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I sonetti del

Canzoniere
Voi ch’ascoltate rime sparse il
suono..
1 sonetto:
E’ un proemio che dovrebbe essere epilogo (commenta Carducci). Tutta una vita di sospiri e lacrime si squaderna in questo
primo frammento, dove si accampano, come in tutto il Canzoniere, emozioni contrastanti: l’amore della giovinezza (v. 3) e
l’ora della maturità e dell’inquieto disinganno (v. 9). Il sonetto – composto tra il 1349, 1350 – quando Petrarca pensava già al
Canzoniere, chiama a raccolta i consorti del Soggetto-amante, adombrati dal vocativo Voi ch’ascoltate.. L’apostrofe è rivolta
a un Voi che comprende sia il lettore contemporaneo sia quello della posteriorità, un pubblico formato da consorti che per
prova, conoscono la potenza dell’Amore e per rime sparse si intendono le poesie considerate come frammenti dell’anima,
correlati allo stato d’animo del soggetto. Con l’utilizzo del Voi, affronta i temi dei Rerum Vulgarium Fragmenta: la
passione amorosa, la fugacità della vita terrena, la ricerca di una redenzione individuale. L’apostrofe al lettore conferma il
carattere incipitario del componimento e fa appello ad un insieme distinto di uditori, all’insistenza sulla centralità dell’IO,
confermando la dimensione narcisista della lirica petrarchesca. Il giovenile errore è l’amore per Laura; uno sviamento
provocato dall’attrazione per le cose terrene, e risolto solo dalla canzone alla Vergine che con perfetta simmetria, chiude i
Rerum Vulgarium Fragmenta. Il giovenile errore del poeta viene inteso come il disordine della ragione; sia come erranza
spirituale. Alla vergogna per il pentimento, scrive un’IO, che si confessa in parte altr’uom, rispetto all’umano smarrimento
della propria giovinezza. Una radicale presa di distanza dall’io di un tempo, Petrarca dunque mostra il percorso di formazione
della propria anima. Il vario stile cui Petrarca parla è la varietà degli stati d’animo espressi nel Canzoniere sia con
l’eterogeneità di forme poetiche (sonetto, canzone, sestine, madrigali) che il successo dei Rerum Vulgarium Fragmenta,
rendono centrali nella nostra tradizione poetica Piango et Ragiono, un sintagma ricorrente nel Canzoniere. Tutto ciò richiama
il piangere e parlare di Francesca Da Rimini e Ugolino (Inf. V e XXXIII). Il protagonista che guarda dietro e dentro di sé, ha
ormai toccato la coscienza dell’errore, che lo ha reso favola tra tutto il popolo (il sintagma fabula deriva sia dalla Bibbia, che
da Orazio). La congiunzione ma e il tempo presente, segnano un netto distacco dal ragionamento di Petrarca.
L’uomo che scrive oggi è ben conscio della frattura che lo separa da colui che un tempo parlava del giovenile errore del v. 3.
Sono passaggi su cui il poeta tornerà, quasi ossessivamente, in tutto il Canzoniere; alla fine, germina nel soggetto la
consapevolezza che quel sogno è la vita. Frutto di questo vaneggiar è la vergogna, conseguenza della vanitas, ovvero sul mio
contare su gioie e piaceri terreni. Tutto ciò che è gradito all’uomo è effimero, evanescente come un sogno. Il Mondo, come
nel Vangelo di Giovanni, è metonimia della vita terrena e degli uomini che solo in essa confidano. Per William Shakespeare,
Petrarca sarà di fondamentale importanza, riprendendo la parola SOGNO: ‘Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i
sogni.’ Il poeta afferma di aver preso consapevolezza delle colpe passate e della vanità delle cose terrene.

2 sonetto:
E’ il vero inizio del romanzo, con la rievocazione del primo incontro tra Laura e Francesco. Si suppone che ci parla e chi
scrive narri a distanza di tempo ciò che è accaduto quando la storia è cominciata o addirittura, ancora prima di quella storia. Il
racconto inizia dunque con un lungo flashback e solo più avanti (v. 5) si useranno i tempi verbali al presente: qui vi è solo una
fugace apparizione al v. 14, dove si apre uno spiraglio su uno strazio che dura ancora oggi (dunque sul momento in cui il
protagonista piange e ragiona, dando forma alla poesia che leggiamo). L’elegante metafora che sostiene tutto il
componimento, descrive una BATTAGLIA tra amore e il suo seguace, vanamente proteso all’assalto o corso al riparo su
un’altura (la rocca della ragione: forse in memoria del colle del I canto dell’Inferno?). Al centro dell’episodio vi è la virtù
dell’amante, ristretta al cuore per difenderlo: ma ad un tratto egli diverrà facile vittima del colpo mortal di Amore e la
resistenza del novello innamorato sarà incapace di combattimento, che di ritirata.

