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VIAGGIO ALLA SCOPERTA

DELL’ATOMO

IDEE, TEORIE ED ESPERIMENTI PER IL


RAGGIUNGIMENTO DELL’ATTUALE TEORIA
SULLA STRUTTURA ATOMICA
LA GRANDE SCOPERTA
Gli studiosi del XX secolo erano giunti alla
scoperta delle particelle subatomiche:
elettroni, protoni e neutroni erano i
costituenti dell’atomo, che allora attirava
l’attenzione di moltissimi scienziati,
tutt’intenti a cercare quella che sarebbe stata
solo verso la metà del secolo stesso una tra le
più grandi scoperte scientifiche, rivoluzionaria
in tutti i suoi sensi: la definitiva comprensione
del comportamento degli atomi e dei suoi
elettroni.
LUCE E ATOMI
Tutte le nostre conoscenze sulla struttura atomica le
dobbiamo alla luce. Infatti la luce sarà un
fondamentale componente degli esperimenti compiuti
dagli studiosi e molti dei concetti che vedremo si
ricollegano direttamente alle sue proprietà.
La luce, quindi, è una radiazione elettromagnetica che
si propaga nello spazio ed interagisce con la materia:
analizzarla ci servirà ad individuare la sua
caratteristica più rilevante, il cosiddetto dualismo
onda-particella.
LA LUCE SECONDO MAXWELL
Il fisico Maxwell descriveva la
luce come un’onda
elettromagnetica, affermando
che essa era generata da cariche
elettriche in movimento. La luce
quindi ha tutte le
caratteristiche di un’onda
qualsiasi, quali la lunghezza
d’onda λ (misurabile in m) e la
frequenza ν (misurabile in s-1).
La relazione che lega queste
grandezze inversamente
proporzionali è c = λν, che
fornisce la velocità di
propagazione (in m∙s-1). L’effetto
che meglio conferma la teoria
ondulatoria di Maxwell è la
diffrazione. La luce che noi
vediamo (spettro visibile)
costituisce d’altronde solo una
piccola parte dell’intero
spettro luminoso, andando dai
700 nm della radiazione rossa ai
400 nm della radiazione
violetta.
LA LUCE SECONDO PLANCK
Il fisico Planck ipotizzò che la luce invece non si comportasse come
un’onda continua, ma che la radiazione fosse discreta, ovvero che si
propagasse secondo pacchetti energetici (quanti o fotoni) discontinui
di medesima frequenza. L’energia di ogni quanto si ottiene con la
formula E = hν, dove h è la costante di Planck e vale 6,63∙10-34 J∙s.
L’esperimento che conferma la teoria corpuscolare è l’effetto
fotoelettrico: si colpisce un lastra metallica con luce
ultravioletta e alcuni elettroni vengono espulsi dalla lamina ad
una certa velocità. Se si volesse provare con una luce di frequenza
simile al rosso, quest’espulsione elettronica non avverrebbe.
Quest’esperimento indusse Planck a pensare alla luce come un insieme
di fotoni di determinate energie. 
LUCE: ONDE E FOTONI
Arrivati qui, la domanda degli scienziati fu quale
delle due teorie fosse quella giusta: la risposta è
che lo sono entrambe e che insieme descrivono i
diversi comportamenti della luce. Questo è il
concetto di dualismo: la radiazione luminosa si
comporta come onda in alcuni casi e come pacchetti
fotonici (che non sono particelle di materia ma
pacchetti di energia!) in altri. La formula che infine
unisce le due “nature” della luce è:
GLI SPETTRI ATOMICI
Se si volesse separare la luce bianca policromatica con un prisma o
uno spettroscopio, il risultato sarebbe uno spettro continuo dove
compaiono tutti i colori visibili. Quando ciò non avviene si parla di
spettri a righe. Tutto questo succede quando delle frequenze
vengono assorbite (righe di assorbimento) o emesse (righe di
emissione) dal mezzo di cui si analizza lo spettro. 
Abbiamo, ad esempio, un contenitore di H2 rarefatto all’interno
del quale diamo una scarica elettrica: l’idrogeno biatomico si
separa in atomi di H singoli ed eccitati. Il gas emette così
fluorescenza: la luce viene fatta passare in un prisma e lo spettro a
righe di emissione che si ottiene è così composto (nell’idrogeno, la
serie visibile si chiama serie di Balmer):

Lo spettro atomico è caratteristico di ogni elemento e può essere


adoperato per individuare la specie chimica.
BOHR E IL SUO ATOMO DI IDROGENO
Bohr, dopo il fallito tentativo di Rutherford, provò a creare il suo modello atomico e lo
fece studiando lo spettro atomico dell’idrogeno H. Questo venne “ampliato” grazie alla
scoperta di altre due serie, quella di Lyman (ultravioletta) e quella di Paschen (infrarossa).

