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Prospettiva pedagogica che riflette sulle tematiche riguardanti

i rapporti tra le culture e si costruisce promuovendo tramite


l’educazione il rispetto delle differenze.
Nasce in Europa (Francia, Germania, Svizzera anni ’60) a
seguito dell’arrivo degli immigrati nei paesi che necessitavano
manodopera e soprattutto dalla presenza dei loro figli nelle
scuole e nelle strutture educative. La scuola è il luogo in cui
emergono le prime problematiche nuove e nasce l’esigenza di
trovare delle soluzioni pratiche, cioè strategie educative
interculturali
In origine (soprattutto in Germania), si parlava di Pedagogia
per stranieri, in riferimento ad interventi di sostegno
scolastico rivolto esclusivamente a figli di immigrati.
Compensativa:
Il presupposto è che esiste una mancanza da parte degli
immigrati, il risultato è che si finisce per creare un deficit
laddove in realtà non esiste: se l’immigrato non conosce la
lingua del paese d’accoglienza, il deficit è della scuola se
questa non attiva i mezzi per risolvere questo problema.
Le pratiche compensative variano a seconda di come lo stato
d’accoglienza recepisce il fenomeno dell’immigrazione:
Mentre la Germania promuoveva le competenze dei bambini
stranieri nella lingua madre, pensando a un rapido ritorno nel
paese d’origine, la Francia privilegiava l’insegnamento del
francese in virtù del suo passato coloniale.
Parte dal presupposto che le difficoltà di integrazione siano
legate agli stereotipi riguardanti il paese di provenienza
dell’alunno straniero. Se pero il bambino è nato nel paese di
accoglienza, la sua cultura non è riferibile ad un determinato
paese ma è di tipo familiare.
Questo modello pone 2 interrogativi: -
1.Chi è abbastanza preparato sulla cultura di provenienza
degli alunni stranieri?
2.Di quale cultura si parla? La cultura è sottoposta a un
mutamento continuo e se ne fa esperienza solo nel quotidiano.
Noi non conosciamo la cultura dell’altro, ma la creiamo in
base alla nostra percezione.
L’approccio culturalista è corretto sul piano concettuale,
ma di difficile applicazione.
Integrazione culturale:
E’ un approccio dialettico: analizza i problemi dell’alunno
immigrato, le competenze dell’insegnante, gli strumenti
della scuola.
Richiede un impegno all’inclusione: l’obiettivo è nuova
cultura frutto di un lavoro di mediazione di entrambe le
parti.
Il modello rimane astratto, se la cultura di origine non è
aperta alla nuova cultura o se non esistono gli strumenti
adatti a realizzarlo (mediatori linguistici, corsi di
alfabetizzazione per i genitori, incontri con gli insegnanti,
occasioni di partecipazione alla vita della scuola)
La prospettiva interculturale non riguarda solo i
problemi legati all'immigrazione, ma deve prendere in
considerazione tutto l’insieme di fattori che
sviluppano i processi multiculturali.
Questi fattori sono:
 la globalizzazione dei mercati, che vede persone, merci, capitali spostarsi da un paese all'altro o
da un continente all'altro
 gli stili di vita e di consumo nelle società ricche, che vengono conosciuti e imitati in tutto il
pianeta. I cambiamenti riguardano soprattutto la famiglia, il matrimonio, le relazioni affettive, la
sessualità.
 La crescita del turismo e delle comunicazioni di massa, che permette di osservare gli eventi a
livello mondiale. Lo sviluppo delle tecnologie digitali ci reso protagonisti virtuali di rapporti
internazionali, promossi dall'utilizzo della lingua inglese a livello planetario.
 L'andamento demografico disomogeneo sia tra paesi sia tra continenti (aumento delle nascite nei
paesi poveri e calo in quelli ricchi; popolazione più concentrata in alcune zone della terra che in
altre).
 La distribuzione della ricchezza: i paesi a sviluppo avanzato (PSA) rappresentano il 14% della
popolazione mondiale, ma consumano l'80% delle ricchezze prodotte; i paesi in via di sviluppo
(PVS) rappresentano l'86% della popolazione mondiale ma consumano solo il restante 20% delle
ricchezze.
 L'avvio di processi di integrazione economica e politica tra i vari stati: ossia la costruzione
dell'Europa unita.
Pedagogia interculturale per tutti
La pedagogia interculturale deve agire sia sul piano
dell'accoglienza e dell'inserimento degli stranieri nella società
autoctona sia preparando la popolazione autoctona all’incontro
con l’altro, poiché l'incontro con la diversità porta
inevitabilmente al conflitto.
Il problema non è solo quindi educarsi ad accogliere chi arriva
da lontano, ma anche e soprattutto gestire l'incontro con la
diversità, poiché la multiculturalità è entrata a far parte della
nostra vita e cultura non solo se nel nostro paese sono presenti
immigrati.
L'incontro con l'immigrato rappresenta solo un'occasione per
imparare a vivere e a confrontarsi con l'altro, inteso come
cultura, valori, lingue e stili di vita.
Compiti della pedagogia
interculturale:
Analizzare criticamente i modelli educativi, i progetti,
i problemi legati all'incontro/scontro tra varie culture,
interpretando la complessità senza scendere nella
semplificazione.
Impedire la chiusura all'altro e la negazione delle
altre culture, evitando al tempo stesso un'apertura
acritica agli altri valori e comportamenti.
Analizzare i fenomeni collegati all'incontro/scontro
tra le varie culture, decostruendo gli stereotipi e i
pregiudizi che minano questi incontri.
Ruolo dell’educazione
Revisione di concetti e paradigmi (politici, economici, culturali e
pedagogici)
Far emergere i limiti e le contraddizioni della cultura dominante
attraverso un lavoro di smascheramento: analisi critica delle
istituzioni e dei modelli politici compreso quello democratico.

