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MARX (Treviri 1818 – Londra 1883)

VITA (1818/1883) E OPERE


- 1835/36: facoltà di Giurisprudenza a Bonn, poi a Berlino; entra in contatto con i giovani
hegeliani; studia Hegel; passa alla facoltà di Filosofia e si laurea a Jena (1841)
- 1843: si trasferisce a Parigi in seguito a problemi legati alla sua attività di giornalista politico,
osteggiata dal governo prussiano.
- A Parigi stringe un’amicizia indissolubile con Engels, che lo sosterrà nella sua vita travagliata
- 1843: termina la Critica della filosofia del diritto di Hegel
- 1844: stende i Manoscritti economico- filosofici
- 1844: viene espulso dalla Francia e si trasferisce a Bruxelles, dove scrive con Engels la Sacra
famiglia (contro Bauer) e Tesi su Feuerbach
1847: M. fonda a
- 1845/46: scrive in collaborazione con Engels L’ideologia tedesca
Bruxelles un’associazione
- 1847: pubblica Miseria della Filosofia (contro Proudhon) di lavoratori tedeschi e si
- 1848: viene pubblicato il Manifesto del partito comunista unisce alla Lega dei
- 1864: viene fondata l’Associazione Internazionale dei lavoratori comunisti, dalla quale M.
ed Engels verranno
in cui Marx è figura dominante (la Prima Internazionale
incaricati di scrivere il
si scioglierà nel 1876) Manifesto del partito
- 1867: viene pubblicato il primo libro del Capitale comunista (1848)
- 1885-1894: escono postumi il secondo e il terzo volume del Capitale, grazie al lavoro di
decifrazione dei manoscritti di Engels.
CARATTERISTICHE DEL MARXISMO

• Il marxismo indaga il fatto sociale nella molteplicità delle sue manifestazioni

Si presenta come ANALISI GLOBALE DELLA SOCIETA’ E DELLA STORIA, che mette insieme il
punto di vista di diverse discipline, dalla filosofia all’economia, dalla storia alla sociologia.
• «I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo in modi diversi; si tratta ora di
trasformarlo» (Tesi su Feuerbach)
Marx si oppone al vecchio materialismo contemplante di Feuerbach e propone un nuovo
materialismo in cui l’uomo perviene alla soluzione dei suoi problemi non semplicemente
mediante la contemplazione della realtà, ma attraverso la PRASSI RIVOLUZIONARIA

«La "Liberazione" è un atto storico, non un atto ideale, ed è attuata da condizioni storiche ,
dallo stato dell’industria, del commercio, dell’agricoltura, delle relazioni». (L’ideologia
tedesca)

L’INTERPRETAZIONE DELL’UOMO E DEL SUO MONDO DIVENTANO IMMEDIATAMENTE IMPEGNO


DI TRASFORMAZIONE RIVOLUZIONARIA IDEALE DELL’UNIONE
TEORIA/PRASSI
LA DIALETTICA DEL MONDO MATERIALE

Strumento adeguato ad esprimere il movimento storico, la


ragione dialettica deve esprimere non il movimento
autonomo ed originario dello Spirito ( l’idealismo hegeliano)
ma il concreto divenire storico della realtà. Solo così la
filosofia acquisisce quella concreta immanenza nella realtà
storica che lo stesso Hegel formalmente le attribuiva e può
trasformarsi in efficace strumento di comprensione e di
trasformazione del reale, secondo le forme della razionalità.
ORIGINE DELLA DIVISIONE IN CAPITALISTI E PROLETARI: TESTO

“Potremmo chiedere da che dipende questo fenomeno curioso, per cui troviamo sul
mercato un gruppo di compratori che posseggono terra, macchine, materie prime
e i mezzi di sussistenza, tutte cose che, all'infuori del suolo al suo stato naturale,
sono prodotti del lavoro, e d'altra parte un gruppo di venditori che non hanno
altro da vendere che la loro forza-lavoro, le loro braccia e il loro cervello lavoranti.
Come avviene che un gruppo compera continuamente, per realizzare profitto e per
arricchirsi, mentre l'altro gruppo vende continuamente per guadagnare il proprio
sostentamento? L'esame di questa questione sarebbe un esame di ciò che gli
economisti chiamano "accumulazione primitiva od originaria", ma che dovrebbe
però chiamarsi espropriazione primitiva. Troveremmo che la cosiddetta
accumulazione primitiva non significa altro che una serie di processi storici i quali si
conclusero con la dissociazione dell'unità primitiva che esisteva fra il lavoratore e i
suoi mezzi di lavoro. Una ricerca di questo genere esce però dai limiti del mio tema
attuale. La separazione del lavoratore e degli strumenti di lavoro, una volta
compiutasi, si conserva e si rinnova costantemente a un grado sempre più
elevato, finché una nuova e radicale rivoluzione del sistema di produzione la
distrugge e ristabilisce l'unità primitiva in una forma storica nuova”. (Salario,
prezzo e profitto, 1865)
L’ORIGINEW STORICA DEL CAPITALISMO: TESTO

«La questione che qui ci interessa in primo luogo è questa: il rapporto del lavoro con
il capitale, ossia con le condizioni oggettive del lavoro come capitale, presuppone un
processo storico che dissolve le diverse forme in cui il lavoratore è proprietario o il
proprietario lavora. Dunque anzitutto : 1) dissoluzione del rapporto con la terra – col
suolo – quale condizione naturale di produzione con cui egli sta in rapporto come con
la propria esistenza inorganica, laboratorio delle sue forze e dominio della sua volontà.
Tutte le forme in cui si presenta questa proprietà presuppongono una comunità, i cui
membri, pur se tra loro possono esistere delle differenze formali, in quanto suoi
membri sono proprietari. La forma originaria di questa proprietà è pertanto la stessa
proprietà comune diretta […] 2) dissoluzione dei rapporti in cui egli figura come
proprietario dello strumento. Come la forma suddetta di proprietà fondiaria
presuppone una comunità reale, così questa proprietà del lavoratore sullo strumento
presuppone una particolare forma di sviluppo del lavoro manifatturiero come lavoro
artigiano; a questo è connesso il sistema delle corporazioni, ecc. […] 3) Ambedue i
casi implicano che egli prima di produrre possegga i mezzi di consumo necessari per
vivere come produttore. […] 4) Dissoluzione, d’altra parte, anche dei rapporti in cui gli
stessi lavoratori, le stesse capacità di lavoro vive fanno ancora parte direttamente
delle condizioni oggettive della produzione e come tali vengono appropriate – in cui
cioè sono schiavi o servi della gleba. Per il capitale, condizione della produzione non è
il lavoratore, ma solo il lavoro. Se può farlo compiere alle macchine o addirittura
dall’acqua, dall’aria, tanto meglio». (Lineamenti fondamentali della critica
dell’economia politica, 1857-58)
Il Quarto Stato (1898-1901), Pelizza da Volpedo
CRITICA DELLA FILOSOFIA HEGELIANA DEL DIRITTO (1843)