3 sonetto:
L’esordio primaverile dell’amore e della poesia (fondamentale della lirica romanza) è qui reso in una chiave nuova: non solo è
primavera ma Venerdì Santo, ricorrenza della morte di Gesù e del dolor dei cristiani.
Quel giorno viene fatto coincidere con la data sacra per il soggetto che si racconta la data del suo innamoramento e poco
importa che la critica abbia da sempre avvertito che la giornata consacrato alla storia d’amore del Canzoniere non poteva
essere il Venerdì Santo di quell’anno (Gesù iperbolicamente poeta per Beatrice).L’opera viene datata nel 6 aprile ma nel
calendario non corrisponde (10 aprile). La miscela così ardita di sacro e profano sarà d’ora in poi il sottofondo implicito di
tutto il racconto, vocato ad offuscare con un sentimento di colpa il primo incontro tra le due anime. La guerra continua, e si fa
più insistente l’asso metaforico dell’arco e delle frecce d’Amore, che slealmente colpisce l’avversario. L’amante ne rimane
ferito mentre la sua dolce nemica (gioco di antitesi tipico della tradizione cortese ed amorosa, viene dal Petrarca orgnizzato in
un vero e proprio sistema, dove l’IO sospende ogni suo rapporto con la vita sociale), esce del tutto indenne dall’agguato, in
quanto Amore non le ha nemmeno mostrato le armi in segno di offesa, e la donna, rimane indifferente dinnanzi le offese
d’Amore. Si noti nel senza sospetto del v. 7 l’eco del grande archetipo della poesia amorosa italiana, il canto dantesco di
Paolo e Francesca (‘soli eravamo, senza alcun sospetto’). Gli occhi di Laura, a cui rispondono gli occhi del poeta, fanno qui la
loro micidiale apparizione, già pronti ad uccidere, richiamando il topos dello sguardo che infligge angoscia (Cavalcanti).

4 sonetto:
Ad una prima lettura sembrerebbe un componimento religioso. E invece il preambolo ispirato dai Vangeli, serve a presentare
il luogo natale di Laura (v. 12-14). Una lunga perifrasi designa il Dio cristiano, che con la sua infinita provvidenza, ha creato i
due emisferi della terra e persino il mito degli astri, Giove, meno bellicoso di Marte. Allo stesso modo gli volle presentare la
Giudea su Roma scegliendola come la patria di Dio-uomo e sollevando così la condizione ad umile a gloriosa. Ora il prodigo
dell’umiltà si ripete: un minuscolo paese (in Provenza) detiene gli occhi del mondo, come una nuova Betlemme, la gloria della
nascita di Laura (Cristo non volle attribuire a Roma il privilegio della sua nascita). Non vi è dubbio che nell’astro che sorge
da un picciol borgo si rifletta la memoria di San Francesco e della sua Assisi nel Paradiso di Dante, e che tutto il sonetto si
colori di un’atmosfera cristologica: specie nella fortunata identificazione di Laura con un sole, dono divino dato agli uomini
per la loro salvezza
5 sonetto:
In perfetta sintonia col precedente, anche questo sonetto narra delle Laude di santa Laura. Per la prima volta, Laura è
celebrata nel suo nome, terreno di metamorfosi e di allegorie. Secondo le regole dell’amor cortese, quel nome non viene
però pronunciato apertamente ma svelato al lettore attraverso un gioco enigmistico: come Laureta, la regalità, il tacere di
fronte all’essenza di Lei; e come Laurea, la corona d’alloro che consacra la fama del poeta. Ed ecco il suo celeste
innamorato, Apollo-sole, dio della poesia e della luce del giorno. E’ questi il dio che, secondo il mito, insidiò la ninfa
Dafne, che per sfuggirlo si tramutò in alloro, divenendo poi l’albero sacro ai poeti e alla gloria. Se Laura si moltiplica sin
d’ora in Dafne, nell’alloro e nella corona poetica, Apollo (alter ego dell’amante), qui invece pare sdegnarsi che una lingua
mortal osi glorificare i rami sempre verdi della sua pianta prediletta. Anche la poesia, entra quindi a far parte del sostrato
mitico del Canzoniere, fondendone in un unico Soggetto il protagonista e l’autore. Il gioco di parole che produce il nome
di Laura non è evidenziato il alcun modo nel manoscritto originale, ed è quindi reso secondo diverse soluzioni grafiche
nelle edizioni moderne.