Rilanciare l’ istanza universalistica attraverso:


Decentramento del punto di vista
Rifiuto di qualsiasi gerarchizzazione a priori delle diverse
tradizioni
Ricerca continua dei valori condivisi o condivisibili
Acquisire consapevolezza dei rispettivi etnocentrismi
Decostruire gli stereotipi
Come si fa a zittire un italiano?
Gli si legano le braccia dietro la schiena
Perché gli italiani sono tutti bassi?

Perché da bambini la mamma gli ha detto: “Quando sarai


grande andrai a lavorare”
Da cosa si riconosce un italiano ad un combattimento di
galli?

E’ il solo che scommette sull’anatra.


Da cosa si riconosce la mafia in un combattimento di
galli?

Vince l’anatra…
Quanti italiani servono per
cambiare una lampadina?

Mio cugino conosce un tipo che ha un fratello: il padre


della sua ragazza ha fatto il militare con un certo Riccardo
il cui cognato era stato a scuola con uno la cui madre
aveva un laboratorio di calzature. Uno degli operai usciva
con una ragazza. Il padre di questa andava sempre a messa
la domenica con un certo Guido che conosceva un tipo
che aveva una sorella che era sposata con un elettricista
che ha detto che lo farebbe gratis….
Il paradiso europeo
I poliziotti sono inglesi, i meccanici
tedeschi, i cuochi francesi, gli amanti
italiani e tutto è organizzato dagli svizzeri.
L’Inferno europeo

I poliziotti sono tedeschi, i meccanici francesi, i cuochi


inglesi, gli amanti svizzeri e tutto è organizzato dagli
italiani.
Spunti di riflessione
Lo scopo è di fare emergere la figura stereotipata dell’italiano,
così come viene visto in alcuni paesi stranieri:

Quali caratteristiche degli italiani emergono da queste


barzellette?

Quali sono le immagini che più spesso vengono associate agli


italiani? Vi riconoscete in questo ritratto?

Da dove pensate traggano origine queste immagini?


LO STEREOTIPO: DEFINIZIONI

Il termine proviene dall’ambiente tipografico, dove, verso la fine del Settecento, fu


coniato per indicare la riproduzione di immagini a stampa per mezzo di forme
fisse. Il termine deriva, infatti, dal greco stereòs = rigido e da tùpos = impronta
(Mazzara, 1997)*.

La parola stereotipo è infatti definita come: “opinione precostituita su


una classe di individui, di gruppi o di oggetti che riproducono forme
schematiche di percezione e di giudizio” (Galimberti, 1992, p. 912)* o,
ancora “opinione prestabilita che si impone come un cliché ai membri
di una collettività” (Piéron, 1973, p. 550)*.
Ciò che è rilevante comprendere in tema di stereotipi è che “è stato
dimostrato che l’opinione su un gruppo di popolazione influenza il
comportamento di tale gruppo provocando comportamenti conformi
allo stereotipo” (Galimberti, 1992, p. 912). Sebbene spesso siano valutati
negativamente in quanto tendono a mantenere i pregiudizi sociali, gli
stereotipi hanno un valore notevole perché contengono verità
sufficienti a predire il comportamento di individui o gruppi
(Galimberti, 1992).

