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Università di Genova – DAFiSt

Corso di Studi in Scienze Storiche

La battaglia ideale nella Grecia antica


Storia militare – a.a. 2020/2021
Emiliano Beri
Introduzione (1)
Nel corso delle lezioni, seguendo il percorso tracciato dal programma, andremo a trattare tutte
quei diversi temi che connotano la realtà militare: la tattica, la grande strategia o strategia
generale, la strategia militare, la strategia operativa, la logistica, le istituzioni, gli aspetti sociali e
quelli culturali.
In prima battuta spieghiamo rapidamente il significato di questi termini:
1) Tattica. Conduzione del combattimento sul campo di battaglia
2) Strategia. Utilizzo dei risultati dei combattimenti in funzione degli scopi politici della guerra.
Va distinta in: grande strategia-strategia generale (è la dimensione propria della politica, che
comprendere la guerra ma non solo la guerra. In materia di guerra fissa gli obiettivi politici e
agisce nei campi connessi a quello militare nello sforzo bellico: relazioni internazionali,
economia, politica interna); strategia militare (intesa come l’utilizzo delle strumento militare per
l’ottenimento degli obiettivi fissati dalla politica, elaborati nell’ambito della grande strategia);
strategia operativa o operazionale (il settore intermedio fra strategia militare e tattica. Concerne
l’azione d’insieme delle grandi unità militari, ossia le operazioni militari su grande scala. Con le
operazioni che vanno intese come lo strumento attraverso cui le forze armate perseguono gli
obbiettivi fissati dalla strategia militare).
4) Logistica. Tutto ciò che riguarda il supporto materiale, diretto e indiretto, delle forze armate:
rifornimenti e approvvigionamenti, paghe, acquartieramenti e basi, linee di comunicazione,
trasporti, produzione manifatturiera e industriale, finanziamento degli apparati militari (con
varianti rilevanti in relazione al periodo considerato)
Introduzione (2)
5) Istituzioni. Forme e pratiche di organizzazione e gestione delle forze armate da parte del
potere politico (in relazioni alle diverse configurazioni che il potere politico ha assunto nei
secoli compresi tra la Grecia arcaica e la Seconda guerra mondiale).
6) Aspetti sociali. Le connotazioni, articolazioni e caratterizzazioni sociali dello strumento
militare e i legami fra il militare, la società e la forma statuale.
7) Aspetti culturali. Idee, mentalità, rappresentazione, percezione, psicologia: pensiero
strategico, mentalità del combattente, percezione e rappresentazione del militare nella
mentalità collettiva, ruolo dell’elemento psicologico nella conduzione della guerra e del
combattimento.
Per questioni di tempo non potremmo occuparci di tutte queste tematiche per ciascun periodo.
Andremo quindi ad affrontarne a volte una, a volte due o tre, in modo da toccarle tutte, anche
reiteratamente, lungo il percorso dalla Grecia antica alla Seconda Guerra Mondiale. E lo faremo
modificando anche il punto visuale, ossia il punto da cui osservare il militare come fenomeno:
il punto di vista del soldato in battaglia; il punto di vista del generale che conduce una
campagna; il punto di vista del governo che conduce una guerra; il punto di vista della società
che affronta la guerra; il punto di vista dello storico che studia la guerra.
Iniziamo questo percorso dalla Grecia antica trattando della guerra, o meglio, della battaglia tra
falangi di opliti; perché nella Grecia delle città-stato tra VII e VI sec. a. C., secondo
un’interpretazione che ha avuto molta fortuna, la guerra coincideva con la battaglia
Cultura della guerra e battaglia oplita (1)
Guarderemo alla guerra-battaglia (ideale) nella Grecia antica attraverso il lavoro di Victor
Davis Hanson L’arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica
(Mondadori, 1990)
Perché ho scelto di proporvi lo studio di Hanson?
Il motivo ha molteplici sfaccettature. Hanson nel suo lavoro si propone di ricostruire
l’esperienza bellica greca e le sofferenze e difficoltà eccezionali sopportate da chi
quell’esperienza la viveva in prima persona: l’oplita. Hanson lo fa perché è convinto che il
modo di dar battaglia dei greci sia peculiare, inedito fino a quel momento, e abbia
caratterizzato il modo occidentale di far la guerra per tutti i secoli successivi.
Questo modo particolare, e – secondo Hanson – inedito fin a quel momento, di far la guerra è
quello del combattimento faccia a faccia, a corta distanza, all’ultimo sangue, concentrato in
quell’evento di brevissima durata, intenso e distruttivo, che è la battaglia campale di
annientamento tra schieramenti compatti di fanteria (falangi). Per noi oggi questo modello di
guerra è comune, è quello che connota la nostra stessa idea di guerra: la guerra e il
combattimento sono il confronto in cui si affronta il nemico faccia a faccia in battaglia.
Questo concetto di guerra è talmente introiettato nella nostra mentalità come l’unico
legittimo da lasciare poco spazio, e spazio subordinato, ad altri approcci: il colpire alle spalle,
l’attaccare e scappare, il colpire i civili e non i militari. Tutte le forme di guerra alternative
alla battaglia faccia a faccia sono subordinate o, peggio, illegittime
Cultura della guerra e battaglia oplita (2)
Questa cultura della guerra, secondo Hanson, si è affermato in Occidente a partire dalla
Gracia arcaica. Prima dell’età dell’oplita la battaglia campale di annientamento non era il
modello dominante e non era neanche quello più diffuso. Tanto in Europa, quanto negli
altri continenti, la forma di guerra più diffusa era quella caratterizzata dallo scontro a
bassa intensità, con spargimento di sangue limitato, combattuto per lo più a distanza con
armi da lancio, ritualizzato, e avente spesso come scopo principale non l’uccisione del
nemico ma il suo ferimento e/o la sua cattura.
