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DONNA NELLA MESOPOTAMIA

-MASSIMO SANTOVECCHI
-NICOLO NOBILE
-JASMINE VIERO
BABILONESI
I primi centri urbani del Medio Oriente nacquero in Mesopotamia, nelle valli del Tigri e
dell’Eufrate, ovvero nella parte meridionale dell’attuale Iraq. Lo sviluppo di queste società urbane
dettero origine a una società stratificata in cui le élite militari e religiose costituivano le classi
possidenti. La crescente complessità e specializzazione della società, costituita da artigiani,
mercanti e contadini, contribuì all’ulteriore subordinazione delle donne, facilitando la loro
esclusione dalla maggior parte delle attività professionali. Conseguentemente, la sessualità
femminile diventò proprietà maschile, prima del padre e poi del marito.
La famiglia patriarcale viene dunque istituzionalizzata, codificata e sostenuta dallo Stato, come
nella civiltà Babilonese, e più tardi in quella Assira, ancor più severa e restrittiva.
Nel Codice di Hammurabi, la raccolta di leggi stilata dal re Hammurabi di Babilonia, la donna
disponeva di una certa tutela. Esso proibiva espressamente che le donne venissero picchiate o
maltrattate, e limitava a tre anni il periodo in cui il marito poteva dare in pegno la propria moglie o i
figli, a causa di un debito contratto. Inoltre, consentiva al marito di divorziare facilmente, pagando
un’ammenda o restituendo la dote. Le donne, invece, potevano ottenere il divorzio solo con grande
difficoltà. La legge a proposito dice: “Se una donna odia a tal punto il marito da dichiarare: “Tu non
mi puoi avere”, la sua condotta verrà giudicata dal consiglio della sua città e se si è comportata bene
e non ha commesso colpe, può prendere la dote e ritornare a casa del padre”, ma se il consiglio
stabiliva che la donna “non si era comportata bene, era una perditempo, trascurava la casa e
umiliava il marito, dovranno buttarla nell’acqua”.
ASSIRI
La legislazione assira (1200 a.C. circa) omise queste misure protettive e permise esplicitamente
che le persone date in pegno venissero picchiate. Per quanto riguarda il divorzio, diversamente
dalle leggi babilonesi, stava al marito decidere se compensare o meno la moglie, lasciandola a
mani vuote.
All’epoca delle città-stato, il potere e l’autorità erano esercitati esclusivamente dal marito e dal
padre, ai quali moglie e figli dovevano obbedienza assoluta. In un testo sumero della metà del III
millennio a.C troviamo scritto che se la moglie osava contraddire il marito, questi poteva colpire
la moglie sui denti con mattoni cotti , ed appenderli insanguinati alla porta di casa, affinché tutti
li vedessero. Le leggi del codice assiro indicano inoltre che la violenza a una ragazza vergine era
concepita come un crimine che danneggiava economicamente il padre della vittima: la pena, per
uno stupratore non sposato, consisteva nel pagare il prezzo di una donna vergine e nell’obbligo di
sposare la donna violentata.
Nella legge assira esistevano disposizioni molto precise che specificavano quali donne dovessero
portare il velo e quali no. Mogli e figlie dei Signori dovevano essere velate, al pari delle concubine
che accompagnavano le loro padrone e delle prostitute sacre che si erano sposate. Prostitute e
schiave non potevano invece coprirsi il volto con il velo, e quelle sorprese a farlo illegalmente
potevano essere punite in vario modo: con le frustate, col versamento di pece sulla testa, col taglio
delle orecchie.
In Mesopotamia, quindi, la grande maggioranza delle donne conduce la sua vita sotto l’“ombrello”
di una protezione maschile, passando dalla tutela del padre a quella del marito senza soluzione di
continuità. Esistono inoltre forti disparità fra uomo e donna che, però, tendono a variare a seconda
dei periodi e delle diverse regioni.
IL RUOLO DELLA DONNA NELLA
FAMIGLIA
All’interno della famiglia, la donna è gerarchicamente sottoposta al “pater
familias” che, in casi di estrema necessità e indigenza, può arrivare a vendere
moglie e figli. Le fonti cuneiformi, tuttavia, offrono un quadro abbastanza
contrastante dello status delle donne nella società mesopotamica, dove
l’importanza da esse rivestita, pur all’interno di una struttura gerarchica
patriarcale, appare testimoniata dalle norme che regolano gli scambi di beni per
la stipula dei contatti matrimoniali. Diversamente da altre società nella società
mesopotamica l’impegno matrimoniale è siglato dal versamento della teræatum
da parte del futuro marito: una sorta di “prezzo nuziale” fissato dalle parti,
destinato a rifondere la famiglia della sposa della sua perdita. La sposa riceve a
sua volta dalla propria famiglia una dote, ıikrum, suo patrimonio inalienabile,
fondamentale in caso di divorzio o vedovanza. Il suo valore sta innanzi tutto
nell’essere strumento indispensabile della continuazione familiare e
patrimoniale; e tuttavia, dati gli importanti aspetti sociali veicolati
dall’istituzione matrimoniale nella società mesopotamica, ella costituisce anche
il tramite privilegiato di relazioni e alleanze. Il ruolo di madre conferisce alla
donna una posizione molto importante all’interno della famiglia, la funzione
procreativa: la donna era responsabile della crescita e dell’educazione dei figli,
come della gestione, spesso anche amministrativa, del focolare domestico.
Significativa era la regolamentazione del “divorzio”, in cui non mancano gli
aspetti di tutela della donna, e che non compromette di per sé l’onorabilità di
quest’ultima, quando non sia dovuto a cause per lei disonorevoli. Il marito, poi,
ha sempre l’obbligo di rifondere alla moglie abbandonata la sua dote, e spesso
altri beni, ad esempio in caso di sterilità .
STRUTTURA FAMILIARE
La struttura familiare era come quella di oggi, con madre, padre, figli, e parentela allargata. Sia gli
uomini che le donne lavoravano, mentre i bambini venivano cresciuti secondo sesso e condizione
sociale. I maschi d’alto rango andavano a scuola, mentre le loro sorelle restavano in casa ad
apprendere le arti domestiche; i maschi di basso ceto seguivano i padri al lavoro, mentre le
femmine, come le benestanti, apprendevano l’impiego domestico della madre.

