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Creature di Dio: romanzo per adulti che vogliono rimanere bambini
Un tranquillo viale alberato
Odore di madre
Serie di e-book10 titoli

Oltre confine

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Info su questa serie

Ritratto incompiuto del padre (Ebauche du père), Sénac lo immaginava come creazione di lungo respiro, che doveva essere composta da più volumi, nutrita da tutto quello che aveva modellato la sua sensibilità, forgiato il suo essere dolente, appassionato, assetato di tenerezza e di assoluto: da Orano, la città della sua infanzia, alla patria di Lorca della quale portava le scottature del cuore; dalle amicizie illuminanti ai fragili e occasionali, quanto rischiosi, incontri del desiderio; da sua madre, eccessiva nei gesti come nei sentimenti, per quanto silenziosa sull’assenza del padre, a Camus che chiamava hijo mio (figlio mio). Quale che fosse il suo desiderio, Sénac si fermò al primo volume, Per finire con l’infanzia (Pour en finir avec l’enfance) che, cominciato nel febbraio 1959, non fu completato che nell’ottobre 1962, data del ritorno del poeta nel suo paese natale nuovamente indipendente. Non possiamo dubitare che la stesura di questo libro sia stata per Jean Sénac un’avventura piena di incertezze, un assillo, una sofferenza. Non che abbia incontrato qualche difficoltà nello scrivere – la ricchezza della sua immaginazione e la vivacità della sua penna erano sempre uguali – ma, diviso tra la poesia, le preoccupazioni di ordine materiale, il suo impegno politico e il desiderio turbolento, non trovava né il tempo né la concentrazione necessari per portare a termine il suo romanzo, assimilato talvolta a un «pedinamento mostruoso» o a un «oceano di disordine».

Rabah Belamri
LinguaItaliano
Data di uscita19 dic 2016
Creature di Dio: romanzo per adulti che vogliono rimanere bambini
Un tranquillo viale alberato
Odore di madre

Titoli di questa serie (10)

  • Odore di madre
    Odore di madre
    Odore di madre

    Il rapporto delle figlie con le madri è sempre complesso. Dietro l’amore si celano sempre tanti nodi irrisolti, inevitabili per un rapporto che inizia praticamente al momento del concepimento. Finché arriva il momento della resa dei conti. Può capitare, come alla protagonista di questo romanzo, quando la madre, invecchiando, perde autonomia ed ha, avrebbe, maggior bisogno del sostegno, fisico e morale, e la figlia, già sessantenne, sposata, con una figlia a sua volta e una vita ormai propria e consolidata, trova difficoltà a darglieli. E non per mancanza di amore, ma per tutti, appunto, quei nodi irrisolti da essere diventati ormai una matassa ingarbugliata che forse, forse, solo la sua morte potrà sciogliere. Vedrana Rudan, scrittrice provocatrice e trasgressiva quale notoriamente è, in questo romanzo intenso, così carico di verità spesso ipocritamente taciute, affronta da par suo, con coraggio, questo tema, mettendo a nudo l’egoismo dei figli ma anche il loro diritto a vivere la propria vita. Magari come, giustamente, hanno fatto anche le loro madri, pur pretendendo ora che ne sono impedite, magari con il ricatto o la maledizione, devozione assoluta.

  • Creature di Dio: romanzo per adulti che vogliono rimanere bambini
    Creature di Dio: romanzo per adulti che vogliono rimanere bambini
    Creature di Dio: romanzo per adulti che vogliono rimanere bambini

    La prole di Dio (Božanska djeÄ ica, Fraktura 2002) è un libro sulla follia e sulle conseguenze che il disfacimento di una società può avere sull’individuo. Allo stesso tempo è anche un libro sul relativismo della pazzia, e una feroce, amara, eppure irresistibilmente ironica, critica della realtà croata contemporanea. La guerra interetnica che ha portato allo smembramento della Federazione jugoslava, ha lasciato un’immonda scia di sangue che ha aperto la strada a tanta nuova retorica, a tanta ipocrisia e a delle nuove forme d’intolleranza. Proponiamo la prima traduzione in lingua italiana di un libro di Tatjana GromaÄ a (1971), una delle giovani scrittrici croate più schiette e stilisticamente più originali. Lo stile di La prole di Dio confina con quello della prosa d'arte, eppure, allo stesso tempo, ha il potere di apparirci scarno, privato del superfluo. Tatjana GromaÄ a non descrive, graffia; non indulge, ma lascia il segno. È il diario di una figlia amorevole che racconta, con la puntualità di una scrivana, la storia della malattia mentale della madre, una donna un tempo "molto popolare", che il piccolo paese della Pianura Pannonica in cui vive accusa all'improvviso di avere una "origine orientale", una colpa, questa, che andrebbe lavata con il sangue.