La tesi di Hanson presenta più elementi di criticità.
--1. Innanzitutto nel suo approccio generale. Harry Sidebottom in La guerra nel mondo antico
(Il Mulino 2014) ha rilevato coma in realtà «l’arte occidentale della guerra» sia una
costruzione culturale. Una costruzione ideologica che definiva, o meglio autodefiniva, la
cultura militare greco-romana attraverso la differenziazione da quella barbara. Anche se
poi nella realtà il modo di combattere di molti barbari non era così tanto diverso, anzi.
--2. In secondo luogo nel suo approccio particolare, ossia nella ricostruzione della battaglia
e della guerra nella Grecia antica che propone (e vedremo in che termini).
Per comprendere questi elementi di criticità dobbiamo spiegare in prima battuta il lavoro
di Hanson. È un lavoro che si concentra sul periodo che va dal 650 al 338 a.C.
La scelta del termine a quo è correlata con l’ascesa in Grecia delle città-stato, perché la
battaglia oplita è l’aspetto decisamente predominante della guerra fra città-stato.
Battaglia campale e guerra limitata
La scelta del termine ad quem (battaglia di Cheronea) è correlato all’ascesa della Macedonia
quale potenza egemone nella Grecia antica e alla parallela definitiva affermazione,
secondo Hanson, di una guerra con nuove caratteristiche, propria dell’età ellenistica.
Che caratteristiche ha avuto la guerra in Gracia tra 650 e 338 a.C? La storiografia militare
sulla Grecia antica ha posto di frequente l’accento sul ruolo centrale della devastazione dei
campi coltivati come prodromo alla battaglia: l’esercito di una città-stato invadeva il
territorio nemico mettendo a sacco il contado, provocando il maggior numero di danni
possibili alle coltivazioni. Questa azione provocava la reazione della città-stato sotto
attacco; l’esercito usciva dalle mura per dare battaglia al nemico.
Questa è in sintesi la dinamica buona parte delle guerre in Grecia fino a quelle contro i
persiani (490 e 480-479 a. C.) e alla guerra del Peloponneso (431-404 a.C.).
Hanson evidenzia come la devastazione di campi coltivati a grano, vite e ulivo non fosse
cosa così semplice, soprattutto per eserciti numericamente modesti (meno di 10.000
uomini) che avevano poco tempo a disposizione per agire. Tuttavia la percezione del
pericolo a cui erano sottoposte le risorse alimentari della città e le principali fonti di
reddito degli agricoltori, che servivano come opliti nell’esercito, e la provocazione, erano
motivi sufficienti per produrre una reazione e portare due eserciti a battaglia.
Invasione, reazione, battaglia
Secondo Hanson, quindi, la guerra si concretizzava in questa formula semplice e
ripetitiva: invasione, reazione, battaglia. L’ambito operativo era alquanto semplice, quello
strategico altrettanto. I due eserciti cercavano un terreno pianeggiante in cui affrontarsi, si
scontravano per poche ore, uno dei due veniva sconfitto e la sconfitta poneva fine alla
guerra. Niente assedi alle città, niente campagne militari prolungate, niente scontri minori
a bassa intensità, niente guerra di logoramento: la guerra si riduceva in sostanza alla
battaglia e l’esito della battaglia determinava l’esito della guerra.
Solo con la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), con le guerre del IV secolo e ancor più
con le guerre dell’età ellenistica questa formula mutò verso forme diverse: conflitti di
lunga durata, guerra di logoramento, campagne complesse sotto il profilo operativo,
guerra d’assedio, guerriglia come surrogato dello scontro campale.
Le guerra del Peloponneso rappresenta una fase di transizione in cui la battaglia oplita ha
avuto ancora le caratteristiche dei secoli precedenti ma come parte di una guerra lunga, di
logoramento, in cui, infine, si rivelerà decisivo il teatro marittimo.
È una fase introdotta dalle guerre persiane, guerre diverse contro un nemico diverso, e che
ha nelle guerre dell’età ellenistica il suo punto di arrivo. Guerre più lunghe, con assedi e
sviluppo dell’arte poliorcetica, con conquiste e annessioni quali obiettivi politici (mentre
l’asservimento del nemico e la conquista del suo territorio erano obiettivi estranei alle
guerre fra città-stato fra VIII e V secolo a.C.)
V e IV sec.: verso un nuovo modello
Non solo, guerre in cui le battaglie non hanno più nella fanteria pesante l’unica
protagonista: i fanti armati alla leggera (arcieri e giavellottisti) sono altrettanto importanti, e
la cavalleria diventa ancora più importante: sarà questo il grande portato sotto il profilo
tattico dei Macedoni.
Ecco spiegato quindi il 338 a.C. come termine ad quem; con l’inizio dell’età ellenistica la
guerra, che già aveva iniziato a mutare a partire dal grande conflitto fra Atene e Sparta,
assume forme alquanto differenti da quelle proprie dei secoli precedenti sia sotto il profilo
strategico che sotto quello operativo, tattico e logistico. Quella greca è quindi una forma di
guerra che prende le mosse dalla realtà delle città-stato, ma subisce, tra fine del V e IV
secolo, dei mutamenti di così ampio rilievo da giustificare l’individuazione di una cesura
periodizzante compresa tra 431 e 338 a. C.
