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STORIE: D'Annunzio, Ermengarda, i limoni
STORIE: D'Annunzio, Ermengarda, i limoni
STORIE: D'Annunzio, Ermengarda, i limoni
E-book288 pagine4 ore

STORIE: D'Annunzio, Ermengarda, i limoni

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Info su questo ebook

10 originali storie con protagonisti come Gabriele D'Annunzio nell'amato Vittoriale, George Sand e Chopin sul lago d'Iseo, Ermengarda e Carlo Magno nel castello di Brescia, affiancati a un marmista del Medioevo e a un norcino dei giorni nostri.
10 racconti originali, da leggere tutto d'un fiato per conoscere uomini e prodotti tipici, divertirsi, riflettere.

LinguaItaliano
Data di uscita19 feb 2012
ISBN9788890692321
STORIE: D'Annunzio, Ermengarda, i limoni
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Autore

Massimo Ghidelli

I was born in Milan and I live in Desenzano del Garda (Brescia - Italy).Graduated in Political Sciences, I worked in the tourism field. Journalist, professor at Università Cattolica del Sacro Cuore (Brescia).I like to explore, observe, I’m passionate.Follow me on Smashwords and Facebook.

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    Anteprima del libro

    STORIE - Massimo Ghidelli

    Come fai a non andare? Ci devi andare per forza…

    Ma cosa vado a fare?

    Devi andarci. Fallo per tua madre; almeno per lei..!

    Ancora non riusciva a crederci.

    Ripensava alla telefonata che gli aveva fatto il suo amico notaio (Hai ereditato un terreno! E’ tuo, vallo a vedere subito!) e ancora era viva, nella mente, l’emozione che traspariva dalla sua voce.

    Anche lui era emozionato. Ma solo all’inizio.

    Passato lo stupore iniziale e dopo essersi reso conto della pochezza della fortuna che gli era toccata in sorte, aveva risposto all’amico-notaio che non glie ne fregava nulla di quel terreno.

    Sto bene così come sono aveva detto e per fortuna non ho bisogno di nessun campo da coltivare, neanche sul lago di Garda.

    E l’altro ad ammonirlo: Ma ci devi andare! Per forza…

    In tutta la sua vita non aveva mai vinto niente.

    Non giocava a carte, non comprava schedine al bar né tentava la sorte al Gratta e Vinci (anzi, le fila di biglietti appesi dietro la cassa gli sembravano una roba da poveretti). Non giocava proprio a nulla e questo, certamente, era un aspetto non secondario: se non giochi, non puoi certo pretendere di sfidare il destino.

    Neanche il destino, tuttavia, gli aveva mai regalato granché; comunque, quel che è stato è stato, basta pensarci sopra.

    Quella novità aveva quasi il sapore della beffa: adesso che si era sistemato col lavoro e non desiderava altro che star quieto, aveva ereditato un terreno a Limone, sul lago di Garda.

    Roba da non crederci.

    Ripensava al primo viaggio.

    Aveva preso il treno in stazione Centrale a Milano, linea Milano-Venezia, fermata di Desenzano; un’ora di viaggio, più o meno. Da lì era salito a bordo di una corriera e, in un’altra oretta, aveva raggiunto Limone.

    Era partito da Milano con titubanza.

    Secondo le parole del notaio, un suo zio semisconosciuto gli aveva appena lasciato in eredità un piccolo appezzamento di terra, a Limone, a nord del lago, dentro i confini del parco dell’Alto Garda.

    Chissà che roba era e chissà cosa ne avrebbe fatto, si era chiesto, lui milanese doc che con la campagna non aveva mai avuto alcun rapporto.

    E infatti non ci voleva andare, in quel posto: Se lo tengano pure, io non ne ho bisogno.

    Ma il notaio, pressante: Vai almeno a vedere di cosa si tratta; poi deciderai.

    L’esistenza in vita di quello zio non se la ricordava proprio.

    C’era stato una volta a Limone, ma tanto tanto tempo fa ed era molto flebile il ricordo di questo parente lacustre, non proprio elegante e che faceva l’agricoltore.

