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La storia tra il ‘200 e il ‘400

Lavoro multimediale che spiega i fatti accaduti in questi due secoli


Gli Angioini
Con il cognome Angioini si intendono due distinte
dinastie medievali cadette dei Capetingi, che
presero il nome dalla Contea, poi Ducato, di Angiò,
una provincia occidentale della Francia.
La contea di Angiò passò alla Corona di Francia con
Filippo Augusto nel 1205, dopo che questi la
sottrasse ai Plantageneti.
Nel 1246 re Luigi IX il Santo la diede in feudo al
fratello Carlo I d'Angiò, che diede origine ad una
seconda dinastia di conti e poi duchi d'Angiò,
propriamente detti Angioini. 
La “mala signoria” di Carlo d’Angiò
La conquista della Sicilia da parte di Carlo d’Angiò fu
finanziata dal papa col denaro raccolto per una Crociata.
I soldati dell’esercito di Carlo d’Angiò, non si sentirono
obbligati ad usare rispetto nei confronti degli abitanti dei
territori conquistati.
Il re Carlo, non fu eletto re di Sicilia dai baroni e dal popolo e
fu considerato dai Siciliani un usurpatore.
Egli, inoltre, trasferì la sede del governo a Napoli ed assai
raramente dimorò in Sicilia.
Gli Angioini sono stati accusati di eccessivo
fiscalismo e di grande crudeltà, ma in
realtà Carlo d’Angiò versava in notevoli
difficoltà finanziarie, aggravate dagli obblighi
che egli aveva assunto nei confronti
della Chiesa, ed inoltre doveva difendersi dai
sempre presenti tentativi di rimonta della
nobiltà ghibellina.
In ogni caso il fiscalismo angioino non fu più
pesante di quello svevo.
La scarsità dei documenti a disposizione non consente uno studio
approfondito del periodo angioino, ma alcuni elementi emergono con
assoluta certezza.
Alla conquista seguì la confisca delle terre dei feudatari svevi e la
ridistribuzione ai nobili franco-provenzali.
Questa operazione fu condotta senza eccessi, infatti il sovrano si dichiarò
disposto ad accogliere il pentimento di coloro che volessero
abbandonare la causa sveva e conservare, così, il loro feudo.
L’aristocrazia isolana, però, non sopportava l’introduzione di nuove
usanze tipiche della corte francese, come quella che i nobili servissero a
tavola il re.
Inevitabili furono, inoltre, gli antagonisti tra baroni franco-provenzali e
nobiltà indigena, mentre pare che sostanzialmente nessun significativo
cambiamento sia avvenuto per quel che riguarda la politica fiscale ed
amministrativa e l’assetto economico del feudo, che rimase legato alle
colture estensive e cerealicole.
Si ha notizia di un progressivo abbandono delle terre da parte dei
contadini, che andava ad incrementare l’estensione della pars dominica,
conseguenza di una politica economica orientata verso il profitto senza
investimenti e, quindi, verso le colture estensive.
È presente la tendenza dei feudatari ad usurpare le terre della pars
massaricia e quelle del demanio, tendenza che il sovrano contrastava,
come testimoniano i provvedimenti contenuti in due documenti
rispettivamente del 7 giugno 1272 e dell’8 giugno 1278, in cui si dichiara
che non saranno tollerate usurpazioni a danno dei più deboli.
Carlo d’Angiò stigmatizzava anche la consuetudine di sequestrare ai
contadini nullatenenti, gli strumenti di lavoro ed i buoi per l’aratro,
consuetudine che danneggiava la produzione agricola.
Il disagio dei contadini era aumentato rispetto al passato, perché alla
nobiltà feudale terriera si era affiancata una classe signorile urbana,
composta da nobili e da alti borghesi, che prendevano la terra in piena
proprietà per darle in affitto, perpetuando, così, la separazione tra
coltivatore e terra.
La vita delle città era spesso controllata da questo patriziato urbano, che
la monarchia non riusciva a tenere pienamente sotto controllo.
Le critiche che si rivolgono alla dominazione angioina sono, dunque, da
ricondursi in gran parte ad una situazione socio-economica preesistente,
che pur non condivisa, non si modificò per incapacità da parte degli
angioini.
La tradizione del malgoverno angioino è, comunque, legata più che alle
direttive politiche ed al fiscalismo, alla mancanza di riguardo che il
governo angioino ebbe nei confronti dei sentimenti e delle tradizioni
locali.
Cosa sono i vespri siciliani?
I Vespri siciliani furono una ribellione scoppiata
a Palermo all'ora dei vespri nel 1282.
Bersaglio della rivolta furono i dominatori francesi dell'isola,
gli Angioini, avvertiti come oppressori stranieri.
Da Palermo i moti si sparsero presto all'intera Sicilia e ne
espulsero la presenza francese.
