche nella bella stagione. Senza dimenticare le emozioni uniche, vissute durante le discese lungo pendii mai tracciati da altri sciatori.

    La prestazione sportiva della velocità e la ricerca dell’exploit, evitando spostamenti motorizzati e ricercando l’integralità di spostamenti fatti con la sola forza delle nostre gambe, non erano gli obiettivi del viaggio. Quando il nostro procedere ha richiesto delle pause ci siamo fermati e quando la burocrazia o le condizioni meteorologiche l’hanno imposto, abbiamo modificato il nostro itinerario. Unico punto fisso e inderogabile: l’arrivo a Soci sul Mar Nero.

    L’eccezionalità di questo viaggio non si misura in metri di dislivello, chilometri percorsi e ore di marcia. È la sfacciata sfida all’ingrippato sistema politico, amministrativo e logistico che regola la vita nelle repubbliche caucasiche della Federazione Russa a rendere probabilmente irripetibile per ancora molti anni l’esperienza raccontata in questo volume. Infilati nello zaino solo un paio di illusori lasciapassare cartacei della Federazione Alpinistica Russa e alcune garanzie verbali, ci siamo buttati in un’avventura che ci ha aperto le porte di un mondo chiuso agli stranieri, ai curiosi e anche a molti russi.

    Queste pagine non si limitano, però, al solo resoconto di un’avventura con gli sci. Raccontano più viaggi, racchiusi tra due estremi che si caratterizzano per il loro colore nero, per l’assenza di luce riflessa. Un cammino sul filo accecante di un interminabile manto nevoso che collega due mari. Petrolio, neve e Mar Nero: nero, bianco, nero.

    Mario Casella

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    1

    Inizio senza frontiere

    Fine novembre 2008

    Lo sguardo si concentra sul posto di frontiera che si avvicina.

    Filerà tutto liscio, vedrai… Devi solo rimanere rilassato. Discuti con me come se nulla fosse! dico ad Alexey che è seduto al mio fianco mentre, abbassando il finestrino, accosto l’auto all’annoiato uomo in divisa che esce dalla cabina.

    Sapevamo, fin da quando avevamo iniziato a parlare dell’idea di attraversare con gli sci le montagne del Caucaso, che una delle maggiori incognite sarebbe stata quella dei delicati passaggi attraverso le frontiere da un paese o da una repubblica all’altra, nel ginepraio geopolitico compreso tra il Mar Caspio e il Mar Nero. Non mi sarei però mai immaginato che avremmo incontrato questo tipo di problemi ancora prima della nostra partenza!

    E così, dopo aver superato la postazione della Guardia di Finanza italiana, accolgo con sollievo il gesto di via libera del doganiere svizzero. È andata!

    Siamo riusciti a passare senza inciampi il valico autostradale italo-svizzero di Chiasso-Brogeda.

    La sera prima Alexey mi aveva chiamato da Parigi per confermarmi che sarebbe arrivato, come stabilito, all’aeroporto di Milano Malpensa, e sarebbe poi rimasto a casa mia, in Svizzera, alcuni giorni, per definire tutti i dettagli della nostra ormai imminente avventura caucasica. Prima di chiudere la telefonata, mi aveva però segnalato di avere un visto valido solo per i paesi membri degli accordi di Schengen. Un trattato di cui la Svizzera avrebbe fatto parte solo dal 12 dicembre, un paio di settimane più tardi.

    Per un cittadino russo, come Alexey Shustrov, prima di quella data la Svizzera richiedeva ancora un visto specifico.

    Una piccola dimenticanza e un insignificante contrattempo burocratico ci ricordano che tutti viviamo in una realtà quotidiana e familiare piena di controsensi. Aprire la porta di casa a un ospite straniero comporta talvolta costrizioni, rischi e grattacapi maggiori di quelli che può implicare un viaggio esotico verso terre lontane.

    Il viaggio dei miei sogni, per il quale sono riuscito a contagiare l’amico Alexey, è nato da alcune uscite insieme sulle montagne della catena caucasica. Da ogni vetta della regione le cime del Caucaso si perdono nell’infinità dell’orizzonte: l’idea di attraversarle nella loro integralità ci è sembrata una sfida unica e originale. Farlo con gli sci lungo pendii e montagne ancora completamente coperti di neve ci avrebbe permesso di essere molto più veloci che camminando a piedi d’estate. La neve avrebbe inoltre aggiunto una nota di fascino esplorativo alla nostra avventura. Molte di queste vallate non sono ancora state percorse dall’uomo prima dello scioglimento delle nevi e alcuni villaggi, dove dormiremo, restano isolati per settimane ogni anno prima del ritorno della bella stagione. Esperienze passate mi suggeriscono che, in simili condizioni, ogni incontro umano garantisce un particolare grado d’intimità ed è spesso contraddistinto da una gran voglia di comunicare.

