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La guerra dei cent’anni e la PULZELLA D’ORLEANS

Con Guerra dei Cent'anni dal 1337 al 1453, si definisce uno tra i vari conflitti
intercorsi a partire dall'XI secolo tra il Regno d' Inghilterra e il Regno di
Francia che durò, non continuativamente, 116 anni e si concluse con
l'espulsione degli Inglesi da tutti i territori continentali, fatta eccezione per la
cittadina di Calais, conquistata dai francesi solo nel 1558.
Le due fasi del conflitto
Dopo una tregua tra il 1343 e il 1345, gli Inglesi conseguirono due importanti vittorie: nel 1346 a
Crecy e nel 1356 a Poitiers, devastarono il suolo francese e catturarono Giovanni II re di Francia.
Seguì la Pace di Bretigny (1360) con cui Edoardo III, rinunciando ai diritti ereditari sulla Francia,
pretese però il dominio su tutta l'Aquitania e di Calais. Si concluse così la prima fase della guerra cui
seguì una ripresa dei francesi a opera di Carlo V, che riconquistò il territorio occupato dagli Inglesi
(1368-80).
La seconda fase della guerra scaturì da vicende interne della Francia. Con la successione di Carlo VI
il paese fu travolto da gravi disordini politici che culminarono, a partire dal 1407, nella guerra civile
tra Borgognoni e Armagnacchi. Giovanni senza paura, figlio del Duca di Borgogna Filippo l'Ardito, si
alleò con gli Inglesi, che con Enrico V ripresero la guerra, impadronendosi del nord-ovest del regno.
Nel 1420, come genero di Carlo VI di Francia, Enrico V venne riconosciuto suo erede con la Pace di
Troyes.Gli Inglesi, occupata Parigi si spinsero fino alla allora che essendo re d'Inghilterra Enrico VI e re
di Francia Carlo VII.
Quando tutto sembrava perduto una giovane contadina lorenese , Giovanna d'Arco, si recò dal
Delfino Carlo dichiarandosi inviata da Dio per risollevare le sorti del regno di Francia (1429).
La ragazza sosteneva di essere stata spinta ad agire in prima
persona per il bene della Francia dalle voci dell'
arcangelo Michele e delle sante Caterina d'Alessandria e
Margherita d'Antiochia. Sebbene gli storici inglesi
minimizzino il ruolo che ella ebbe nello svolgersi degli eventi,
è tuttavia impossibile ignorare che da quel momento in poi la
guerra registrò una svolta di non poco conto. Le truppe del
delfino infatti guidate da Giovanna ruppero l'
assedio di Orléans (da tale impresa derivò il soprannome di
"Pulzella d'Orléans") infliggendo una pesante sconfitta alle
forze inglesi e portando alle stelle il morale dei francesi che
imbaldanziti sconfissero una seconda volta l'esercito del
Bedford nella battaglia di Patay e riuscirono a liberare tutti i
territori occupati fino a Reims, dove Carlo VII si fece
incoronare.
• Mentre per Giovanna sarebbe stato
opportuno continuare la guerra fino alla totale
cacciata degli inglesi, il sovrano preferì
intavolare delle trattative col nemico. La
Pulzella allora continuò le proprie spedizioni
fino a quando nel 1430 fu catturata dai
Borgognoni, processata per eresia e infine
condannata a morte (1431) senza che
apparentemente Carlo VII intervenisse.
La guerra proseguì a favore di Carlo VII, che si riappacificò
con il Duca di Borgogna .  Dal 1436 al 1453 i francesi
recuperarono molti territori.  La guerra finì senza che
venisse firmato alcun trattato di pace.  Gli Inglesi riuscirono
a conservare solo Calais, fino al 1558.

