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Università degli Studi di Padova

Scuola di Dottorato in Studio e Conservazione dei Beni Archeologici e


Architettonici
Indirizzo: Scienze Archeologiche
Esame Finale
XXV Ciclo
(24 aprile 2014)


Scarabei in pietra dura della Sardegna punica (fine VI-III sec. a. C.)
nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
Catalogazione e analisi iconografico-stilistiche e tipologiche.

Candidata: Cinzia Olianas

Direttore della Scuola: Prof. Giuseppe Salemi Tutor: Prof. Jacopo Bonetto
OBIETTIVI E PROBLEMATICHE DEL PRESENTE PROGETTO DI RICERCA

Lo studio degli scarabei in pietra dura della Sardegna punica (fine VI-III sec. a.C.),
oggetto della tesi di dottorato della scrivente, nasce da un interesse profondo nei
confronti della glittica sviluppato in occasione della laurea e maturato
ulteriormente negli anni.

Tale ricerca ha tentato di soddisfare l’esigenza di disporre di un quadro aggiornato
e quanto più possibile completo su una classe di materiali che ancora necessita di
approfondimenti, mettendone a fuoco gli aspetti tecnologici, funzionali, tipologici,
iconografici e stilistici.
La notevole mole di reperti da schedare ed esaminare ha messo in luce una serie di
informazioni che si pongono come base per il prosieguo della ricerca sotto tutti i
suoi aspetti, da quelli già analizzati a quelli che per difficoltà oggettive non è stato
possibile approfondire.
Questo lavoro si propone anche come momento di inizio per la prossima
valorizzazione e fruizione non solo degli scarabei in pietra dura, ma dell’intera
collezione glittica del Museo Archeologico di Cagliari. Ad essa è infatti attualmente
dedicato uno spazio espositivo tutt’altro che adeguato ad una collezione che
annovera reperti di grande interesse e straordinario valore documentale. Per tale
ragione il contributo proposto in questa sede si pone come obiettivo l’esposizione
della ricerca finora compiuta che, per la prima volta,riunisce in un solo lavoro tutti
gli scarabei in pietra dura della collezione museale cagliaritana.
LA COLLEZIONE GLITTICA PUNICA DEL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI CAGLIARI: FORMAZIONE E PROBLEMATICHE

 I 266 scarabei di epoca punica


conservati presso il Museo
Archeologico Nazionale di Cagliari,
risalenti ad un arco cronologico
compreso approssimativamente tra la

fine del VI ed il III sec. a.C.,
costituiscono l’oggetto di questo
studio. Si tratta di una raccolta
formatasi attraverso la confluenza
presso il Museo di gruppi di reperti
di diversa provenienza formatisi
essenzialmente tra il 1800 e il 1900
grazie soprattutto alla passione di
diversi collezionisti.
Il primo passo da affrontare durante
la ricerca è stato il riordino
dell’intera collezione: diversi scarabei
erano ormai privi di numero di
inventario o quelli presenti
risultavano non di rado errati. Il
riordino è dunque avvenuto tramite
la ricerca bibliografica, quella
inventariale e quella d’archivio.
LE COLLEZIONI DI SCARABEI PUNICI CONFLUITE PRESSO IL
MUSEO ARCHEOLOGICO DI CAGLIARI : RIATTRIBUZIONE DEI
NUMERI DI INVENTARIO


La ricerca ha evidenziato l’esistenza di nove raccolte diverse, delle quali
inizialmente solo cinque erano note (“Scarabei pre-esistenti”, Canonico Spano,
Timon, Castagnino, Gouin) mentre le restanti quattro (Caput, Serralutzu,
Provincia, Giudice Spano) sono venute alla luce man mano che ci si inoltrava
nella ricerca.
I cosiddetti scarabei “senza numero” (S.N.) inizialmente composto da 75
esemplari attraverso la riattribuzione resa possibile mediante la ricerca sui
registri d’inventario della Soprintendenza, sui documenti d’archivio e nei testi
redatti tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, sono andati riducendosi fino a 14
esemplari. Tra questi ultimi, due reperti sono scarabei provenienti da Monte
Sirai (scavi degli anni ’60) mentre altri due potrebbero provenire dalla
necropoli di Tharros, ma, allo stato attuale, non è comunque possibile ricondurli
ad una determinata collezione.
I CONTESTI DI
RINVENIMENTO