    Adesso che era obbligato a sforzarsi, la memoria gli restituiva alcune immagini sbiadite: forse quell’uomo aveva una stalla, oppure delle mucche; e se ci sono le mucche, allora faceva il latte.

    Ma no, in quella zona sono tutti pescatori oppure lavorano nel turismo, c’è pieno di tedeschi che vengono in villeggiatura. Chissà cosa faceva lo zio...

    Venivano in mente alcuni colloqui.

    Come stai? Ti piace il lago?

    Quando vieni a fare le vacanze da noi?

    E la scuola?

    Ma a quell’epoca lui era ancora un bambino e queste parole vuote erano le banalità che si dicono fra persone lontane per età, distanza fisica, frequentazioni, interessi diversi e opposti.

    Neanche il lago ricordava più; nulla. Anzi no, una cosa la ricordava: quella volta che, tanti anni fa, in mezzo alla gente seduta ai tavoli di un bar di Gardone Riviera lui se n’era uscito urlando: Guarda quante oche, guarda quante oche.

    Il sorriso generale aveva compatito l’eccitazione fanciullesca che gli aveva fatto confondere i bipedi starnazzanti nell’aia con i fieri cigni che ingentiliscono il lago.

    Una autentica figura di merda!

    Quando era salito, a Milano Centrale, si era seduto accanto al finestrino.

    Era un po’ che non prendeva il treno, ma tutto sembrava come una volta: pulizia poca, carrozze vecchie, scompartimenti anonimi come le facce dei viaggiatori; e il solito rumore dello sferragliare delle ruote sopra uno scambio, con gli scossoni improvvisi e laterali.

    Dal finestrino guardava i quartieri della città, tutti diversi fra loro.

    Osservava i muri dei palazzoni di Lambrate e vedeva scorrere le case anonime che si affacciano sui binari, con i panni stesi a prendere il grigio dello smog e tanta polvere. Per un attimo (ma solo per un attimo) era riuscito a intravedere il canale della Martesana e si era stupito di quell’oasi nascosta nella città, con le sponde coperte da un po’ di verde, l’atmosfera romantica, la memoria di un paesaggio ormai sconvolto dal boom edilizio.

    Amava Milano, una città così confusa, complessa, eppure emozionante, tenera quasi; e gli piaceva la schiettezza della gente e la sonorità del loro parlare.

    Passate le ultime case, il treno si era addentrato nella campagna e aveva superato piccole stazioni, scritte sui muri, case e fabbriche che spuntavano ovunque. Aveva costeggiato le colline della bergamasca e attraversato la Franciacorta di cui conosceva (ma poco, in verità, e solo per sentito dire) i decantati vini.

    Lo scompartimento era pieno e questo gli dava fastidio.

    Guardava fuori per isolarsi, esser libero di pensare e domandarsi quanto sarebbe durata l’incombenza di controllare la modesta eredità, quanto questa avrebbe potuto rendere (Perché, sia chiaro, quella terra va venduta subito. Alla mia età non mi metto di sicuro a fare il contadino e andare a vivere in mezzo ai baluba).

    Teneva gli occhi fissi sul paesaggio che scorreva veloce, come per negare il suo imbarazzo di fronte agli altri passeggeri, evitare le loro occhiate perplesse e stare alla larga da una richiesta di spiegazione che poteva saltar fuori da qualche parola di troppo.

    Si sentiva come uno che ha appena fatto un terno al Lotto, va a ritirare la modesta vincita, ma se ne vergogna, teme di palesare il piccolo vizio borghese e compromettere la sua reputazione. Insomma, ne avrebbe fatto volentieri a meno di quel viaggio. E del terreno, anche.

    In vita sua non aveva mai avuto alcuna eredità.

    Non aveva mai affrontato problemi burocratici, legali e, men che meno, frequentato studi di notai.

    Ma stavolta si era messa di mezzo anche la mamma, con le sue pressanti raccomandazioni e la supplica di visitare la casa dello zio: E’ un ricordo di famiglia. E’ l’unica cosa che mi resta di mio fratello. Ti prego, vai a Limone.