Come viene rappresentato nelle fonti questo modo peculiare di fare la guerra, proprio dei
Greci e, secondo Hanson, diverso di chiunque altro?.
Sono esemplificative le parole che Erodoto attribuisce a Mardonio, generale dell’esercito di
Serse, che ha affrontato i Greci:

«tra gli elleni esiste l’uso della guerra ma […] la conducono nella maniera più balorda […] si
dichiarano la guerra, e poi si scelgono il terreno migliore, e in pianura, per scendervi a
combattere; sicché, anche vincendo, ne riportano gravi conseguenze; per non dire dei vinti
che restano distrutti»
Un modo greco di fare la guerra
Erodoto, attraverso le parole di Mardonio, descrive un’arte della guerra essenziale che non
prevedeva operazioni diverse dalla ricerca dell’esercito nemico per venire a battaglia e,
nella battaglia, non comportava l’utilizzo di riserve, ali, corpi distaccati e manovre diverse
dall’attacco frontale. Un’arte che si basava unicamente sullo scontro frontale, violento,
decisivo e portato a fondo. Un’arte che metteva al centro il fante pesantemente armato,
l’oplita, cittadino-soldato della classe media, il suo coraggio, la sua disciplina e la
formazione compatta e coesa all’interno della quale affrontava la battaglia.
Lo scopo di quest’arte della guerra particolare era quella di risolvere il conflitto
rapidamente con una singola battaglia, e anche di risolvere la battaglia rapidamente con
uno scontro faccia a faccia breve, violentissimo e risolutivo.
Con l’accenno all’oplita come cittadino-soldato ci addentriamo nel campo del rapporto tra
guerra e società. Finora abbiamo parlato delle caratteristiche del modo greco di fare la
guerra e della sua periodizzazione. Ora è il momento di concentrarci tra correlazione tra
modo di fare la guerra e società.
Abbiamo già detto che il termine a quo, il 650 a. C. (circa) è stato preso perché è il periodo
in cui si afferma la città-stato. L’affermazione della città-stato è l’affermazione, sotto il
profilo sociale e politico, del cittadino agricoltore, ossia di colui che fa parte del ceto di
governo della città.
Guerra e società
Il cittadino agricoltore in guerra era l’oplita, e il suo modo di combattere era radicalmente
differente da quello del guerriero aristocratico dei secoli compresi tra 1200-700 a.C., che si
spostava a cavallo, o su un carro, usava armi da lancio e affrontava il nemico, pari per
rango, in duelli individuali.
All’affermazione, tra 800 a.C. e 600 a.C., di una diversa élite di governo corrispose
l’affermazione di un diverso modo di affrontare la guerra, quello dell’oplita. L’oplita era
un fante pesantemente equipaggiato, armato di una lunga lancia e protetto da un grande
scudo rotondo. Combatteva in schieramento serrato, spalla a spalla con i compagni, in una
formazione profonda almeno otto file, la falange, che in battaglia, per sopraffare lo
schieramento nemico, puntava tutto sull’azione compatta di spinta. Ecco la sintesi della
battaglia nella Grecia antica proposto da Hanson.
La battaglia oplita viveva degli stessi schematici momenti: lo schieramento, la carica, il
cozzo, la spinta, l’avanzata, la vittoria o il cedimento e la disfatta. Era una battaglia di
fanteria, un urto violento tra falangi. La cavalleria, gli arcieri e la fanteria leggera non erano
assenti, ma avevano compiti sussidiari: protezioni dei fianchi, tiro iniziale, breve
inseguimento finale.
Il cittadino agricoltore, era, come oplita, il protagonista di questa battaglia. Serviva nella
falange dai 18 ai 60 anni di età, prendeva posto nello schieramento a fianco dei suoi …
Il cittadino-soldato
… parenti, dei suoi amici, dei membri della sua tribù. Combatteva non solo per sé stesso
ma per loro. Non doveva cedere perché lo schieramento doveva essere compatto, scudo
contro scudo. Col proprio scudo proteggeva non solo se stesso ma anche il compagno alla
sua sinistra. Se cedeva metteva a rischio non solo se stesso ma tutto lo schieramento.
I suoi requisiti non erano quelli di un soldato professionista accuratamente addestrato.
L’oplita era un contadino, aveva poco tempo da dedicare all’esercizio militare. Doveva
essere coraggioso e in buone condizioni fisiche, perché doveva spingere, colpire e non
cedere. Doveva mantenere la posizione, non farsi prendere dal panico, per non
compromettere la coesione della falange. Tenuta psico-fisica: era questo l’essenziale.
La guerra che lo aveva come protagonista era limitata nel tempo e nello spazio, durava
poco, si risolveva in un’unica battaglia. Perché? Perché le guerre tra città-stato erano
frequenti ed impegnavano buona parte dei maschi validi che facevano parte del ceto
produttivo. Quindi una società agricola come quella Greca non avrebbe potuto reggere un
così alto numero di guerre se non fossero state combattute in questo modo, cioè se non
fossero state brevi.
Il fatto che i conflitti fossero limitati riduceva il prezzo da pagare in termini economici ed
umani. In aggiunta permetteva di impiegare soldati che potevano dedicare poco tempo
all’addestramento perché impegnati nell’attività produttiva.
Le fonti (1)
Quali fonti permettono di ricostruire questa forma i guerra e il suo fulcro, la battaglia?