6 sonetto:
Dopo Laura, glorificata nel suo nome, ora è la forte passione ad occupare la scena. Lo incarna un cavallo sfrenato ma
incerto nel galoppo perché spronato da Amore: privo di guida e tuttavia lento nel raggiungere ed assaporare l’oggetto del
suo desiderio, che alla fine si rivelerà un frutto amaro, un furor portatore di morte. Una Laura che fugge, come la fuggiva
Dafne nel racconto delle Metamorfosi di Ovidio, inseguita da Apollo; l’acerbo frutto non è altro che emblema doloroso di
un amore rivolto a chi non può corrisponderlo, che amareggia invece di consolare. E’ la prima tavola di un dittico sul
peccato che investe il protagonista del racconto, coi suoi impulsi, la sua accidia e le sue tentazioni: con la sua colpa.
L’immagine del cavallo senza freni passa attraverso testi latini e volgari, ormeggiando luoghi del Convivio dantesco.
61 sonetto:
Il testo è un sonetto, con rime incrociate nelle quartine ed alternate nelle terzine. In forma di anaforica benedizione di
ogni istante, modo, luogo dell’amore, il sonetto risarcisce la maledizione del precedente laudatio: quasi un augurio di
eternità che l’IO lirico formula anche per sé e per le proprie rime. E’ incerta la data di composizione, anche per i
possibili riscontri col Filostrato di Boccaccio. Ma non è da escludere che il componimento segua addirittura la morte
dell’amata, per le allusioni alla data sacra del 6 aprile 1327 (qui espressa in forma di ricorrenza astronomica). A
differenza del primo sonetto, qui emerge una visione dell’amore per Laura positiva: infatti il poeta comincia ogni strofa
con l’anafora ‘benedetto sia’: in particolare nelle quartine benedice l’incontro con Laura e l’amore per quest’ultima;
nelle terzine benedice sé stesso e la sua arte, nata appunto dall’esperienza dell’innamoramento. Sembra collocare
l’innamoramento alla sfera del sacro e del divino e dunque manca quella contrapposizione tra amore sacro e profano.
Non solo positivi, ma è possibile riscontrare anche degli aspetti negativi (piaghe, lacrime, sospiri v.9-11), sottolineati
dall’impiego di una metafora tipica della tradizione cortese: quella dell’arco e delle frecce che feriscono l’innamorato
(Guinizzelli). Infatti sappiamo che la psicologia petrarchesca è CONTRADDITTORIA, e vi sono spesso delle
contraddizioni di sentimenti, come già si capisce dalla lettura del primo sonetto e dal titolo stesso dell’opera che fa
riferimento ai frammenti della psicologica e dell’anima del poeta. Testimonianza della natura inquieta del poeta, si può
notare l’antitesi ‘dolce affanno’ (v.5). Nel v.10 viene citata Laura col nome mia donna, secondo un tipico della tradizione
cortese ma a differenza dello stilnovo, il poeta non fa riferimento alle virtù di Laura, dimostrando che per lei prova un
amore passionale e fisico. Dal punto di vista dei tempi verbali, la poesia si riferisce al PASSATO ma in alcuni motivi vi è
il presente.
Alternando i due tempi verbali e mostrando la continuità dei suoi sentimenti, il poeta segnala che l’amore e le sue ferite
sono durevoli ed il poeta non le rinnega. Un altro caso che sopravvive al passato sono le poesie che Petrarca ha scritto e
che sono destinate a lasciare testimonianza e fama di Laura e del poeta, a differenza delle voci che sembrano destinate a
perdersi. Notiamo che tra tutti i momenti della sua vita Petrarca enfatizza quello in cui incontra Laura, segnalando ciò con
un climax (v.1-2). L’innamoramento sembra svolgersi in una dimensione atemporale ed eterna; questa è una delle
caratteristiche che ci fa apparire la poesia del Petrarca molto più realistica e più vicino alla nostra esperienza di vita.