La ribellione diede avvio a una serie di guerre, chiamate
"guerre del Vespro" per il controllo della Sicilia, che si
conclusero definitivamente con il trattato di
Avignone del 1372.
La storia
Tutto ebbe inizio in concomitanza con la funzione serale dei Vespri del 30
marzo 1282 a Palermo.
A generare l'episodio fu - secondo la ricostruzione storica - la reazione al gesto di un
soldato dell'esercito francese, tale Drouet, che si era rivolto in maniera irriguardosa a
una giovane nobildonna accompagnata dal consorte, mettendole le mani addosso con il
pretesto di doverla perquisire. 
A difesa di sua moglie, lo sposo riuscì a sottrarre la spada al soldato francese e a
ucciderlo. Tale gesto costituì la scintilla che diede inizio alla rivolta.
Nel corso della serata e della notte che ne seguì i palermitani - al grido di "Mora,
mora!" - si abbandonarono a una vera e propria "caccia ai francesi" che dilagò in breve
tempo in tutta l'isola, trasformandosi in una carneficina.
Quadro storico
Dopo la morte dell'imperatore Corrado IV, la sconfitta di Manfredi a Benevento e la
decapitazione a Napoli il 29 ottobre 1268 dell'ultimo pretendente svevo Corradino,
il Regno di Sicilia era stato definitivamente assoggettato al sovrano francese Carlo I
d'Angiò.
Papa Clemente IV, che il 6 gennaio 1266, aveva già incoronato Carlo re di Sicilia,
sperando così di poter estendere la propria influenza all'Italia meridionale senza dover
subire i veti precedentemente imposti dagli svevi, dovette rendersi conto che gli
angioini avrebbero perseguito una politica espansionistica aggressiva: conquistato il
meridione d'Italia, le mire di Carlo volgevano infatti già ad Oriente e al neo-
restaurato Impero bizantino.
Quadro storico
In Sicilia la situazione si era fatta particolarmente critica per una generalizzata riduzione
delle libertà baronali e, soprattutto, per una opprimente politica fiscale.
L'isola, da sempre fedelissima roccaforte sveva, che dopo la morte di Corradino di
Svevia aveva resistito ancora per alcuni anni, era ora il bersaglio della rappresaglia
angioina.
Va segnalato che Dante, che nel 1282 aveva solo 17 anni, nell'VIII canto del Paradiso,
indicherà come Mala Segnoria il regno angioino di Sicilia.
Quadro storico
I nobili siciliani e in particolare il diplomatico Giovanni da Procida riponevano le proprie
speranze in Michele VIII Paleologo, imperatore bizantino già in contrasto con Carlo I
d'Angiò, in papa Niccolò III, che si era dimostrato disponibile ad una mediazione, e
in Pietro III d'Aragona.
Poiché Michele si trovava in una situazione critica a causa dell'invasione dei Balcani da
parte di Carlo d'Angiò, scelse la via diplomatica, in cui i Bizantini si erano sempre
distinti, per distogliere il re angioino dai suoi piani di conquista.
Il re aragonese avrebbe dovuto attaccare l'Angioino alle spalle e togliergli il regno, così
come nel 1266 Carlo lo aveva tolto a re Manfredi. L'imperatore bizantino gli avrebbe
messo a disposizione i mezzi per costruire una flotta.
Quadro storico
Il re d'Aragona, in particolare, era guardato con favore perché sua moglie Costanza, in
quanto figlia di Manfredi e nipote di Federico II, risultava l'unica pretendente legittima
della casa di Svevia; tuttavia il sovrano aragonese era impegnato nella riconquista di
quella parte della penisola iberica ancora in mano agli arabi.
Alla fine del 1280, in concomitanza con la morte di papa Niccolò III e con la guerra che
impegnava il Paleologo contro una coalizione di cui facevano parte veneziani ed
angioini, i baroni siciliani ruppero gli indugi organizzando una sollevazione popolare che
desse un segno tangibile della loro determinazione, convincendo l'unico interlocutore
rimasto, Pietro d'Aragona, ad accorrere finalmente in loro aiuto.
Intanto, agenti bizantini e aragonesi, largamente provvisti di denaro bizantino,
istigarono i Siciliani alla rivolta.
Trasferimento della sede sede papale ad Avignone
Nel 1309 al 1377 a partire da papa Clemente V, il papato si
trasferì ad Avignone.
Nel 1303 Bonifacio VIII, con Unam Sanctam, famoso
documento teocratico del papato, ribadì con forza la
supremazia del potere spirituale, su quello temporale, e
affermò, che ogni uomo, per potersi salvare doveva
sottomettersi al vescovo di Roma.
Il re di Francia, Filippo il Bello, inviò le truppe, ad Anagni
per catturare il Papa, che fu aggredito e catturato.
Liberato dal popolo di Anagni, tornò a Roma ma poco
tempo dopo morì.