-- 1. La fonte epico-letteraria per eccellenza: l’Iliade. I poemi omerici trattano di una guerra
con tutta probabilità collocata nell’età micenea, ma il racconto è stato fissato con tutta
probabilità nell’VIII secolo e contiene elementi tanto dell’età micenea quanto della Grecia
arcaica. Il guerriero omerico non è un oplita e combatte quasi sempre in singolar tenzone,
ma non mancano i casi in cui brani dell’Iliade descrivono combattimenti in ordine chiuso,
in formazioni compatte.
-- 2. La poesia lirica del VII e VI sec. a.C., coeva al periodo in cui si afferma la città-stato,
l’oplita e la guerra-battaglia tra falangi. Archiloco, Tirteo, Mimnermo e Alceo ci parlano
dell’oplita e della battaglia a volte con la voce di chi è stato oplita e ha combattuto tra le
fila della falange. La poesia lirica è fondamentale come fonte perché quello compreso tra
VII e VI secolo è il periodo aureo dell’oplita, e per questo periodo non abbiamo fonti in
prosa, ma solo archeologiche e liriche.
-- 3. Le fonti archeologiche. La pittura su vaso e la scultura, in primo luogo, ma anche le
epigrafi, le offerte votive nei santuari (armi prese al nemico), i reperti che emergono dagli
scavi nei campi di battaglia. Sono fonti che ci dicono molto sulla panoplia dell’oplita e
anche sull’esperienza della battaglia.
-- 4. Le fonti letterarie in prosa. In primo luogo quelle storiografiche: Erodoto, Tucidide …
Le fonti (2)
… e Senofonte. Sono però schiacciate sul V sec. e la prima metà del IV, ossia su un periodo
in cui se il modo di combattere dell’oplita era, generalmente, sempre lo stesso, iniziavano
però a mutare sia la natura della guerra (guerra non limitata) che l’equipaggiamento
dell’oplita.
C’è anche un secondo problema. Erodoto, Tucidide e Senofonte ci danno precisi resoconti
di battaglie tra opliti, ma i loro scritti sono rivolti ad un pubblico che conosceva quel tipo di
battaglia, per averla vissuta in prima persona. Il punto visuale dell’oplita manca quindi
quasi sempre, perché si dava per scontato che il lettore già lo conoscesse.
Le eccezioni sono poche ma significative, a volte sono fonti su particolari fondamentali: ad
esempio l’osservazione di Tucidide sul movimento della falange verso destra, prodotto
dalla pressione esercitata da ogni oplita in quella direzione per cercare di rimanere
accalcato al compagno, per giovare della protezione del suo scudo sul lato in cui
imbracciava la lancia.
Altre fonti letterarie in prosa ci vengono però in aiuto. Se Erodoto, Tucidide e Senofonte
non guardano alla battaglia dal suo interno altri lo fanno, in modo frammentario e
saltuario, ma si tratta comunque di fonti preziose. Testi filosofici, drammi, commedie e
orazioni parlano dell’esperienza della battaglia: Aristofane racconta della paura prima
dello scontro e Platone del coraggio e del non cedere come valore centrale.
La panoplia: un pesante fardello
Sono autori che sono stati opliti, che hanno preso parte all’esperienza del massacro della
battaglia campale e che ne parlano spesso nelle loro opere.
Finora abbiamo parlato delle fonti letterarie coeve. Ma non sono le uniche che meritano
attenzione. Anche le opere storiche posteriori, ossia quelle romane, rappresentano utili
fonti. Diodoro, Pausania e Plutarco, ad esempio. È vero che scrivono a notevole distanza
dai fatti, ma hanno avuto presumibilmente accesso a fonti in gran parte oggi perdute.
e i loro lavori sono caratterizzati spesso da un approccio biografico che mette al centro
l’esperienza dell’individuo, anche in battaglia, con crudezza e realismo. I trattati militari
infine (Eliano, Arriano, Onasandro, Frontino ecc…) che ci dicono molto sul soldato, e
sull’oplita, in battaglia nell’età antica.

L’armamento dell’oplita era il più evoluto dell’epoca nell’area mediterranea, e dava agli
eserciti greci, in determinate condizioni, una concreta superiorità sui «barbari». Ora è il
momento di descrivere questo armamento, ossia la panoplia composta di scudo, lancia,
elmo, corazza e protezioni per arti inferiori e superiori.
La prima considerazione che dobbiamo fare è sulla sua scomodità. La panoplia proteggeva
in maniera eccellente l’oplita, al prezzo però di gravarlo di un peso notevole, sopportabile
in battaglia solo per breve tempo: era pesante e anche calda, ossia era particolarmente
inadatta alle condizioni climatiche dei mesi estivi, mesi nei quali … …
Alleggerimento (1)
… erano collocate le operazioni militari. Per la panoplia composta da scudo, lancia, corazza,
elmo corinzio e gambali è stato calcolato un peso compreso tra i 25 e i 35 kg.
Prima di esaminarla nel dettaglio, parlando di ogni sua componente, dobbiamo tenere
presente due tendenze di carattere generali, che sono legate a doppio filo al suo peso e alla
sua scomodità.
-- 1. Un graduale e costante processo di alleggerimento nel corso di circa 250 anni. La
panoplia del VII secolo comprendeva, oltre agli elementi che abbiamo citato pocanzi, anche
le protezioni per cosce, braccia, avambracci a caviglie. Queste furono le prime a scomparire,
nel VI secolo.
In seguito il processo di alleggerimento coinvolse anche gli altri elementi, alcuni
scomparvero (o comunque le fonti dimostrano che vennero usati sempre di meno) altri
mutarono di tipologia attraverso l’introduzione di modelli più leggeri.
--I gambali a partire dal V secolo compaiono sempre meno di frequente nelle fonti.