- Tharros (237 esemplari su un


totale di 266, di cui 20 di
provenienza incerta) 
- Tuvixeddu (5 esemplari)

- Nora (3 esemplari)

- Monte Sirai (3 esemplari)

- Othoca (1 esemplare)

Dei restanti 17 scarabei non è


nota la provenienza e non è
stato possibile in alcun modo
risalirvi
I MATERIALI LITICI

I materiali litici utilizzati per gli scarabei punici di VI-III sec. a.C, compresi
quelli della collezione cagliaritana sono i seguenti:


- diaspro verde di diverse tonalità (239 esemplari)

- cornalina rossa (14 esemplari)

- agata-sardonice (6 esemplari)

- calcedonio (2 esemplari)

- cristallo di rocca (1 esemplare)


ALTRI MATERIALI, LITICI E NON


- pasta vitrea (2 esemplari)

- ollite (1 esemplare)

- pasta talcosa smaltata in verde (1 esemplare)


I COLORI DELLE PIETRE: SIGNIFICATI MAGICO SIMBOLICI
 Attenzione è stata data anche alla simbologia legata ai colori delle pietre dure maggiormente
utilizzate nel mondo punico. Il largo utilizzo del diaspro verde , infatti, oltre a un carattere
pratico legato alla facile reperibilità della materia prima, aveva, verosimilmente, un significato
d’altro tipo, magico-simbolico.


1- Il verde. Connesso alla figura di Osiride, in epoca faraonica, simboleggiante il ciclo nascita-
morte-rinascita. La stretta connessione tra questo colore e lo scarabeo nel mondo egizio è
confermata da certi passi del XXIX capitolo del Libro dei Morti, laddove si indica la necessità di
seppellire unitamente al defunto, uno scarabeo che venisse posto sulla mummia in corrispondenza
del cuore e che per poter agire doveva essere fatto di pietra verde, chiamata nemehef. Tale colore
era connesso anche alla figura di Iside/Hator, anche nella forma di vacca che allatta il vitello. La
maggioranza di queste iconografie sono incise proprio su supporti di diaspro verde.

2- Il rosso. Detto deshr in antico egizio, era il colore della vita e i sacerdoti egiziani, per importanti
celebrazioni, si cospargevano il corpo di ocra rossa e indossavano amuleti di cornalina. Il rosso era
anche il simbolo della collera e del male, della distruzione e della morte; il fratricida Seth,
assassino di Osiride, era rappresentato con occhi e capelli rossi. La valenza del colore quindi
dipendeva anche dal contesto in cui esso era utilizzato. Nel caso degli scarabei in cornalina punici,
al colore rosso erano attribuite proprietà positive, di rinascita a nuova vita e difatti
accompagnavano il defunto nell’aldilà. I temi iconografici che si associano alla pietra rossa sono
però piuttosto numerosi e vari e, comprendono anche soggetti egittizzanti quali Iside e Horus,
Horus falco o Bes che ritroviamo con grande frequenza anche su supporto di diaspro verde.
MONTATURE IN METALLO
 Tra gli scarabei della collezione cagliaritana si
rileva la presenza di esemplari con montatura in
metallo nobile, quindi in oro e in argento.

Montature in oro: 37 esemplari

Montature in argento: 4 esemplari


 Esse rientrano tutte nelle tipologie tipiche in uso

nella glittica punica, sia quelle con semplice
inserimento delle estremità dell’anello di
sospensione nei due fori comunicanti, che
consentono allo scarabeo di ruotare sul proprio asse,
oppure con incastonatura nella montatura che
avvolge interamente il bordo del sigillo con una
lamina di metallo, talora decorata a motivi
geometrici (variante che rappresenta una
caratteristica orientale arcaica che perdura fino al IV
sec. a.C.). Nella glittica punica, in generale, si
registra una preponderanza delle tipologie B e C
indicate da J. Boardman (Classical Phoenician Scarabs,
Oxford 2003), con appiccagnolo parallelo o
perpendicolare all’anello ed estremità avvolte da
spirali.
 Tipologie B e D: sono sconosciute in Oriente tra il V
e il II sec. a.C.
 Tipologia C: ricordano quelle orientali con
appiccagnolo cilindrico, che si incontrano in diversi
esemplari della glittica di Ischia e in Oriente durante
l’VIII sec. a.C.
PRODUZIONE: TECNICHE DI LAVORAZIONE