Bohr comprese che ciascuna riga dello


spettro H corrispondeva all’emissione
di un fotone di una particolare
frequenza che precedentemente
doveva essere stato assorbito. Proprio
su questi dati sperimentali si basa la
sua intuizione: un fotone che colpisce
un atomo cede interamente la sua
energia ad un elettrone che compie
così una transizione energetica,
passando ad un livello di energia
maggiore per poi tornare al suo stato
energetico più stabile emettendo un
fotone di pari energia. Ma affinché non
si ripetesse un modello similmente
inaffidabile a quello di Rutherford,
Bohr introdusse il grande concetto
della quantizzazione delle orbite.
IL MODELLO ATOMICO DI BOHR
Bohr arrivò quindi ad elaborare il suo modello atomico per l’atomo di H e gli ioni idrogenoidi.
Egli affermava che:
– L’elettrone può percorrere solo determinate orbite circolari (orbite stazionarie).
– Ad ogni orbita consentita corrispondente un determinato valore energetico (orbite
quantizzate).
Da qui consegue che En, rn e ve possono assumere solo determinati valori. Il livello a minore
energia E1 sarà chiamato stato fondamentale, tutti gli altri a energia maggiore saranno gli
stati eccitati.
– L’elettrone assorbe energia per salire di livello energetico. Per scendere ad un livello
energetico minore, emette un fotone di una certa frequenza.
– La differenza di energia delle due orbite corrisponde all’energia del fotone emesso o
assorbito.
Da questo deriva l’importante condizione di frequenza di Bohr, che si esprime con la formula |Ei-
Ef| = hν.
Nonostante la validità del suo modello, Bohr non riuscì a spiegare il comportamento
elettronico di atomi e ioni polielettronici... Adesso occorre scendere ancora di più
nell’infinitesimale e analizzare ancora meglio l’elettrone e le sue proprietà.
LE ONDE DI MATERIA DI DE
BROGLIE
Louis de Broglie fu il primo a pensare in modo rivoluzionario: immaginò le
particelle di materie dotate anche di proprietà ondulatorie, proprio come i
fotoni. Ebbe la conferma quando elaborò una nuova formula per calcolare il
λ dell’onda associata ad un fotone: mise in relazione le formula di Planck e di
Einstein dell’energia ed ottenne:

Questa formula mette in evidenza un’apparente contraddizione: come può un


fotone avere una massa m? In realtà la contraddizione sussiste se guardiamo il
fotone da un punto di vista della fisica classica. Da ora in poi dovremo
guardare energia e massa strettamente collegati tra loro, tali che l’una sia
la manifestazione dell’altra. La materia assume così proprietà ondulatorie: de
Broglie pensò allora che l’elettrone si comportasse come un’onda, il cui λ
sarà:

L’onda associata all’elettrone (e alla materia in movimento)


Questo è il primo
viene chiamata ondapasso versoo di
di materia ladenascita
Broglie.di una
nuova ed importantissima branca della
fisica...
LA NASCITA DELLA MECCANICA
QUANTISTICA E HEISENBERG
Questa nuovo ramo della fisica modifica
radicalmente le leggi della fisica classica di
Newton quando si entra nel campo delle
particelle microscopiche. Inoltre descrive
esclusivamente i fenomeni fisici da un punto di
vista probabilistico. Questo è il campo di
ricerca della meccanica quantistica, che si
basa su un principio fondamentale elaborato da
Werner Karl Heisenberg: il principio di
indeterminazione. Esso afferma che non si
possono conoscere con precisione e nello stesso
momento posizione e velocità di un corpo
dotato di massa, quindi minore è l’incertezza di
una grandezza, maggiore è quella dell’altra.
Questo concetto che pone di per sé un grande
limite alle misurazioni di queste due
grandezze, è valido per qualsiasi corpo ma
trova importante applicazione nelle particelle
microscopiche, poiché dalla formula che lo
descrive emerge che al diminuire di m aumenta
il prodotto delle incertezze:
L’EQUAZIONE D’ONDA DI
SCHRÖDINGER
Le onde di materia associate all’elettrone in movimento, e vincolato dalla
forza attrattiva del nucleo, dovevano essere stazionarie, ovvero dovevano
mantenere inalterata la posizione di nodi e ventri. La relazione tra la
lunghezza L del mezzo che propaga l’onda e il λ dell’onda è:

dove n è il numero intero che quantizza le possibili


vibrazioni. La formula è essenziale perché se questa non
venisse rispettata l’onda verrebbe distrutta e ciò non
sarebbe possibile. Erwin Schrödinger formulò la sua
equazione d’onda che fornisce come risultati delle
funzioni d’onda ψ(x, y, z, t) a cui è associato un valore.
Molto più rilevante fisicamente, è il ψ2 che fornisce la
probabilità di trovare un elettrone in un determinato
spazio con centro le coordinate x, y e z nell’intervallo
di tempo Δt. Inoltre, quanto più è elevato ψ2 tanto
maggiore è la probabilità di trovare l’elettrone nel
dato spazio. Le onde di materia diventano così
indeterminate e quindi onde di probabilità.
I NUMERI QUANTICI E GLI ORBITALI