Inghilterra e Francia alla fine del conflitto apparivano molto


differenti. L'Inghilterra si era trasformata, da potenza con
forti interessi sulla terra ferma a stato marittimo. Ma gli
stravolgimenti maggiori si ebbero in Francia: se all'inizio del
Trecento il regno aveva un'impronta fondamentalmente
feudale e la corona deteneva solo un potere limitato, a
metà Quattrocento un esercito permanente aveva
soppiantato le milizie feudali e cittadine. Il potere dei
feudatari, inoltre, era stato notevolmente limitato.
La figura di Giovanna fu riabilitata
solamente al termine della guerra (1456),
per diventare un personaggio leggendario
della storia francese e uno dei simboli più
significativi della Francia monarchica e
cristiana. Giovanna d'Arco fu canonizzata
da papa Benedetto XV e nello stesso anno
la Francia le dedicò una festa nazionale
tuttora in vigore.
LE INVENZIONI DEL PERIODO:
Vero protagonista delle prime battaglie del conflitto fu l'arco lungo inglese (longbow), arma
con una gittata utile di ben novanta metri e con la quale tutti i sudditi del Re d'Inghilterra
avevano il dovere di esercitarsi Questo nuovo tipo di arco sebbene fosse inferiore alla balestra
per gittata e capacità di perforazione dei dardi appariva in qualche modo vantaggioso per il
minore costo, la maggiore maneggevolezza, praticità e velocità di ricarica. Il rumore prodotto
dalle centinaia di archi in funzione durante le battaglie venne denominato dai Francesi "Arpa
del Diavolo".

Nel Duecento le armature consistevano in lunghe cotte in maglia metallica dette usberghi, in cui le
parti composte da piastre di metallo erano limitate. Col passare degli anni la corazza cominciò ad
evolvere in un elaborato sistema di piastre per meglio proteggere dalle nuove perfezionate armi da
getto: la parte in maglia diminuì a vantaggio delle piastre metalliche, ora ben articolate e foggiate su
misura da artigiani specializzati nella realizzazione anche di un singolo elemento, e il costo complessivo
aumentò a dismisura. Il notevole incremento delle spese sopportate per l'armamento contribuì
all'impoverirsi di molte famiglie nobili ed all'aumento della pressione fiscale sui feudi.
La polvere da sparo!
E’ un'invenzione attribuita ai Cinesi. Questa miscela di ( SALNITRO, CARBONE E ZOLFO) fu presto utilizzata per lanciare
proiettili infilati in lunghe canne di bambù o di legno.

Il termine "cannone" lo si trova citato per la prima volta in un documento fiorentino del 1326. Esattamente vent'anni dopo (
1346) a Crécy furono esplosi nel corso dello scontro alcuni colpi di artiglieria da parte degli inglesi. Fu allora che le armi da
fuoco fecero il proprio ingresso nella storia della guerra dei cent'anni. Da quel momento in poi esse cominceranno a
svolgere una funzione sempre più importante nel corso dei combattimenti fino a riuscirne addirittura a condizionarne.
Le nuove artiglierie a polvere pirica non cancellarono subito le precedenti artiglierie a trabucco poiché questi due tipi di
armi furono usati, almeno inizialmente, per scopi estremamente diversi: le prime erano impiegate per colpi sparati in
direzione orizzontale mentre le seconde per il lancio di proiettili lungo traiettorie paraboliche. Non è, tuttavia, da
sottovalutare l'impatto che le armi da fuoco ebbero sulla concezione della guerra, sul modo di combattere, di organizzare e
di finanziare le spedizioni e sulla preparazione degli eserciti.
Giovanna nacque intorno al 1412, si dice il giorno dell’Epifania, da Jacques e Isabelle Romèe. Aveva quattro fratelli, tre maschi (Jacques, Pierre e Jean) e una femmina (Catherine), i cui
nomi esemplificavano perfettamente la devozione e l’impegno della famiglia nel pellegrinaggio. Il padre “laboureurs”, una sorta di piccolo proprietario terriero piuttosto agiato;
 
La fanciulla appariva particolarmente devota, capace nelle
faccende domestiche, tranquilla, anche se, seguendo la
norma del tempo, non sapeva leggere né scrivere, vista
l’assoluta mancanza di scuole a Domrèmy. Viveva in un
mondo di credenze, conoscenze per lo più tecniche e
manuali, leggende, tradizioni locali: e proprio in contatto con
gli antichi miti celtici va considerata l’abitudine folkloristica,
comune anche a Giovanna ed ai suoi coetanei, di appendere
ghirlande di fiori, nel mese di maggio, all’ “albero delle fate”.
 