62 sonetto:
La prima preghiera del canzoniere, preannuncio di Vergine bella e degli ultimi componimenti del libro, è dettata -in forma
di sonetto di anniversario- allo scoccare dell’undicesimo anno dal primo incontro fra Laura e Petrarca: dunque il 6 aprile
1337 0 1338. La poesia si contrappone alla precedente di cui recupera le rime anno: affanno. Il sonetto si apre con una
citazione quasi letterale del Padre Nostro e secondo la concezione cristiana della vita, i giorni spesi in un amore colpevole
sono dei giorni perduti. A causa della loro leggiadra, i gesti e gli atteggiamenti di Laura hanno infiammato il cuore del
poeta e se le quartine si concentrano solo sul problema iniziale della passione per Laura e sui perduti giorni, le terzine si
concentrano quindi sul problema della circostanza temporale di questa riflessione e ribadiscono la pietà divina, proprio
nell’anniversario della morte di Cristo. Nel v. 6 l’avverbio da ormai il senso inesorabile del tempo che scorre e dunque al
poeta non resta che la redenzione. L’avversario (amore) viene inteso secondo una convenzionale figurazione
cavalcantiana, come NEMICO ACERRIMO del poeta, che viene ferito senza scampo. MISERERE (abbi pietà) è l’inizio
del Salmo 51, il salmo penitenziario citato anche da Dante nel I canto dell’Inferno; v. 14 rammenta il 6 aprile, che sarebbe
appunto il giorno della passione di Cristo. Si crea così una netta sovrapposizione tra il dolore dell’uomo di fede per il
sacrificio di Cristo e..
.. Il tormento, per l’amore non corrisposto per Laura, che è motivo di inquietudine religiosa. In antitesi a 61 è il
capovolgimento di significato della data sacra, ora ricondotto alla funzione liturgica, di commemorazione della
passione di Cristo.

90 sonetto:
Uno dei vertici del Canzoniere, modello impareggiabile per la poesia europea dei secoli a venire. Apre il sonetto il
verbo passato Erano che proietta la visione in un passato eterno: la figura di Laura viene descritta con connotati
mitologici, come una dea, la quale fu al tempo al primo incontro con Petrarca e quale ora non è più. Nel v. 2,
l’immagine rammenta quella di Venere, cacciatrice che incontra Enea (aveva lasciato i capelli al vento) ma sono
possibili dei contrasti e riflessi ovidiani, in particolare quello di Dafne fuggitiva. Tutto il componimento è giocato sul
contrasto di Laura, quand’era giovane e bellissima, e quella del presente, invecchiata e la cui bellezza è sfiorita: la
prima è descritta con tratti distintivi della donna-angelo stilnovistica, quindi dai capelli biondi, con gli occhi pieni di
un vago lume, dotata di angelica forma e di una voce superiore a quella umana, paragonata ad uno spirito celeste;
dalla seconda quartina è detto solo che i suoi occhi sono scarsi della luminosità di un tempo, intendendo che la donna
sia invecchiata e reca sul volto i segni del tempo, cosa che tuttavia non fa diminuire l’amore di Petrarca.
L’invecchiamento di Laura è l’aspetto che più la allontana dal dolce stilnovo richiamato solo dalla descrizione
esteriore, dal momento che essa è una donna priva di qualsiasi significato religioso. L’opera segna la continuità tra un
passato quasi divino e un presente immutabile ma velato dal rimpianto. Vicino allo stilnovo è anche l’affermazione
del valore eccezionale che l’amore conferisce al poeta e alla sua poesia; ma questo valore non è esterno a Petrarca,
non si lega ad una forza salvatrice. A differenza di Beatrice, Laura non provoca nell’amante modificazioni radicali: è
invece l’immagine di un desiderio che non è possibile realizzare o colmare, ma che allo stesso tempo divenne una
ragione di vita.
Nella seconda sezione, un altro anno è passato ma l’inesauribile tormento è sempre senza via di scampo, la sua speranza
diventa un fragile vetro, in parte rischiarato da un’ispirazione alla gloria, che non combacia con la fama terrena ma aspira ad
identificarsi con la virtù.

124 sonetto:
Risuonano in questo componimento la lezione di Dante, quello della Commedia (Inf. 1) e quello delle Rime, che innervano ad
esempio le allegorie di Amor, Fortuna e la mia mente, schiva ..speranza fragile come il vetro, dolci giornate che ormai sono
per sempre alle spalle ed una lotta perpetua contro Amore e contro la Fortuna: è ciò che resta al poeta di una passione ormai
compromessa dalla sensazione del tempo che fugge, mentre il corso ha già superato il mezzo (oltre il 1339). Alcuni interpreti
(come Carducci), argomentano che possa trattarsi di un sonetto di lontananza. Il poeta risulta indifferente a quel che vede;
tutto è rivolto al passato, trovandosi a provare invidia per i morti, che si trovano sull’altra riva di Acheronte. Viene
considerato come una pausa di riflessione, di meditazione ed il poeta vedrà i suoi pensieri lacerarsi inutilmente.