HEGEL MARX
• Interpreta il mondo in modo • Occorre ri -capovolgere ciò che Hegel
rovesciato: trasforma le realtà ha rovesciato, affermando che
empiriche in manifestazioni l’astratto (il pensiero) è una delle
necessarie dello Spirito manifestazioni del concreto (l’uomo in
• Legittima l’ordine esistente carne ed ossa)
• Cade nel MISTICISMO LOGICO:
capovolge il rapporto fra soggetto e
predicato , facendo del concreto una
manifestazione dell’astratto
• Ha il merito di aver concepito la realtà • Hegel, però, ha cercato una sintesi,
come totalità storico-processuale, una mediazione fra gli opposti che non
costituita da elementi concatenati fra è possibile perché nella realtà tra gli
loro e mossa dalle opposizioni opposti c’è solo lotta ed esclusione
• Lo Stato persegue il bene comune, è • Lo Stato diviene strumento degli
la massima manifestazione dello interessi particolari delle classi più
Spirito. forti
CONFRONTO MARX - HEGEL

•Hegel ritiene la famiglia e la società due momenti astratti che trovano


la loro compiuta realizzazione nella realtà concreta dello Stato; a
giudizio di Marx, Hegel ha scambiato l’elemento concreto con quello
ideale: la famiglia e la società sono i soggetti concreti che operano nella
realtà mentre lo stato è l’elemento ideale.

•Hegel legge la realtà con le categorie logiche della contraddizione e


della conciliazione: a differenza di quanto accade nel pensiero, nel
mondo finito delle relazioni economiche e sociali le contrapposizioni
non possono essere risolte nell’unità dell’Idea; nel mondo reale i
contrasti non si conciliano in sintesi superiori, ma restano aperti, spesso
in modo insanabile.
CRITICA DELLO STATO LIBERALE
• La proclamazione dell’uguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge (una
delle conquiste della Rivoluzione francese) presuppone e ratifica la loro
disuguaglianza sostanziale.
• Lo Stato liberale si basa sul diritto della libertà e della proprietà privata;
è la proiezione politica di una società a-sociale.
• La civiltà moderna è la società dell’egoismo e dell’individualismo (separazione
individuo/tessuto comunitario).
• Marx rifiuta il principio della rappresentanza (presuppone la scissione individuo-
Stato).

IDEALE DELLA DEMOCRAZIA SOSTANZIALE (COMUNISMO)


La società deve realizzare una perfetta compenetrazione fra individuo e comunità
(comunità solidale) eliminazione delle disuguaglianze reali fra gli
uomini
abolizione della proprietà privata
MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI (1844): CRITICA DELL’ECONOMIA BORGHESE E
PROBLEMATICA DELL’ALIENAZIONE
• L’economia borghese non si colloca in una prospettiva storico-processuale

- eternizza il sistema capitalistico, che viene trattato come se fosse l’unico modo possibile,
razionale e immutabile di produrre e distribuire ricchezza;
- Non coglie la conflittualità che lo caratterizza

• La proprietà privata viene trattata come un dato metastorico, un fatto


- La proprietà privata è, invece, la conseguenza del lavoro espropriato, conseguenza
dell’alienazione del lavoro umano:

«l’operaio mette nell’oggetto la sua vita, e questa non appartiene più a lui, bensì all’oggetto»
e l’oggetto, il suo prodotto «esiste fuori di lui, …e la vita, da lui data all’oggetto, lo
confronta estranea e nemica».

La proprietà privata, fondata sulla divisione del lavoro, rende il lavoro costrittivo.
ALIENAZIONE IN HEGEL, IN FEUERBACH E IN MARX

• Hegel: alienazione come movimento dello Spirito, che si fa altro da sé, esce fuori di sé, per manifestarsi
nella natura e nel mondo e tornare in sé arricchito

• Feuerbach: alienazione religiosa, dovuta al fatto che l’uomo ha posto la propria essenza fuori di sé, in
un altro ente (Dio) e in questo modo si estranea perché non riconosce la propria essenza.

• Marx: alienazione come stato di scissione, - al prodotto del proprio lavoro (non gli appartiene)
dipendenza e autoestranazione - alla propria attività (strumento per il profitto
del capitalista)
dell’operaio rispetto: - alla propria essenza (che si può esprimere solo

nel lavoro libero, creativo)


- al prossimo (per il rapporto conflittuale con il
capitalista)

• L a causa dell’alienazione: la proprietà privata dei mezzi di produzione, con cui il capitalista può
espropriare il proletario del suo lavoro e della sua umanità. La proprietà privata trasforma l’uomo da
fine in mezzo, da persona a strumento di un processo impersonale (catena di montaggio).

• Unica via d’uscita rispetto all’alienazione: abolizione della proprietà privata mediante la rivoluzione e
conseguente sostituzione del sistema capitalistico con il comunismo.
MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI (1844):TESTI

«Noi partiamo da un fatto dell'economia politica, da un fatto presente.