    Prima di arrivare a Chiasso ho elencato ad Alexey i nomi delle montagne del massiccio del Monte Rosa e delle Alpi del Canton Vallese, che sfilavano sulla nostra sinistra mentre sfrecciavamo sull’autostrada verso casa mia, e i nostri pensieri sono subito corsi a montagne molto lontane. Correvamo verso il valico tra Italia e Svizzera, con l’incertezza del suo passaggio, ma già parlavamo di frontiere lontane che ci avrebbero creato altri problemi da lì a pochi mesi.

    Alexey, negli uffici della sua piccola agenzia di viaggi alpinistici e d’avventura a San Pietroburgo, aveva già lavorato varie settimane alla preparazione logistica e burocratica della nostra traversata sci-alpinistica e, ancora in auto, mi comunica subito che dovremo probabilmente dimenticare l’idea originale di partire dalle rive del Mar Caspio in Azerbajgian per poi attraversare il confine con il Daghestan, repubblica islamica della Federazione Russa. Le crescenti tensioni nella regione hanno reso impossibile, soprattutto per uno straniero, varcare questa frontiera via terra: non importa se a piedi, in auto o in treno. Un impedimento che non si limita a noi, scriteriati avventurieri con gli sci: è la difficile realtà con cui si confronta spesso chi vive nell’area.

    L’unica possibilità per superare questo e altri confini che corrono lungo la catena caucasica è sorvolarli! Per questo motivo Alexey mi dice a malincuore che restano solo due alternative.

    La prima variante è di mantenere l’idea della partenza per la nostra traversata dalle rive del Mar Caspio, ma spostandola più a nord, già su territorio russo, in Daghestan.

    La seconda possibilità è invece quella di partire da Baku, in Azerbajgian, spingerci fino alle prime montagne della catena, far rientro nella capitale azera, prendere un aereo per la Russia e tornare su quelle stesse montagne, ma sul loro versante settentrionale.

    Al confine tra Azerbajgian e Daghestan, il fiume Samur sfocia nel Mar Caspio. Un corso d’acqua tra i più importanti della regione, che scende dalle pendici del nostro primo obiettivo sci-alpinistico: la cima del Bazardüzü. Una vetta di 4480 metri di altitudine – metro più, metro meno la stessa quota del Cervino – sospesa sul filo di quel confine invalicabile via terra. È la prima boa montuosa della nostra traversata: da lì, provenienti da sud o da nord poco importa, bisogna passare.

    Il Bazardüzü è la porta che da oriente si spalanca sulle montagne del Caucaso.

    Valutiamo con attenzione le due possibilità durante le giornate che trascorriamo navigando in rete e pianificando con diligenza la nostra traversata virtuale, giorno per giorno, tappa dopo tappa, grazie ad Internet e al fenomenale strumento di Google earth. Chissà cosa penserebbero gli esploratori dei secoli passati se ci vedessero viaggiare rincorrendo le bizze di un mouse?!

    Con Alexey, grazie anche al suo passato di dottore in chimica e di membro dell’Accademia delle Scienze sovietica, calcolare distanze e dislivelli è un gioco da ragazzi. Valutiamo tempi di marcia e pendenze di ogni tratta. Quest’ultimo aspetto è fondamentale per evitare percorsi con un eccessivo pericolo di valanghe. Sulle carte tridimensionali della rete cerchiamo, laddove possibile, ogni villaggio, alpeggio, riparo per trascorrere le notti nelle vallate più isolate.

    Discutiamo anche la necessità di avere durante il nostro lungo percorso degli accompagnatori all’altezza delle difficoltà che sicuramente incontreremo. Spostarsi in due in alta montagna, all’inizio della primavera, con le montagne ancora ricoperte da enormi masse di neve e tutto ciò in aree molto discoste, è un rischio eccessivo. Il minimo incidente, la più insignificante difficoltà a uno dei due può trasformarsi in una tragedia. La presenza di un terzo compagno è indispensabile. Propongo ad Alexey di farci accompagnare dall’amico Tiziano Schneidt, guida alpina svizzera fresca di diploma con il quale appena un anno prima ero stato con gli sci sulla vetta dell’Elbrus, la cima più alta di tutto il Caucaso con i suoi 5642 metri di altezza. Tiziano, per impegni presi in precedenza, potrà però raggiungerci solo a Nalcyk, quando saremo a un terzo della lunga traversata. Per le prime settimane saremo solo in due.

