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MISTERI DOLOROSI: Storie di terrorismo nel dopoguerra italiano

MISTERI DOLOROSI: Storie di terrorismo nel dopoguerra italiano

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MISTERI DOLOROSI: Storie di terrorismo nel dopoguerra italiano

Lunghezza:
204 pagine
4 ore
Pubblicato:
Feb 19, 2012
ISBN:
9781476083261
Formato:
Libro

Descrizione

Un compendio, aggiornato al 2016, del sovversivismo e dell'eversione nazionale nel dopoguerra. Un volume corposo, che procede per direttive parallele. Da una parte riassume il meglio della pubblicistica in materia, cercando di omogeneizzarla e di collegare aspetti rimasti finora slegati: da quest'opera di ricomposizione emergono sfondi anche inediti, che si muovono su percorsi ricorrenti: le direttive tra Milano, il Nordest, Roma e Fermo, nelle Marche. L'altro filone di intervento sta nei particolari inediti, raccolti sia sul campo che per testimonianze finora mai emerse, grazie alla diretta frequentazione di luoghi fondamentali, da via Monte Nevoso a Milano, alla stessa città di Fermo. L'attenzione è focalizzata anzitutto sul caso Moro, sorta di climax dal quale si dipartono vicende diverse, sia propedeutiche che conseguenti a quello che resta il caso più emblematico e insieme enigmatico di una storia terroristica che coincide con l'intero periodo repubblicano. Tanti sono i personaggi che affiorano, come protagonisti assoluti, comparse o testimoni, in “Misteri Dolorosi”. E, anche se il libro tutto si propone tranne che scoop di basso livello, non mancheranno curiosità e qualche retroscena.

Pubblicato:
Feb 19, 2012
ISBN:
9781476083261
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Faccio il giornalista dal 1990. Ho scritto alcuni libri, di preferenza in formato ebook.


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Anteprima del libro

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Aron

Introduzione

Moro, il trauma che rimane

Si fa un gran parlare, un grande scrivere dell'affaire Moro come fosse di ieri. Per la semplice ragione che tale è rimasto, un affaire i cui intrecci, i cui misteri dolorosi non sono mai stati davvero chiariti. L'altra ragione, palpabile, è che quella vicenda ha cambiato il Paese. Ha strappato gli ultimi fili che lo univano ad uno Stato da credere ancora tale malgrado le sue derive, ancora capace malgrado tutto di tutelare la democrazia: nei 55 giorni del sequestro, conclusi dalla sconfitta beffarda, il corpo scaricato in una Renault rossa a mezza strada tra le sedi dei due principali partiti, entrambi feriti al cuore, lo Stato è rimasto in ginocchio, ha dato prova di una inettitudine fragorosa e non del tutto casuale, paralizzato dalle troppe infiltrazioni, criminali, piduiste, opportunistiche al suo interno.

Ma, allo stesso tempo, il delitto Moro ha tolto anche ogni residua illusione su una purezza rivoluzionaria dei brigatisti i cui contorcimenti, le cui oscillazioni scandite dai comunicati non sono state capite quasi da nessuno, non sono state accettate. Nella fase del dopo-Moro l'Italia si è consolata nel modo effimero che le è congeniale, con un tifo quasi isterico, esorcistico ai mondiali di calcio organizzati dalla dittatura militare argentina, mentre il Paese si sentiva come sospeso in una terra di nessuno, senza prospettive: né con lo Stato, che sembrava non esserci, né contro lo Stato, che pareva in realtà un contorcimento dello Stato contro se stesso.

Gli anni a venire hanno consolidato questa sensazione così come hanno confermato le sinistre profezie di Mino Pecorelli, il giornalista doppiogiochista che voleva mettere in scacco perfino la P2. I brigatisti, una volta raggiunto lo scopo, bloccati uno dopo l'altro, giudicati, rimessi in libertà prematuramente, trasformati in personaggi pubblici. Le vittime dimenticate o silenziate a lungo, l'effetto rimozione perfezionato. E poi la Prima Repubblica avviata al tramonto, il declino inesorabile del Partito Comunista, l'ascesa del socialismo craxiano... Perfino il collasso di Tangentopoli stava in una profezia, contenuta nel memoriale di Moro, ancora oggi in buona parte trafugato chissà dove.