Nell’estate del 1425, all’età di tredici anni, Giovanna udì per la


prima volta le “voci”, di gallica sacralità, poco lontano
dall’abitato. Le apparve, sostenne lei, l’arcangelo Michele:
una figura ricca di significati nella Francia del tempo,
protettore effettivo dei francesi. Le parlarono, più tardi,
Margherita d’Antiochia e Caterina d’Alessandria. I contenuti
erano impegnativi: la missione che Dio le assegnava era,
nientemeno, che liberare la Francia.
Doveva quindi recarsi in “Francia”, e liberare Orlèans, sotto assedio
inglese dall’ottobre del 1428.
D’altro canto, l’Europa pullulava di “profetesse”, spesso di umili origini,
che arrivavano a trattare da pari a pari con i grandi del tempo. Le “voci”
di Giovanna non dovevano destare, quindi, reazioni esagerate: ma di
certo un grande scalpore, specie in una comunità ridotta come quella di
Domrèmy. Del caso si occupò il capitano della piazza; inizialmente
consigliando di curarne i mali con la medicina degli schiaffi, forse
assorbito da altre, più pressanti incombenze; solo nel gennaio del 1429
decise di darle ascolto, sicuramente spinto dal buon nome del padre di
lei, Jacques: e rimase per lo meno turbato dal colloquio. Per questo, fu
inviata direttamente, al Delfino, non prima che il parroco l’avesse
accuratamente esorcizzata.
Il 22 febbraio, però, la ragazza, in abiti maschili, salì a cavallo, con una
scorta di armati, e partì verso la residenza del “suo dolce delfino”, come
C’è chi sostiene che Carlo avesse buon’occhio, e ne intuì il potenziale; per
altri, la disperazione e lo sconforto per le ripetute sconfitte militari francesi
spinsero un re senza terra, figlio di padre impazzito, ad affidarsi a
quell’ultimo appiglio di speranza, in un tempo in cui l’idea di nazione distava
ancora cinque secoli. Comunque sia, inviò la fanciulla nell’unica struttura
universitaria di un certo livello ancora in funzione nei suoi territori,
l’Università di Poitiers (nata nel 1422), dove la ragazza fu interrogata a lungo.
Ne furono studiate, sembra per due settimane, a marzo, ortodossia,
devozione, verginità, su cui ella montava il suo castello profetico.

Dinanzi ad una giuria di teologi, rispose a tutte le domande, a volte anche


con humour.

 
Il maestro di teologia Jean Erault ricordò allora la profezia di una tale“Marie d’Avignon”: “Molte armi mi sono
apparse; per un attimo, ho avuto paura di esser io a doverle portare. Mi fu detto però di non temere: erano
destinate non già a me, bensì ad una fanciulla vergine che sarebbe venuta dopo di me e che avrebbe liberato
il regno”.
E’ proprio questa, la sua grande novità; Giovanna non si
accontentava di profetizzare.
“Gli uomini combatteranno e Dio donerà la vittoria”, disse. E lei,
tra questi.
Lei stessa scelse lo stendardo, con Dio assiso sull’arcobaleno,
affiancato da due angeli recanti tra le mani il giglio di Francia
Alla fine d’aprile, seguendo un’abitudine dell’epoca, la ragazza
inviò una lettera di sfida ai suoi avversari, ed in specie al re
“..rendete alla Pulzella, che è inviata da Dio, il Re del Cielo, le
chiavi di tutte le città che avete preso e violato in Francia..”.

Giovanna entrò a Orlèans il 29 aprile.


 
Il suo giudizio prevalse, e la notizia del suo arrivo rinforzò il morale dei
difensori.
L’8 maggio 1429, Orlèans fu liberata. La Francia tutta, alla notizia, esplose in
un entusiasmo sincero, ed ammirato. La ragazza in armatura diceva il vero.

Ma Giovanna, la Pulzella, aveva le idee chiare. La liberazione di Orlèans


era un segno, estremamente chiaro, del volere divino: l’incoronazione
di Carlo di Valois come legittimo sovrano dei francesi, secondo la
tradizione dei re franchi, nella cattedrale di Reims. Ci si è a lungo
interrogati sulla funzione di questa richiesta: appare, in effetti,
assolutamente superflua nel consacrare il ritrovato potere del re.
Carlo era un uomo freddo, influenzabile, timoroso; pertanto, reputando di
non avere niente da perdere, pensò di avere qualcosa da guadagnare, e
accettò. 
Il nuovo comandante dell’armata del Delfino, aveva allora ventun’anni; e si
disse, allora, che tra i due si manifestò subito una certa simpatia, nonostante
la moglie di lui. D’altra parte, le malelingue non mancavano, ed il successo
della fanciulla ispirava, come sempre accade, non poche antipatie a corte.Ai
primi di agosto prese Jargeau, dove la Pulzella fu di nuovo ferita alla testa da
una pietra, ma ebbe il tempo di salvare la vita del suo comandante.
 