L’abbigliamento, come tutto il resto, era conseguenza e rappresentazione del grado sociale di
ciascuno. Gli uomini indossavano generalmente una lunga tunica o gonnellini di pelli di capra o
pecora cucite insieme, le donne una veste di lana o lino. Le vesti femminili non erano di colore
uniforme: diversi motivi e decorazioni si possono vedere arricchirne l’abbigliamento;
 
La vita quotidiana dell’antica Mesopotamia non era molto diversa dalle vite delle persone che
abitano ora nella stessa area. Come noi moderni, gli antichi mesopotamici amavano le proprie
famiglie, lavoravano, e godevano del tempo libero.
Se ci sono figli a carico della madre, il marito può essere obbligato a lasciare
alla moglie la totalità del suo patrimonio. Nel caso, invece, che la moglie si
ammali di una malattia grave, il marito potrà prendere una seconda moglie,
ma non divorzia. Infine, fatto estremamente importante, anche la donna ha
il diritto di lasciare il marito e che non si tratti soltanto di un diritto teorico
sancito dai codici, è provato dalla presenza, in alcuni contratti matrimoniali,
di clausole volte ad ostacolarlo. Alcuni contratti fanno anche esplicito
riferimento al rispetto reciproco fra i due sposi: «in aperta campagna e in
città si rispetteranno l’un l’altro». In certi ambiti, come vedremo, alla morte
del padre la madre può essere investita del ruolo paterno. Non esistono
forme di reclusione per le donne (salvo il caso di particolari categorie di
sacerdotesse o concubine reali), che godono, quindi, di una certa libertà di
movimento anche fuori della casa o del palazzo. Pur dipendendo dal padre o
dal marito, la donna, specialmente nella Babilonia, non si trova sotto
perpetua tutela: ella, infatti, può disporre di poteri propri per acquistare o
cedere terreni, beni mobili e immobili, e talvolta anche impiantare e gestire
in proprio attività artigianali e commerciali.