La stagione del terrorismo italiano dura da oltre 40 anni, con periodiche risorgenze; è costellata di episodi cruenti, di retroscena inesplicabili, di illazioni spericolate; ma nell'immenso libro dell'eversione, la vicenda Moro si pone come una chiave di volta, c'è un prima e un dopo via Fani, un prima e un dopo via Caetani. Migliaia di avvenimenti controversi e tutto ruota attorno a Moro.

I misteri dolorosi intorno al caso Moro persistono, cinque inchieste, altrettanti processi, commissioni parlamentari, libri e approfondimenti non sono riusciti a fare compiuta luce, anzi per molti aspetti più si indaga e più ci si avviluppa in ripensamenti e colpi di scena: resta tuttora controverso, per dire, il numero degli effettivi partecipanti alla strage di via Fani, soprattutto per le reticenze degli ex brigatisti che a spizzichi e bocconi ancora sviano, depistano. Dai nove iniziali si è passati a dieci, poi dodici e adesso sembra che il commando non impiegasse meno di 14 unità, da qualcuno ritoccate a 20.

Di sicuro, quell'attentato così stravagante, così contorto, unico nella storia del terrorismo europeo, ha avuto per effetto il blocco di una evoluzione politica, l'ascesa al potere della sinistra democratica, dove per democratica si intende un partito comunista che aveva una volta per tutte accettato la liberaldemocrazia costituzionale, l'integrazione nel sistema occidentale, la collocazione al di qua del Muro, l'ombrello atlantico. I veri motivi di una simile azione, che non poteva essere portata a termine da uno sparuto drappello di ragazzotti che giocavano alla rivoluzione, restano ignoti, incomprensibili ai più mentre continuano a distanza di 30 anni ad affiorare, come bolle, i sospetti di connivenze, di appoggi interni ed esterni, ad ampio raggio, ai brigatisti, sempre meno eroi rivoluzionari, sempre più probabili strumenti di troppe mani.

Il Paese non si è mai ripreso da quello shock, anche perché entrambe le parti in causa hanno rifiutato ostinatamente di fare chiarezza, per ragioni evidentemente insuperabili, come la pubblicistica più recente ed aggiornata non manca di far notare. Per questo si parla ancora oggi del caso Moro come fosse ieri, come di un trauma mai superato. Perché quel trauma è rimasto e ha cambiato il Paese in peggio, lo ha conclamato nei suoi sospetti verso lo Stato, contro lo Stato, contro quelli che lo Stato volevano sbaragliarlo o almeno così giuravano.

1

Prima

Maledetta Patria

Tutto si rifà: strade, ponti, fabbriche. Noi no. Anche se continuiamo a crescere di numero, anche se parliamo la stessa lingua degli uomini del nostro Risorgimento, si fa fatica a dire che siamo ritornati italiani [...]. il proletariato comunista chiama Patria la Russia, mentre gli altri guardano all'America [...]. gli italiani sono tuttora sul piano dell'8 settembre, quando per amore di libertà alcuni si sono fatti ribelli. La Resistenza continua ma in nome della parte contro la Patria, perpetuando e aggravando la frattura [...]. Come arrivare alla distensione quando ci manca una comune coscienza politica, un affetto comune e un comune altare, su cui deporre le armi fratricide? Vedo uno star male comune, una comune povertà che presto potrà divenire una comune rovina: ma non vedo una Patria comune: vedo il fascista e il partigiano, non vedo il fratello e l'italiano....

