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Strumenti di finanza per Commercialisti

IL BAROMETRO DEI MERCATI


Secondo bimestre 2018

Commissione Finanza e Controllo di Gestione - Milano

chiuso in redazione il 9 marzo 2018


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Ne avevamo già parlato nell'ultimo numero del barometro ma gli effetti delle guerre commerciali
continuano a produrre effetti dirompenti sullo scenario dell'economia mondiale che vanno analizzati.
Tutti noi sappiamo che la liberalizzazione degli scambi internazionali avvenuto nel post seconda guerra
mondiale ha di fatto innalzato la standard di vita di milioni di cittadini sparsi sul globo ed ha
consentito di vivere un periodo di prosperità per molti dei paesi che hanno adottato questo schema
economico.
Ma questo fenomeno ha visto anche il trasferimento di molte risorse finanziarie verso i paesi che nel
tempo si mostravano più competitivi trasferenndo non solo risorse ma anche lavoro la dove il
ritorno del capitale era superiore.
Questo fenomeno ha prodotto, in particolare negli Stati Uniti la crescita di un deficit commerciale che
nel tempo ha visto crescere sempre di più il trasferimento di risorse dagli USA agli emergenti.
L'elezione di Trump e la Brexit sono fenomeni che si innestano in queste tensioni sociali sviluppate da
un commercio internazionale così squilibrato.
Ma il protezionismo commerciale può essere una risposta o è solo uno strumento politico per
raggiungere obiettivi di maggiore equilibrio del commercio e soprattutto di un maggior controllo ai
flussi di capitale?
Al momento la risposta non si conosce ancora ma come economisti speriamo che si vada più nella
seconda direzione.

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Sappiamo infatti che storicamente misure protezionistiche sul commercio possono essere benefiche nel
breve medio periodo per i cittadini di una singola nazione ma nel medio lungo periodo portano ad
una caduta di competitività ed una riduzione di innovazione tecnologica nelle aziende protette
rispetto ai competitori internazionali.
Certo è che l'amministrazione USA non ha tutti i torti quando critica i meccanismo che regolano il WTO
in quanto non garantisce una sufficiente protezione ai membri esistenti quando un economia in un
differente livello di sviluppo si unisce al sistema (l'esempio non vale naturalmente solo per la Cina
anche se in questo momento è il paese sotto maggior attenzione).
Daltronde il sistema del GATT (antesignano del WTO) era stato creato subito dopo la seconda guerra
mondiale, ed uno degli scopi fondanti dello stesso era dissociare l'espansione dei commerci
internazionali di un paese dalla necessaria espansione imperiale/territoriale così come avveniva
prima dell'accordo e che era una delle cause che aveva condotto poi alle guerre mondiali.
Nonostante che l'ingresso del Giappone nel GATT del 1963 causò un po di frizione tra partner
commerciali queste fino ad inizio degli anni 80 furono regolate dal cambio (ma solo dopo gli la fine
degli accordi di Bretton Woods) che vedeva naturalmente rafforzarsi la valuta del paese
maggiormente esportatore, rendendo così la valuta dello stesso e quindi i prodotti immessi sul
mercato meno competitivi facendo da stabilizzatore delle frizioni. Il dollaro passò da 360 yen a
meno di 200 tra il 1971 ed il 1978 in risposta all'aumento del surplus commerciale del Giappone.

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Il problema semmai si verifica dopo con le politiche di liberalizzazione finanziaria che cominciarono dalla
fine degli anni 70 in poi. Questi cambiamenti portarono a delle forti fuoriuscita di capitale dal
Giappone alla ricerca di rendimenti più allettanti come quelli dei titoli del tesoro americano e questa
domanda di dollari sul mercato dei cambi oltrepassò rapidamente l'offerta di dollari sul mercato da
parte degli esportatori giapponesi causando una nuova debolezza del dollaro e rifece ripartire le
tensioni protezionistiche tra i due paesi.
Solo il famoso accordo del Plaza arrestò sul nascere il rischio di tensioni più radicali tra i due paesi ma
non risolse i problemi per l'economia americana nel frattempo alle prese con i nuovi entranti asiatici
e centrosud americani.
Certamente, dicevamo, il sistema del WTO non è esente da difetti soprattutto quando le economie
avanzate hanno carenza di soggetti investitori ed il ritorno del capitale investito è più basso di
quello di altri paesi partecipanti.
Ma sicuramente preoccuparsi solo del problema derivante dagl scambi commerciali senza preoccuparsi
prima dell'influsso che la libera circolazione dei capitali può avere è un errore metodologico
importante.
Infatti il flusso dei capitali tende ad esacerbare gli sbilanci commerciali e valutari fluendo la dove la
domanda di manufatti è più alta e quindi dove l'inflazione è più alta comprimendo il costo del debito
e dell'equity e quindi alzando la domanda di investimenti nel paese più robusto e indebolendo la
domanda di capitali nel paese più debole causando poi lo sviluppo di bolle speculative.

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Inoltre la rapida espansione dei flussi di capitale cross border rende anche meno efficace la politica
monetaria di un singolo paese e rende la principale regione del flusso dei capitali il cosidetto carry
trade.
Come conseguenza una banca centrale che abbassa i tassi per stimolare l'economia domestica vede
fluire gli investimenti fuori dal proprio perimetro alla ricerca di rendimenti più remunerativi mentre
quelli che rialzano i tassi vedono fluire verso il proprio paese un abnorme flusso di capitale
dall'estero.
Se da una parte è quindi necessario provvedere ad una riforma del WTO che potrebbe contemplare
degli automatici aggiustamenti economici quando i paesi neo entranti nell'accordo raggiungono un
certo livello di surplus per un certo periodo di tempo con gli altri paesi.
Se questo non avvenisse i paesi aderenti al Wto avrebbero il diritto di alzare tariffe verso il paese che
rispetta le regole allo stesso livello del competitore.
Ma come abbiamo visto il vero problema non è il libero commercio ma quanto piuttosto la libera
circolazione dei capitali e come abbiamo visto solo interventi congiunti sui cambi ne possono
limitare gli effetti.

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Al momento non sappiamo ancora quale strada prenderà la battaglia in corso per aggiustare gli squilibri
commerciali in atto.
Al momento la retorica sembra avere il sopravvento sugli accordi e questo potrà in effetti portare a degli
effetti negativi al commercio globale e quindi all'andamento delle imprese ad esso associate.
L'embargo dei prodotti USA all'azienda di equipaggiamenti alle telecomunicazioni cinese ZTE ne ha
causato il blocco operativo; le voci di innalzamento di tariffe incrociate e di rappresaglia tra le
nazioni non sembrano orientare questo nuovo capitolo dell'economia.
La storia ci insegna che solo attraverso gli accordi si possono evitare gli effetti più deleteri degli squilibri
finanziari ed economici che l'economia propone costantemente ma occorre vedere se questo
equilibrio si sposa con le esigenze politiche domestiche dei singoli paesi.

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