  • Un tranquillo viale alberato
    Un tranquillo viale alberato
    Un tranquillo viale alberato

    Con il romanzo Un tranquillo viale alberato, Nada Gašić (1950) ha esordito nella narrativa. Il romanzo, se a prima vista sembra inserirsi nel filone realistico, si caratterizza in particolare per le sue atmosfere noir. La trama si sviluppa intorno a una tranquilla via di Zagabria, vicino alla piazza Kvaternik, un bel quartiere tra il centro della città e il bellissimo parco di Maksimir, dove i più diversi segreti pullulano dietro le tende attentamente tirate delle case. Il romanzo disegna le vite di numerosi abitanti della città il cui destino è fortemente marchiato degli avvenimenti degli anni novanta, cioè il periodo successivo al disfacimento della ex Jugoslavia e di quella che in Croazia viene chiamata “guerra patriottica”. Il retroscena politico e storico traspare però tra le righe mai in primo piano, e la tranquilla via con il suo filare degli alberi rappresenta il palcoscenico quotidiano di tutti coloro che non sono o non si sentono in linea con lo spirito nazionalistico e reazionario del tempo. Per costoro il calvario della richiesta della cittadinanza, dell’orientamento sessuale “sbagliato” o del rischio di appartenere a un “sangue nazionalmente impuro” sono il frutto delle conseguenze d una guerra i cui primi effetti sono quelli psicologici, se non addirittura psichiatrici, da “trauma postbellico”, anche in conseguenza di elementi concreti come la perdita della propria casa o di leggi promulgate troppo in fretta. La storia si svolge nell’anno 2003, durante una decina di giorni tra i più caldi del secolo, quando l’afa insopportabile ancor di più sottolinea le frustrazioni dei personaggi, spesso manifestate solo nei sogni o attraverso paure trasformatesi ormai in vere e proprie fobie. A queste “ex persone” che vivono sull’orlo della vita reale, tra i sogni e le pasticche di antidepressivi, tra la scrittura dei diari, i travestimenti e la recita di personaggi immaginari si contrappongono i personaggi della piccola borghesia, insopportabili nel loro modo di vivere, pieno dei cibi, di ricette, usanze, pettegolezzi, frasi fatte, cattiverie, falsità e sicurezze sempre gratuite: una crudeltà credibile proprio perché incredibile. La via è un microorganismo del macro livello della città, e gli avvenimenti, colti nella loro atmosfera quotidiana, potrebbero avvenire in qualsiasi altro quartiere. E così questa via apparentemente tranquilla diventata il posto di una successione di delitti in cui ciascun personaggio fa i conti con se stesso.

  • Il tendone dei sogni
    Il tendone dei sogni
    Il tendone dei sogni

    Il tendone dei sogni di Sanja Hiblovic Regazzoni è la storia di una donna che nasce nella ex-Jugoslavia, dove ha un’infanzia travagliata, divisa tra due affetti: la mamma e il papà, la Croazia e la Serbia; conosce l’amore, mette al mondo una figlia quando è ancora giovane e si trova improvvisamente sola ad affrontare una vita per niente facile che, a un certo punto, da Belgrado, al momento dello scoppio della guerra, la costringe a spostarsi in Italia, dove non si perderà mai d’animo. Sanja racconta le sue avventure in giro per il nostro Stivale a bordo del carrozzone del circo che fa da cornice alla sua vita. “Scritto in maniera semplice, riguardo vicende che non lo sono affatto, in luoghi disseminati in vari Paesi” scrive lo scrittore serbo Goran Stojicic, "Il tendone dei sogni racconta una vita che in pochi possono dire di aver vissuto, insoliti e rari rapporti tra i personaggi (quando mai avete letto di persone meravigliose che lavorano nel circo, senza che fossero frutto della fantasia?). Il parto, la vita, la morte... l’amore... Sanja per descrivere le emozioni utilizza colori che non hanno un nome, che prima di lei nemmeno esistevano. Sulla sua tavolozza scrittoria mescola ciò che di più delicato può essere spremuto dai tubetti delle parole e amalgamando crea sfumature che guariscono l’anima, modificano le espressioni del viso dei lettori, da quelle deformate dalle risate ad altre diverse, umide di lacrime. È fantastico vedere con quanta semplicità vengono affrontati temi difficili e quanto materiale scivoli sinuoso tra le righe, raggiunga le dita che tengono il libro e si riversi nel vostro sistema sanguigno, attraverso spazi che non sapevate esistessero. A dir la verità si trovano lì proprio solo per accogliere le emozioni di Sanja. Non è un caso che questo romanzo sia nelle vostre mani. Dopo di lui vi sentirete meglio, indipendentemente da quanti fazzoletti avrete consumato. E ne avrete consumati sicuramente più del tempo impiegato, perché si legge in un sospiro, abbandonati ai viaggi in cui vi avventurerete. Sanja vi condurrà in luoghi dove forse siete già stati, ma che non avete mai vissuto in questo modo”.

