Sei sulla pagina 1di 6

Corso di Bioetica

Prof.ssa Ines Crispini


DICES
Università della Calabria

Maurizio Mori

Fare clic per

Manuale di Bioetica
inserire testo
Capitolo 9
Eutanasia
Corso di Bioetica A.A. 2021/2022
Prof.ssa Ines Crispini
DICES
Università della Calabria

Note generali

Se trovi sottolineato in rosso, cliccando sulla parola sarai rimandato all’interno di


questo documento, nella sezione di riferimento Se trovi l’icona “Cinem-etica” puoi
cliccarvi per scoprire il film o la serie
Se trovi sottolineato in blu, cliccando sulla parola sarai rimandato a una pagina suggerita in merito a quello specifico
esterna argomento

Prof.ssa Ines Crispini


Professore di I Fascia
Dipartimento di Culture, Educazione e
Società
Tel. (+39) 0984 494329
Email: ines.crispini@unical.it
 
Eutanasia
Oggi, dopo la rivoluzione biomedica, assistiamo a un cambiamento del
paradigma della morte, in quanto in generale è cambiato l’atteggiamento nei
confronti della morte stessa.
In precedenza, la morte era: prematura, imprevista, breve,
improcrastinabile.
Oggi il trapasso avviene in ospedale per circa l’80 % delle persone e
attraverso una serie di scelte oculate che non lo rendono spesso né breve, né
imprevisto, né improcrastinabile.

Il medico sa qual è il bene del proprio paziente e quest’ultimo è chiamato a seguirlo. Solo così
il medico procrastina la morte e preserva la vita. Questo tipo di discussione riporta
l’attenzione sul vitalismo medico, una dottrina composta da due tesi:
a) tesi assiologica, quindi riguardante il valore e per cui “la vita biologica è sempre buona in
sé”;
b) tesi deontologica: «il dovere primo e precipuo del medico è fare sempre tutto il
possibile (e forse anche l’impossibile) per prolungare al massimo la vita e posticipare il
più possibile la morte del paziente»;
In realtà, il vitalismo medico aveva senso come “accanimento” del medico, quando, in tempi
diversi, molti erano i giovani che morivano. Date le condizioni storico-sociali, allora, si
rendeva necessario un intervento medico atto a mantenere e garantire la vita. Anche Pio XII
si era espresso negativamente, introducendo i concetti di mezzi ordinari e mezzi straordinari
di intervento medico. La Congregazione per la dottrina della fede trasformerà questi due
concetti in proporzionalità e sproporzionalità dei mezzi. Viene così inferto un colpo al
vitalismo medico, ormai legato molto all’idea dell’accanimento terapeutico. I casi storici di
Tito e del Generalissimo Franco hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sul tema, proprio
perché la conseguenza del vitalismo medico è il prolungamento della sofferenza del paziente.
Medicina palliativa e implicazioni della critica al
vitalismo
Dal rifiuto del vitalismo sorge un nuovo approccio al “fine vita”: la medicina
palliativa. Non viene prolungata quantitativamente la vita ma qualitativamente. La
riduzione del dolore inevitabile della condizione di alcuni pazienti comporta la
possibilità di non passare le ultime fasi in un letto di ospedale; anzi, grazie
all’intervento di competenze diverse, si riesce a garantire un ottimo livello di qualità
della vita. Il paziente è lasciato nel proprio contesto di vita (benessere psico-sociale)
con riduzione del dolore (benessere fisico), anche se diminuisce quantitativamente
la vita.

La nuova concezione del vitalismo ha due presupposti interessanti:


a) differenza fra dolore terminale che è inestinguibile e definitivo e dolore
entro la vita, che è quello di stati di dolore che sperimentiamo normalmente
tutti e che vale come “molla” per generare una compensazione
dell’individuo verso uno stato ottimale, atto a riparare quella sofferenza;
b) se c’è accanimento terapeutico, allora lo stato di benessere viene meno,
poiché si prolunga il dolore dello stato terminale che è peggio della morte.
Da qui, la revisione del vitalismo che punta maggiormente a creare le
condizioni di benessere del soggetto coinvolto, evitando la condizione
infernale, ossia il prolungamento del dolore quando il processo che conduce
alla morte è ormai irreversibile.
A questo punto si presentano due possibilità sotto il profilo della deontologia
del vitalismo:
1. L’eutanasia è sempre sbagliata, perché bisogna tutelare la vita;
2. l’eutanasia si rende possibile ed è auspicabile rispetto alla condizione
infernale.
Posizione 1 (accompagnamento morenti o umanizzazione della
morte):

L’accompagnamento alla morte presuppone l’utilizzo di cure palliative,


per fare sì che il soggetto in fase terminale possa vivere senza dolori le
sue ultime fasi, lasciando che la morte avvenga, senza anticiparla.
Dunque, non c’è un intervento attivo ma c’è un “lasciar morire” il
paziente. In questo senso, l’eutanasia è una continuazione di queste cure
anti-dolorifiche che accompagnano il paziente nell’ultima fase.

Posizione 2 ( la “buona morte” richiede suicidio assistito o eutanasia


volontaria):

in realtà, questa seconda posizione non fa altro che mettere in crisi la


differenza fra “intervenire con l’eutanasia” o “lasciar morire”. Dalla
rivoluzione biomedica in avanti è la stessa tecnica che, prolungando la
vita e anche la morte, tende a incrementare il livello di agonia a fine vita
nel caso di malati terminali. Dunque, sarebbe meno giusto “lasciar
morire”, anziché intervenire per evitare l’agonia e la condizione
infernale. Questo cozza con il vitalismo medico, secondo cui il medico è
lo specialista che deve assumersi la responsabilità del paziente e quindi,
con il suo consenso, prevedere la terapia adeguata e più giusta per
evitare sofferenze prima di una morte inevitabile.
Eutanasia e fede
cristiana
Nonostante sembri auto-evidente il rifiuto della Chiesa
dell’eutanasia, in quanto la vita e la morte sono solo nelle “mani
di Dio” - quindi questo presuppone che rifiutare o accettare
l’eutanasia dipenda dall’assunzione di un paradigma
antropologico che sposa la sacralità della vita - c’è una
differenziazione fra due correnti.
La prima, più tradizionalista, è contro l’eutanasia per le ragioni
evidenziate; la seconda, sempre partendo dall’assunto
dell’imperscrutabilità dei piani divini, afferma che è lecito per
l’uomo poter decidere della propria vita e della propria morte,
proprio perché non possiamo mai sapere (o presumere di sapere)
cosa Dio voglia per noi.

Potrebbero piacerti anche