 Un altro elemento sul quale si è incentrata la ricerca riguarda le


tecniche di lavorazione delle pietre dure: dal taglio preliminare per
ricavare la prima scheggia, fino alle ultime operazioni di lucidatura,


con approfondimenti sugli strumentari dei maestri lapicidi e sulle
metodiche d’intaglio dell’ovale di base. Le principali tecniche utilizzate
sono:
1- Tecnica mista. Utilizzo combinato delle varie punte di trapano:
 a punta verticale o obliqua, effettuata con le punte sferiche,
emisferiche, coniche, troncoconiche e cilindriche;
 a lamatura , eseguita con punta discoidale a rotella, il cui asse di
rotazione si mantiene parallelo alla superficie da incidere e produce dei
solchi a sezione circolare.
Nel gruppo cagliaritano si hanno 248 scarabei incisi con tecnica mista,
10 dei quali mostrano una predominanza netta del trapano a punta
tonda secondo la cosiddetta tecnica del drill hole, peculiare della
glittica
del Vicino Oriente e soprattutto di quelle neobabilonese e persiana.
2- Tecnica a globolo. Utilizzo quasi esclusivo del trapano a punta
tonda.
Essa è caratterizzata dall’assenza di particolari anatomici delle figure;
può essere anche associata, nel medesimo contesto figurativo, ad
espressioni della tecnica mista. Nel gruppo cagliaritano si hanno 4
scarabei incisi con tecnica a globolo sulle quali, a iconografie tipicamente
etrusche si associa, in tre casi, l’uso della cornalina e in un caso quello
della sardonice.
PRODUZIONE: STRUMENTI DI LAVORAZIONE
 Per la realizzazione degli intagli
esisteva un’ampia gamma di punte
in funzione del risultato che
l’artigiano intendeva raggiungere
nella lavorazione del dorso e
dell’ovale di base dello scarabeo.
 Non è dato sapere se gli artigiani

operassero ad occhio nudo o con
l’ausilio di lenti. Reperti simili di
forma lenticolare furono ritrovati a
Cnosso e questo fatto aveva a suo
tempo avvalorato l’ipotesi che gli
incisori di pietre dure sfruttassero
la capacità di ingrandire di tali
cristalli. Oggetti in forma di lente
risultano del resto prodotti
nell’area del Mediterraneo
orientale già dall’età del Bronzo ,
ma anche in questo caso la loro
funzione non è stata determinata.
Nel Vicino Oriente antico, un
oggetto molto simile a quelli
appena trattati è la cosiddetta lente
di Sargon o lente di Nimrud.
USO DELLO SCARABEO
 Possibili funzioni dello scarabeo:
 ornamentale
 amuletica /funeraria
 votiva

 amministrativa
Quest’ultimo aspetto è stato evidenziato solo in tempi recenti, per
quanto riguarda la glittica punica. E. Acquaro ha osservato che a
ciascuna delle iconografie prescelte potrebbe, di volta in volta,
corrispondere una famiglia punica e così i temi iconografici
costituirebbero dei veri e propri emblemata sociali. L’utilizzo pratico
dello scarabeo come sigillo, di fatto, trova ampi riscontri nel
fortunato rinvenimento di numerose cretule diversi siti, tra questi
Selinunte, dove ne sono state rinvenute più di 600 e Cartagine, che
ne ha restituito più di 4000 e al cui studio si è recentemente dedicato
di T. Redissi e, infine, Cuccureddus, nel territorio di Villasimius
(CA), che ha restituito soltanto pochi (5) ma significativi esemplari.
Cretule di
Cartagine