 

Gli urlava, in mezzo alla mischia, “Gentile duca, hai forse paura? Non sai che ho promesso a tua moglie di
portarti indietro sano e salvo?”, mostrando, al solito, ironia e sfrontatezza.
I difensori della fortezza furono massacrati, tutti.
Il ruolo di Giovanna in battaglia, per la verità, appare ancora oggi
poco chiaro. Seppur portatrice di uno stendardo, ovvero, in ogni
caso, di un simbolo di comando, le fu sempre precluso, dopo
Orlèans, un ruolo di guida. La sua funzione era, indubbiamente,
psicologica: il morale dell’esercito cresceva a dismisura alla sua
sola vista. In più, mostrava una particolare, e misteriosa,
conoscenza delle tecniche d’assedio, appariva eccellente nel
cavalcare e nel difendersi, era convinta sostenitrice, in ogni caso,
dell’assalto. Ciononostante, al processo sostenne sempre di non
aver ucciso nessuno, in vita sua. Ma la sua funzione di guida,
d’ispiratrice di entusiasmo, restano indubitabili. 

Probabilmente l’ispirazione le venne dalle “voci”, che fino a quel momento non le avevano mai mentito. Per
la prima volta, dei crociati furono impiegati contro la “soldatessa di Dio”, che però cominciava a suscitare
forti perplessità nel mondo cristiano. Un’armata crociata poteva essere impiegata contro altri cristiani solo
se questi fossero stati chiaramente eretici; e Giovanna, agli occhi di molti, si stava dimostrando sempre più
pericolosa, e, quindi, sempre più demoniaca.
Parigi, a dire il vero, non avrebbe mai aperto le porte alla
Pulzella, stretta com’era in un forte lealismo nei confronti del
duca di Borgogna.Fu proprio ciò che accadde: l’attacco dell’8
settembre, verso la Porta Saint-Honorè fallì, e Giovanna fu ferita
ancora, da un colpo di balestra, alla coscia.

La Pulzella pretendeva che i suoi soldati mantenessero,


sempre, una condotta pura, in linea con i dettami
evangelici; ma, in questo caso, attaccare proprio quel
giorno fu molto peggio di una sconfitta: fu un errore.
Il giorno dopo, re Carlo ordinò all’esercito di ritirarsi a
Saint-Denis. Giovanna aveva perso sul campo, e, quel ch’è
peggio, a corte. L’armata venne sciolta.