L'operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la
sua produzione cresce di potenza e di estensione. L'operaio diventa una merce tanto più vile
quanto più grande è la quantità di merce che produce. La svalorizzazione del mondo umano
cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce
soltanto merci; produce se stesso e l'operaio come una merce, e proprio nella stessa
proporzione in cui produce in generale le merci.
Questo fatto non esprime altro che questo: l'oggetto che il lavoro produce, il prodotto del
lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da
colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato
una cosa, è l'oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione.
Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell'economia privata come un
annullamento dell'operaio, l'oggettivazione appare come perdita e asservimento dell'oggetto,
l'appropriazione come estraniazione, come alienazione.
La realizzazione del lavoro si presenta come annullamento in tal maniera che l'operaio viene
annullato sino a morire di fame. L'oggettivazione si presenta come perdita dell'oggetto in
siffatta guisa che l'operaio è derubato degli oggetti più necessari non solo per la vita, ma anche
per il lavoro. Già, il lavoro stesso diventa un oggetto, di cui egli riesce a impadronirsi soltanto col
più grande sforzo e con le più irregolari interruzioni. L'appropriazione dell'oggetto si presenta
come estraniazione in tale modo che quanti più oggetti l'operaio produce, tanto meno egli ne
può possedere e tanto più va a finire sotto la signoria del suo prodotto, del capitale.
MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI (1844):TESTI

«Tutte queste conseguenze sono implicite nella determinazione che l'operaio si viene a trovare
rispetto riprodotto del suo lavoro come rispetto ad un oggetto estraneo. Infatti, partendo da
questo presupposto è chiaro che: quanto più l'operaio si consuma nel lavoro, tanto più
potente diventa il mondo estraneo, oggettivo, che egli si crea dinanzi, tanto più povero
diventa egli stesso, e tanto meno il suo mondo interno gli appartiene. Lo stesso accade nella
religione. Quante più cose l'uomo trasferisce in Dio, tanto meno egli ne ritiene in se stesso.
L'operaio ripone la sua vita nell'oggetto; ma d'ora in poi la sua vita non appartiene più a lui,
ma all'oggetto. Quanto più grande è dunque questa attività, tanto più l'operaio è privo di
oggetto. Quello che è il prodotto del suo lavoro, non è egli stesso. Quanto più grande è dunque
questo prodotto, tanto più piccolo è egli stesso. L'alienazione dell'operaio nel suo prodotto
significa non solo che il suo lavoro diventa un oggetto, qualcosa che esiste all' esterno, ma che
esso esiste fuori di lui, indipendente da lui, a lui estraneo, e diventa di fronte a lui una potenza
per se stante; significa che la vita che egli ha dato all'oggetto, gli si contrappone ostile ed
estranea. […] L'economia politica nasconde l'estraniazione insita nell'essenza stessa del lavoro
per il fatto che non considera il rapporto immediato esistente tra l'operaio (il lavoro) e la
produzione. Certamente, il lavoro produce per i ricchi cose meravigliose; ma per gli operai
produce soltanto privazioni. Produce palazzi, ma per l'operaio spelonche. Produce bellezza,
ma per l'operaio deformità. Sostituisce il lavoro con macchine, ma ricaccia una parte degli
operai in un lavoro barbarico e trasforma l'altra parte in macchina. Produce cose dello spirito,
ma per l'operaio idiotaggine e cretinismo.
MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI (1844):TESTI

«E ora, in che cosa consiste l'alienazione del lavoro?


Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo
essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non soddisfatto, ma
infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge
il suo spirito. Perciò l'operaio solo fuori del lavoro sì sente presso di sé; e si sente fuori di sé
nel lavoro. E a casa propria se non lavora; e se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro quindi
non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un
bisogno, ma soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela
chiaramente nel fatto che non appena vien meno la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il
lavoro viene fuggito come la peste. Il lavoro esterno, il lavoro in cui l'uomo si aliena, è un
lavoro di sacrificio di se stessi, di mortificazione. Infine l'esteriorità del lavoro per l'operaio
appare in ciò che il lavoro non è suo proprio, ma è di un altro. Non gli appartiene, ed egli, nel
lavoro, non appartiene a se stesso, ma ad un altro. Come nella religione, l'attività propria della
fantasia umana, del cervello umano e del cuore umano influisce sull'individuo
indipendentemente dall'individuo, come un'attività estranea, divina o diabolica, cosi l'attività
dell'operaio non è la sua propria attività. Essa appartiene ad un altro; è la perdita di sé.
Ne viene quindi come conseguenza che l'uomo (l'operaio) si sente libero soltanto nelle sue
funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt'al più ancora l'abitare una casa
e il vestirsi; e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è
animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale.
Certamente mangiare, bere e procreare sono anche funzioni schiettamente umane. Ma in
quell'astrazione, che le separa dalla restante cerchia dell'attività umana e le fa diventare scopi
ultimi ed unici, sono funzioni animali.
MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI (1844):TESTI

