Sei sulla pagina 1di 21

Kierkegaard

Libro di testo 3A: da pag.41 a pag.52.


Lo sfondo religioso del suo pensiero
• Il pensiero di Kierkegaard è caratterizzato da una forte impostazione
religiosa.
• Il suo cristianesimo non va però confuso con quello della Chiesa ufficiale
protestante.
• La Chiesa è accusata dal filosofo di essere troppo compromessa con
questione mondane e di trascurare gli aspetti spirituali e interiori che sono
propri di una religiosità autentica.
Lo sfondo religioso del suo pensiero
• Gli uomini di Chiesa sono criticati da Kierkegaard per aver ridotto il
messaggio di Cristo a semplice dottrina teologica, tralasciando del
cristianesimo l’aspetto più importante: l’esempio di Cristo che deve essere
imitato, conducendo una vita all’insegna del sacrificio, dell’abnegazione e
dell’ascesi.
• I cristiani considerano il cristianesimo come una scelta facile e
superficiale, un «vivere tranquilli e attraversare felicemente il mondo»,
ma non è così.
Critica alla filosofia razionalistica
• Secondo Kierkegaard lo sbaglio fondamentale della filosofia razionalistica
(da Cartesio a Kant) è stato quello di tenere in considerazione in maniera
quasi esclusiva il pensiero e la conoscenza in astratto, trascurando il
soggetto che pensa, il singolo individuo concreto nella particolarità della
sua esistenza.
• In tal senso Kierkegaard è considerato il precursore dell'esistenzialismo,
corrente filosofica del primo Novecento.
La critica all’hegelismo
• L'esistenza concreta del singolo individuo non coincide col concetto
generale e astratto di uomo e di umanità.
• Hegel si era dimenticato di essere un uomo concreto, prendendo in
considerazione solo l’idea di umanità. Al contrario, secondo Kierkegaard,
quello che conta è il «mio» essere unico, singolo e irripetibile.
• Esistono effettivamente solo individui particolari e non essenze, le quali
sono oggetto di pensiero e non realtà concreta.
La critica all’hegelismo
• Kierkegaard rifiuta dunque la dottrina dell’idealismo e quella di Hegel in
particolare contrapponendo allo Spirito assoluto, immanente, che assorbe
e annulla in sé i singoli individui, considerati modi dell’unica Ragione
Universale, esseri particolari che passano da una forma di esistenza ad
un’altra, avendo possibilità di scelta tra infinite alternative.
• Kierkegaard parla della categoria del singolo, che è l’unica realtà effettiva,
aperta ad infinite possibilità di scelta contro lo Spirito assoluto di Hegel.
Confronto tra Kierkegaard e Hegel
• Hegel rimane chiuso nella schematizzazione immobile ed astratta del pensiero
senza poter cogliere la concretezza della vita che è in continuo divenire.
• In Hegel tutta la realtà è razionale ed i contrari si conciliano nella sintesi
superiore; per Kierkegaard invece gli opposti permangono l’uno accanto
all’altro (male e bene, morte e vita, peccato e salvezza,…)
• E mentre Hegel è ottimista perché afferma che tutto è razionalità, Kierkegaard
invece è pessimista perché ha una concezione negativa della vita, immersa
com’è nel peccato.
L’esistenza come possibilità
• L’esistenza per Kierkegaard è il regno della libertà: l’uomo è ciò che sceglie di essere, è quello
che diventa.
• L’esistenza è dunque libertà, poter essere, cioè possibilità: possibilità di non scegliere, di restare
nella paralisi, di scegliere e sbagliare e di perdersi.
• L’esistenza è priva di certezze, attraversata dal dubbio e dall’inquietudine, dall’angoscia.
• Drammatica è la scelta tra le possibilità fondamentali dell’esistenza: la vita estetica, la vita etica,
la vita religiosa.
• Le tre possibilità esistenziali che si offrono all’uomo sono individuate e analizzate da
Kierkegaard principalmente nelle opere Aut-Aut (1843) e Stadi sul cammino della vita (1845).
La vita estetica
• La vita estetica o stadio estetico è la forma di vita vissuta istante per
istante, distaccata dal pensiero dell’eternità. Figura emblematica di questa
condizione è Don Giovanni, il seduttore, il quale passa tra futili piaceri
senza riuscire mai ad assaporare la gioia duratura.
• Sceglie questa forma di vita l’esteta, il romantico, il quale affidandosi
all’immaginazione, si abbandona all’attimo fuggente nella ricerca di un
piacere sempre nuovo.
La vita estetica
• Egli però si illude perché, dominato dalle cose e dalle passioni, tradisce se
stesso e si perde, preso com’è da interessi vani e futili e incurante
dell’ansia del divino presente nella sua anima.
• Il suo comportamento superficiale conduce al senso del vuoto interiore e
alla noia, perché nessun piacere terreno può appagare l’anelito dello
spirito. Conseguenza inevitabile è la disperazione che è la colpa
dell’uomo che non sa accettare se stesso nella sua profondità e avendo
voluto essere autonomo nei confronti dell’Assoluto, si trova smarrito e
precipita nel nulla.
La vita etica
• La vita etica o stadio etico è l’esistenza vissuta in modo conforme agli
ideali morali, come sono professati dal marito fedele dedicato alla
famiglia: lo stato matrimoniale infatti simboleggia questo secondo stadio.
• Nella vita etica l’individuo rinunciando volontariamente ai falsi piaceri e
alle illusioni, sceglie di essere se stesso per seguire i veri valori della vita.
Così assolve onestamente i suoi doveri: la fedeltà coniugale, il lavoro,
l’amicizia, la patria diventano i suoi ideali, il suo scopo.
La vita etica