  • Una vita in secca
    Una vita in secca
    Una vita in secca

    Una vita in secca racconta un breve viaggio di un medico veneziano, di origini istriane, sparito in un incidente aereo. Un medico che ama la letteratura e approccia la scienza medica con spirito filosofico, come trapela dal suo diario romanzato che viene trovato fra le cartelle cliniche dei suoi pazienti e recapitato ad un suo amico negli Stati Uniti. Lo sfondo della storia di Davide Santin, questo il nome dell’alter ego inventatosi dal medico, è la frontiera. Il mondo di Davide non può esistere senza la frontiera, così come non può esistere senza la morte. Ti ci imbatti ovunque, a qualsiasi latitudine geografica o temporale. Dentro una stravolta roccaforte di frontiera ex-jugoslava e ora slovena, che l’autore chiama Castello-Kaštel, o nelle paludi della Louisiana. Ma il vero filo conduttore del libro è l’acqua. Il mare con le sue maree e i disagi di chi vive l’attrito con il diverso che caratterizza tutte le frontiere. 

  • Confini incerti
    Confini incerti
    Confini incerti

    Confini incerti è un libro irrinunciabile per chi voglia avere anche una chiave d’accesso alla storia contemporanea di quell’area geografica, dove più che altrove la gente ha vissuto i peggiori scontri e drammi del “secolo breve”. Ci si ritrova tra le mani un libro non solo scritto con uno stile impeccabile, ma pieno di umorismo e di aneddoti, ricordi e documenti che tradizionalmente sfuggono al retaggio degli anni, così come di dolorose memorie. Qui la storia non viene raccontata per imprese vittoriose e scelte tattiche o politiche, ma attraverso la vita vera, i pensieri e i destini di persone vere. La trama prende avvio a Cakovec, che ora si trova in Croazia, dove coabitano croati, ungheresi, sloveni, tedeschi e serbi. È qui che vivono gli Harmath, una famiglia della piccola nobiltà ungherese, di origine croata: Nandor, la moglie Cecilia e i figli Eugenio, Irene, Dusi e Nandor Junior. Dopo la prima guerra mondiale, con le nuove frontiere decretate a Versailles, gli Harmath diventano profughi, perdono tutti i loro beni e si trasferiscono a Budapest. I figli, due donne e due uomini prendono quattro strade molto diverse, quasi fossero quattro stereotipi di come poteva essere interpretata la vita nel ventesimo secolo. Quattro figure e quattro destini tratteggiati con grande capacità narrativa, un felice esempio di storia romanzata che conserva però autenticità, e viene offerta con molta sincerità. Confini incerti è un libro complesso, drammatico, dove l’incertezza dei confini non è soltanto geografica, ma alberga nel cuore stesso dei personaggi, alla ricerca di un loro posto nel mondo.

  • L'esercizio della vita: Cronisteria
    L'esercizio della vita: Cronisteria
    L'esercizio della vita: Cronisteria

