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Zara, la sfida green

NEI GRANDI LOCALI dedicati al design di Zara, il più grande rivenditore di moda del mondo, file di scintillanti scrivanie bianche si estendono a perdita d’occhio. Designer e sarti siedono ai loro posti, studiando attentamente i modelli e raggruppandosi per discutere del lavoro da fare. Modelle e modelli gironzolano in attesa di essere convocati per le prove. Alcune delle azioni più cruciali si svolgono però sul monitor di un computer fissato a una parete in un angolo. Sullo schermo compaiono foto sfocate di indumenti, con numeri che scorrono lampeggiando verso l’alto esattamente ogni tre minuti, come gli orari dei voli sul tabellone delle partenze in aeroporto. Le cifre arrivano in tempo reale da centinaia di negozi in tutto il mondo, classificando in tempo reale ogni capo in base alle vendite di giornata. “Ogni mattina, tutti, indipendentemente dal lavoro che fanno, per prima cosa controllano le vendite”, spiega Annalisa Conti, responsabile dei team di progettazione di Zara woman. Quel flusso di dati è determinante per mantenere Inditex (la società madre di Zara, un colosso da 33 mld di dollari di entrate) in testa al settore che ha contribuito a inventare negli anni Settanta, il fast fashion. Il fondatore Amancio Ortega ha lanciato Zara a La Coruña, una piccola città portuale sulla ventosa costa atlantica spagnola, scegliendo il nome a caso. Decenni dopo, il marchio rappresenta quasi il 74% dei giganteschi ricavi di Inditex e ha reso Ortega (che possiede circa il 59% di Inditex) una delle persone più ricche al mondo.

I dati di questi giorni sembrano sfidare la realtà. Non importa che l’Europa debba affrontare un inverno di carenze di energia e prezzi alle stelle o che

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