Cretule di
Selinunte

Cretule di
Cuccureddus
(Villasimius,
CA)
 La funzione meno attestata, è quella votiva. La presenza di
scarabei in contesti santuariali trova, ad esempio, riscontri a
Cipro, ad Hagia Irini e Kition in età arcaica (VI-V sec. a.C.) e
nella grotta di Gorham presso lo stretto di Gibilterra, la cui
frequentazione è documentata dal VII al V sec. a.C..
 Di ritrovamenti di tale natura, per un’epoca posteriore e
contemporanea a quella punica, si ha traccia anche in ambito
etrusco, presso il sito di Cetamura del Chianti dal quale
proviene uno scarabeo in cornalina. Quel complesso
santuariale ha restituito offerte tra le quali vi erano anelli con
gemme incise, dischi di vetro e una cospicua quantità di
pietre dure levigate quali il diaspro, il serpentino, il quarzo
ed altri materiali litici. È quindi plausibile che il citato
scarabeo fosse parte del patrimonio di offerte votive del
tempio. Gli scarabei della collezione cagliaritana, appaiono
tutti riconducibili a contesti funerari, ciò almeno sulla base di
quanto è stato possibile ricostruire attraverso le ricerche
inventariali e d’archivio oltre che dalle notizie di scavo.
NOTE EPIGRAFICHE
 Tra gli scarabei del museo cagliaritano alcuni recano delle iscrizioni che possono essere
incise in caratteri fenici o in geroglifico egizio.
 Scarabeo con iscrizione fenicia trilittere (cat. 24): ‘ḥr (‘Achor)


4 monolitteri (catt. 33, 67, 136, 145) : ghimel, ghimel, yod, resh


Iscrizioni in caratteri geroglifici, esse sono attestate su 5 scarabei (catt. 25, 106)

 ’tn o ‘tn: ’Ethan, nome


tipicamente biblico,
oppure ‘Otni, o ‘aton,
stavolta non da intendersi
come il nome del dio
solare egizio, ma
piuttosto come elemento
‘ attestato nel repertorio
onomastico neopunico in
nomi quali MYLK‘TN e
B‘LY‘TN

hrtḫn: Horo tekhen. Tekhen, significa “obelisco”,


ma occorre osservare che è privo del
determinativo quindi, è probabilmente
interpretabile come Horakhty, che significa
l’Horus dei due Orizzonti (attributo di Ra).
Oppure ancora, potrebbe costituire una forma
più tarda, romanizzata, Horus invincibile.
Geroglifici (?): catt. 109, 192, 195


TIPOLOGIE DEI DORSI
 La maggior parte degli scarabei di Cagliari è stata inserita all’interno del V tipo della classificazione operata
da J. Vercoutter che è relativa agli scarabei cartaginesi e non solo a quelli in pietra dura.
Tipologie di Vercoutter


Una classificazione dei dorsi degli scarabei cagliaritani non è impresa semplice. Infatti, pur potendo individuare
in essi tutta una serie di caratteristiche frequenti, si deve rilevare che non sempre si ripetono in maniera
sistematica con gli stessi accostamenti.
J. Boardman sostiene di avere individuato in un buon numero degli scarabei in diaspro verde da lui studiati, un
carattere distintivo. Si tratterebbe di fatto del c.d. pinched back (“schiacciato dietro”), cioè di due tagli più o meno
superficiali sul pigidio, cioè sulla parte posteriore delle elitre. Anche su 43 dei 266 scarabei della collezione
cagliaritana è presente questa caratteristica come evidente nell’esempio sottostante
NOMENCLATURA ENTOMOLOGICA DELLO SCARABEO


CLASSIFICAZIONE DEI DORSI DEGLI SCARABEI DI CAGLIARI
Tentare una classificazione all’interno del gruppo di scarabei cagliaritani può essere
estremamente difficoltoso e sebbene possano essere fatte delle ulteriori suddivisioni in
base ad alcuni elementi presenti nella caratterizzazione del dorso del coleottero, primo
tra tutti il clipeo o il pinched back si è deciso di ritenere valida anche in questa sede la
classificazione di J. Vercoutter, che appunto viene utilizzata nelle schede di catalogo:

V tipo: 212 esemplari  IV tipo: 17 esemplari


I Tipo: 2 esemplari III tipo: 1 esemplare

VI Tipo: 1 esemplare V/IV tipo: 5 esemplari Scaraboide: 2


esesemplari
L’INSETTO SCARABEO: IL MODELLO DEGLI INCISORI EGIZIANI....
Kheper aegyptiorum Scarabaeus sacer
Dal colore verde, bluastro o rameico Altro scarabeo ben noto tra gli antichi
metalizzato, tale scarabeo che veniva egizi, diffuso in tutto il bacino del
riprodotto da maestri incisori o scultori egizi Mediterraneo


....E DEGLI INCISORI PUNICI

Scarabaeus semipunctatus
Scarabaeus laticollis

ANALISI ICONOGRAFICA E STILISTICA

Gli stili individuati per gli scarabei cagliaritani in pietra dura sono quelli
egittizzante, orientalizzante, grecizzante ed etrusco, all’interno dei quali
sono stati individuati quelli di tipo c.d «puro» (senza influenze

iconografiche esterne) e «misto» (presenta più forme e più caratteristiche
iconografiche). L’analisi degli stili evidenzia una netta preponderanza di
esemplari con iconografie di tipo grecizzante
 Stile Egittizzante: 81 esemplari (57 di stile «puro», 24 «misto»);

 Stile Orientalizzante: 60 esemplari (45 «puri», 15 «misti»);

 Stile Grecizzante: 114 esemplari (90 «puri», 24 «misti»)

 Stile Etrusco: 7 esemplari (4 «puri», 3 «misti»)

 Stile misto: All’interno dei precedenti sono inseriti, come s’è visto, gli stili di tipo «misto» che
interessano molti degli esemplari iconografici della collezione in esame e, più in generale, è
ricorrente nel mondo punico per quel momento storico durante il quale si sviluppa una koinè
che riunisce elementi dei repertori iconografici più antichi del Vicino Oriente, dell’Egitto, del
mondo egeo-ellenico ed elementi di altre civiltà coeve al mondo punico, etrusche ed
ellenistiche.
LE ICONOGRAFIE DI STILE GRECIZZANTE
Lo stile grecizzante “puro”, presenta un buon numero di
immagini di guerrieri e di Eracles proposti in varie versioni, ma sono anche
presenti sileni, divinità, animali, personaggi della mitologia, etc.


SILENI E ANIMALI


PERSONAGGI DIVINI E ANIMALI MITICI


TESTE MASCHILI, FEMMINILI E GRILLY
Questo genere di fusioni metaforiche, definite grylli
con riferimento a un testo di Plinio il Vecchio a


proposito della caricatura di tale Gryllos dovuta
all’artista Antiphilos l’egiziano, costituiscono uno
schema di larga diffusione anche per l’epoca
ellenistico-romana in gemme permeate di attributi
magici
I grecizzanti “non puri” presentano mescolanze evidenti con elementi di
altra origine, ma nei quali lo stile grecizzante è prevalente



ICONOGRAFIE DI STILE EGITTIZZANTE
Si registra una preferenza per la raffigurazione di Iside nutrice con Horus
fanciullo, che per altro avrà un ampio seguito nel mondo romano imperiale con
le gemme gnostiche per le quali sarà di massima preferito ancora il diaspro


verde, il quale evidentemente, unito alla detta iconografia possedeva
un’accezione simbolica non trascurabile.



STILE ORIENTALIZZANTE
Altri scarabei presentano soggetti di tipo orientalizzante, con preferenza per divinità assise
in trono e sovrani che abbattono una fiera, rappresentativa del caos secondo un ben noto
standard iconografico di origine vicino orientale; anche in questo caso le iconografie di
nuovo presentano uno stile “puro” ed uno “misto”


STILE ETRUSCO
Per questi e soprattutto per quelli di stile “puro” è ipotizzabile una provenienza da botteghe
propriamente etrusche, atteso l’uso della cornalina e della tecnica a globolo in associazione ad essa,
ma non può comunque escludersi, in alcuni casi, un pregevole prodotto locale d’imitazione o
ancora il caso della possibile esistenza in loco di maestri incisori etruschi forse stanziati nella
Tharros punica, stante l’importanza di questo centro nella produzione e irradiazione
dell’artigianato glittico.