ψ, nella sua espressione indipendente dal tempo t,


contiene tre numeri interi, chiamati numeri quantici,
che descrivono lo stato quantico dell’elettrone:
ogni numero descrive una particolare proprietà
dell’elettrone. Ad ogni terna di numeri quantici
corrisponde un determinato orbitale, una zona ad
alta probabilità (minimo il 90%) di trovare un
elettrone. L’orbitale è quindi la descrizione
complessiva dello stato quantico di un elettrone e
dell’energia che esso può assumere. In realtà esiste un
quarto numero quantico che descrive una
particolare proprietà dell’elettrone ma
IL NUMERO QUANTICO PRINCIPALE
Il primo numero quantico è chiamato numero
quantico principale n. Esso indica il livello
energetico dell’elettrone e la sua distanza dal
nucleo. È rappresentabile solo da numeri interi
maggiori o uguali a 1 che nella teoria possono
arrivare fino all’infinito (l’elettrone non è più
vincolato dall’atomo e ha energia E∞=0), ma il
livello energetico maggiore trovato
sperimentalmente è 7. Quindi abbiamo che n=[1; +∞[. Il
numero di orbitali che si trovano in uno stesso
livello energetico corrisponde al valore di n2 (ad
esempio per n=3 avremo 32=9 orbitali).
IL NUMERO QUANTICO ANGOLARE
Il secondo, è il numero quantico angolare l (o
secondario) che determina la forma geometrica degli
orbitali. Esso può assumere tutti i valori espressi
dall’intervallo l=[0; n-1], quindi dipende da n. Negli atomi
polielettronici è un componente dell'assegnazione
energetica degli orbitali insieme al principale. I valori
di l nello stato fondamentale sono:
– l=0, determina l'orbitale s “sharp” (sferico)
– l=1, determina l'orbitale p “principal” (a doppio lobo)
– l=2, determina l'orbitale d “diffuse” (a quattro lobi)
– l=3, determina l'orbitale f “fundamental” (a sei/otto lobi).
Il numero di orbitali con stesso l (appartenenti allo
stesso sottolivello energetico) si può ottenere con la
formula 2l+1 (ad esempio per l=2 avremo 2∙2+1=5 orbitali).
IL NUMERO QUANTICO MAGNETICO
Il terzo numero è chiamato numero quantico magnetico m: esso
determina tutti i possibili orientamenti spaziali degli orbitali e
il loro numero complessivo. m può assumere tutti i valori
compresi nell’intervallo m=[-l; +l]. Ad ogni valore di m
corrisponde quindi un determinato orbitale con un
particolare orientamento lungo gli assi x, y e z. Ad esempio, se
abbiamo che l=1, avremo la serie di valori m=(-1, 0, +1): abbiamo
così 3 orbitali distinti px, pz, py. In presenza di un campo magnetico
l’energia di ognuno di essi varia in modo minimo, ma in condizioni
normali gli orbitali con stesso l hanno sempre la stessa energia.
In ogni orbitale si possono trovare al massimo due elettroni e
intuitivamente in un livello energetico massimo 2n2 elettroni
(quindi per n=3 si avranno 2(32)=18 elettroni).
IL NUMERO QUANTICO DI SPIN
L’ultimo numero quantico scoperto grazie ad un’attenta analisi
dello spettro atomico (ogni riga era composta da due righe molto
vicine) descrive una proprietà intrinseca dell’elettrone: questo si
comporta come una sfera che ruota attorno al proprio asse creando
un campo magnetico attorno a sé. Questa rotazione viene chiamata
spin e in base al verso della rotazione dell’elettrone, sono stati
assegnati due valori arbitrari pari a +½ (↑ up) per il senso antiorario
e -½ (↓ down) per il senso orario. Il numero quantico (magnetico) di
spin ms assume esclusivamente questi due valori e insieme alla terna (n,
l, m) consente di assegnare univocamente uno stato quantico
ad un dato elettrone. Infine due
elettroni con stesso verso di
rotazione si dicono di spin
parallelo, al contrario di spin
antiparallelo.
TABELLA DEI NUMERI QUANTICI
LA FORMA DEGLI ORBITALI ATOMICI
L’aspetto dell’atomo viene così cambiato in qualcosa di
probabilistico e si può affermare che molti passi avanti si sono
fatti dall’atomo indivisibile di Dalton.
Forma e volume degli orbitali cambiano significativamente
tra loro: n ne determina il volume che aumenta
all’aumentare del numero, l dà invece la forma. Il metodo
più usato per rappresentare i singoli orbitali consiste nel
rilevare la superficie di contorno che unisce tutti i punti
con stessa probabilità di presenza elettronica. È importante
dire anche che all’aumentare di Z i volumi di ogni livello
energetico vanno comprimendosi sempre più per limitare il
volume atomico.
In un atomo singolo, la distribuzione elettronica
complessiva è sempre comprensibile in una sfera dove alcune
zone sono più “rarefatte” di altre a maggiore densità.
GLI ORBITALI s, p, d ED f
GLI ORBITALI DELL’ATOMO DI
IDROGENO
Schrödinger riuscì a trovare l’equazione d’onda e ancora prima Bohr calcolò i
valori di energia dei livelli energetici con la formula: 