--L’elmo: il pesante elmo corinzio viene sostituito sempre più spesso col pilos ateniese, un
elmo più leggero, conico di bronzo o di feltro.
--La corazza di bronzo compare sempre più spesso in una versione più leggera e più
aderente al corpo, oppure viene sostituita da un corsaletto di lino dotato al massimo di una
leggera protezione metallica o da un mezzo corsaletto che proteggeva solo il torace.
--Lo scudo vede ridurre le sue dimensioni ridotte a partire dal IV secolo.
Alleggerimento (2)
--La lancia: è l’unico elemento che subisce un processo inverso: la sua lunghezza aumenta,
fino a diventare, nel IV secolo, la sarissa macedone (doveva essere impugnata a due mani, da
qui il rimpiccolimento dello scudo).
Non bisogna dimenticare che l’equipaggiamento non era fornito dallo Stato. Ogni oplita
provvedeva da sé, per cui il processo di alleggerimento si verifica per linea generale, ma in
modo non uniforme, secondo una dinamica che risponde alle scelte del singolo individuo. La
dinamica che emerge dalle fonti è, infatti, quella dettata dalla somma delle scelte personali.
Questo ci dice molto su quanto dovesse essere pesante, scomoda e poco vivibile la panoplia
del VII-VI secolo, se anche a costo di una minor protezione (e quindi di un maggior rischio)
gli opliti scelsero progressivamente di alleggerirla, per portare in battaglia un minor fardello
e, al contempo, per risparmiare.
-- 2. Il secondo elemento che ci dice molto sul peso e l’invivibilità della panoplia è la
tendenza ad armarsi – ossia a indossare protezioni, scudo e lancia – solo ed esclusivamente
negli attimi che precedevano lo scontro e l’utilizzo di servitori personali per trasportare le
armi e come ausilio nell’indossarle. Le fonti ci parlano anche di opliti che appena possibile
poggiavano a terra lancia e scudo e/o si scoprivano il viso sollevando l’elmo. La disfatta e la
fuga, poi, coincidevano con l’abbandono delle armi.
Scudo e spinta
Passiamo adesso all’esame degli elementi che componevano la panoplia
-- 1. Lo scudo era la parte più importante dell’equipaggiamento. Era di legno, rotondo e
concavo, con un diametri di circa 1,5 m. Non sappiamo di preciso lo spessore e il tipo di
legno usato; il peso è stato valutato in circa 8 kg. Dall’archeologia sappiamo che nel V sec. la
superficie esterna era spesso coperta da una lamina di bronzo. Il peso era distribuito su
tutto l’avambraccio, tenuto in posizione parallela al terreno, grazie ad una particolare
sistema di impugnatura. La concavità, oltre a deviare i colpi, permetteva di appoggiare il
bordo superiore sulla spalla.
L’impiego dello scudo non era limitato alla protezione, serviva anche e soprattutto per
spingere. Dopo la carica e il cozzo iniziale la battaglia si sviluppava come una gigantesca
azione di spinta, il cui scopo era creare varchi nello schieramento nemico (ossia nel muro di
scudi) fino a provocarne il cedimento.
La spinta veniva esercitata con lo scudo, appoggiandolo sulla spalla sinistra e usando tutto
il corpo per imprimere forza. La spinta non era limitata agli opliti della prima linea, quelli
delle altre linee partecipavano sfruttando lo scudo in appoggio sulla schiena dei compagni
che li precedevano. Uno sforzo collettivo quindi, in cui tutti spingevano, usando lo scudo e
sfruttandone la concavità per esercitare la maggiore pressione possibile in avanti (non a
caso quando, in età ellenistica la spinta perderà centralità lo scudo diventerà più piccolo).
La spinta….
L’elmo corinzio: isolamento visivo e acustico
-- 2. L’elmo più utilizzato fino all’inizio del V sec. fu quello corinzio. Era di bronzo massiccio.
Limitava sensibilmente il campo visivo e la capacità di sentire (no aveva orifizi per le
orecchie). La struttura dell’elmo aiuta a spiegare la tattica di battaglia.
L’oplita, privato in parte della vista e dell’udito a favore della protezione, non poteva sentire
e capire ordini complessi, non poteva manovrare indipendentemente. Si affidava al contatto
fisico con i compagni a destra e a sinistra e agli ordini semplici (attaccare, ritirarsi) impartiti
con squilli di corno.
La limitatezza del campo visivo imponeva anche la necessità che il combattimento si
svolgesse di giorno; la dipendenza dal contatto fisico con i compagni e l’isolamento acustico
e visivo a cui era sottoposto l’oplita faceva sì che la percezione sullo svolgimento della
battaglia derivasse dal tatto e dalla posizione.
Abbiamo detto che il requisito precipuo dell’oplita era quello di reggere; quindi la paura e il
panico erano i suoi principali nemici.
Se l’oplita sentiva di essere parte di una massa che la spinta portava avanti sapeva di essere
prossimo alla vittoria; se percepiva arretramento e sbandamento poteva essere colto dal
terrore e fuggire. Non era un singolo soldato, era una componente di un tutt’uno coeso, se
con i sensi appannati dall’elmo (dal caldo e dalla polvere) percepiva che questo tutt’uno
stava cedendo ecco che il panico poteva prendere il sopravvento.
Una panoplia difensiva per uno scontro di breve durata
I gambali e la corazza completavano l’armamento difensivo nella configurazione più diffusa
della panoplia tra VII e VI secolo.
--3. I gambali erano necessari perché lo scudo arrivava fino al ginocchio. Anch’essi erano
scomodi, spesso ruotavano intorno alla gamba durante il combattimento e provocavano
irritazioni. Ma la protezione che fornivano giustificava la scomodità.