La profezia, del 1949, porta la voce di un prete, rigoroso, antifascista e deciso, il mantovano don Primo Mazzolari che nella Bassa ancora oggi ricordano come uomo di umanità pari alla generosità indomita. Ma anche incapace di nascondersi dietro il dito del buonismo, del conformismo. Don Mazzolari la vede, la denuncia questa idea di due patrie estranee da cui germoglia la nuova nazione senza identità, senz'anima e senza quella pace che è destinata a non trovare mai nei decenni a venire. Una nazione, uno Stato edificato sull'antifascismo costituzionale, ma dove, scrive Christopher Duggan nell'ottimo La forza del destino. Storia d'Italia dal 1796 a oggi (Laterza, 2009), l'antifascismo non può essere utilizzato come piattaforma comune per la semplice ragione che, come per la patria, troppe e troppo eterogenee sono le percezioni in cui la popolazione e sopratutto le élite culturali lo frantumano. Di cosa parliamo? Del lealismo alla rovescia degli ostinati disperati di Salò? Della resistenza dei socialcomunisti, che già pensavano a prolungarla in una rivoluzione impossibile ma destinata a venire ripresa, a volte perfino con le stesse armi, consegnate come per un rituale simbolico da qualche vecchio partigiano, ai loro nipotini, i brigatisti degli anni Settanta? Dell'altra resistenza, quella azionista-liberale che voleva recuperare i sacri princìpi risorgimentali? Dell'altra ancora, quella cristiano-provvidenzialista, che avrebbe riportato la nazione nell'alveo della divina provvidenza, dopo averla sottratta alla parentesi del fascismo?

Anche così si spiega il mai sopito dibattito sulla guerra civile, oggi clamorosamente rilanciato da Giampaolo Pansa, divulgatore in fama di revisionista. Anche così si leggono i caleidoscopici significati di patria, di nazione, di Stato che neppure nel ventunesimo secolo inoltrato trovano un comune sentire, una sensibilità condivisa. Anche così si spiega lo stentato cammino verso la libertà di un Paese mai abituato a camminare da solo, sempre guidato, condotto, corretto. Ma la libertà, quando viene concessa, quando viene restituita, chiede sempre un prezzo alto da pagare. Il nostro è stato quello di una libertà vigilata, immatura, dove si poteva anche correre, in certi momenti, ma sempre su binari tracciati, prestabiliti. Dove ogni tanto qualche treno deragliava, mai per caso. Dove le fughe in avanti sembravano essere sempre provocate, insufflate. E chi lo diceva veniva e resta bollato come dietrologo, secondo la squisita contraddizione per cui a nessuno, proprio a nessuno vanno mai bene le spiegazioni troppo lineari, troppo inchiodate all'evidenza di fatti aggrovigliati spesso al limite dell'inestricabile e dell'inesplicabile. A nessuno sta bene la verità ufficiale, quella delle parate e delle divise, troppo spesso dimostratesi coinvolte nei depistaggi, negli interessi inconfessabili, nelle coperture dei sicari e degli stragisti. A nessuno sta bene la verità definitiva delle sentenze contraddittorie, dei processi immortali e delle eterne polemiche che si portano appresso. Ma se appena qualcuno si azzarda ad andare dietro, a cercare dietro i conti che non tornano, dietro le menzogne rivestite di verità, subito viene ricoperto del marchio sprezzante, dietrologo, fantapolitico. E se si azzarda a produrre le prove, a dimostrare storicamente e logicamente che, appunto, certi conti non tornano, certi misteri rimangono, si scatena il cafarnao di quanti, pur dubitando in cuor loro, pur ostentando di saperla lunga, non vogliono essere disturbati nelle loro certezze drogate, nelle ipocrisie di Stato condivise anche dai sovversivi in una pacificazione finta, un chi ha avuto ha avuto nel segno della convenienza. Cosa si sente sempre ripetere, ancora oggi? Che occorre mettere una pietra sopra quegli anni, occorre trovare un modo di chiudere i conti. Certamente, ma come poterlo fare se i nodi di quegli anni restano irrisolti, se i misteri restano dolorosi? A questa domanda non ha ancora risposto nessuno, se non con la facile scappatoia della dietrologia, il processo alle intenzioni per chi non si accontenta delle verità di comodo. Ma siamo poi sicuri che la dietrologia sia un crimine, se pretende, meschina lei, di gettare un po' di luce sulle ancora troppe zone d'ombra?