*Mazzara, B.M. Stereotipi e pregiudizi, Il Mulino, Bologna, 1997.


*Galimberti, U., Dizionario di psicologia, Torino, UTET, 1992; Piéron, H., Dizionario di psicologia, La nuova
Italia, Firenze.
IL PROCESSO

Lo stereotipo è, in altre parole una forma di semplificazione della realtà: come


sostenne Lipmann (1922), il rapporto con la realtà è mediato dalle immagini
mentali che uno si costituisce di essa. Tali immagini sono spesso molto
semplificate e molto rigide in quanto non sempre la mente umana “desidera”
trattare la grande varietà delle forme con cui il mondo si presenta.
La formazione degli stereotipi avviene, dunque, per un processo di
semplificazione della realtà. Tale processo (Mazzara, 1997)* :

 si verifica secondo modalità culturalmente previste: “gli stereotipi fanno parte


del gruppo e come tali vengono acquisiti dai singoli e utilizzati per una efficace
comprensione della realtà” (p. 15)
 svolge una funzione di tipo difensivo, in quanto contribuiscono al
mantenimento di una cultura e delle sue forme di organizzazione, così
garantendo all’individuo la salvaguardia della sua posizione
 guida la raccolta delle informazioni e l’analisi della realtà, in quanto i dati di
esperienza vengono già filtrati secondo le categorie rappresentate dagli
stereotipi.

*Mazzara, B.M. Stereotipi e pregiudizi, Il Mulino, Bologna, 1997.


*Galimberti, U., Dizionario di psicologia, Torino, UTET, 1992; Piéron, H., Dizionario di psicologia, La nuova
Italia, Firenze.
PERCHÉ GLI STEREOTIPI?

La formazione degli stereotipi sarebbe un processo naturale e pressoché


universalmente condiviso.
Tra le molte spiegazioni delle ragioni di questo fenomeno, una fa riferimento al
fatto che la creazione è un processo di semplificazione della realtà che è
necessario per la nostra mente.
Essa, infatti, non potendo elaborare la grande quantità di dati provenienti
dall’esterno, procederebbe a una forma di semplificazione, attraverso la creazione
di categorie di significato omogenee. Tale processo di astrazione comporta poi,
però, che a ogni singolo elemento di quella categoria vengano attribuite tutte le
caratteristiche dell’insieme.
Molti sono i tipi di stereotipi con cui ci si confronta quotidianamente:

sessuali connessi alle età della vita


di genere connessi alle professioni
religiosi connessi alla diversa abilità
fisica
razziali
connessi alla dipendenza da
sostanze…

*Mazzara, B.M. Stereotipi e pregiudizi, Il Mulino, Bologna, 1997.


IL PREGIUDIZIO

Dal punto di vista etimologico, il termine indica un giudizio precedente


all’esperienza, ossia un giudizio emesso in assenza di dati sufficienti. Per questa
mancanza di dati, il pregiudizio viene di solito considerato un giudizio errato
(Mazzara, 1997)*.
Le scienze sociali hanno specificato come, in genere, il pregiudizio :

si riferisca non tanto a fatti o eventi, quanto a gruppi sociali, sebbene siano
comuni anche giudizi dati su accadimenti della vita quotidiana o su relazioni
interpersonali
si caratterizzi come giudizio di tipo negativo che tende a penalizzare l’oggetto
del giudizio stesso.

*Mazzara, B.M. Stereotipi e pregiudizi, Il Mulino, Bologna, 1997.


Definizioni a seconda di generalità o
specificita
Al massimo livello di generalità: giudizio
precedente all'esperienza o in assenza di dati empirici,
che può intendersi quindi più o meno errato.
Al massimo livello di specificità: tendenza a
considerare in modo ingiustamente sfavorevole le
persone che appartengono ad un determinato gruppo
sociale. 
Il rapporto di conoscenza dell’altro è di fatto fortemente
influenzato dagli stereotipi e dai pregiudizi perciò è
necessario cercare di capire quali sono i meccanismi che
determinano il sorgere di questa modalità di conoscenza
per tentare di modificarli o per lo meno di evitare che
siano usati meccanicamente e inconsapevolmente.
La formazione del pregiudizio

Secondo l'APPROCCIO COGNITIVO il pregiudizio si forma a


livello di organizzazione individuale delle conoscenze: l’essere
umano in quanto elaboratore di informazioni adotta dei
meccanismi che gli consentono di semplificare la realtà per
renderla più comprensibile.
Questi meccanismi di riorganizzazione delle conoscenze
rappresentano dei processi di inferenza, che arrivano al
soggetto dalla famiglia, dal gruppo dei pari, dalle istituzioni e
dalle agenzie formative.
Secondo questo approccio, il pregiudizio non è un errore nella
formazione del nostro pensiero, ma un limite del nostro
conoscere.
Conseguenze:
Il pregiudizio porta così al diffondersi di informazioni e
atteggiamenti sociali denigratori nei confronti di soggetti
appartenenti a gruppi minoritari.

