Lonely Planet Magazine Italia

Terra emersa

SI SENTE SPESSO DIRE IN ITALIANO “le” Mauritius, sineddoche-scorciatoia che identifica un arcipelago con la sua isola principale (un po’ come per le Lipari). Si fa presto a rimediare ché in questa porzione di Oceano Indiano a venti gradi di latitudine sud la Répiblik Moris comprende anche Rodrigues – più vicina però a La Réunion (centoventi miglia nautiche) – insieme alle Agaléga e St. Brandon (ci sarebbero anche Tromelin e le Chagos ma è un’altra faccenda). Dal puzzle delle Mascarene prendiamo allora il tassello eponimo, grande come l’hawaiana Maui, ed osserviamolo su una pergamena – quella del planisfero di Cantino pare sia stata la prima a riportarlo, colorandolo di rosso e indicandolo come Dina Arobi – per ricordarci che, certo, ogni isola ha un perimetro che la de-limita: le acque da una parte, la terraferma dall’altra, una Storia che la incide ovunque e le storie che le danno senso comunque. Il profilo tuttavia non la racchiude poiché l’orlo di spiagge, falesie, baie e moli, fari e reef e break traccia un contorno frattale e dunque illimitato. Niente ricorsività invariante, però. Ma trame da sciogliere e stendere, cardare e poi intrecciare di nuovo per uno degli infiniti itinerari.

IL SUD, UN POSSIBILE INIZIO

Questo viaggio inizia nella parte meridionale e si muove in senso antiorario con la terra a babordo, da Makondè alla capitale Port Louis fino alla penisola Le Morne Brabant. Quel nome potrebbe evocare una Macondo, l’epoca è sovrapponibile (l’epica no). Col realismo scandiamo l’esplorazione e il magico lasciamolo ai Buendía, meglio la malìa di un incanto incessante, inevitabile: per Mark Twain “Prima fu creata Mauritius e poi il paradiso, ispirandosi all’isola”. A onor del vero si lasciò andare anche ad altre osservazioni, graffianti quelle con cui riporta il proprio stupore nel constatare che Mauritius sarebbe l’unica nazione al mondo in cui la gente del posto ne decanta le bellezze invece di chiedere allo straniero cosa ne pensi. Raccogliamo la provocazione e torniamo a Makondè che rimanderebbe piuttosto allo sbarco rocambolesco di schiavi africani nei primi decenni dell’era coloniale britannica. Oggi ci si va per fotografare l’asfalto che srotola una curva avvitata intorno ad una roccia: sfida l’ottica e fa palpitare i cuoricini retroilluminati sugli smartphone. La strada corre accanto all’acqua e dalla costa si intuisce la barriera corallina, vicinissima: due cose che non capita così

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