    È con la testa piena di immagini, cartine e cifre che, dopo tre giornate piegati sul computer (salvo qualche corsetta di allenamento nei boschi attorno a casa mia), mi ritrovo con Alexey al fianco, in auto, sull’autostrada in direzione di Milano. Dopo tre settimane trascorse tra Germania e Francia per proporre escursioni e spedizioni nelle zone più selvagge della Russia alle grandi agenzie di viaggio orientate verso l’avventura e dopo il breve soggiorno in Svizzera, Alexey rientra a San Pietroburgo. Una decisione è già presa: Baku è irrinunciabile. Ci andremo; resta ancora da decidere in che modo, ma il ricco e prosperoso polo petrolifero, posto sulla penisola che costituisce l’appendice della catena caucasica nel Mar Caspio, non può mancare in questo viaggio tra due grandi bacini marittimi.

    Superata in direzione inversa la frontiera con l’Italia, ci salutiamo. Il prossimo confine che valicheremo assieme sarà a migliaia di chilometri dal nord Italia. Il Caucaso, le sue nevi e le sue incognite ci aspettano.

    <

    2

    Baku: città bianca, nera e rossa

    In queste confine è una fontana,

    ove surge olio e in tanta abondanza

    che le navi se ne caricherebboro a la

    volta. Ma egli non è buono da

    mangiare, ma sì da ardere, e buono

    da rogna e d’altre cose; e vengono

    gli uomini molto da la lunga

    per quest’olio; e per tutta quella

    contrada non s’arde altr’olio.

    Marco Polo, Il Milione, ed. Adelphi,

    Milano, 1994, p. 29-30

    L’oro nero ha generato le disgrazie e le fortune del Caucaso. Il petrolio, presente in abbondanza nelle pianure a nord della catena montuosa e sulle coste del Mar Caspio attorno a Baku, era stato per secoli una semplice curiosità per viaggiatori come Marco Polo e una singolare materia con particolari proprietà, come evidenziato dallo scrittore e viaggiatore francese Alexandre Dumas. Così lo descrive al rientro dal suo viaggio di tre mesi in Caucaso: La nafta è l’olio di pietra, il petrolio, sempre infiammabile, leggero e trasparente una volta epurato, diffonde un fumo denso di cattivo gusto […] È usato per ungere le otri che servono al trasporto del vino, il che dà al vino un gusto tutto particolare, molto apprezzato dagli amatori, ma al quale non sono mai riuscito ad abituarmi. Viene anche usato per ingrassare le ruote dei carri, il che evita ai carrettieri di non ricorrere alla carne di maiale di cui hanno orrore, visto che sono in maggioranza musulmani.

    Con il XIX secolo, la scoperta delle proprietà energetiche dell’olio della terra trasformò da un giorno all’altro la città di Baku e i suoi dintorni nell’ombelico di interessi planetari.

    Prima però che la melma nerastra e le fontane di liquido scuro sputate dalle aride colline attorno alla città attirassero investitori, politici ed eserciti, la regione dell’odierno Azerbajgian doveva la sua fama alla sua posizione di passaggio obbligato per ogni viaggio verso l’Asia lungo la via della seta e alla sua produzione di tappeti pregiati. A quell’epoca furono i tappeti multicolori della regione e non le cupe tonalità dell’oleosa materia eruttata dal terreno ad attirare l’attenzione dei viaggiatori.

    Già Marco Polo nel suo Il Milione scriveva che Quivi si fanno li sovrani tappeti del mondo e i più begli; fanno visi lavori di seta e di tutti i colori.²

    A secoli di distanza sono stati i colori dei tappeti a portarmi la prima volta a Baku, non il petrolio. Nel 2007, mentre ero in viaggio attraverso il Caucaso meridionale, sentii parlare di un artista azero che si era guadagnato una fama internazionale grazie ad un tipo particolare di tappeto.

    Mancano pochi minuti a mezzogiorno, ma Chingiz Babayev è ancora assonnato quando mi apre la porta del monolocale di un palazzo d’epoca sovietica alla periferia della capitale azera dove vive con la moglie e il figlioletto. È appena rientrato la sera prima da Venezia, dopo avervi lavorato alcuni giorni senza interruzione per terminare in tempo per l’inaugurazione una sua installazione alla locale Biennale d’Arte.

    Chingiz è il nome d’arte di questo artista d’avanguardia profondamente legato alla storia e alle tradizioni del suo paese. Ha dedicato anni di lavoro a un progetto per la catalogazione informatica di tutte le scuole di produzione di tappeti in Azerbajgian. I colori, i disegni e i motivi geometrici, i materiali, il tipo di tessitura; con alcuni colleghi ha inventariato tutto in modo scrupoloso con uno scopo principale: rompere con la tradizione per sviluppare una nuova forma espressiva.Sono nati così i tappeti che hanno reso famoso Chingiz: composizioni effimere ed enormi che con i prodotti della terra – frutti, legumi e verdure di ogni tipo – ricoprono, per il tempo di alcuni giorni, pavimenti di musei e mostre nel mondo intero.