Venne catturata dai Borgogni il 23 maggio dell’anno 1430,


un martedì. 
Carlo VII, il suo “dolce re”, non provò ad intavolare una trattativa, né a
liberarla in alcun modo, nonostante la sua corona dorata derivasse, in
gran parte, da lei. Il granduca d’Occidente, volle incontrarla, per poi
impegnarsi altrettanto decisamente a minimizzare gli effetti del
colloquio, mostrando invece un certo fastidio per la ragazza. Il che,
forse, non equivale a verità.
 La corte di Carlo fece lo stesso: prese cioè a ridicolizzarla, a
screditarla agli occhi della Francia, minimizzando il suo contributo
(enorme, e ben più evidente di quelle misere manovre politiche) nella
guerra; era, lei, il prodotto residuo di un periodo passato, e non più
gradito, un contenitore usato, ed inutile, da riscattare oltretutto a
peso d’oro: il gioco non valeva la candela, tanto valeva eliminarla dalle
coscienze.
Il cancelliere del regno arrivò a sostenere che la fanciulla si era
“perduta per la sua superbia”, e che era pronto a sostituirla un
pastorello. Rapidamente, l’Università di Parigi, il 26 maggio, chiese, in
forma epistolare, che la ragazza fosse processata dall’Inquisitore di
Francia, in quanto sospetta d’eresia.
Giovanna, in pratica, fu abbandonata da tutti, come sovente accade quando
l’astro del successo comincia ad oscurarsi, ed il viale del declino si fa più
prossimo. Per sei mesi fu sballottata, in prigionia.
Come prevedibile, dato il carattere del soggetto, Giovanna tentò una
rocambolesca fuga dalla torre, calandosi lungo la struttura, forse esasperata
dalla separazione con il fratello,
Pierre.                                                                                                    
Contro di lei, ufficialmente, si muoveva ormai l’Inquisizione. l’Inghilterra
mise sul piatto fiumi di denaro per ottenere la prigioniera, ovvero diecimila
lire tornesi,.Al principio di novembre, forse ad Arras, Giovanna passò in
mani inglesi. Carlo VII osservò la vicenda, in silenzio.
Arrivò a Rouen il 23 dicembre di quel lungo 1430; il 9 gennaio, si aprì il
processo, con l’invito a pentirsi, o, se strettamente necessario, la tortura e la
sentenza.
Giovanna conosceva la fama degli inglesi nel turpiloquio, ed ebbe modo di
verificarla personalmente. Le dicevano che fosse una strega, oltre che una
puttana, forse col preciso obiettivo di sfiancarne il morale. Pare fosse fatta
oggetto di continue attenzioni da parte dei suoi carcerieri, ma nessuno sa se
Nella prima fase, almeno, la Pulzella non rischiava la morte: sarebbe
bastato ammettere l’eresia, e spogliarsi quindi dalle vesti sacre, per
essere forse confinata in uno dei tanti monasteri che, purtroppo,
adempivano a questo compito in tutto il continente. Ma Giovanna
mostrava di credere alle sue “voci”, e le difendeva con successo,
nonostante l’Europa del periodo cominciasse ad affrontare quella fase
persecutoria, e bigotta, che va sotto il nome di “caccia alle streghe”:
donne spesso sole, e vulnerabili, ree di essere state iniziate all’arte
divinatoria.
 
A partire dal 21 febbraio la ragazza fu interrogata, sei volte in pubblico
e altre in privato, nella sua cella, senza mai aver diritto ad un
difensore, da alcune delle menti più esperte in campo teologico,
quelle dell’Università di Parigi; non mostrò timore per la sua sorte, né,
come lecito aspettarsi da una contadinella analfabeta, commise passi
falsi nelle deposizioni: ed i dotti teologi, che facevano di tutto per
nasconderlo, arrivarono a temerla, oltre che, almeno in parte,
ammirarla. Le fu impedito di assistere alla messa, le sue gambe
vennero incatenate, per impedirle di fuggire.
Alle richieste di giuramento, rispose che l’avrebbe fatto, ma si riservò il
diritto di tacere sugli argomenti che le “voci” non volevano fossero
affrontati; alla domanda se gli inglesi fossero “nemici di Dio”, che non lo
sapeva, ma in ogni caso avrebbero dovuto andarsene dalla Francia, e solo
dopo i due regni, riconciliati, avrebbero potuto convivere, e organizzare
una crociata; finché gli fu posta una difficile, ed acuta, domanda-
trabocchetto:
“Giovanna, sei in grazia di Dio?” Avesse risposto ‘sì’, avrebbe peccato
d’orgoglio; con un ’no’, avrebbe negato quello che, fin’allora, aveva
rappresentato.
“Se non ci sono, Dio mi ci metta; se ci sono, mi ci mantenga”.
Un altro punto controverso, cui i giudici si mostrarono particolarmente
interessati, fu quello della sua fedeltà alla Chiesa: e lei rispose che era sì
incondizionata, ma in primis rivolta alla Chiesa celeste (“Chiesa
trionfante”) e solo dopo a quella terrestre (“Chiesa militante”), dei prelati
e dei teologi.
Il suo naturale umorismo si manifestava spesso, sbeffeggiando domande
particolareggiate: “I patroni celesti hanno i capelli?”, le chiesero, e lei, senza
scomporsi, “E perché mai dovrebbero tagliarseli?”; o ancora, “Indossano delle vesti?”
”E che, si deve pensare che Dio non abbia di che vestirli?”. E, così, disorientava,
sbalordiva, e innervosiva i suoi accusatori.
 