    Quanto mai quello ha deciso di morire e di lasciarci il suo campo, aveva pensato fra sé. Erano meglio dei titoli, delle azioni, un bel conto in banca, liquidità immediatamente disponibile e senza doversi scomodare a girare da una parte all’altra della regione.

    Invece no, un pezzo di terra (per giunta modesto) ai piedi di un bricco sul lago.

    A raccontarla così sembrava una barzelletta, un castigo d’iddio.

    Facciamola fuori alla svelta, questa incombenza, e che non si sappia in giro. La mamma, almeno, sarà contenta.

    Il treno scorreva veloce.

    Quand’era giunto a Desenzano, dal ponte che precede la stazione ferroviaria aveva visto la città e il lago in tutta la sua ampiezza, con la penisola di Sirmione, in fondo, a far sognare i viaggiatori.

    Non aveva neanche fatto caso al fatto che, una volta superata la collina di Lonato, la foschia che l’aveva accompagnato lungo il viaggio si era dissolta e un enorme squarcio fra le nuvole invitava il sole a far entrare i suoi raggi. Probabilmente era l’effetto di quell’immensa distesa d’acqua o del microclima particolare che protegge il Garda dalle nebbie autunnali e permette allo sguardo e all’anima di perdersi in panorami affascinanti.

    Ai viaggiatori frettolosi sfugge questo fenomeno della nebbia che, tutto d’un tratto, svanisce.

    Solo più avanti negli anni lui avrebbe compreso il valore di tanta magia e si sarebbe rammaricato per il tempo perduto e per l’ostinata malafede.

    Se la sarebbe tenuta nel cuore, questa immagine, come un segreto inconfessabile perché, tanto, a spiegare così rara bellezza non si sarebbe creduti.

    Fuori dalla stazione di Desenzano aveva preso il pullman.

    Il viaggio era continuato in mezzo a paesi imbarbariti da supermercati, capannoni anonimi e case dallo stile ibrido. A fianco di ciascuno di questi edifici - pensava - bisognerebbe mettere una maxifoto del sindaco che ha dato il permesso di tirarli su, in modo che ognuno possa serbare il ricordo di tanta lungimiranza amministrativa.

    Solo il lago si salvava, la sua purezza, le sue acque placide. Ma chissà quanto tempo ci avrebbe messo la speculazione edilizia a rovinare anche quello.

    Il viaggio era estenuante, con continue soste in ogni paese: Moniga, Manerba, Salò, Gardone.

    Dopo Toscolano Maderno qualcosa era cambiato nella percezione del viaggio. La montagna cominciava a farsi più alta e incombente, eleganti cipressi ornavano le colline, le curve della strada diventavano insidiose e l’ampiezza del lago era sempre minore.

    Era un paesaggio completamente diverso da quello di Desenzano; addirittura sembrava di essere su un altro lago.

    Durante il percorso aveva intravisto alcune ville prospicienti il lago e seminascoste da spettacolari giardini; un provvidenziale rallentamento gli aveva permesso di scorgere gli scaloni a forbice del parco di Villa Bettoni e le statue che lo ornano.

    All’ingresso di Gargnano, poi, sembrava di essere arrivati in un villaggio medievale, con una scenografia di muri in pietra, giardini pensili e strane colonne allineate. Chissà cos’erano state quelle strutture: delle serre per i fiori, degli stabilimenti, delle case…

    Il vero spettacolo, però, erano state le gallerie.

    Le gallerie. Scavate nella roccia, grezze, strette, alte (Ma cosa succede se due pullman si incrociano al loro interno? si domandava).

    E quel buio angosciante (Ma non possono sistemarle queste gallerie, non possono metterci della luce?).

    Roba da matti!

    Una volta giunto a Limone si era recato subito in albergo.

    Aveva prenotato la camera in un hotel a conduzione familiare (l’aveva capito subito che era così, dal tipo di accoglienza ricevuta) poi, sistemata la sua roba, si era dato una rapida rinfrescata e aveva telefonato alla madre.