Entrambi erano stati costruiti esclusivamente per l’idrogeno. Il calcolo di


Bohr è applicabile in realtà a tutti gli atomi ma richiede una formula più
complessa. Anche l’equazione d’onda è applicabile (oltre ad H e agli ioni
idrogenoidi per cui il calcolo è esatto) agli altri elementi ma i relativi calcoli
devono essere approssimati a causa di una grande incertezza che si viene a
creare nei risultati.

Il motivo della facilità con cui questi calcoli possono essere applicati
all’atomo di H si trova nella terna di numeri quantici che individua il suo
orbitale 1s (allo stato fondamentale), ovvero (1; 0; 0). L’unico valore  che
determina l’energia dell’orbitale è n. Allora, se noi fornissimo energia
all’atomo, l’elettrone salirebbe di livello energetico e potrebbe occupare un
qualsiasi orbitale: nell’atomo di idrogeno possiamo quindi affermare che una
variazione di l non determina nessuna variazione energetica dell’orbitale in cui
l’elettrone va posizionarsi. Orbitali con stessa energia si chiamano degeneri. 
GLI ORBITALI DEGLI ATOMI
POLIELETTRONICI

L’equazione d’onda non può quindi dare soluzioni


esatte per gli atomi con Z>1, poiché la sua risoluzione è
talmente complessa che dev’essere approssimata.
Questo è dovuto al fatto che gli elettroni presenti
risentono non solo della forza attrattiva del nucleo
ma anche della forza repulsiva che si instaura tra di
essi. L’energia di ogni orbitale dipenderà quindi non solo
dal valore di n, ma anche da quello di l: capiterà perciò
che all’aumentare di n diminuirà sempre più il ΔEn.
Occorre adesso descrivere l’atomo (o lo ione): la
scrittura che riporta l’insieme di tutti i suoi orbitali
nel suo stato fondamentale si chiama configurazione
elettronica.
LE REGOLE DELLA CONFIGURAZIONE
ELETTRONICA
La configurazione elettronica segue un
ordine crescente per il riempimento degli
orbitali, in base al loro valore
energetico. Per scriverla occorrono tre
regole fondamentali:
– Il principio dell’Aufbau
(costruzione): esso spiega l’ordine
energetico con cui vanno considerati i
vari orbitali. Non si può proseguire
col riempimento se prima non si è
completato tutto il sottolivello.
– Il principio di esclusione di Pauli:
secondo questo, in un orbitale
possono essere presenti soltanto due
elettroni di spin antiparallelo.
– La regola di Hund: viene affermato
che un atomo è maggiormente stabile
quando gli elettroni di uno stesso
sottolivello assumono spin
parallelo. Questo implica che un
orbitale di un dato sottolivello sarà
saturo solo dopo che esso e gli altri
suoi degeneri saranno stati occupati
da un elettrone (semisaturo).
LA SCRITTURA DELLA CONFIGURAZIONE
ELETTRONICA
Questa notazione (in box) descrive
graficamente la successione nel riempimento
elettronico. Ogni quadratino rappresenta un
orbitale: si riempie con frecce di verso
opposto applicando così il principio di Pauli.
L’ordine degli orbitali è dato dall’Aufbau,
ma particolare attenzione bisogna dare alla
regola di Hund; si guardi il sottolivello 2p:
tutti e tre gli orbitali presentano un
“elettrone”, ma il primo ne ha due perché
solo dopo che tutti i degeneri sono diventati
semisaturi si procede col riempimento finale
(saturazione).
L’atomo cui appartiene questa
configurazione è l’8O: è fondamentale
conoscere Z perché tutti gli elettroni
La configurazione elettronica che troviamo sulla tavola periodica è
devono essere disposti.
scritta sempre linearmente, come nell’esempio accanto. L’ossigeno ha
8 elettroni: Z deve essere quindi uguale alla somma degli “esponenti”
di ogni sottolivello. In questa forma infatti, il numero è il valore di
n, la lettera indica il sottolivello e l’“esponente” il numero di

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