--4. La corazza era costituita, tra VII e VI secolo, da un corsaletto a piastre di bronzo. Non
proteggeva l’inguine e il collo, che rappresentavano quindi due dei punti sensibili da
colpire. Era pesante (15-20 kg), rigida, limitava quindi i movimenti e l’autonomia
combattiva dell’oplita. La mancanza di ventilazione la rendeva particolarmente odiosa da
portare. Sotto il sole diventava rovente e le vesti che l’oplite indossava sotto si inzuppavano
di sudore. In sinergia con l’elmo esponeva l’oplita al rischio di disidratazione e colpi di
calore. Se pioveva diventava gelida. Ma anche per la corazza la protezione che offriva nella
mischia, anche se non era assoluta, faceva passare in secondo piano tutti i suoi aspetti
negativi. Ad una condizione però: che lo scontro fosse breve. L’oplita non era in condizione
di reggere fisicamente uno scontro prolungato nel tempo
--5. La lancia era principale arma offensiva (la spada veniva usata solo quando la lancia era
inservibile). Era di legno flessibile, lunga 2-2,5 m, pesava tra 1 e 2 kg. Il suo utilizzo
richiedeva soprattutto forza, senza alcuna particolare maestria nel maneggio.
La lancia
Il primo colpo, nel momento del cozzo, veniva dato probabilmente con la lancia
sottomano, sfruttando lo slancio della carica. Poi veniva utilizzata sopramano. La presa
sottomano permetteva di evitare lo scudo colpendo l’inguine scoperto del nemico dal
basso in alto. La presa sopramano veniva utilizzata dopo il primo colpo per imprimere
più forza (non potendo contare più sull’energia sviluppata dal colpo in corsa); l’obiettivo
qui cambiava, era soprattutto il collo.
Entrambe le estremità della lancia era appuntite, sia per colpire chi cadeva a terra, senza
abbassare l’arma, sia probabilmente per cambiare la presa senza aprire la mano, ma
semplicemente facendo ruotare l’asta, sia probabilmente per poter continuare ad
utilizzare anche un moncone di lancia nel caso, frequente, in cui. questa si spezzasse
durante il combattimento.
La lunghezza permetteva anche alle file dietro la prima di colpire il nemico, ed era
importante cercare di evitare lo scudo perché il diametro contenuto dell’asta la rendeva
molto fragile. Ultimi inconvenienti: non era semplice manovrare la lancia in una mischia
densa e caotica; e non era facile estrarla da un corpo trafitto.
L’oplita combatteva quindi sotto il peso di una panoplia opprimente ritrovandosi fra una
massa di uomini che spingevano, colpivano, si massacravano, in mezzo alla polvere o al
fango, sotto il sole in un ambiente torrido oppure sotto la pioggia battente.
Paura e percezione dell’andamento della battaglia
Era un’esperienza che metteva a dura prova il coraggio. Non è un caso che le fonti
pongano spesso l’accento sul terrore e la paura dell’oplita prima, durante e dopo la
battaglia.
Già la visione della falange nemica schierata generava paura, poi il canto di guerra, il
silenzio surreale che precedeva lo scontro, i momenti drammatici e concitati della carica e
del cozzo, il fatto che solo le prime file dello schieramento vedessero il nemico mentre il
resto della falange dovesse comprendere l’andamento della battaglia dalla sensazione di
avanzamento o arretramento: il panico era sempre dietro l’angolo e poteva determinare
l’esito dello scontro e concretizzarsi nella fuga disordinata.
Abbiamo già detto dell’impossibilità dell’oplita di udire ordini e della semplicità della
tattica di combattimento della falange. Quale era quindi il ruolo del generale?
Essenzialmente quello di guidare i suoi uomini in prima fila, dando l’esempio e
infondendo loro coraggio. affrontava in prima linea le lance del nemico, prendeva posto
all’ala destra che era sempre la prima parte della falange a entrare in contatto col nemico.
Il generale ideale doveva essere un oplite umile, semplice e coraggioso. La sua morte
comprometteva lo scontro perché solitamente generava panico. Tendenzialmente il
generale sconfitto cadeva immancabilmente sul campo e anche molti generali vittoriosi
perivano in combattimento; pochi sono i casi di generali arrivati fino alla vecchiaia.
La battaglia (1)
Il generale era un attore fondamentale della battaglia, perché il successo della falange
derivava in gran parte dalla coesione, dal cameratismo, dalla capacità di resistenza di ogni
singolo uomo da cui dipendeva la tenuta dello schieramento nel suo complesso.
Anche l’alcol aveva un ruolo nella capacità di tenuta psicologica, perché rilassava i nervi e
aveva un potere analgesico.
Le fonti non pongono però l’accento sull’utilizzo di alcol, per un motivo: era parte
fondamentale della normale dieta quotidiana. Veniva assunto normalmente, prima
dell’inizio della battaglia
--- La battaglia iniziava a volte con scaramucce tra cavalieri e/o fanti armati alla leggera,
ma il clou era lo scontro frontale fra le due falangi preceduto dalla carica (solitamente
simultanea) e seguito dalla mischia e dalla spinta.
La carica era una costante, anche quando una delle due falangi era in posizione di
vantaggio sull’altra; rari sono i casi di falangi ferme in attesa della carica nemica, perché?
Sia perché era la forma tradizionale di scontro, sia perché la carica permetteva di acquisire
velocità e potenza in previsione del cozzo.