    Queste geniali geometrie agro-artistiche hanno portato il giovane azero a lavorare all’estero e per un triennio anche nei laboratori di Madame Tussauds a Londra e New York, dove, nella creazione delle celebri statue in cera di personaggi storici, ha potuto dimostrare la solidità della sua formazione di scultore.

    Mentre tenta di svegliarsi completamente con l’aiuto di un caffè, Chingiz mi spiega che si trova in una fase difficile della sua carriera. Tutti lo conoscono ormai come l’autore dei tappeti di frutta e verdura. Un’etichetta che va stretta a questo vulcanico sperimentatore sempre alla ricerca di nuovi abbinamenti tra l’arte figurativa e la musica, la fotografia e la video-arte. Chingiz è alla ricerca di una nuova forma d’espressione che gli permetta di raccontare la realtà moderna del suo paese. Di quella vita quotidiana il cui pulsare è scandito da un altro frutto della terra: il petrolio.

    È un soggetto che lo affascina e lo tormenta. Con occhi sottili da dietro gli occhiali mi parla di un paese che, dopo aver estratto greggio per decenni dal suo terreno arido, si ritrova al crocevia di un nuovo grande gioco: quello delle pipeline e dei gasdotti.

    Mi racconta di grandi e ardite installazioni con tubi: le stesse tubature in metallo che vengono saldate l’una all’altra per trasportare l’energia verso paesi lontani. Ne ha anche parlato con un membro del governo, ma le figure provocatoriamente falliche di alcune installazioni hanno spento l’iniziale entusiasmo dei politici.

    Il progetto resta provvisoriamente in un cassetto, ma le parole di Chingiz mi confermano che il gas e il petrolio sono il fulcro della vita nella sua città. Baku ne è impregnata: dall’aria che respiri camminando nelle sue strade fino all’arte d’avanguardia. E questo già molto prima della nascita dello Stato azero dalle ceneri dell’Unione Sovietica nel 1991.

    La tormentata storia di Baku nasce dall’oscurità. O meglio: dal tremolante filo di luce diffuso nel buio dalle prime lampade a cherosene. A metà dell’Ottocento in Canada viene scoperto un nuovo procedimento di raffinazione che permette di estrarre dal petrolio un distillato ideale per l’illuminazione. Una rivoluzione tecnologica che cambia la vita del mondo intero. Questa nuova fonte di luce trova subito i suoi seguaci: gente e imprenditori più coraggiosi degli altri e che qualcuno ha già etichettato con l’improprio termine di illuministi del XIX secolo. I più visionari di questa nuova corrente d’affari portano il cognome di una famiglia, i Nobel.

    Proprio in questi anni Ludvig Nobel, uno dei quattro figli di un inventore svedese emigrato nel 1837 in Russia per brevettarvi vari tipi di armi, crea a Helsinki, futura capitale finlandese ancora sotto dominio russo, un piccolo negozio di apparecchi per l’illuminazione, denominato Aurora.

    L’impulso all’attività su scala industriale viene nel 1873 da un viaggio in Caucaso del fratello Robert.

    Ludvig, grazie anche alla reputazione guadagnata dal padre Emmanuel a San Pietroburgo come costruttore d’armi, è riuscito a strappare all’esercito russo un contratto per la fornitura di 5000 fucili. I Nobel cercano un fornitore per il legno necessario per costruire le armi. Il calcio di un fucile deve resistere a sollecitazioni enormi; il legno ideale è il noce ed è alla sua ricerca che Robert parte per il Caucaso.

    Robert torna senza legno, ma si fa messaggero di una scoperta dalle conseguenze colossali: il petrolio. L’emissario dei Nobel è sbarcato a Baku in piena febbre dell’oro nero. Arriva appena un anno dopo la messa in attività del primo pozzo d’estrazione. Diventeranno più di 300 in soli sette anni.

    Robert rientra in gran fretta a San Pietroburgo, racconta ciò che ha visto, ottiene un anticipo di 25.000 rubli dal fratello Ludvig e riparte per il Mar Caspio. Compra i primi pozzi e una raffineria. Nasce così un impero che nello spazio di pochi anni si troverà a produrre 1/5 del petrolio di tutto il pianeta!

    Il fiuto imprenditoriale dei Nobel suggerisce loro che il problema centrale dello sfruttamento petrolifero sarà quello dell’invio del greggio ai clienti sparsi in tutta la Russia e in vari paesi europei. Creano così le prime pipeline, investono nel trasporto ferroviario, fluviale e marittimo verso Mosca

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