Il pregiudizio negativo può portare al disprezzo per un individuo solo


perché appartiene a questi gruppi minoritari. Fortunatamente il
pregiudizio non si trasforma sempre in comportamenti
discriminatori.

Secondo molti autori, il pregiudizio non è solo riflessione,


espressione e organizzazione del pensiero, ma determina anche
l’orientamento all'azione.
 
I pregiudizi possono essere di vario
tipo:
ETNICO-RAZZIALI: ossia nei confronti di minoranze
etniche
RELIGIOSI: come la persecuzione degli ebrei, dei
cristiani, ecc.
DI GENERE: nei confronti delle donne
SOCIALI: nei confronti dei meridionali, degli anziani,
di persone in situazione di handicap.
SESSUALI: nei confronti degli omosessuali e delle
differenze sessuali.
Origine e cause del pregiudizio
Il pregiudizio sociale molto spesso nasce dalla paura che i propri
spazi e interessi siano minacciati dalla presenza dell’altro e
diventa quindi uno strumento per difendere i propri privilegi e
al tempo stesso entrare a far parte di un gruppo (principio di
inclusione ed esclusione).

La sua origine dipende da diversi fattori:


L’eterogeneità della struttura sociale, che può alimentare una
chiusura verso gli altri
Le trasformazioni sociali che determinano fratture culturali
Le dimensioni del gruppo minoritario
Mass-media, cultura religiosa, politica, ecc. che non scoraggiano
l’aggressività nei confronti dell’altro, del diverso.
STEREOTIPI E PREGIUDIZI in ambito educativo
L’ EFFETTO PIGMAGLIONE (ROSENTHAL e
JACOBSON) riguarda gli esiti che meccanismi come
la stereotipizzazione possono avere sul rendimento
scolastico: le aspettative degli insegnanti, basate su
una percezione stereotipata dell’allievo, si
trasformano in profezie che si auto-avverano e
inducono cambiamenti nei comportamenti che vanno
verso la direzione attesa.
Stereotipo e identità personale
Una RICERCA dei DURAND illustra le
rappresentazioni che in alcuni insegnanti francesi si
creano in base alla percezione che hanno dei loro
allievi asiatici, maghrebini e zingari. Ne risulta che le
valutazioni scolastiche sono assegnate dagli
insegnanti in base agli stereotipi e ai pregiudizi
attribuiti al gruppo etnico di appartenenza piuttosto
che per le qualità e i comportamenti del singolo
allievo. 
 Creazione di una graduatoria di merito: al vertice gli asiatici, seguiti dai
maghrebini e infine gli zingari.
 Motivazione: il senso comune trasforma gli stereotipi in pregiudizio.
 Conseguenza: Riferimenti che non hanno nulla a che fare con il rendimento
scolastico, diventano discriminanti per la valutazione (aspetto fisico, cura
nell’abbigliamento, ecc).
 Mentre gli studenti zingari vengono considerati più maturi, autonomi,
sensibili per le loro esperienze esistenziali, queste caratteristiche positive
diventano negative in ambito scolastico. La loro autonomia si trasforma in
mancanza di autocontrollo, lo spirito di iniziativa in irrequietezza, ecc.
 Il soggetto non viene considerato come un allievo in carne ed ossa, ma come
espressione stereotipata di quella determinata etnia (Gli allievi zingari, che
sono abituati a cavarsela da soli sin da piccoli, anche a scuola devono essere
autonomi e pieni di spirito d’iniziativa, salvo poi essere accusati di
insubordinazione).
 Gli studenti asiatici sono rappresentati in modo positivo (educati, onesti,
puliti) e per queste caratteristiche sono anche considerati bravi scolari.
Pregiudizi etnici
Difficoltà relazionali tra i Ladinos e gli Indigeni Guatemaltechi
sono descritte dal premio Nobel per la Pace, Rigoberta
MENCHU.
I ladinos nonostante discendano da indigeni e spagnoli, si
sentono si sentono superiori agli indigeni, anche se sono poveri
e vivono nelle loro stesse condizioni.
La costruzione del pregiudizio diventa un meccanismo per
differenziarsi in termini positivi: il possesso della lingua
spagnola, unico elemento oggettivo che permette di distinguere
i 2 gruppi, diventa un elemento di discriminazione (positiva) tra
meticci e indigeni, per riscattarsi da una medesima condizione
economica e sociale.
 
