Il pellegrino incantato. Il mancino (Tradotto): Due romanzi brevi
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Opere di Leskov

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In questo volume vengono accostate due opere di Leskóv in apparenza lontane tra loro. La prima, L’angelo sigillato, è un racconto del 1873 e ha per tema le vicissitudini di un gruppo di vecchiocredenti. La seconda, L’ebreo in Russia, è un saggio del 1883 sull’antisemitismo. Che cosa le accomuna?
Leskóv conduce un’esistenza ai margini: della società, della letteratura, della politica. Educato all’onestà e alla modestia, autodidatta, il suo talento artistico viene scoperto per caso, da un conoscente del suo datore di lavoro Scott, a cui sono capitate in mano per caso lettere di lavoro, relazioni da zone sperdute dell’impero russo inviate da Leskóv. Da questo primo lettore casuale sono venuti i consigli a impegnarsi nella letteratura, e quindi i primi racconti.
Già quindi come scrittore, Leskóv ha avuto una formazione sui generis. Non si tratta di un intellettuale, di un pensatore o di un attivista sociale che decide di prestarsi alla letteratura, ma di uno scrivente, di un tecnico della scrittura che passa dalla stesura di relazioni settoriali al racconto.
Analogamente, per quanto riguarda la fonte, la materia prima delle sue opere, non si tratta delle ricerche di un intellettuale che, come voleva lo slogan dei populisti russi, è «andato nel popolo» per conoscerlo, ma dell’esperienza di una persona che faceva parte del popolo (anche se non del popolo minuto, essendo di estrazione piccoloborghese) e che, per lavoro, con il popolo passava tutto il proprio tempo. Pertanto, il materiale della sua prosa artistica non se l’è dovuto andare a cercare, ma lo aveva già accumulato in modo non artificioso, frutto di esperienze di primissima mano. Sentiamo Leskóv stesso dall’autobiografia:
 
Quando mi è capitato di leggere per la prima volta le Memorie di un cacciatore di I. S. Turgénev, mi sono messo a fremere tutto per la veridicità della rappresentazione e ho capito subito cosa vuol dire arte. E tutti gli altri, tranne il solo Ostróvskij, mi sembravano artificiosi e falsi. Pìsemskij stesso non mi piaceva, mentre le prediche pubblicistiche sul fatto che bisogna studiare il popolo non le capivo proprio e non le capisco nemmeno adesso. Il popolo bisogna semplicemente conoscerlo come la propria vita, senza analizzarlo, ma vivendolo. Io, grazie a Dio, lo conoscevo, il popolo, lo conoscevo dall’infanzia e senza nessuno sforzo né fatica; e se non sempre sono stato in grado di rappresentarlo, ciò va quindi attribuito a incapacità.
LinguaItaliano
Data di uscita16 mar 2014
Il pellegrino incantato. Il mancino (Tradotto): Due romanzi brevi

Titoli di questa serie (1)

  • Il pellegrino incantato. Il mancino (Tradotto): Due romanzi brevi
    Il pellegrino incantato. Il mancino (Tradotto): Due romanzi brevi
    Il pellegrino incantato. Il mancino (Tradotto): Due romanzi brevi

    E-book #1

    Il pellegrino incantato. Il mancino (Tradotto): Due romanzi brevi

    Nikolaj Leskov
    Valutazione: 5 su 5 stelle
    5/5 - 1 valutazione
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    L’opera di Nikolaj Leskóv è un’indagine dell’animo umano condotta sul campo e senza mediazioni, dove ciò che maggiormente interessa l’autore sono i tipi umani estremi, quelli che più si discostano dalla aurea mediocritas. Leskóv considerava Gogol’ suo maestro, e le Anime morte, con la sua galleria di personaggi, il vangelo russo. «Leskóv, in un certo senso, si sforza di continuare le ricerche di Gogol’», scrive Ejchenbàum nel 1956[1]. Ma i testoni, i bislacchi, gli ossessionati, i maniaci, i geni incompresi e i pellegrini modesti di Leskóv coprono uno spettro sociale assai più ampio, e non si lasciano raccontare da uno scrittore, ma si raccontano da soli. Il “popolo” di Leskóv narra in prima persona e il lettore si trova ad ascoltare la viva voce del novellatore. Sono racconti religiosi, ma in un senso molto particolare. Nel senso più terra terra che si possa immaginare. La manifestazione di Dio non viene cercata in fenomeni soprannaturali, ma nella vita concreta dell’uomo che lavora con le proprie mani. Lo scrittore Leskóv, artigiano che opera con l’occhio, con l’anima e con la mano, lascia che altri artigiani – fabbri, “connesséri”, pittori di icone – creino un mondo capovolto, dove l’unica normalità è la creatività povera, dove paradossalmente l’unico normale è il diverso, vuoi perché ebreo, vuoi perché “giusto”, vuoi perché onesto e fedele allo zar. È una religione in apparenza di stampo calvinista, la religione del fare, ma senza nessun risvolto di tipo produttivistico, anzi: «Favorendo l’aumento degli introiti, le macchine non favoriscono il coraggio artistico, che a volte ha passato la misura, ispirando la fantasia popolare a comporre leggende favolose simili a questa» (Il mancino).

    L’opera di Nikolaj Leskóv è un’indagine dell’animo umano condotta sul campo e senza mediazioni, dove ciò che maggiormente interessa l’autore sono i tipi umani estremi, quelli che più si discostano dalla aurea mediocritas. Leskóv considerava Gogol’ suo maestro, e le Anime morte, con la sua galleria di personaggi, il vangelo russo. «Leskóv, in un certo senso, si sforza di continuare le ricerche di Gogol’», scrive Ejchenbàum nel 1956[1]. Ma i testoni, i bislacchi, gli ossessionati, i maniaci, i geni incompresi e i pellegrini modesti di Leskóv coprono uno spettro sociale assai più ampio, e non si lasciano raccontare da uno scrittore, ma si raccontano da soli. Il “popolo” di Leskóv narra in prima persona e il lettore si trova ad ascoltare la viva voce del novellatore. Sono racconti religiosi, ma in un senso molto particolare. Nel senso più terra terra che si possa immaginare. La manifestazione di Dio non viene cercata in fenomeni soprannaturali, ma nella vita concreta dell’uomo che lavora con le proprie mani. Lo scrittore Leskóv, artigiano che opera con l’occhio, con l’anima e con la mano, lascia che altri artigiani – fabbri, “connesséri”, pittori di icone – creino un mondo capovolto, dove l’unica normalità è la creatività povera, dove paradossalmente l’unico normale è il diverso, vuoi perché ebreo, vuoi perché “giusto”, vuoi perché onesto e fedele allo zar. È una religione in apparenza di stampo calvinista, la religione del fare, ma senza nessun risvolto di tipo produttivistico, anzi: «Favorendo l’aumento degli introiti, le macchine non favoriscono il coraggio artistico, che a volte ha passato la misura, ispirando la fantasia popolare a comporre leggende favolose simili a questa» (Il mancino).

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