Trasferimento della sede sede papale ad Avignone
Dopo essersi sbarazzato di Bonifacio VIII, e del suo
successore Benedetto XI, Filippo riuscì a far eleggere
un papa francese, Clemente V.
E dopo essere stato incoronato a Lione, la sede
papale fu trasferita ad Avignone. Vescovi ed abati
erano nominati dal Pontefice.
Inoltre, pagavano grandi somme per le cariche che
ricoprivano; le imposte pagate alla Chiesa, servivano
per mantenere il lusso alla corte avignonese.
Fino al 1377, sette papi risiedettero ad Avignone:
Clemente V Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente
VI, Innocenzo VI, Urbano V, e Gregorio XI.
Lo scisma d’Occidente
Nel 1377 Gregorio IX spostò la sede pontificia a Roma lasciando il Papato con divisioni
interne e pressioni esterne.
Nel 1378 Gregorio morì e i cardinali francesi denunciarono alcune irregolarità
nell’elezione di Urbano VI e lo sostituirono con Clemente VII che ripristinò la sede
avignonese.
Questo episodio aprì lo scisma della Chiesa di Occidente (1378-1414) e, per quasi
quaranta anni, si crearono due Chiese nell’Europa: quella avignonese riconosciuta da
Francia, Lorenza, Scozia e dai regni di Castiglia, e quella romana appoggiata dagli Stati
Italiani, dall’Impero, dall’Inghilterra e dai Regni scandinavi.
Per tentare un superamento della crisi, alcuni prelati delle due parti convocarono a Pisa
nel 1409 un concilio che elesse come nuovo papa pisano Alessandro V, ma i pontefici di
Roma e di Avignone rifiutarono di rinunciare al trono.
Lo scisma d’Occidente
Così la Chiesa convocò un concilio ecumenico, dove riunì
tutti i vescovi cristiani per eleggere un pontefice al di
sopra dei due schieramenti.
Il concilio fu convocato da Sigismondo da Lussemburgo a
Costanza nel 1414.
I papi pisano e romano abdicarono nel 1415, mentre
quello avignonese fu abbandonato dai sostenitori e
deposto nel 1417.
L’11 novembre 1417 l’assemblea elesse pontefice della
Chiesa universale Oddone Colonna col nome di Martino V.
Egli non contestò mai la superiorità del concilio sul
pontefice, ma il successore, Eugenio IV, subito dopo la sua
elezione sciolse il consiglio riunito a Basilea.
La peste bubbonica del '300
La peste che colpì l'Europa tra 1347 e 1351 è stata l'epidemia
peggiore e più famosa della storia.
Migliaia di persone si ammalarono e morirono nel lasso di
qualche giorno o poche ore.
Il nemico che generava queste morti improvvise era invisibile e
si manifestava tramite sintomi devastanti come una forte febbre
e la comparsa di bubboni neri, da cui si attribuì il nome di Morte
Nera o peste bubbonica all'epidemia.
Il rimedio più ovvio per difendersi da questa sciagura consisteva
nell'abbandonare immediatamente la zona colpita dal contagio:
ne troviamo testimonianza nel Decameron di Giovanni
Boccaccio.
Elementi di crisi
Il XIV secolo in Europa è stato un periodo di grave crisi economica, sociale e
demografica.
Gli elementi principali che determinarono la crisi sono le carestie dovute a cattive
annate agricole e l’epidemia di peste del 1348.
La crisi causò un grave crollo demografico e il generale impoverimento della popolazione
europea, sia nelle campagne che nelle città.
Il Trecento, è stato anche un periodo di grandi cambiamenti, soprattutto nel settore
produttivo e nella divisione del lavoro nelle città, tanto che alcuni storici dell’Otto e
Novecento, l’hanno interpretato come una fase di transizione dal sistema feudale a
quello capitalistico.
Lotte contadine e rivolte urbane
La fame e la miseria, nonché le trasformazioni avvenute nell’organizzazione del lavoro in
città e nella produzione agricola produssero diversi moti di rivolta e rivendicazioni in
tutta Europa.
L’insurrezione più famosa del Trecento è la jacquerie francese, esplosa fra i contadini
dell’Ile-de-France nel 1358. La rivolta fu appoggiata dal ceto mercantile parigino, che
sperava di sfruttarla per intaccare il potere nobiliare.
Negli anni Settanta e Ottanta del Trecento scoppiò un’altra rivolta contro la pressione
fiscale dei grandi feudatari in Linguadoca e Piemonte. Nel Canavese gli insorti arrivarono
a minacciare Torino, appoggiati dalla popolazione. Dopo una prima fase di successo non
seppero però coordinarsi e nel 1387 furono sconfitti dall’esercito del conte di Savoia.
Lavoro svolto da:
Bianchi Jacopo
Ferti Alessandro
Galluccio Daniele
Pragliola Alfredo