La falange dapprima si muoveva al passo, poi, raggiunta una distanza di circa 200 m dal
nemico, passava al piccolo trotto (con un’andatura a volte scandita dal suono di flauti per
mantenere per quanto possibile l’allineamento).
La battaglia (2)
La corsa iniziava solo poco prima del cozzo, su decisione del generale. Era una scelta
delicata: iniziarla troppo presto poteva sfiancare gli uomini; ritardarla troppo poteva
ridurne l’impeto nel cozzo rispetto a quello nemico.
L’avvicinamento e la carica (condotti sotto una pioggia di frecce e giavellotti) terminavano
col cozzo violentissimo tra i due schieramenti. Iniziava quindi la mischia in un drammatico
frastuono prodotto dalle urla degli uomini e dal rumore del metallo e del legno, e iniziava il
massacro con le vittime che si ammucchiavano una sull’altra, con migliaia di uomini che si
azzuffavano, spinti alle spalle dai compagni.
Lo scopo era quello di penetrare nella formazione nemica. La penetrazione poteva aprire
una breccia e quindi compromettere la coesione dello schieramento nemico generando quel
panico decisivo per la vittoria, oppure poteva portare all’isolamento degli uomini che erano
penetrati e al loro annientamento: tutto dipendeva dalla tenuta dei compagni, il fattore
morale, quello psicologico e quello fisico erano centrali.
Nel cozzo e nella mischia si tentava di colpire l’inguine, le cosce o il collo dei nemici, a volte
il primo colpo poteva trapassare la corazza, molte lance si spezzavano e si utilizzavano i
monconi, oppure si abbandonava la lancia e si impugnava la spada corta (arma concepita
appositamente per lo scontro a corta distanza). Gli uomini cadevano ma lo schieramento
doveva rimanere compatto. I compagni colmavano i vuoti lasciati dai caduti.
La battaglia (3)
La mischia andava avanti finché un settore di uno dei due schieramenti iniziava ad
arretrare sotto la pressione della spinta e per effetto dell’apertura di una o più brecce. A
questo punto se l’istinto di sopravvivenza personale prendeva il sopravvento pochi
mantenevano la posizione e morivano sul posto; pochi altri arretravano in maniera
ordinata difendendosi; molti fuggivano in maniera disordinata.
Il cedimento di un settore provocava repentinamente il crollo dell’intero schieramento. I
fuggitivi diventavano facili bersagli sia degli opliti nemici (che li colpivano alla schiena),
sia dei fanti leggeri e dei cavalieri. L’inseguimento solitamente era breve perché lo scopo
non era quello di annientare totalmente l’esercito nemico ma solo di provocarne il
cedimento.
Questa è una ricostruzione schematica della battaglia, un mero modello di riferimento,
una ricostruzione per linee generali, non esaustivo. Le fonti ci parlano di molte battaglie
che seguono questo schema e ma anche di altre in cui si verificano condizioni particolari,
soprattutto errori nel condurre l’avvicinamento e la carica che hanno prodotto
l’indebolimento della coesione della falange contribuendo in modo decisivo a
determinarne la sconfitta.
Le fonti ci parlano a volte anche di «fuoco amico» (non esistevano uniformi e nella mischia
era facile confondersi) e di ferimenti accidentali fra compagni.
Conclusioni
La battaglia era un’esperienza drammatica sia sotto il profilo fisico che psicologico. Circa il
15% degli sconfitti e il 5% dei vincitori periva direttamente nello scontro. Molti di più erano i
feriti e una parte non trascurabile di questi non sopravviveva nel breve e medio termine.
La battaglia era la guerra, la sua conclusione, con la vittoria (sancita dal fatto che uno delle
due falangi era rimasta padrona del campo di battaglia, mentre l’altra si era sfaldata e i suoi
componenti avevano abbandonato il campo) segnava la fine della guerra.
La realtà di questa guerra-battaglia avrà termine, secondo Hanson, con le guerre persiane e
con le guerra del Peloponneso, a cui Hanson ha dedicato un’altra monografia: Una guerra
diversa da tutte le altre (Garzanti 2009).
Il titolo spiega già il succo della questione: la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) fu un
conflitto diverso da quelli consueti fra poleis greche: un conflitto di logoramento lungo, non
limitato ad un’unica battaglia. Un conflitto collocato in un secolo in cui il modo tradizionale
di combattere dei greci stava mutando (e lo stava facendo già, quatomeno, dalle guerre
persiane): maggior importanza per fanteria leggera e cavalleria, tattica e strategia più
complesse, centralità della guerra navale.
A partire dal IV secolo il modo di combattere dei greci (e dei macedoni che saranno i
protagonisti della fine di questo secolo) cambierà ancora più radicalmente. Questa è quello
che gli studi di Hanson ci propongo.
Un primo approccio alla dimensione del dibatto
Ho già anticipato che la ricostruzione-interpretazione di Hanson è stata oggetto di dibattito.
Ora entreremo nella dimensione, cruciale per la disciplina storica, del dibattito, per capire cosa
sia e come si possa sviluppare.
È una dimensione che affronteremo qui e in altre lezioni, a macchia di leopardo, senza
continuità, per motivi di spazio e carico didattico. Sarebbe impossibile trattare ogni tema in
programma sotto il profilo del dibatto storiografico, in molti casi vi proporrò il punto di arrivo,
lo «stato dell’arte», quelle che sono le linee interpretative e le risultanze più convincenti oggi su
un tema. Nella maggior parte delle lezioni, quindi, vi proporrò quello che è il vertice di una
piramide costruita attraverso il progressivo accumulo di studi che dialogano tra loro, rivedendo
posizioni e interpretazioni, proponendo nuove fonti, nuove evidenze, nuove riflessioni,
accantonandone altre, attraverso quel complesso processo organico che da forma alla
ricostruzione del passato. Ma in questa lezione, e in altre, affronteremo anche la dimensione del
dibattito.