    La saga di una città dai mille volti, che però rappresentano il suo vero volto. Una città non italiana, non croata, non ungherese, ma insieme italiana, croata, ungherese. E’ la Fiume, oggi Rijeka, prossima capitale europea della cultura nel 2020, raccontata in questo romanzo da Nedjeljko Fabrio. Una data, il 2020, entro la quale, un po’ alla volta, sta cercando di rientrare nel novero di quelle città straordinarie, multietniche, multilinguistiche, multiculturali e multireligiose, com’erano nel passato Alessandria d’Egitto o Beirut o Smirne o Rodi. Un percorso non facile che la scrolli definitivamente da quella linea piatta, senza più vita, monocorde, unilaterale, quale la Jugoslavia di Tito l’aveva ridotta dopo le lunghe bellissime stagioni dei secoli precedenti, dal 1700 al 1945, che in questo romanzo, di autentico spessore letterario, vengono raccontate da Nedjeljko Fabrio. Certo, lo fa dal punto di vista suo, croato, ma non sfugge, nonostante questo prisma a tratti deformante, proprio, del resto, di uno scrittore a cui sono concesse tutte le invenzioni possibili di questo mondo, l’impronta cosmopolita che pochi hanno saputo cogliere, chi riducendo Fiume, prima, a città ungherese, chi poi, dopo l’impresa dannunziana, a città italiana, chi poi, con l’arrivo di slavi venuti da fuori a riempire il vuoto demografico lasciato dall’esilio degli italiani, a jugoslava, e chi infine ancora, negli ultimi vent’anni, a città croata. No, Fiume è Fiume. O non è.

  • La strada delle donne infedeli
    La strada delle donne infedeli
    La strada delle donne infedeli

    "Le donne della nostra strada continuano a vivere nelle case in cui la loro esistenza è cominciata: festeggiano allo stesso indirizzo il loro decimo, trentesimo, cinquantesimo compleanno; portano i mariti nella casa natale e poi sgattaiolano via per incontrare i loro amanti."  Una strada di Zagabria diventa, allo sguardo indiscreto e pettegolo di una sua abitante, una piccola Peyton Place, in cui tutte le donne, quasi la strada fosse stregata (e forse lo è), hanno uno o più amanti.  Un romanzo all’insegna delle fantasie sessuali più sfrenate delle donne che, con l’ironia sorniona di una scrittrice controcorrente, mette alla berlina una certa società patriarcale per la quale solo gli uomini possono godere delle libertà, altrimenti proibite alle mogli. 

  • Il doppio
    Il doppio
    Il doppio

    Il Doppelgänger, letteralmente “viandante doppio”, è l’ombra dell’io che segue ogni essere umano. Il Doppelgänger puo' essere visto solo dal suo proprietario o dalla proprietaria, altrimenti resta invisibile all’occhio umano. È noto che i cani e i gatti riescono a vedere i Doppelgänger. Il Doppelgänger è un accompagnatore molto comprensivo, sta quasi sempre dietro alla persona cui appartiene e non si riflette allo specchio. È sempre pronto ad ascoltare e a dare consigli, o infilando idee nella mente delle persone, o tramite una specie di osmosi. Vedere il proprio Doppelgänger è un segnale nefasto. Il Doppelgänger si manifesta di rado a parenti e amici, e quando lo fa, crea grande scompiglio. I Doppelgänger possono essere maligni e vendicativi.

  • Ritratto incompiuto del padre - per finire con l'infanzia
    Ritratto incompiuto del padre - per finire con l'infanzia
    Ritratto incompiuto del padre - per finire con l'infanzia

    Ritratto incompiuto del padre (Ebauche du père), Sénac lo immaginava come creazione di lungo respiro, che doveva essere composta da più volumi, nutrita da tutto quello che aveva modellato la sua sensibilità, forgiato il suo essere dolente, appassionato, assetato di tenerezza e di assoluto: da Orano, la città della sua infanzia, alla patria di Lorca della quale portava le scottature del cuore; dalle amicizie illuminanti ai fragili e occasionali, quanto rischiosi, incontri del desiderio; da sua madre, eccessiva nei gesti come nei sentimenti, per quanto silenziosa sull’assenza del padre, a Camus che chiamava hijo mio (figlio mio). Quale che fosse il suo desiderio, Sénac si fermò al primo volume, Per finire con l’infanzia (Pour en finir avec l’enfance) che, cominciato nel febbraio 1959, non fu completato che nell’ottobre 1962, data del ritorno del poeta nel suo paese natale nuovamente indipendente. Non possiamo dubitare che la stesura di questo libro sia stata per Jean Sénac un’avventura piena di incertezze, un assillo, una sofferenza. Non che abbia incontrato qualche difficoltà nello scrivere – la ricchezza della sua immaginazione e la vivacità della sua penna erano sempre uguali – ma, diviso tra la poesia, le preoccupazioni di ordine materiale, il suo impegno politico e il desiderio turbolento, non trovava né il tempo né la concentrazione necessari per portare a termine il suo romanzo, assimilato talvolta a un «pedinamento mostruoso» o a un «oceano di disordine». Rabah Belamri

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