• Ma anche questa seconda forma di esistenza è insufficiente e non appaga
perché l’eticità si trasforma in semplice legalità: infatti la vita etica si
svolge in conformità della legge e alla tradizione e divenendo una
consuetudine convenzionale, un’abitudine, non esprime l’interiore forza
dello spirito umano: perciò anch’essa si manifesta come fallimento.
• Anche nella vita etica, si nasconde perciò l’insidia dell’insoddisfazione e
della noia e il rischio della sua degenerazione nel conformismo.
La vita religiosa
• La vita religiosa o stadio religioso è l’esistenza vissuta al di fuori e al di sopra
dell’etica, in conformità con la fede. Simbolo di questo stadio è Abramo che, vissuto
fino a settanta anni nel rispetto della legge morale, non esita quando Dio gli ordina di
sacrificare il figlio Isacco, anche se obbedire al comando divino significa infrangere la
stessa legge.
• Comportandosi come Dio gli impone, Abramo dà scandalo, perché rinnega i principi
della morale comune e del buon senso, che impongono all’uomo di non uccidere. Infatti
la fede, fondamento della vita religiosa, è antirazionale, è follia, perché è contro la
ragione: ma rifiutare gli argomenti dell’intelletto vuol dire porsi in diretto contatto con
Dio il quale soffrì e si fece crocifiggere.
La vita religiosa
• La fede è paradosso e scandalo e Cristo è il segno di questo paradosso:
è colui che soffre e muore come uomo, mentre parla e agisce come Dio e
che si deve riconoscere come Dio.
• La filosofia, che è ragione, non può quindi comprendere la religione, che
è fede e mistero.
• L’uomo insoddisfatto dai vuoti piaceri che gli offre il comportamento
estetico e inappagato, nella sua interiorità, dalla vita etica si rivolge alla
religione.
La vita religiosa
• Il passaggio dalla vita estetica ed etica a quella religiosa avviene
attraverso un salto brusco e mediante un angoscioso dramma interiore tra
morale e fede, che comporta una rinuncia: alle tradizioni, alle
consuetudini convenzionali e normative.
• Ma alla rinuncia segue la ricompensa: Abramo riottiene il figlio; l’uomo
ha in premio Dio.
• La scelta della vita religiosa avviene dunque nell’angoscia ed implica un
rischio.
L’angoscia
• L’uomo infatti non sa se veramente possiede la fede e teme di ingannarsi nel
momento in cui decide di infrangere la legge morale. Eppure deve scegliere:
rimanere fedele ai principi etici o superarli e affidarsi al proprio spirito che gli
impone un comportamento superiore, anche se assurdo e scandaloso per la
ragione(come quella di Abramo di uccidere il proprio figlio).
• La decisione, qualunque sia, comporta un rischio e matura in uno stato di
tragica angoscia per le conseguenze che potranno derivare dalla scelta. Ma tale
stato di angoscia rivela già la presenza divina nell’anima ed il possesso della
fede: Dio non può non donarsi a chi, soffrendo, lo desidera ardentemente.
L’angoscia
• L’angoscia rappresenta il timore indefinito di sbagliare, di scegliere male,
dal momento che l’uomo è consapevole che nella scelta è messa in gioco
la sua stessa vita.
• La scelta esistenziale è sempre decisione tra alternative opposte (aut-aut),
contraddittorie, fra estremi inconciliabili e dunque comporta
un’assunzione di responsabilità che per l’uomo è difficile da sostenere.
La disperazione
• L’essere dell’uomo, oltre che dal sentimento dell’angoscia, è connotato da
quello della disperazione.
• La disperazione è malattia mortale, è “un eterno morire senza tuttavia
morire”, è “un’autodistruzione impotente”.
• L’origine della disperazione sta nel non volersi accettare nelle mani di
Dio; ma negando Dio si annienta se stessi e separarsi da Dio equivale a
strapparsi dalle proprie radici. «Ma il contrario dell’essere disperato è il
credere…» («La malattia mortale»)
La fede come rimedio alla disperazione
• Mentre l’angoscia sorge nell'uomo in rapporto al mondo, nei confronti
delle diverse e incerte possibilità di scelta offerte dal mondo. La
disperazione nasce nell'uomo in rapporto a se stesso, nella lacerazione che
lo caratterizza (tra finito e infinito, tra realtà e possibilità).
• La disperazione è la condizione di chi nega Dio e pensa di poter dare un
senso alla vita indipendentemente da lui. Ma quando neghiamo Dio,
annientiamo noi stessi.
La fede come rimedio alla disperazione
• La fede è l’unico rimedio alla disperazione, in quanto in virtù della fede
l’uomo si accetta come «colui che è nelle mani di Dio».
• La fede è l’eliminazione della disperazione, è la condizione in cui
l’uomo, pur orientandosi verso se stesso e volendo se stesso, non si illude
della propria autosufficienza, ma riconosce la sua dipendenza da Dio.
• La fede sostituisce alla disperazione la speranza e la fiducia in Dio, ma
porta pure l’uomo al di là della ragione.
Confronto tra Kierkegaard e Schopenhauer

• Nel pensiero di entrambi i filosofi c’è una netta opposizione al razionalismo ed


all’ottimismo hegeliano.
• Sia Kierkegaard che Schopenhauer parlano di irrazionalità ed hanno una concezione
pessimistica della vita umana.
• C’è però nel pensiero di Kierkegaard un profondo senso della religione, vissuta con
angoscia drammatica, che invece è assente o rimane molto superficiale nel sistema di
Schopenhauer.
• La volontà assoluta di Schopenhauer viene sostituita in Kierkegaard con Dio,
all’annullamento della volontà subentra la fede che comporta una scelta.

Potrebbero piacerti anche