«[…] La creazione pratica d'un mondo oggettivo, la trasformazione della natura inorganica è la
riprova che l'uomo è un essere appartenente ad una specie e dotato di coscienza, cioè è un essere
che si comporta verso la specie come verso il suo proprio essere, o verso se stesso come un essere
appartenente ad una specie. Certamente anche l'animale produce. Si fabbrica un nido, delle
abitazioni, come fanno le api, i castori, le formiche, ecc. Solo che l'animale produce unicamente ciò
che gli occorre immediatamente per sé o per i suoi nati; produce in modo unilaterale, mentre
l'uomo produce in modo universale; produce solo sotto l'impero del bisogno fisico immediato,
mentre l'uomo produce anche libero dal bisogno fisico, e produce veramente soltanto quando è
libero da esso; l'animale riproduce soltanto se stesso, mentre l'uomo riproduce l'intera natura; il
prodotto dell'animale appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l'uomo si pone
liberamente di fronte al suo prodotto. L'animale costruisce soltanto secondo la misura e il bisogno
della specie, a cui appartiene, mentre l'uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa
ovunque predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l'uomo costruisce anche
secondo le leggi della bellezza.
Proprio soltanto nella trasformazione del mondo oggettivo l'uomo si mostra quindi realmente come
un essere appartenente ad una specie. Questa produzione è la sua vita attiva come essere
appartenente ad una specie. Mediante essa la natura appare come la sua opera e la sua realtà.
L'oggetto del lavoro è quindi l'oggettivazione della vita dell'uomo come essere appartenente ad una
specie, in quanto egli si raddoppia, non soltanto come nella coscienza, intellettualmente, ma anche
attivamente, realmente, e si guarda quindi in un mondo da esso creato. Perciò il lavoro estraniato
strappando all'uomo l'oggetto della sua produzione, gli strappa la sua vita di essere appartenente
ad una specie, la sua oggettività reale specifica e muta il suo primato dinanzi agli animali nello
svantaggio consistente nel fatto che il suo corpo inorganico, la natura, gli viene sottratta.
L’ALIENAZIONE: TESTI
Parimenti, il lavoro estraniato degradando a mezzo l'attività autonoma, l'attività libera, fa della
vita dell'uomo come essere appartenente ad una specie un mezzo della sua esistenza fisica.
Per opera dell'alienazione, la coscienza, che l'uomo ha della sua specie, si trasforma quindi in
ciò che la sua vita di essere che appartiene ad una specie diventa per lui un mezzo.
Il lavoro alienato fa dunque:
3) dell'essere dell'uomo, come essere appartenente ad una specie, tanto della natura quanto
della sua specifica capacità spirituale, un essere a lui estraneo, un mezzo della sua esistenza
individuale. Esso rende all'uomo estraneo il suo proprio corpo, tanto la natura esterna,
quanto il suo essere spirituale, il suo essere umano.
4) Una conseguenza immediata del fatto che l'uomo è reso estraneo al prodotto del suo
lavoro, della sua attività vitale, al suo essere generico, è l' estraniazione dell'uomo dall'uomo.
Se l'uomo si contrappone a se stesso, l'altro uomo si contrappone a lui. Quello che vale del
rapporto dell'uomo col suo lavoro, col prodotto del suo lavoro e con se stesso, vale del
rapporto dell'uomo con l'altro uomo, ed altresì col lavoro e con l'oggetto del lavoro dell'altro
uomo.
In generale, la proposizione che all'uomo è reso estraneo il suo essere in quanto appartenente
a una specie, significa che un uomo è reso estraneo all'altro uomo, e altresì che ciascuno di essi
è reso estraneo all'essere dell'uomo.»
DIFFERENTI ALIENAZIONI:
«La classe proprietaria e la classe del proletariato presentano la stessa autoalienazione
umana . Ma la prima classe, in questa autoalienazione, si sente a suo agio e confermata, sa
che l’alienazione è la sua potenza e possiede in essa la parvenza di un’esistenza umana; la
seconda classe, nell’alienazione, si sente annientata, vede in essa la sua impotenza e la realtà
di un’esistenza inumana « (La sacra famiglia, 1845)
CONFRONTO CON HEGEL

HEGEL MARX
• Ha riconosciuto l’importanza del lavoro • Ha approfondito il ruolo del lavoro nella
società umana
• L’alienazione è il prodotto di un sistema
• L’ alienazione è un’esperienza positiva e economico sbagliato ed iniquo
costruttiva
• Ha conferito maggiore valore alle
• Ha intuito che la liberazione scaturisce opposizioni reali
dall’oppressione

• Ha ridotto l’individuo ad autocoscienza e • Ha portato in primo piano l’uomo reale con


ha dimenticato l’uomo reale le sue condizioni materiali di vita

• Ha considerato soprattutto il lavoro • Ha cercato di superare la divisione del


spirituale e speculativo lavoro manuale e spirituale,

• Ha concepito l’alienazione e la
• Ha concepito l’alienazione e la
disalienazione come operazioni ideali,
disalienazione come processi reali, che si
che avvengono a livello di autocoscienza realizzano sul piano pratico.
TESI SU FEUERBACH (1845)

• Feuerbach ha individuato il problema dell’alienazione religiosa, ma non ha compreso la vera


causa dell’insorgere di essa:
Gli uomini, secondo Marx, alienano il proprio essere proiettandolo in un Dio immaginario solo
quando l’esistenza reale nella società classica proibisce lo sviluppo e la realizzazione della
loro umanità (religione come «oppio dei popoli») per superare
l’alienazione religiosa non basta denunciarla, ma bisogna modificare quelle condizioni di
vita che le permettono di sorgere (rivoluzione).

• L’essere dell’uomo non è dato una volta per tutte, ma è sempre storicamente condizionato
dai rapporti in cui l’uomo (reale) entra con gli altri uomini e con la natura che gli fornisce i
mezzi di sussistenza.
«Gli uomini cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a prodursi i loro
mezzi di sussistenza…producendo i loro mezzi di sussistenza gli uomini producono
indirettamente la loro stessa vita materiale»
attraverso il lavoro, come rapporto attivo con la natura, l’uomo crea se
stesso (la sua vita materiale e il suo modo d’essere). L’uomo, a differenza dell’animale,
«produce anche libero dal bisogno fisico e produce veramente solo nella libertà da tale
bisogno».
Feuerbach ha cercato la soluzione dei problemi reali nella dimensione della teoria, trascurando
l’aspetto della prassi rivoluzionaria.
TESI SU FEUERBACH (1845)
• Limite del materialismo di Feurbach: incapacità di porre nei termini corretti la relazione tra
realtà economico-sociale e altre espressioni della vita umana.