Forse, insieme a quello delle “voci”, l’altro punto sensibile era quello dell’abito
maschile, ed i suoi avversari se ne accorsero presto: “La donna non vestirà abito
d’uomo, né l’uomo abito di donna”, recitava infatti il Deutoronomio (22,5), “chi lo
farà, sarà abominevole agli occhi di Dio”; oltre a ciò, la sua condotta andava a
scontrarsi con la tendenza, nel periodo, a favorire una certa standardizzazione del
vestiario, in linea con la morale pubblica ,in base quindi al sesso ed al mestiere
d’appartenenza. A peggiorare le cose, Giovanna, così abbigliata, aveva osato
prendere i sacramenti, e quindi mostrarsi al cospetto di Dio. “Per quello che dipende
da me, io non cambierò d’abito per fare la Comunione. Permettetemi di sentir messa
in abito maschile: quest’abito non cambia la mia anima. Indossarlo non è contro la
Chiesa!”, arrivò ad affermare con forza, alla fine della prima fase del processo.
La tecnica adottata nei colloqui era, in effetti, molto dura; accadeva
fosse interrogata per ore, e spesso più volte al giorno, per
accelerarne il crollo psicologico. Inoltre, l’interrogatorio prevedeva
rapidi cenni su ogni argomento ,cambiando continuamente discorso,
affinché la ragazza cadesse in contraddizione, e potesse essere più
facilmente appurata la sua fede eretica.
 
Gli inquisitori le chiesero, a più riprese, se avesse fatto benedire
stendardo e armi (come d’altronde era tradizione, ed era probabile
fosse accaduto), ma lei, forse per proteggere quei chierici, negò
sempre. Tante volte gli inglesi erano fuggiti, in battaglia, alla sua
vista, e quindi quegli strumenti dovevano, ai loro occhi, avere
qualcosa di sacrilego, gli rinfacciarono alcuni esempi di devozione
nei suoi confronti avvenuti nel momento di maggiore successo,
continuarono a sfiancarla raccogliendo indizi su presunti “sabba”
avvenuti a Domrèmy. La sua resistenza, ogni giorno di più,
s’indeboliva.
Possiamo, ora, anche ammettere che Giovanna d’Arco vivesse una religiosità
ingenua, che fosse solo una pastorella analfabeta, che credesse che i vari santi
parteggiassero per l’una o per l’altra parte nel conflitto: ma subì una pressione
psicologica senza pari, e fu, a lungo, in grado di dominare la situazione. E ciò,
comunque lo si valuti, ebbe dell’incredibile, ma non poteva durare.
Ed infatti, ad un certo punto, la ragazza parlò, chiarendo però che solo allora le
voci l’avevano autorizzata a farlo: il “segno” di Chinon consisteva in un angelo,
disceso, dall’alto, nel tardo pomeriggio di marzo o aprile del 1429, nella
camera del Re. Qui- continuò- aveva portato all’arcivescovo di Reims, per
consegnarla al Re, una corona aurea profumata. Questo, quindi, era il “segno”.
E questa era la prova attesa da quel gigantesco apparato inquisitorio, che
avrebbe potuto legittimare il proprio operato solo con un’ammissione di
colpa: ma, in questo caso, lo sconcerto e la meraviglia, in tutti, furono
inenarrabili.
Giovanna, quindi, era sfiancata, e lo dimostrava arrivando a minacciare i suoi
avversari: “Voi dite d’esser mio giudice, e non so se lo siete. Ma fate
attenzione a non giudicar male. Io ve ne avverto affinché, se Nostro Signore vi
castigherà, io abbia fatto il mio dovere avvisandovi”.
Da sabato 17 a giovedì 22 marzo, gli inquirenti si riunirono per chiudere il “processo
d’ufficio”.
A questo punto le venne sottoposto l’elenco delle accuse, che contava settantadue punti:
ma Giovanna lo rifiutò integralmente.
Il promotore Jean d’Estivet la apostrofava pesantemente, con accuse numerose e
circostanziate: “incantatrice e indovina, falsa profetessa, invocatrice e scongiuratrice di
malvagi spiriti, superstiziosa, dedita alle arti magiche, malpensante, scismatica, poco ferma
e poco sicura nella fede, di fede sacrilega, idolatra, apostata, maldicente e malfacente,
bestemmiatrice nei confronti di Dio e dei santi, scandalosa, sediziosa, turbatrice e
osteggiatrice della pace, incitante alla guerra, crudelmente assetata di sangue umano e
incitante a spanderne, del tutto dimentica e svergognata quanto alla decenza e al riserbo
consoni al suo sesso, rivendicante spudoratamente l’uso dell’abito infame e dello stato
degli uomini d’arme, per questo e per altri motivi ancora abominevole a Dio e agli uomini,
prevaricatrice della legge divina, di quella naturale e della disciplina ecclesiastica,
seduttrice di principi e di gente semplice […], usurpatrice dell’omaggio dovuto solo al culto
divino, eretica o quanto meno fortemente sospetta d’eresia”.
Riassumendo, le accuse sono fondamentalmente le tre precedentemente trattate: la
provenienza divina delle “voci”, l’abito maschile, il rifiuto dell’intermediazione della chiesa
visibile nel rapporto con quella celeste. 
 