    L’hai vista? Ci sei già stato?

    Aveva risposto che no, mamma, stava andandoci proprio ora e comunque le avrebbe fatto sapere più tardi, stasera, quando l’avrebbe richiamata.

    Era sceso alla reception e aveva chiesto informazioni.

    Lo conoscevano tutti quell’uomo e la sua casa era alla periferia del paese, sulla strada che porta a Riva.

    L’aveva raggiunta dopo una breve camminata.

    Durante il percorso non aveva potuto fare a meno di lanciare lo sguardo sui villeggianti italiani e tedeschi che affollavano la città; aveva osservato le vetrine dei negozi, le insegne degli alberghi, il viavai di barche e i balconi fioriti delle case. Ma soprattutto era impossibile non guardare il lago, la costa veronese e le enormi vallate che probabilmente nascono in quelle acque fonde e raggiungono la sommità del Monte Baldo.

    Il muro esterno della casa era scrostato.

    Lasciava intravedere grandi pietre irregolari inserite fra i mattoni; la calce che sigillava gli interstizi se ne era andata da un bel po’.

    Sul lato destro della facciata si trovava la porta di ingresso, mentre a sinistra c’era una finestra con le ante di legno chiuse da chissà quanto tempo e rovinate dall’umidità. Al primo piano c’era un’altra finestra e il segno di una seconda, ormai murata. Lungo il muro esterno saliva una canna fumaria, che si intrufolava fra le tegole.

    Il tetto gli era sembrato ancora in buono stato (Almeno quello), con un insieme di coppi rossi, gialli, rosati, violacei, qualcuno più scuro qualcun altro più chiaro.

    Non si poteva certo considerare un appartamento di lusso.

    La casa formava un fronte unico con altre due abitazioni. Solo i colori degli intonaci e le finestre (poste ad altezze diverse) davano un evidente segno di separazione.

    La casa sulla sinistra aveva un portoncino d’ingresso di legno; le finestre del piano terra erano tutte murate e se ne immaginavano unicamente i profili (forse ormai era utilizzata come deposito o magazzino: Sennò che senso avrebbe murare le finestre). Al primo piano resistevano due finestre di alluminio anodizzato, simbolo luccicante di dimessa modernità.

    Quella a destra invece aveva un portoncino di legno piuttosto elegante e le finestre erano chiuse da tapparelle verdi; vasi di gerani rossi erano esposti al sole. Da una finestra del primo piano penzolavano delle lenzuola messe ad asciugare: segno di vita e di lavoro domestico.

    A differenza delle altre, la sua casa era più stretta e alta e le finestre erano molto vicine fra loro. Il portoncino d’ingresso era a doghe orizzontali, con un arco di marmo chiaro che lo sormontava e una buganvillea dai fiori blu che nasceva dal terreno e si aggrappava al muro.

    Nessun campanello, nessuna scritta, nessun segno.

    Aveva aperto la porta con una copia delle chiavi che gli aveva dato sua madre ed era entrato.

    All’interno faceva bella mostra di sé un tavolone, con sedie da osteria dalla seduta in vimini. Proprio al centro del tavolo pendeva un lampadario di vetro opaco, con il vetro grigio chiaro e i bordi ingentiliti da una riga azzurra. Il filo elettrico che lo sosteneva formava una lunga esse, grazie a un contrappeso che serviva a regolarne l’altezza.

    Si ricordava di aver visto qualcosa di simile alla fiera degli Oh bej, Oh bej, in Sant’Ambrogio; adesso l’aveva davanti, quella boccia di ferro, nel pieno esercizio delle sue funzioni.

    Lo aveva colpito il camino, di marmo, ampio, ma poco profondo. Un particolare strano poiché aveva sempre immaginato che un camino, per funzionare alla perfezione, più è fondo e meglio è; invece questo sarà stato, al massimo, una spanna, eppure aveva l’aria di tirare perché in giro non c’era alcun segno di fuliggine.