• «[…] egli non arriva agli uomini realmente esistenti e operanti , ma resta fermo
all’astrazione ʺl’uomoʺ, e riesce a riconoscere solo nella sensazione ʺl’uomoʺ reale ,
individuale, in carne ed ossa, il che significa che non riconosce altri rapporti umani dell’uomo
con l’uomo se non l’amore e l’amicizia e per lo più idealizzati».
• Feurbach non coglie la reale condizione materiale dell’uomo e delle sue produzioni
(tecniche e intellettuali) non individua le profonde contraddizioni economiche che sono
all’origine dell’alienazione dell’uomo nel lavoro, nella religione, nella vita.
• L’incapacità di risalire alle contraddizioni economiche e alle condizioni storiche in cui si
costituisce e si svolge la vita degli uomini impedisce a Feurbach di abbandonare il piano
della pura teoria per porsi su quello della pratica.
• Per Feurbach, quindi, come per tutti i filosofi della tradizione, vale il monito con cui Marx
chiude le sue Tesi:
«I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo ma si tratta di trasformarlo»
TESI SU FEUERBACH (1845)

«Il difetto capitale d’ogni materialismo fino ad oggi (compreso quello di Feuerbach) è che
l’oggetto, la realtà, la sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma dell’obietto o
dell’intuizione; ma non come attività umana sensibile, prassi; non soggettivamente. Di
conseguenza il lato attivo fu sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo,
dall’idealismo – che naturalmente non conosce la reale, sensibile attività in quanto tale –.
Feuerbach vuole oggetti sensibili, realmente distinti dagli oggetti del pensiero: ma egli non
concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva. Egli, perciò, nell’Essenza del
cristianesimo, considera come veramente umano soltanto l’atteggiamento teoretico, mentre
la prassi è concepita e fissata solo nel suo modo di apparire sordidamente giudaico. Egli non
comprende, perciò, il significato dell’attività “rivoluzionaria”, “pratico-critica”.
II
La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensí
una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il
carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero –
isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica. […]
IV
Feuerbach prende le mosse dal fatto dell’auto-estraneazione religiosa, della duplicazione del
mondo in un mondo religioso e in uno mondano. Il suo lavoro consiste nel risolvere il mondo
religioso nel suo fondamento mondano. Ma [il fatto] che il fondamento mondano si distacchi
da se stesso e si costruisca nelle nuvole come un regno fisso ed indipendente, è da spiegarsi
soltanto con l’auto-dissociazione e con l’auto-contradditorietà di questo fondamento
mondano.
TESI SU FEUERBACH (1845): testo

«[…] VI
Feuerbach risolve l’essenza religiosa nell’essenza umana. Ma l’essenza umana non è qualcosa di
astratto che sia immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà essa è l’insieme dei rapporti sociali.
Feuerbach, che non penetra nella critica di questa essenza reale, è perciò costretto:
1) ad astrarre dal corso della storia, a fissare il sentimento religioso per sé, ed a presupporre un
individuo umano astratto – isolato.
2) L’essenza può dunque [da lui] esser concepita soltanto come “genere”, cioè come universalità
interna, muta, che leghi molti individui naturalmente.
VII
Feuerbach non vede dunque che il “sentimento religioso” è esso stesso un prodotto sociale e che
l’individuo astratto, che egli analizza, appartiene ad un forma sociale determinata.
VIII
Tutta la vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che trascinano la teoria verso il misticismo
trovano la loro soluzione razionale nella prassi umana e nella comprensione di questa prassi.
IX
Il punto piú alto cui giunge il materialismo intuitivo, cioè il materialismo che non intende la sensibilità
come attività pratica, è l’intuizione degli individui singoli e della società borghese.
X
Il punto di vista del vecchio materialismo è la società borghese, il punto di vista del materialismo
nuovo è la società umana o l’umanità sociale.
XI
I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo ma si tratta di trasformarlo
LA CONCEZIONE MATERIALISTICA DELLA STORIA (L’Ideologia tedesca – 1845/46)

• Ideologia= rappresentazione falsa o deformata della realtà, derivante da specifici


interessi di classe (accezione negativa).
• Marx vuole fornirci un’analisi scientifica, non ideologica della società e dell’uomo:
- L’umanità è una specie evoluta composta di individui associati che lottano per la
propria sopravvivenza: «Il vivere implica prima di tutto il mangiare e bere,
l’abitazione, il vestire…la produzione della vita materiale stessa…»
La storia non è primariamente un evento spirituale, ma un processo materiale,
fondato sulla dialettica bisogno/soddisfacimento alla base della storia vi è
il lavoro (ciò attraverso cui l’uomo si rende tale).
TESI: l’unico soggetto della storia è la società nella sua STRUTTURA ECONOMICA=
modo di produzione forze produttive produttori
mezzi di produzione
dialettica conoscenze tecniche

rapporti di produzione rapporti di proprietà


LA CONCEZIONE MATERIALISTICA DELLA STORIA (L’Ideologia tedesca – 1845/46)

• Alla concezione idealistica della storia , che presenta gli eventi come momenti dello
spirito, si deve sostituire una «concezione materialistica» che descriva il reale
sviluppo delle forze economiche di produzione e che individui nelle classi sociali (e
non in astratti principi assoluti) i protagonisti delle vicende umane.
• La cultura, quando si limita a descrivere la realtà, a trascriverne i modi, le forme,
finisce per porsi al servizio delle classi dominanti, si abbandona a teorizzare e
classificare come necessari ed eterni rapporti economici e sociali che sono invece
storici; la cultura si fa, dunque, ideologia: sceglie di occultare le contraddizioni
sociali invece di descriverle, si assume il compito di legittimare le classi al potere
e i loro interessi, invece di sottoporli a critica. Solo mettendo in relazione le leggi
ed i valori, che l’ideologia presenta come universali, alle loro basi materiali e ai
determinati interessi di classe, la cultura può demistificare ogni forma di ideologia,
cogliere il carattere storico di ogni forma culturale, presentare serie e rigorose
spiegazioni delle attività materiali e spirituali dell’uomo.
IDEOLOGIA: insieme di credenze filosofiche, religiose, morali e
politiche in quanto non hanno una validità oggettiva, ma esprimono
solo una certa fase dei rapporti economici di una certa società;
l’ideologia è funzionale alla difesa degli interessi della classe
dominante.
LA DIALETTICA: TESTI
«Il presupposto perché il rapporto capitalistico si stabilisca è un determinato stadio
storico, una determinata figura storica della produzione sociale. E’ necessario che, in
seno ad un modo di produzione antecedente, si siano sviluppati dei rapporti di
produzione e circolazione, e dei bisogni tali che premano verso il superamento degli
antichi rapporti di produzione e la loro trasformazione nel rapporto capitalistico. Ma se,
a questo fine, è sufficiente che essi si siano sviluppati tanto da permettere la
sottomissione formale del lavoro al capitale, sulla base del nuovo rapporto si sviluppa
un rapporto di produzione specificamente diverso, che da un lato crea nuove forze
produttive sociali, dall’altro si svolge sulle loro fondamenta creando nuove condizioni
reali. Così si produce una rivoluzione economica completa: essa da una parte genera
per prima le condizioni reali del dominio del capitale sul lavoro, gli dà forma adeguata e
compiuta, dall’altra crea nelle forze produttive del lavoro , nelle condizioni di produzione
e nei rapporti di circolazione da essa sviluppati in antitesi al lavoratore, le condizioni
reali di un nuovo modo di produzione destinato a sopprimere la forma antagonistica
del modo di produzione capitalistico, e perciò getta le basi materiali di un processo di
vita sociale diversamente organizzato, quindi di una formazione sociale nuova. […] Da
una parte esso (il capitale) trasforma il modo di produzione precedente; dall’altra ,
questa forma modificata del modo di produzione , insieme ad un dato stadio di sviluppo
delle forze produttive materiali, è la base e la condizione , il presupposto della sua
stessa metamorfosi». (Il capitale, Libro I, capitolo VI inedito, 1863-65)
MATERIALISMO STORICO (STRUTTURA E SOVRASTRUTTURA)