Nel frattempo, però, Giovanna, che tra auliche riflessioni ed incertezze
teologiche continuava ad essere solo una ragazza, cedette, stavolta dal
punto di vista fisico.
Lunedì 16 aprile, due giorni prima che si svolgesse una seduta per
convincerla a confessare e pentirsi, la Pulzella visse un forte attacco
febbrile, vomitando più volte: fu subito visitata da tre valenti medici.
Giovanna sostenne che la causa del malessere fosse una carpa inviatele dal
vescovo Cauchon; molti, subito, pensarono invece che avesse di nuovo
tentato il suicidio. Il conte sembrava preoccupato che la prigioniera potesse
morire prima di essere adeguatamente punita; ma si dice che il
governatore di Rouen si lasciò scappare che bisognava tenerla in vita per il
rogo.
La parola puttana, allora, risuonò più volte
 
Ma Giovanna era giovane, e di buona tempra: si rimise in fretta.
Due giorni dopo, quindi, i lavori ripresero; due settimane dopo, fallita
l’ ”esortazione” alla confessione, si procedette alla pubblica ammonizione.
Jean de Châtillon, maestro teologo e canonico di Evreux, lesse un sermone complesso, strutturato intorno ai sei peccati di
cui la ragazza era considerata colpevole:
orgoglio,
indisciplina,
indecenza,
arroganza,
ostinazione,
impudenza.
Se non si fosse pentita, la via era chiara, indicata da secoli di tradizione procedurale: il braccio secolare della giustizia
terrena. La chiesa l’avrebbe dunque abbandonata, ed il suo destino sarebbe stato scontato. ”Rileggete le carte procedurali,
la mia posizione vi è chiaramente esposta”, rispose alla proposta di correggere finalmente la sua condotta.
Il suo destino appariva segnato.
 
Il 9 maggio fu minacciata di tortura dai suoi giudici e dai numerosi assessori presenti; una
consuetudine abbastanza diffusa, ed interpretata anche da chi ne faceva uso come un mezzo per
indurre alla confessione, senza arrecare (per quanto possibile) danni irreparabili, quasi una forma
caritatevole di pietà. Ma non se ne fece nulla, forse perché le condizioni di Giovanna erano già
abbastanza critiche, e si temeva per la sua salute; o forse perché la ragazza capì, e se ne difese con
successo: “Anche se voi mi doveste straziare le membra e far uscire l’anima dal corpo, non vi direi
niente. E se vi dicessi qualcosa, dichiarerei subito dopo che me l’avete fatta dire con la forza”.
 