126 sonetto:
Il testo rappresenta la rievocazione da parte del poeta di un incontro con Laura sulle rive del sorga, il fiume che scorre nei
pressi di Valchiusa, dove la donna era solita fare il bagno: gli elementi circostanti formano un locus amenus, di derivazione
stilnovistica e classicista, in cui Laura viene descritta con alcuni moduli tipici della donna-angelo ma anche oggetto di un
amore terreno e sensuale, che è molto distante dalla tradizione precedente. Il protagonista oscilla tra l’immagine del futuro ed
il ricordo del passato, descritti con così tanta intensità da stagliarsi entrambi davanti i suoi occhi ed ai nostri, con la nettezza
della realtà. All’inizio il poeta si rivolge agli elementi del paesaggio, pregandoli di ascoltare il suo lamento amoroso, dunque
esprime il desiderio che Laura torni e pianga sulla sua tomba, evocando il perdono divino, nella consapevolezza che...
.. Che il suo amore sia frutto del peccato e da condannare sul piano mortale (l’immagine sarà ripresa nella Gerusalemme
liberata di Torquato Tasso). Il ricordo di Laura sulle rive del Sorga è una descrizione idillica, ricca di immagini relativi al
mondo classico, in cui Laura sembra più una divinità pagana: la donna siede sull’erba con una gonna leggiadra, mentre dai
rami scende una pioggia di fiori simili ad un amoroso membro che si posano su di lei, proiettata in una dimensione
paradisiaca. Il ricordo appartiene solo a loro mentre a noi giunge solo una rievocazione altissima e velata, che non possiamo
escludere che l’opera sia stata composta quando la morte della donna era già avvenuta. Il congedo riprende e rovescia quello
della composizione precedente, in cui Petrarca osservava che la lirica fosse rozza e le conveniva rimanere nei boschi, con
implicita ammissione della povertà dei propri mezzi poetici (topos letterario).

Le opere della terza sezione, è possibile leggerle d’un fiato; comprende 47 sonetti ed una ballata. La varietas del suo stato, i
suoi passi perduti, la sua paralisi creativa punta per ora su un unico centro di stabilità: la donna-sole, faro della vita e della
poesia, che la memoria fa rivivere in un eterno presente.

194-198 sonetti:
Apre il ciclo dei quattro sonetti dell’aura, dove il nome della donna si dissolve in natura. Nel primo sonetto appaiono le
tracce di un viaggio che l’autore narra di aver compiuto in Italia, vivificato dal soffio dell’aura primaverile, della Provenza,
in cerca di un riposo per il suo cuore affaticato e di un lume che rischiari i suoi torbidi pensieri. Ma sull’impressione di
dolcezza, prevale un senso di dolore: il sole-Laura è troppo intenso per essere ammirato; dunque, se la sua presenza strugge
di nostalgia, allora la sua vicinanza abbaglia, brucia, procura la morte e ridesta la passione amorosa. Ma notiamo come col
sonetto 195, Petrarca interrompe il flusso dell’aura, introducendo un elemento di dolorosa fisicità e di contraddizione
amorosa, un misto di bramosia e terrore (Zingarelli).
Una donna che induce ad abbracci fatali ed ombra odiosamata (amata ed odiata, Virgilio ODI ET AMO); la vita dunque
risulta un congiunto di eventi innaturali, plasmati dalla fantasia e meno paradisiaca della realtà stessa.. il tutto sullo
sfondo del tempo che scorre, dove l’innamorato rimane sordo da ogni richiamo della ragione, indifferente alla propria
stessa salvezza. Nel sonetto 196, la chioma sciolta di Laura, domina il secondo sonetto dell’aura: i due successivi non
faranno che amplificare lo stesso motivo. Il motivo dei capelli di Laura mossi da un vento di memoria virgiliana;
Contini lo definì un ‘sonetto-chioma’. Il tempo inesorabile raccoglie e torce i capelli della gioventù nelle trecce
elaborate e preziose dell’età matura, in cui i nodi incarnano il metaforico laccio che tiene avvinto l’eterno innamorato.
Nel sonetto successivo, compie l’estrema malia contro il devoto, pietrificandolo come una Medusa. Mai prima d’ora la
sua apparizione ha portato al compimento di un gesto così tremendo. L’ultimo sonetto chiude il ciclo dell’aura, dove
ritorna il portento della miscela aura-capelli di Laura e il soggetto lirico si raffigura esausta e smarrito, incapace di
intrattenere e comprendere quella visione luminosa, che lo ha abbagliato.