CONCLUSIONI

 Repertorio iconografico e stili: vero e proprio compendio iconografico dell’arte del


Mediterraneo antico, evidenzia un indiscutibile vincolo con la tradizione figurativa orientale
ma, nel contempo, si registra una ragguardevole originalità tra le opzioni iconografiche


condivise essenzialmente con Cartagine e Ibiza, al punto di rendere evidente la traccia di una
relazione preferenziale tra quegli importanti centri del Mediterraneo punico.

 Tipologie dorsali: altra peculiarità in genere poco approfondita. La maggioranza dei reperti in
esame appartiene al V tipo della classificazione di J. Vercoutter. Nonostante ciò, si è ritenuto
opportuno evidenziare che la classificazione a suo tempo impostata dallo studioso sarebbe
suscettibile di perfezionamento se integrata con l’osservazione di altri significativi caratteri
morfologici riproducenti il coleottero quali, ad esempio, la riproduzione della testa e del clipeo,
ossia il “muso” del coleottero, nonché la particolarità detta pinched back cioè la parte posteriore
dello scarabeo, detta tecnicamente pigidio, che presenta uno schiacciamento. Se quest’ultima
caratteristica non sembra volta ad imitare un aspetto anatomico del coleottero vero, la resa della
testa e del clipeo sembrano invece riprodurli in attenta aderenza alle forme naturalistiche. La
tipologia dei dorsi non pare comunque rappresentare una discriminante di natura cronologica;
sembra piuttosto espressione del talento incisorio dello sfragista che lavorava in modo
naturalistico la pietra conformandola ad imitazione del dorso della specie di coleottero
stercorario preso ad ispirazione.

 Datazione degli scarabei: aleatoria, ma possibile attraverso confronti e attraverso elementi


quali tecnica a globolo (utilizzata in Sardegna a partire dal IV sec. a.C.). Tentativi di attribuzione
cronologica, per alcuni scarabei, sono stati fatti esaminando le brevi iscrizioni che recavano.
CONCLUSIONI
 Aspetto epigrafico: strettamente collegato alla funzione amministrativa del sigillo, sia
pubblica che privata. Le iscrizioni sulle cretule sono, allo stato attuale delle conoscenze, molto
poche e questo distingue la glittica fenicia d’Oriente da quella d’Occidente, sembra alludere
ad una mutazione nelle procedure di utilizzo del sigillo, modalità che evidentemente non


prevedevano la necessità di identificazione del possessore dell’oggetto mediante una legenda
incisa su di esso. La soluzione del problema è forse da individuare nell’uso degli scarabei
come emblemata, argomento che, a sua volta, solleva ulteriori interrogativi poiché, secondo E.
Acquaro e A. Lamia diverse iconografie designerebbero gruppi sociali differenti.

 Funzioni dello scarabeo: decorative, amuletiche/funerarie, amministrative, votive. Queste


ultime non sembrano attestate per quanto riguarda gli scarabei punici, ma li ritroviamo negli
scarabei di epoca fenicia, egiziani ed egittizzanti (santuario di Perachora)e anche in quelli
etruschi (Cetamura del Chianti).

 Produzione dello scarabeo: In questo caso, e soprattutto per quanto riguarda la glittica sarda,
mancano i dati archeologici, non essendo stata ancora individuata alcuna bottega incisoria. È
stato possibile ricostruire le diverse fasi della produzione ricorrendo a confronti indiretti con
la glittica di altri periodi, a partire da quella del Vicino Oriente, fino a quella di età romana
imperiale di Aquileia, coordinando dati e informazioni già note ma di rado tenute nel dovuto
conto per la glittica punica. Di un certo interesse è risultata anche la problematica delle lenti
d’ingrandimento, sulle quali pesa la scarsità di informazioni disponibili; va anzi rilevato che
da fonti di una certa attendibilità, quali Plinio o Teofrasto, non risultano indicazioni circa
l’impiego di strumenti di questo genere per le operazioni d’intaglio, sui quali dunque
permangono dei dubbi in ordine al loro effettivo utilizzo nelle botteghe incisorie.

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