• LA BASE ECONOMICA DELLA SOCIETA’ COSTITUISCE LA STRUTTURA SOPRA LA QUALE SI


ERGE UNA SOVRASTUTTURA GIURIDICO, POLITICO, CULTURALE

La SOVRASTUTTURA comprende i rapporti giuridici, le forme di Stato, le dottrine etiche,


religiose, filosofiche, ecc.

LA STRUTTURA
condiziona o determina
LA SOVRASTRUTTURA Le forze motrici della storia non sono
di natura ideale (idealismo storico),
bensì socio-economica (materialismo
storico)
«Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e
spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al
contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza» (Prefazione a Per la critica
dell’economia politica, 1859)
IL MATERIALISTO STORICO: TESTI

«Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo
conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione
sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari,
indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un
determinato grado di sviluppo delle forze produttive materiali. L'insieme di questi
rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base
reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale
corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione
della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale
della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al
contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto
del loro sviluppo, la forze produttive materiali della società entrano in
contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà
(che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi
s'erano mosse fino a quel momento. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle
forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di
rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o
meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.
IL MATERIALISTO STORICO: TESTI
«Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo
sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione che può essere
constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose,
artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire
questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di
se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che
essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita
materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di
produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze
produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai,
prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro
esistenza. Ecco perché l'umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere,
perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le
condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi
linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere
designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I
rapporti di produzione borghese sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione
sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che
sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel
seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di
questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della
società umana. (Prefazione a Per la critica dell’economia politica, 1859)
CONFRONTO HEGEL - MARX
HEGEL MARX
•La storia si configura come una totalità •La storia si configura come una totalità processuale
processuale dominata dalla forza della dominata dalla forza della contraddizione e
mettente capo ad un «risultato finale»
contraddizione e mettente capo ad un
•Il soggetto della dialettica è la struttura economica
«risultato finale»
della società
•Il soggetto della dialettica è lo Spirito
(Assoluto) •La dialetticità del processo storico è concepita come
•Le opposizioni individuate da Hegel, secondo empiricamente e scientificamente osservabile nei
Marx, sono opposizioni concettuali, non reali fatti stessi
•Hegel ha cercato una troppo facile
mediazione, conciliazione degli opposti, che •Le opposizioni che muovono la storia non sono
nella realtà non si verifica; nella realtà tra gli astratte e generiche, ma concrete e determinate
opposti c’è solo lotta od esclusione. (rapporto forze produttive/rapporti di produzione).

•Lo Stato e le sue forme rientrano nella


•Lo Stato rappresenta l’istituzione in cui lo sovrastruttura che è sempre condizionata o
Spirito si manifesta e si conosce in modo determinata dalla struttura economica;
assoluto («L’ingresso di Dio nel mondo è lo Le forme di Stato non possono essere
Stato») comprese per se stesse, né per evoluzione generale
dello spirito umano, ma solo in relazione ai rapporti
materiali dell’esistenza, da cui hanno origine.
DIALETTICA DELLA STORIA

Forze produttive di tipo agricolo Forze produttive di tipo industriale

Rapporti di produzione e di proprietà Rapporti di produzione e di proprietà


di carattere feudale di tipo capitalistico (imposte dalla
(imposte dall’aristocrazia) borghesia)

•I rapporti di produzione si conservano finché favoriscono le forze produttive e tendono a


rompersi quando diventano un ostacolo

Si innesca così la rivoluzione come scontro fra la classe che rappresenta i vecchi rapporti di
produzione e quella che rappresenta le nuove forze produttive.

Il confronto è solitamente vinto dalla classe che rappresenta le nuove forze produttive che
impone il suo modo di produzione e la sua visione del mondo

«Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la
potenza materiale dominante, è, in pari tempo, la sua potenza spirituale dominante».
LE EPOCHE DELLA FORMAZIONE ECONOMICA DELLA SOCIETA’
• Nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica (1859) Marx distingue
quattro epoche della formazione economica della società:

• SOCIETA’ ASIATICA (fondata su forme comunitarie di proprietà)


• SOCIETA’ ANTICA (di tipo schiavistico)
• SOCIETA’ FEUDALE
• SOCIETA’ BORGHESE

• Marx ritiene che la quinta epoca sarà quella della SOCIETA’ SOCIALISTA
(COMUNISTA)

«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un
ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento
reale che abolisce lo stato di cose presenti».
Tesi del socialismo come sbocco inevitabile della dialettica storica
CRITICA AGLI IDEOLOGI DELLA SINISTRA
• I rappresentanti della Sinistra hegeliana non si rendono conto che le idee non hanno
un’esistenza autonoma e non sono universalmente e sovratemporalmente valide, ma sono
storicamente determinate e provvisorie.