Gli stereotipi e i pregiudizi si fondano su 3 fattori
e si manifestano a 3 livelli:

1. Cognitivo, lo stereotipo nasce per la la necessità di semplificare la realtà,


definire la nostra rappresentazione del mondo e il nostro vivere quotidiano.
Dal punto di vista pedagogico, questo è il livello soggettivo, ossia il livello del
soggetto che apprende e si rapporta con se stesso e con il proprio sapere.

2. Psico-sociale, il pregiudizio nasce per la necessità di riconoscerci nell’altro e


differenziarsi da lui. Attraverso l’effetto dell’assimilazione ci riconosciamo in
coloro che hanno i nostri stessi segni di appartenenza, attraverso l’effetto di
contrasto tendiamo a evidenziare le differenze con coloro che non
appartengono alla nostra cultura.

3. Storico-sociale, nasce per spiegare la realtà degli eventi su cui influiscono. Le


differenze sono collegate agli stereotipi e ai pregiudizi e spiegano il perché di
determinati atteggiamenti distruttivi. Dal punto di vista pedagogico, questo è
il livello istituzionale e politico, e su questo piano sono la società e le
istituzioni sociali ha svolgere un ruolo fondamentale nel definire il senso
comune e la maggior parte degli atteggiamenti collettivi.
Questi 3 fattori e livelli si influenzano reciprocamente
in un gioco reciproco di attribuzione di
responsabilità.

Come si evince questo nell’antisemitismo?


Pregiudizi razzisti nella cultura “alta”
ALBERTO BURGIO storia del razzismo.

Nella scienza dell’uomo, si crea l’idea di una evoluzione


genetica e culturale dell’uomo bianco sulle altre razze, in
base alla quale si costruisce una gerarchia di potere, che
giustifica il dominio del bianco in quanto unico
rappresentante dell’umanità.
Verso gli altri si adotta una discriminazione giustificata
dalla loro mancata condizione di umanità, pertanto
assimilati a bestie o cose possono essere sottomessi a ogni
forma di potere, dalla violenza allo sfruttamento.
Pregiudizio religioso:
La tratta dei negri poteva essere giustificata come una
delle vie del Signore, per avvicinare al verso i
“selvaggi” senza Dio.
 
Gli zingari bersagli privilegiati
 “La Zingarella” di Miguel de Cervantes (1613)

 L’autore afferma che gli zingari nascono solo per rubare e che il furto
è così insito nella loro natura che se ne liberano solo con la morte.
 Una bambina di stirpe aristocratica viene rapita in fasce e allevata da
una vecchia zingara, senza che questa riesca a cancellare le sue nobili
origini. Questa ragazza diventa una delle ballerine gitane più famose
del paese. Un giovane nobile si innamora di lei, e nonostante le tante
difficoltà e grazie al pentimento della vecchia zingara, che ammette il
rapimento i due giovani, scopertisi entrambi nobili, possono sposarsi
con la benedizione delle rispettive famiglie.
 Da questa commedia non emergono solo i pregiudizi e gli stereotipi
nei confronti dei gruppi minoritari (gli zingari) ma anche i
meccanismi di valorizzazione del gruppo maggioritario.
Il pregiudizio nei confronti degli zingari è espresso in
molti modi: ladri, asociali, ubriaconi, sfruttatori di minori,
genitori incapaci di provvedere alla cura dei propri figli.
Questi pregiudizi hanno portato a tragiche conseguenze,
come ad esempio le stragi di zingari nei campi di
concentramento nazisti o nei gulag staliniani. 
Un altro esempio di atto discriminatorio nei confronti
degli zingari è quello attuato dalla società filantropica
svizzera che nel 1926 creò una sezione rivolta ai figli degli
zingari, ossia ai figli della strada.
Cultura d’origine e d’accoglienza
La scrittrice saharawi, Nassera Chora oramai adolescente
torna nella terra di origine dei genitori e scopre un mondo
che prima aveva immaginato solo attraverso i racconti dei
genitori. Lo shock e il disgusto per quella che percepisce
solo come arretratezza la turbano profondamente.  
Il processo di omologazione produce fratture profonde
nella costruzione intellettuale del soggetto in formazione:
il pregiudizio che porta a valorizzare il proprio gruppo può
anche portare alla rimozione e alla negazione del proprio
passato, e quindi a rinunciare alla cultura e alla lingua
della famiglia d’origine.
I processi di assimilazione, che annullano e negano
l’identità dell’altro, della sua storia, della sua cultura
si basano sui pregiudizi razziali, che portano alla
svalorizzazione del proprio gruppo, e quindi a
disprezzare sia il sé sia il proprio gruppo di
appartenenza.
Lo sguardo degli “altri” su noi
Da una ricerca condotta a Roma emerge una figura dell’italiano
basata su
Pregiudizi positivi: l’italiano è ingegnoso, allegro, estroverso,
sa adattarsi, anche se è un po’superficiale, curioso, disponibile,
ecc. Gli immigrati sostengono che questi sono gli elementi che
fanno apprezzare loro la vita che si svolge nel nostro paese,
molto vicina ai ritmi e modi dei loro paesi d’origine.