Gli inglesi, che da una posizione defilata ma concreta attendevano una precisa conclusione,
cominciarono a perdere la pazienza: Giovanna doveva confessare, a tutti i costi.
I dottori di Rouen, riuniti, decisero il 19 di organizzare una pubblica cerimonia, in cui farla
confessare. Era la sua ultima possibilità, fu sottolineato, di evitare il braccio secolare, e con esso il
fuoco. Probabilmente, a spingere in questa direzione erano in questa fase coloro che avevano più
a cuore la sua sorte: era nel suo interesse. E, dopo una pressione di questo tipo, probabilmente
esausta nel corpo e nella mente, accettò di abiurare, il 24 maggio, in una cerimonia, organizzata in
fretta e furia, al cimitero di Saint-Ouen.                                                                                                        
Quel giorno, il magister riprese il passo del Vangelo di Giovanni (15,1-6) sull’unità della chiesa: ”Io
sono la vera vite, il Padre mio è il coltivatore. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo getterò via..
Chi non rimane in me sarà gettato come tralcio e seccherà; e, raccolto, sarà buttato nel fuoco a
bruciare..”.
Ed il rogo era lì, a ricordarlo.
Giovanna, affranta, ebbe solo un sussulto, sentendo nominare il suo re, ed esplose: “Non
nominatelo, egli è buon cristiano!”. Il suo appello all’autorità del papa, benché perfettamente
lecito, fu lasciato cadere. Un documento di poche righe, di abiura, le fu sottoposto. E la Pulzella, di
fronte ad una vasta folla, che non voleva perdersi lo spettacolo, lo sottoscrisse, con mano incerta,
forse sostenuta da qualcuno.
Secondo alcuni era stravolta al punto da non capire cosa accettava, per altri fu minacciata di finire
immediatamente sul rogo.
Tra gli altri impegni assunti al momento dell’abiura, c’era quello, fondamentale,
della rinuncia all’abito maschile. Nella prigione inglese dove fu portata, le furono
recapitati abiti femminili, che indossò, per la prima volta da quando era apparsa
nella scena politica.
Ma sulla cerimonia d’abiura, comunque, aleggiavano sinistri presagi: gli inglesi
sembravano delusi di quella conclusione incruenta, che, comunque la si giudichi,
aveva salvato la vita alla Pulzella. Sembravano irritati, a qualcuno scappò che non
c’era da preoccuparsi, l’eretica sarebbe stata riacciuffata. 
Forse, ma si tratta di sole supposizioni, l’epilogo, così desiderato dai suoi carcerieri,
fu provocato dalla delusione di Giovanna, cui era stata promessa la consegna ad un
istituto religioso, e non agli aguzzini inglesi; forse, semplicemente, era una decisione
sofferta, ma meditata con calma; o magari gli abiti maschili, che permettevano la
difesa della sua verginità, e che costituivano il segno visibile della sua chiamata,
l’attraevano troppo per potervi rinunciare.
E, d’altra parte, sembra davvero improbabile che un carcerato potesse godere della
libertà di decidere il proprio vestiario. 
Comunque sia, il 27 maggio, il vescovo di Beauvais fu informato della cosa:
Giovanna era tornata a vestirsi con abiti maschili, dichiarandosi perciò recidiva. 
Interrogata, immediatamente, ritrattò la sua abiura: “Tutto quello che ho detto e ritrattato, l’ho fatto
solo per paura del fuoco.. Non ho mai detto né inteso dir nulla per rinnegare le mie apparizioni, cioè
che si trattava delle sante Margherita e Caterina.. di quello che stava scritto nella formula di
ritrattazione, non ho capito una sola parola! E poi, proprio in quel momento, dissi che non intendevo
ritrattare nulla, qualora dispiacesse a Dio
Qualche assessore suggerì di spiegare a Giovanna le conseguenze della sua azione, ma non c’era più
tempo, o forse non c’era mai stato. La macchina della morte non tardò un secondo ad attivarsi, in
fretta, furtivamente, come se non aspettasse altro che una fanciulla ventenne indossasse il “suo”
abito. Non vi fu neanche un processo: non serviva più. 
Giovanna d’Arco, la Pulzella d’Orlèans, fu accompagnata sul rogo il 30 maggio dell’anno 1431, nella
pubblica piazza di Rouen.
Le venne permesso di confessarsi; ed un soldato inglese, per esaudire un suo desiderio, le fabbricò
una croce, legando insieme due pezzetti di legno. Qualcun altro prese una croce che avvicinò al volto
della giovane, in modo che, bruciando, potesse vederla.
 
Un secondo soldato inglese, che si rinfrescava in una taverna poco distante, disse di aver visto una
colomba levarsi dal rogo che l’avvolgeva; un altro, accorso per alimentare le fiamme, s’arrestò di
colpo, le mani a mezz’aria, sentendo la ragazza, avvolta dal fuoco, urlare più volte il nome di Gesù.
Nel 1456, una nuova sentenza dell’Inquisizione la dichiarò innocente.

Aveva diciannove anni.

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