Giocando a Golpe

In questo Paese incantato e incastrato, degli eterni ritorni, nulla finisce mai. Non il fascismo, non la guerra, non il dopoguerra, non il terrorismo, non lo stragismo, non la P2. Tutto si avvita e si attorciglia, le spirali s'aggrovigliano in un mostruoso viluppo di segreti, di autentiche menzogne, di versioni di comodo, di verità così incredibili da sembrare false, di bugie così palmari da suonare vere. La micidiale partita a scacchi che nell'immediato dopoguerra si gioca sull'incerta frontiera italo-slava, sulla Trieste contesa, sulle armate rosse da una parte e quelle bianche, alleate, dall'altra, e in mezzo i rancori, i veleni della guerra civile, della faticosa e non di rado drammatica transizione democratica. Da una parte i comunisti italiani, divisi fra quelli sinceramente o forse ingenuamente votati alla democrazia e gli altri succubi di Mosca e ipnotizzati da Tito, cuscinetto comunista difficile, spinoso. Dall'altra, a disposizione dell'Oss americana e dei servizi britannici, i reduci del fascismo, duri e a volte contorti come Junio Valerio Borghese, il principe nero che non vede l'ora di riprendere la battaglia perduta. Qui, per tutti gli anni Cinquanta, anni di schedature del Sifar, di psicosi mescolate a pericoli oggettivi, l'Italia del Nordest trasformata in laboratorio strategico, spionistico, militare, una polveriera in bilico su un mare di fiamme, un diaframma che, se salta, fa riprendere di colpo la seconda guerra mondiale o inaugurare la terza. Qui si concepiscono le Gladio nera e rossa e i primi brividi golpisti in parallelo ai fremiti rivoluzionari. Con i due eserciti più potenti del pianeta che attraverso il diaframma si guardano in cagnesco. Qui, come si racconta in Terrore a nordest, di Fasanella e Zornetta (Bur, 2008), si gettano le basi per il terrorismo rosso e il neostragismo nero. Una tesi raccolta anche da Gianni Flamini nel suo Il libro che lo Stato italiano non ti farebbe mai leggere (Newton Compton, 2008), con particolare riferimento all'Alto Adige. Ma i focolai vengono accesi un po' dappertutto, dall'Emilia fumante ancora di furori partigiani alla Sardegna dove si pensa ad attrezzare i depositi clandestini di Gladio, dal Lazio schizoide fra i segreti dei ministeri e quelli dell'agro romano, alle Marche, sottovalutate a torto, come si vedrà. A torto perché c'è più di qualche presenza impensabile e inquietante a fare da ponte fra il nordest e il centro Italia delle verità incredibili e degli incubi densi di realtà. Ma addentriamoci a flashback, a fotogrammi, nelle tappe di un Paese che sta imparando a giocare a golpe. Da qui in avanti saranno, sono già anni in cui la diplomazia italiana è molto attiva, come racconta il giudice Rosario Priore a Giovanni Fasanella in Intrigo internazionale (Chiarelettere, 2010), toglie il mare di sotto alle carene alla flotta inglese, appoggia l'affermazione di Ben Ali in Algeria, più avanti il golpe di Gheddafi in Libia, si barcamena fra israeliani e palestinesi, e, sempre di più lo farà negli anni Sessanta e Settanta, con azione di due uomini favorevoli ai secondi, Enrico Mattei nell'economia energetica e Aldo Moro nella politica: tragicamente eliminati, entrambi. Anni in cui l'Italia è una postazione difesa dall'America e a volte dalla Germania, che – sempre Priore a Fasanella – sventa almeno un presunto golpe a metà dei '70.