    Quella casa era vecchia ma, tutto sommato, non era brutta. Vi si avvertiva una armonia contadina, una attenzione alle cose della quotidianità, l’ordine della povera gente che ha poco e se lo tiene da conto.

    Lui pensava queste cose ma, in realtà, nulla sapeva del mondo agreste, della sua armonia né, tanto meno, dell’ordine o del disordine della povera gente. Neanche voleva averci a che fare con quella roba lì. Ma, ad ogni modo, quella era stata la sua prima impressione.

    La vista sul lago era spettacolare, questo va detto.

    Era una giornata splendida, con un sole abbagliante e un’acqua azzurra che non avrebbe scordato mai più. Li avrebbe rivisti molte altre volte questi soli e questo lago e questi colori intensi. Anzi quelle poche volte che si sarebbe mosso da Limone avrebbe sempre portato con sé, dentro l’animo, i colori del lago, le tonalità di grigio e celeste e nero e blu che si creano dal confronto fra l’acqua che riflette le sfumature del cielo e le nuvole che a loro volta si rispecchiano nell’acqua.

    Pensava che il lago sa assorbire ogni colore e rilanciarlo verso l’alto, in una giornata uggiosa così come in una primaverile, piena di sole o illuminata dal pallido luccichio della luna. Uno spettacolo della natura che ogni giorno si propone con sfumature originali.

    E tutto gratis. Altro che Carabi o Saint Tropez!

    Era giunto il momento di vedere il giardino, o il terreno.

    Quello era il motivo per cui era venuto sin qui; doveva pur valere una cifra, ci sarà pur qualcuno, in questo sperduto paese, che vuol comprarselo per farsene qualcosa. Concordiamo il prezzo e morta lì, si torna a Milano.

    Aveva aperto una porta ed era uscito sul retro. Il cortile interno era in terra battuta e proprio di fronte alla casa, a pochi metri di distanza, si ergeva una collina.

    Mentre si guardava intorno aveva visto tre sedie ripiegabili, in listelle di legno (roba da Ikea), appoggiate a un muro antico e malridotto. Erano, quelle sedie, il segno di una qualche frequentazione di amici che sicuramente venivano per chiacchierare fra loro e prendere il fresco, in un’atmosfera di naturale condivisione. Inoltre tutte le finestre (anche quelle delle case adiacenti) si affacciavano all’interno del cortile, in modo che ai vicini era consentito di curiosare liberamente. Alla faccia della privacy.

    Aveva fatto qualche passo verso la collina.

    Una vegetazione incolta si era impossessata di ogni cosa, eppure in mezzo alle frasche era riuscito a scorgere un muretto alto circa un metro, che arginava il fianco della montagna, e alcune colonne.

    Il terreno sembrava a gradoni. Da fuori non si sarebbe potuto immaginare questo costone verde, così vicino alla casa.

    Si era avvicinato, con la mano aveva spostato alcune fronde e aveva notato che, all’interno di quella vegetazione, si ergeva una fila di sei colonne di pietre squadrate, alte almeno tre metri. Fra l’una e l’altra c’era la distanza di quattro metri. Con lo stesso allineamento, in mezzo a rovi, sterpaglie e piante, seguiva un’altra fila di colonne perfettamente identiche, e poi un’altra ancora, completamente inglobata nel verde e ormai invisibile.

    Sulla sommità delle colonne erano appoggiati dei legni, la cui pendenza era in direzione della montagna. Sopra i legni erano poste delle traversine che creavano un reticolato rado, dove si erano intrufolati i rami delle piante.

    La prima cosa che gli era venuta in mente, vedendo quei legni, era il patio del Club Med di Santa Teresa di Gallura, dove andava in vacanza. Anche lì, sopra il ristorante del villaggio, avevano creato un ordito simile con legni tagliati con precisione (certo, ben più eleganti) che permettono al sole di non disturbare chi fa colazione, senza smettere di abbronzarlo.

    Nel terreno si intuivano i segni della cura dell’uomo.

    Il fondo era spianato, per consentire la coltivazione di qualcosa, anche se il disordine era assoluto.