Pregiudizi negativi: l’italiano non si assume nessuna


responsabilità, non ama i coinvolgimenti eccessivi, ecc. Gli
immigrati criticano soprattutto il fatto che gli italiani non
rispettino gli anziani. Una società che non rispetta gli anziani,
non ha cura di sé, delle sue origini, del senso del suo esistere.
Famiglia e religione
 Un’altra critica riguarda i rapporti familiari, concepiti come un nucleo
chiuso di affetti e interessi, che porta ad un’educazione sbagliata: figli
viziati, che crescono senza riuscire a responsabilizzarsi. Soprattutto per i
musulmani la famiglia italiana è vista come priva di un centro organizzatore
morale e religioso: i ragazzi e le ragazze hanno troppa libertà, le donne
stanno fuori casa oltre il necessario, non c’è rispetto per la figura paterna,
ecc.

 Un altro aspetto molto criticato è quello religioso: i principi religiosi


dovrebbero rappresentare un punto di riferimento nella vita individuale e
collettiva, ma mancano nel sistema dei valori italiano. Gli italiani si
dichiarano cattolici, ma non seguono le pratiche religiose, limitandosi ad
un’adesione formale e adottando una scala di valori legata a consumismo,
materialismo, individualismo. Solidarietà, cultura e religione restano relegate
agli ultimi posti della scala.
 
Il razzismo nelle scienze sociali
Il razzismo nasce in virtù delle scienze sociali positiviste,
che considerano la razza come un principio della vita
sociale e dell’evoluzione della storia dell’umanità. In realtà
anche i greci consideravano i diversi “barbari”.
Molti storici collocano la nascita del razzismo scientifico
verso la fine del XIX sec., contemporaneo del
colonialismo, dello sviluppo industriale e
dell’immigrazione. Per comprendere la nascita del
razzismo, è necessario partire dall’elaborazione di teorie
collegate all’esistenza delle razze umane.
Il conflitto razziale: dove e quando nasce il
razzismo