• L’emancipazione dell’uomo non si ottiene sostituendo «idee false» con «idee vere»,
tramite una battaglia puramente filosofica, ma si ottiene solo mediante la rivoluzione,
poiché non si tratta di un problema filosofico, risolvibile sul piano sovrastrutturale (della
critica teorica), ma di un problema pratico-sociale, risolvibile solo sul piano strutturale
(della prassi rivoluzionaria).

• I giovani hegeliani smarrendo i contatti con la realtà, ritirandosi nei loro castelli speculativi,
finiscono per :

1) sopravalutare la funzione delle idee e degli intellettuali


2) Presentare le proprie idee come universalmente e sovratemporalmente valide
3) Credere che tutto il negativo del mondo risieda nelle «idee sbagliate» e che l’emancipazione
umana consista nel sostituire ad idee false idee vere, tramite una battaglia puramente
filosofica

Finiscono per fornire un quadro inevitabilmente deformante o mistificante della


realtà.
MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA (1848)
• Analisi della funzione storica della borghesia (classe costituzionalmente dinamica;
economia di mercato e globalizzazione)

• Concetto della storia come lotta di classe soggetto autentico della storia: lotta
fra le classi

• Rapporto fra proletari e capitalisti: critica della proprietà privata; concetto della
coscienza di classe; dittatura del proletariato

• Società senza classi e internazionalismo della lotta proletaria:


«Proletari di tutti i Paesi, unitevi!»

• Critica dei socialismi non scientifici (Prodhon, Saint- Simon, Fourier, Owen), che si
sono limitati a delineare «società ideali», laddove il socialismo scientifico si basa su
un’analisi critico-scientifica dei meccanismi sociali del capitalismo e
sull’individuazione del proletariato come forza rivoluzionaria.
IL CAPITALE (1867-1885-1894)
• Il Capitale vuole essere una fotografia critica della SOCIETÀ CAPITALISTICA, intesa come STRUTTURA
COMPLESSIVA
• Secondo Marx l’economia deve far uso dello schema dialettico della TOTALITA’ ORGANICA, studiando il
capitalismo come una struttura i cui elementi risultano strettamente connessi.

• Caratteristica specifica del MODO CAPITALISTICO DI PRODUZIONE: essere PRODUZIONE


GENERALIZZATA DI MERCI Prima parte del Capitale dedicata all’ANALISI DEL
FENOMENO DELLA MERCE

VALORE D’USO: una merce deve servire a qualcosa


MERCE
VALORE DI SCAMBIO: una merce deve poter esser scambiata con altre merci;
discende dalla quantità di lavoro socialmente
necessario per produrla. Il rapporto di scambio è
un rapporto fra persone, anche se si tende ad attribuire
Il valore di scambio all’oggetto, mistificando la merce.