    Attorno ad alcune piante si intravedeva un piccolo scavo che probabilmente aveva la funzione di contenere l’acqua piovana o comunque di facilitare l’irrigazione. I rami delle piante erano lanciati verso il cielo in cerca di aria e di luce, intrecciandosi in un groviglio con quelli vicini; sotto, invece, era un trionfo di erbacce che infestavano l’ambiente e, quasi, impedivano il passaggio.

    L’idea era di una natura esplosa, cresciuta liberamente, ma anche un senso di abbandono, con il sole che filtrava dai rami e proiettava curiosi giochi di luce.

    Gli era bastato toccare le foglie per avvertire il singolare profumo del limone, un aroma fresco, estivo. Era salito con la mano ancora un po’, palpando alcuni frutti e sfiorando con la mano aperta la punta delle foglie e dei fiori.

    Camminando lentamente in mezzo a quel reticolato verde era giunto al limite della proprietà, dove un muro di sassi e pietre impediva la vista e l’accesso; solo alcuni cespugli vi avevano trovato posto, ingrugnandosi dentro il cemento fra un sasso e l’altro. Non voleva dire stupidaggini, ma gli sembravano dei capperi (Ma ci sono i capperi sul Garda?).

    Dietro quel muro intuiva esserci un altro cortile, gli stessi pilastri, gli identici gradoni, la stessa presenza dei limoni e di una nuova limonaia.

    Alcuni frutti erano veramente belli, gialli, rotondi, lucidi.

    Altri (la maggioranza) tendevano al color nocciola o marrone chiaro con piccole macchioline scure, segno evidente di qualche malattia provocata dall’inclemenza del tempo o dall’incuria o dal fatto che, semplicemente, stavano marcendo perché ormai maturi.

    Avrebbe imparato, più avanti, che le limonaie hanno bisogno di grande cura e non è vero che la natura cresce in modo rigoglioso solo se è libera. Talvolta è invece dal suo incontro con l’uomo e dalle pazienti cure che esso sa praticare che nascono risultati sorprendenti.

    Vagava in silenzio in mezzo al verde finché aveva scorto un casotto di legno, semicoperto dalle piante.

    Dentro, appoggiati a un angolo, erano accatastati alcuni strumenti di lavoro che dovevano essere appartenuti a suo zio: la zappa, il forcone, un badile, il rastrello.

    C’era una strana carriola di legno, con il piano di carico posto allo stesso livello delle maniglie e molto più bassa di quelle che aveva visto in qualche negozio di ferramenta milanese. Inoltre quella carriola gli sembrava rotta poiché le mancavano sia la sponda sinistra che quella posteriore.

    Appese per aria stavano due ceste di rami intrecciati e col fondo di assicelle di legno.

    Due strane scale erano appoggiate al muro; una alla base era larga circa un metro e si rastremava salendo verso la punta, dove i due legni si univano e formavano una specie di compasso; l’altra era composta di un'unica asta, all’interno della quale erano infilati i pioli che fuoriuscivano dai due lati. Erano coperte di polvere e ragnatele; ciò non gli aveva impedito di notare come la base della scala ad asta unica fosse finemente sezionata a forma di ottagono, fino all’altezza del secondo o terzo piolo; poi il legno riprendeva la normale forma rotonda, sino alla cima.

    Al muro erano appese alcune pinze, un seghetto, la scure, la tenaglia, la cesoia e altri utensili arrugginiti. Per terra, infilati l’uno nell’altro, alcuni secchi di ferro.

    Nulla gli interessava di quegli attrezzi, né dei limoni o delle erbacce o della casa stessa, eppure in quel casotto avvertiva il calore di una presenza che vi aveva abitato, lavorato e che, insomma, fra quelle mura aveva portato a compimento gran parte della propria vicenda umana.

    Era uscito un attimo, per riprender fiato. Si sentiva un po’ stranito, quindi aveva deciso di chiudere tutto e tornare in albergo. Era anche ora di cena.

    "Lei deve essere il nipote di Milano,

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