Il termine razzismo è abbastanza recente poiché entra in uso tra


le due guerre mondiali. Nonostante ciò, le idee discriminanti
nei confronti dell’altro sono molto più antiche anche se non
venivano riconosciute come tali perché nell’ordine naturale
delle cose.
Se il razzismo è considerato come una connotazione positiva
che un gruppo dà di se stesso e una rappresentazione negativa
degli altri, allora esso non è altro che una manifestazione di
etnocentrismo presente in tutti i popoli e gruppi.
L’etnocentrismo però non è uguale al razzismo e richiede
un’analisi specifica per poter poi individuare le caratteristiche
del razzismo
Taguieff: l’etnocentrismo è l’attitudine di auto-preferenza di
gruppo, che spinge a valutare tutto secondo i valori e le norme
proprie del gruppo di appartenenza del soggetto. Al tempo
stesso rivela anche la tendenza presente in ogni gruppo umano
a credersi migliore di un altro.
l’etnocentrismo presenta una polarità di attitudini: una
favorevole al proprio gruppo e l’altra sfavorevole rivolta agli altri
che diventano oggetto di pregiudizi, di stereotipi negativi, di
disprezzo.
l’etnocentrismo esacerbato può portare a fenomeni di
xenofobia, ossia a una violenta ostilità verso gli stranieri e tutto
ciò che viene percepito come straniero.
L’etnocentrismo, anche se ha avuto funzioni sociali
positive nel favorire comportamenti altruistici
all’interno del gruppo di appartenenza, rivela una
forma di difesa della propria condizione.
Anche l’etnocentrismo ha una base ideologica, ossia
un’insieme di pensieri negativi verso l’altro e quindi
manifestazioni discriminanti.
Oggi invece con il termine razzismo si indicano tutti
quei problemi collegati alla discriminazione e
all’esclusione, che spesso sono propri
dell’etnocentrismo.
Il razzismo vero e proprio
 I primi studi cercano di evidenziare quegli elementi di diversità oggettiva,
che servirebbero a giustificare le differenze tra i vari gruppi sociali. Le
prime ricerche di antropologia risalgono al 1854 e cercano di garantire la
logica dell’esistenza del sistema schiavistico.
 Negli Stati Uniti gli studi sul razzismo hanno avuto uno sviluppo più
consistente per l’alta percentuale di popolazione nera costretta prima alla
schiavitù e poi a vivere in una condizione di povertà e marginalità.
 La realtà di uomini e donne ridotti in schiavitù si giustifica in base a una
presunta inferiorità razziale che attribuisce ai neri una natura lasciva e
indolente che li rende inadatti all’autonomia. Questa interpretazione
scientifica costituirà per molto tempo un modo di rafforzare nel senso
comune l’idea che gli schiavi sono naturalmente obbedienti e sottomessi.
 Ricerche successive riprendono i pregiudizi popolari sui neri sostenendo la
loro incapacità di adattarsi alle società evolute, ma anche l’obbligo per la
razza superiore di assisterli.
RACE RELATIONS
A queste tesi si contrappongono molti studiosi che
spostano la ricerca sociologica dall’individuazione delle
caratteristiche razziali allo studio dei rapporti razziali e
interculturali.
Negli anni ‘20, questi studiosi non cercano più di spiegare
i meccanismi sociali attraverso l’esistenza di differenze tra
le razze. L’attenzione si sposta dalla razza alla cultura e
dalla ricerca di caratteristiche innate ai rapporti
interculturali tra i vari gruppi.
Secondo Robert E. Park, le RACE RELATIONS sono il
frutto del colonialismo commerciale, dello sviluppo
industriale capitalistico, dell’evoluzione storica europea.
Bianchi e neri d’America
 All’inizio non c’erano problemi perché la condizione di schiavo eliminava i
neri dalla competizione sociale.
 I rapporti tra i vari gruppi, divisi in base al colore della pelle erano molto rigidi
e ognuno aveva il proprio compito. Con l’introduzione del sistema delle caste
molti neri si sono trasferiti dal Sud al Nord e hanno migliorato il loro livello
d’istruzione. In questo modo il desiderio di emancipazione dei neri diventa
una grave contraddizione in una società che si dichiara democratica. I bianchi
cercano comunque di limitare l’accesso ai neri fomentando il pregiudizio
razziale come elemento strutturale che serve a frenare l’entrata dei neri nella
competizione.
 L’attenzione di Park si concentra sulla soggettività dei rapporti razziali e
grazie a ciò analizza alcune forme elementari di razzismo e comportamenti
come la violenza, le discriminazioni, ecc.
 Scostandosi dallo studio delle caratteristiche proprie di ogni razza e
dedicandosi ai conflitti reali, Parker svela il legame tra il pregiudizio razzista
e la posizione di potere che vige nei rapporti razziali. Il razzismo non è altro
che il tentativo di resistere al cambiamento dell’ordine sociale.
Il pregiudizio razziale è l’ostacolo più difficile da superare nelle
relazioni tra gruppi e culture diverse; e diventa grazie ad un
saggio della fine degli anni ’30 di John Dollard uno dei principali
nuclei d’interesse degli studi sociali.
Anche Dollard sostiene che il pregiudizio razziale è un
atteggiamento difensivo che vuole difendere i privilegi dei
bianchi nella situazione delle caste, opponendosi ai tentativi
dei neri di cambiare la loro posizione di inferiorità.
Il pregiudizio razziale è misterioso perché non si fonda su
alcuna evidenza reale e nasce senza che l’oggetto del
pregiudizio provochi offese o frustrazioni al gruppo dominante.
 