1964. Stanley Kubrik mostra al mondo il suo Dottor Stranamore mentre in Italia un generale dei carabinieri di nome De Lorenzo ha in testa un'idea meravigliosa: siamo in piena guerra fredda ma a qualcuno piacerebbe calda, specie al generale, allucinato da anni di propaganda forsennata sull'invasione rossa da est, fobie qualche volta fondate, più spesso artefatte. E allora guerra, calda, caldissima, servita al dente: questo golpe s'ha da fare, adesso o mai più: è lo stesso capo dello Stato, Segni, ad essere d'accordo. De Lorenzo è da anni che col Sifar razzola fascicoli (verranno poi fatti bruciare da Andreotti, a tempo debito: ma solo le copie, gli originali chissà), e ad ogni scheda la sua rossofobia cresce. E coi primi tepori si comincia a sentire olezzo di golpe, Moro traballa da par suo al governo, Giovanni De Lorenzo, col fido Eugenio Henke al fianco, ha il suo piano, che si chiama Piano solo perché prevede l'intervento solo dei carabinieri. Obiettivi da occupare di sorpresa il mattino del giorno X per disarticolare l'organizzazione sovversiva: tipografie dei giornali l'Unità, Paese, Paese Sera; sede dell'Anpi, via degli Scipioni. Presidiare sede Rai tv di via Asiago.... E dopo, tutti e 731 in Sardegna, dove già sta una sede dello Stay-behind, Gladio: ma questo lo si scoprirà molti anni dopo: nel 1978 le privilegiate saranno, ma pensa un po', le Brigate Rosse (con le virgolette, come le chiamava Pecorelli); poi, a babbo morto e a Muro caduto, nel 1990, tutti gli altri. Il giorno X non verrà mai, un attimo prima, ché già si sente rumor di sciabole in giro, in piena estate appassisce. Non del tutto: spunterà un nuovo fiore...

1970. E' un periodo di esplosioni. Con Rischiatutto, che fa il botto, l'Italia si sporge sul balcone della modernità (anche se i nostri rivoluzionari uso foresteria non lo sanno e sognano i villaggi cambogiani). Quanto al calcio, esplode in ogni piazza la gioia dopo l'epica semifinale in cui la Nazionale formato esportazione stronca in Messico la Germania, 4-3, prima della cilecca finale, e fatale, contro il Brasile. Ma questo è pure il Paese che si lecca le (eterne, si scoprirà) ferite di piazza Fontana, di quella Strategia della tensione, destabilizzare per stabilizzare che anni di strategiche attenzioni americane hanno messo a punto e infine affidato ad alcuni volonterosi ultrafascisti veneti sotto l'attenta regia dei servizi segreti, pronti a coprirli e farli filare in Argentina se appena qualcosa va storto. Eppure, nei sancta sanctorum dello Stato chi ha paura vede rosso, sempre rosso, fortissimamente rosso: in fondo le Brigate sono rosse, e cominciano ad impazzare: urge l'amara ma necessaria medicina chiamata golpe, serve un colpo di Stato, questo possibilmente a buon fine. Un colpetto, almeno. Lo mette in piedi uno della vecchia guardia, un comandante che si chiama Junio Valerio Borghese, a capo d'un manipolo di generali, e mafiosi, e neofascisti. Questo golpe sarebbe nero, detto anche dei forestali (potrebbe però essere definito, come l'altro, un golpe ballerino: Cia-Cia-Cia), ma non ha migliore esito del precedente. Il comandante Borghese, nobiluomo di corte pontificia, col fido scudiero Guido Giannettini (chi era costui? Rivolgersi a piazza Fontana per orientarsi) e il suo Fronte Nazionale, preso sotto l'ala del capospia americano in Italia, James Angleton, ha fatto quel che doveva fare: ha fatto paura, ha messo i brividi lungo le schiene giuste. Adesso può abortire, come già nel '64, senza colpo ferire: in una gelida notte di dicembre, coi legionari già armi in pugno, arriverà un misterioso ordine: sospendere, tornare indietro. Chi l'ha dato? C'è chi insinua: Licio Gelli in persona. Tornare indietro, tutti

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