Una quinta sezione dove iniziano le rime della morte, ‘in morte’ di Laura (267-366). Compiutasi la vita di madonna,
l’amore terreno del protagonista, è davvero senza speranza: la storia del Canzoniere si raggela dopo l’orribil caso
mentre dilaga il lutto di chi piange e scrive. Mai come in quest’ultimo centinaio di rime, l’io lirico indugia su sé stesso,
sulle proprie emozioni contrastanti, divise tra cielo e terra, sull’elaborazione di una scomparsa che rischia di annichilire
la sua stessa poesia.

292-293 sonetto:
Il sonetto presenta uno struggente lamento sul dileguarsi di tutte le bellezze terrene di Laura ed ha il tono di un’epigrafe
sepolcrale: i singoli elementi del corpo di Laura si dispongono nella mente del poeta ma la nostalgica climax che si
viene a creare è interrotta con drammatica antitesi..
.. Dalla constatazione di una realtà in cui rieccheggia la famosa frase delle Ceneri :’Ricorda uomo, che sei polvere e in
polvere tornerai.’ Nel sonetto 293, il poeta dichiara di voler porre fine all’amoroso pianto. Se un tempo lo scrivere versi
era per lui solo un mezzo per sfogare nel pianto gli affanni del cuore, ora invece egli vorrebbe essere più gradito ai lettori
che lo hanno accolto: è il tema della gloria, quella gloria tanto fortemente ambita da Petrarca che egli tenterà ancora di
difenderla, nel Secretum, dalla dura requisitoria di Sant’Agostino. Ma in bilico tra il favore del pubblico e l’improvvisa
scomparsa del proprio oggetto, la poesia entra in crisi d’identità, percepisce la sua inadeguatezza. E’ allora che Laura
chiama a sé il suo fedele ed egli appare tacito e stanco, inabissato nel profondo silenzio del mistero, dove nessuna voce
umana, neppure quello della poesia, può penetrare.

Nella sesta sezione, le ultime rime sono rivolte all’analisi interiore, alla ricerca di una pace assoluta, che ponga fine ai
suoi turbamenti e contraddizioni.

366 sonetto:
La marcata svolta penitenziale che caratterizza l’ultima sequenza dei Fragmenta culmina col l’invocazione alla Vergine
Maria, in questo canzone di 10 stanze che sembra rimandare ad un numero sacro, quello Mariano. In Petrarca non c’è
come in Dante, un’uscita da sé, un excessus mentis che da Maria conduca il protagonista a Dio ma un affidamento
fiducioso alla Vergine, invocato come mandatrice di grazia. Con questa sofferta preghiera si chiude il ciclo annuale,
ancora una volta con la data fatale del 6 aprile. La Madonna, creatura umana perfetta e mandatrice di salvezza, è esaltata
come vergine saggia che può difendere dai colpi della fortuna e della morte; viene considerata come la stella del mare in
grado di condurre i naviganti, attraverso la navigazione perigliosa della vita. Il vocativo vergine, ritorna nel testo 21 volte
esattamente come 21 furono gli anni, ardendo nella schiavitù amorosa.
Egli ha percorso una torta via, frustrato dall’affanno e dal dolore; è la sofferenza che nasce dall’aver riposto il proprio
amore in una mortal bellezza: una scelta che si è rivelata sterile, senza speranze. Maria invece, offre un nuovo modello di
femminilità (accogliente, dispensatrice di vita e di speranza). Il protagonista è destinato ad un radicale cambiamento di
vita. Spera almeno che il suo ultimo pianto sia animato da una deviazione sincera, e non dalla follia amorosa; dunque
promette alla Madonna di consacrare tutto sé stesso e anche la propria poesia. Il libro che si era aperto nel segno di una
vera vergogna malinconica e irredenta, si chiude ora con l’aspirazione alla vera pace: la ricerca della complicità e della
pietas degli amici: è trascesa nell’intimo dialogo con la Madre dell’uomo-Dio che ha restituito al mondo la libertà e la
gioia.

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