Secondo Eugene L. Horowitz il pregiudizio diventa
una vera e propria ideologica e unica chiave di lettura
della realtà.
Gli atteggiamenti verso i neri non sono determinati
tanto dal contatto con loro, quanto piuttosto dall’idea
che si ha di loro.
In questo modo il pregiudizio si trasforma in modelli
di comportamenti collettivi.
Elementi che determinano l’esistenza e la manifestazione del
pregiudizio razziale:
l’aggressione generalizzata legata alle frustrazioni dei
bianchi;
il consenso sociale del razzismo e la sua diffusione
che porta ad isolare il gruppo che rappresenta i
pregiudizi negativi;
la possibilità di individuare i soggetti appartenenti al
gruppo minoritario, verso i quali è “legittimo” provare
sentimenti di disprezzo.
La teoria di Dollard si avvicina molto a quella del capro
espiatorio, ma non spiega le situazioni di violento razzismo, in
cui non era facile distinguere l’altro dai componenti del gruppo
maggioritario.

Il pregiudizio in questo modo non è più solo la conseguenza


strumentale di una discriminazione violenta, ma è l’unico modo
per risolvere i problemi che nascono non da differenze razziali
ma nell’esperienza del gruppo dominante, il quale riversa sul
gruppo minoritario le proprie frustrazioni sociali e psicologiche,
e questo perché il gruppo minoritario non riesce a reagire al
disprezzo degli altri e subisce così il razzismo.
 
Razzismo immorale
Negli anni ’40 grazie a Gunnar Myrdal il problema dei neri
negli Stati Uniti diventa un problema morale.
Secondo l’autore, il concetto di nero è un concetto sociale che
non si fonda su dati biologici. Il razzismo non si basa sulla
conoscenza dell’altro ma piuttosto sull’ignoranza dell’altro, e
sull’ utilizzo di strutture mentali stereotipate e discriminanti.
Per capire il razzismo è quindi necessario osservare i
comportamenti dei bianchi e non quelli dei neri, e il modo in
cui i bianchi si rappresentano i neri.
Secondo l’autore è possibile un processo di assimilazione dei
neri, ma questo processo deve però collegarsi a dei profondi
cambiamenti nella mentalità dei bianchi.
 
Il razzismo nel dopoguerra
 Dopo la fine della 2° guerra mondiale e la scoperta di Auschwitz, gli
studi sul razzismo si concentrano soprattutto sull’antisemitismo
nazista.
 Per Theodor Adorno le convenzioni economiche, sociali e politiche
rappresentano l’espressione della personalità dell’individuo, che si
forma nei rapporti familiari e sociali dell’infanzia.
 L’antisemitismo sarebbe frutto di una personalità autoritaria,
orientata politicamente a destra, influenzata da un’ideologia
etnocentrica, maggiormente diffuso in quelle persone che professano
un’appartenenza religiosa.
 Questa personalità autoritaria sarebbe caratterizzata da conformismo,
desiderio di ribellione e di messa in discussione delle tradizioni e
istituzioni. Non riuscendo a riconoscere le proprie paure e debolezze,
le proietta sugli altri arrivando a manifestare violenza sull’altro, sul
diverso che rappresenta l’immagine distorta di sé.
Secondo l’autore il razzismo dipendere da fattori di
personalità, e il pregiudizio razziale non è più un problema
morale o una rappresentazione strumentale di un’oppressione,
ma qualcosa di profondamente radicato nella psiche.
Grazie ai contributi di Dollard e Adorno, il razzismo si
manifesta come l’incapacità di gestire le differenze ma anche le
somiglianze con l’altro, che si trova nell’inconscio delle
persone.
Il rapporto con l’altro è un rapporto ambivalente, perché
provoca sia paura sia piacere, e questo perché noi
continuiamo ad avere dentro di noi le immagini del rapporto
con l’altro assimilate durante l’infanzia.
Le interpretazioni psicanalitiche
 Lo psicoanalista Jean-Bertrand Pontalis afferma che la prima reazione
all’incontro con l’Altro è il terrore. Ma se lo straniero è simile a noi,
sostenere che il razzismo provochi un rifiuto dell’altro è quanto meno
incompleto. 
 Secondo Julia Kristeva, il fatto che lo straniero procuri fastidio e paura
è una realtà che appartiene al nostro inconscio, e il riaffiorare di
emozioni rimosse rappresenta la paura della morte, della perdita di sé.
Lo straniero, secondo l’autrice, è dentro di noi, e quando ne abbiamo
paura o lo trasformiamo in oggetto di disprezzo, in realtà stiamo
lottando con il nostro stesso inconscio.
 Anche secondo Wieviorka, il razzismo non è qualcosa che riguarda la
razza ma l’inconscio, comunque per capire le caratteristiche moderne
del razzismo, è necessario tenere presenti sia le condizioni individuali,
sia i dati storici concreti e i rapporti di potere tra individui e gruppi.