I contenuti, le interpretazioni e le conclusioni su cui ci concentreremo adesso, e nelle due
prossime lezioni, sono sostanzialmente quelli proposti da Hans van Wees in L’arte della guerra
nell’antica Grecia, LEG 2012 (ed. originale Greek Warfare, Duckworth 2004).
L’obiettivo di van Wees è di articolare, problematicizzare, rendere meno rigido e più complesso
il quadro interpretativo dell’arte della guerra greca tra età arcaica e età classica. L’approccio
interpretativo tradizionale, con cui van Wees dialoga in forma critica, può essere schematizzato
in due fasi:
Il problema delle fonti
--1. La nascita, individuata tra 750 e 650 a. C., della figura di un fante col suo armamento
pesante, l’oplita, col suo particolare approccio al combattimento, e la forma peculiare di
guerra di cui è protagonista
--2. La graduale disintegrazione del modello militare incardinato sull’oplita, e della guerra
di cui è protagonista, collocata o poco dopo le guerre persiane (490-480 a. C.) o durante la
guerra del Peloponneso (431-404 a. C.), oppure nel corso del IV secolo.
Il problema strutturale di questo approccio interpretativo è innanzitutto, secondo van
Wees, metodologico, perché per il periodo precedente la guerra del Peloponneso, e
soprattutto per il periodo precedente le guerre persiane, le fonti a disposizione sono
limitate.
L’approccio interpretativo tradizionale è costruito principalmente su fonti successive, che
fanno riferimento «a come le cose andavano» e sulla proiezione nell’età arcaica di elementi
dell’età classica. Un attento esame di quelle poche fonti proprie dell’età arcaica (letterarie,
iconografiche e archeologiche), permettono un approccio metodologicamente più
soddisfacente alla ricostruzione della guerra nell’età arcaica.
A questi elementi di riflessione ne va aggiunto un altro, cruciale: molti autori greci ci
parlano di ideali militari, dell’immagine ideale del guerriero, del combattimento e della
guerra; sono ben pochi quelli che ci parlano della realtà della guerra, del combattimento,
della quotidianità militare.
Mito e realtà
L’approccio metodologico che ha prodotto l’interpretazione tradizionale sottovaluta,
quindi, la forbice, notevole, tra ideale e realtà, tra immagine e realtà.
È un’obiezione analoga, sotto il profilo dell’approccio alle fonti, a quella di Sidebottom, o
meglio, è la stessa problematica rilevata da Sidebottom, estesa dall’ambito dell’immagine
della civiltà greca come depositaria di un modo di fare la guerra esclusivo che la
distingue dai non-greci, all’ambito di quel modo di modo di fare la guerra, della figura
dell’oplita e del suo modo di combattere.
Partendo, quindi, da una critica di ordine metodologico van Wees arriva a proporre una
interpretazione che ha nella fluidità, nel superamento di una rigida schematizzazione, il
suo centro di gravità. Il modo di combattere greco è, secondo lui, cambiato gradualmente
nel corso dei secoli, con un’importante trasformazione, più incisiva, tra 550 e 450 a. C., a
seguito degli sviluppi del processo di costruzione statuale, delle città-stato, in questi
cento anni.
La panoplia che caratterizza l’oplita è senza dubbio comparsa verso la fine dell’VIII
secolo (la prima fonte archeologica è del 720 a. C.), ma la tattica, le regole e i rituali che
sono associati all’idea di oplita nell’interpretazione tradizionale della storiografia, hanno
richiesto quasi altri due secoli per emergere, e hanno convissuto, nello stesso spazio
storico, con forme differenti di guerrieri, di combattimento e di guerra.
Il coraggio dell’oplita ideale
Il coraggio era senza dubbio un valore centrale della cultura greca, il portare armi e
dimostrare coraggio erano simboli di virilità. Il disciplinamento sociale che ha caratterizzo
le città-stato greche, già dalla prima età arcaica, con la graduale scomparsa delle armi e
dello scontro armato all’interno società civile, ha concentrato i significati simbolici di
coraggio e virilità nella guerra. E il coraggio in battaglia era, nelle partole di Tirteo (VI sec.)
«guardare il macello sanguinoso, restare faccia a faccia di fronte al nemico, e slanciarsi a
uccidere».
Il guerriero coraggioso era l’oplita. E l’oplita era un’icona della cultura greca, la cui virtù
nell’affrontare faccia a faccia il nemico in battaglia era rappresentata, e immaginata, come
una virtù esclusivamente greca. Il suo equipaggiamento, la sua panoplia, era rappresentata
e immaginata come una peculiarità caratterizzante della civiltà greca. Anche la sua
estrazione sociale era rappresentata, come peculiare, e di conseguenza la natura degli
eserciti greci era rappresentata come peculiare: milizie formate da cittadini con pari diritti
politici; milizie formate da eguali della classe media.
Ma, avverte van Wees, a fronte delle fonti che ci descrivono questa immagine ideale della
guerra e dell’oplita abbiamo fonti che ci parlano della guerra in Grecia come di una realtà
più complessa, dove alla rappresentazione, all’ideale, di un esercito formato da cittadini
della classe media che combatte una guerra limitata concentrata in una battaglia campale,
fa fronte un quandro più variegato. Un quadro che adremo a vedere a partire da giovedì.