Più quantità di lavoro è necessaria per produrre


una merce, più tale merce vale
LA MERCE: TESTI
«A un primo sguardo la ricchezza borghese appare come una enorme raccolta di merci e la singola merce
come sua esistenza elementare. Ma ogni merce si presenta sotto il duplice punto di vista di valore d'uso e
di valore di scambio .
La merce è in primo luogo, nel linguaggio degli economisti inglesi, "qualsiasi cosa necessaria, utile o
gradevole alla vita", oggetto di bisogni umani, mezzo di sussistenza nel senso più ampio della parola. Questo
esistere della merce come valore d'uso e la sua esistenza naturale tangibile coincidono. Il grano ad esempio
è un valore d'uso particolare, differente dai valori d'uso cotone, vetro, carta, ecc. Il valore d'uso ha valore
solo per l'uso e si attua soltanto nel processo del consumo. Un medesimo valore d'uso può essere sfruttato
in modo diverso. La somma delle sue possibili utilizzazioni si trova però racchiusa nel suo esistere quale
oggetto dotato di determinate qualità. Questo valore d'uso, inoltre, è determinato non solo
qualitativamente, bensì anche quantitativamente. Valori d'uso differenti hanno misure differenti secondo le
loro naturali peculiarità, ad esempio un moggio di grano, una libbra di carta, un braccio di tela, ecc.
Qualunque sia la forma della ricchezza, i valori d'uso costituiscono sempre il suo contenuto, che in un primo
tempo è indifferente nei confronti di questa forma. Gustando del grano, non si sente chi l'ha coltivato, se un
servo della gleba russo, un contadino particellare francese o un capitalista inglese. Sebbene sia oggetto di
bisogni sociali e quindi si trovi in un nesso sociale, il valore d'uso non esprime tuttavia un rapporto di
produzione sociale. Questa merce come valore d'uso sia ad esempio un diamante. Guardando il diamante,
non si avverte che è merce. Là dove serve come valore d'uso, esteticamente o meccanicamente, al seno di
una ragazza allegra o in mano a chi mola i vetri, è diamante e non merce. L'essere valore d'uso sembra
presupposto necessario per la merce, ma l'essere merce sembra pel valore d'uso una definizione
indifferente. Il valore d'uso in questa sua indifferenza verso la definizione della forma economica, ossia il
valore d'uso quale valore d'uso, esula dal campo d'osservazione dell'economia politica. Vi rientra solo là
dove è esso medesimo definizione formale. In modo immediato, il valore d'uso è la base materiale in cui si
presenta un determinato rapporto economico, il valore di scambio.
LA MERCE: TESTI
«Il valore di scambio appare in primo luogo come un rapporto quantitativo, entro il quale valori d'uso sono
intercambiabili. Entro questo rapporto essi costituiscono la medesima grandezza di scambio. […]Come
valore di scambio, un valore d'uso vale esattamente quanto l'altro, purché sia presente nella dovuta
proporzione. Il valore di scambio di un palazzo può essere espresso in un determinato numero di scatole di
lucido da scarpe. Viceversa, i fabbricanti di lucido londinesi hanno espresso in palazzi il valore di scambio
delle scatole sempre più numerose del loro prodotto. Astraendo quindi del tutto dal loro modo d'esistenza
naturale e senza tener conto della natura specifica del bisogno per il quale sono valori d'uso, le merci si
equivalgono in determinate quantità, si sostituiscono le une alle altre nello scambio, sono considerate
equivalenti e in tal modo rappresentano la medesima unità malgrado la loro variopinta apparenza.
I valori d'uso sono direttamente mezzi di sussistenza. Ma viceversa questi mezzi di sussistenza sono essi
stessi prodotti della vita sociale, sono risultato di forza umana spesa, sono lavoro oggettivato. In quanto
materializzazione del lavoro sociale, tutte le merci sono cristallizzazioni di una medesima unità. Quello che
ora dobbiamo considerare è il carattere determinato di questa unità, ossia del lavoro che si esprime nel
valore di scambio. Un'oncia d'oro, una tonnellata di ferro, un quarter di grano e venti braccia di seta siano,
poniamo, valori di scambio uguali. In quanto sono tali equivalenti, in cui è cancellata la differenza
qualitativa dei loro valori d'uso, essi rappresentano un volume uguale di uno stesso lavoro. Il lavoro che in
essi uniformemente si oggettiva dev'essere esso stesso lavoro semplice, uniforme, indifferenziato, per il
quale sia indifferente apparire nell'oro, nel ferro, nel grano, nella seta, allo stesso modo che è indifferente
per l'ossigeno trovarsi nella ruggine del ferro, nell'atmosfera, nel succo dell'uva o nel sangue dell'uomo. Ma
scavare oro, portar alla luce ferro, coltivare grano e tessere seta, sono tipi di lavoro che differiscono
qualitativamente l'uno dall'altro. Infatti, ciò che oggettivamente appare come diversità dei valori d'uso,
appare nel corso del processo come diversità dell'attività che produce i valori d'uso. Perciò, il lavoro che
crea valore di scambio, in quanto è indifferente nei riguardi della particolare materia dei valori d'uso, lo è
anche nei confronti della forma particolare del lavoro stesso. I differenti valori d'uso sono inoltre prodotti
dell'attività di individui differenti, sono dunque il risultato di lavori individualmente differenti. Ma come
valori di scambio rappresentano un lavoro uguale, indifferenziato, ossia lavoro in cui è cancellata
l'individualità di chi lavora. Il lavoro che crea valore di scambio è quindi lavoro astrattamente generale.
LA MERCE: TESTI
« […]tutti i valori d'uso sono degli equivalenti nelle proporzioni in cui contengono il medesimo tempo di
lavoro consumato oggettivato. Come valori di scambio tutte le merci non sono che misure di tempo di
lavoro coagulato.
Per comprendere la determinazione del valore di scambio in base al tempo di lavoro occorrerà tener fermi i
seguenti punti di partenza principali: la riduzione del lavoro a lavoro semplice, per così dire privo di qualità;
il modo specifico in cui il lavoro, che crea valore di scambio e quindi produce merci, è lavoro sociale; infine,
la differenza che si ha fra il lavoro che ha per risultato valori d'uso e il lavoro che ha per risultato valori di
scambio.
Per misurare i valori di scambio delle merci in base al tempo di lavoro in esse contenuto, i differenti lavori
dovranno essi stessi essere ridotti a lavoro semplice, indifferenziato e uniforme, in breve al lavoro che
qualitativamente è sempre uguale e si differenzia solo quantitativamente.
[…] Il tempo di lavoro rappresentato nel valore di scambio è tempo di lavoro del singolo, ma del singolo
indifferenziato dall'altro singolo, da tutti i singoli in quanto compiono un lavoro uguale, e quindi il tempo
di lavoro richiesto per la produzione di una determinata merce è il tempo di lavoro necessario, che ogni
altro impiegherebbe per la produzione di quella stessa merce. E' il tempo di lavoro del singolo, il suo tempo
di lavoro, ma solo come tempo di lavoro comune a tutti, per il quale è indifferente di quale singolo individuo
esso sia il tempo di lavoro. […] E' soltanto l'abitudine della vita quotidiana che fa apparire come cosa banale,
come cosa ovvia che un rapporto di produzione sociale assuma la forma di un oggetto, cosicché il rapporto
fra le persone nel loro lavoro si presenti piuttosto come un rapporto reciproco fra cose e fra cose e
persone. Nella merce questa mistificazione è ancor molto semplice. Tutti più o meno capiscono vagamente
che il rapporto delle merci quali valori di scambio è piuttosto un rapporto fra le persone e la loro reciproca
attività produttiva. Nei rapporti di produzione di più alto livello questa parvenza di semplicità si dilegua.
Tutte le illusioni del sistema monetario derivano dal fatto che dall'aspetto del denaro non si capisce che esso
rappresenta un rapporto di produzione sociale, se pure nella forma di una cosa naturale di determinate
qualità. (Per la critica dell’economia politica, 1859)
IL CICLO PRODUTTIVO
• Ciclo economico società pre-borghese: M.D.M. MERCE – DENARO – MERCE
Una certa quantità di merce viene trasformata in denaro ed una certa quantità di
denaro viene ri-trasformata in merce

• Ciclo economico capitalistico: D.M.D’ DENARO – MERCE – PIU’ DENARO


il capitalista investe denaro in una merce per ottenere più denaro

Tale PLUSVALORE ha origine da quella particolare merce che è la FORZA-LAVORO (l’operaio)


che è in grado di produrre un valore maggiore di quello che gli viene corrisposto con il
salario (coincide con ciò che serve per vivere, lavorare e generare)

• Il PLUSVALORE discende dal PLUS-LAVORO dell’operaio (se l’operaio lavora 10 ore e il


capitalista gli riconosce 6 ore di salario le restanti 4 vanno a costituire quel pluslavoro, non
retribuito, che coincide con il plusvalore)

• PLUS-LAVORO: TEMPO-LAVORO NON RETRIBUITO


Spiegazione scientifica dello sfruttamento capitalista
PLUSVALORE: TESTI
«Lo scopo del compratore è la valorizzazione del suo capitale, la
produzione di merci che contengano una maggior quantità di lavoro di
quella che paga, che contengano quindi una parte di valore che a lui
non costa nulla e che ciononostante viene realizzata mediante la
vendita delle merci. […] L’aumento del prezzo del lavoro rimane
dunque confinato entro limiti che non solo lasciano intatta la base del
sistema capitalistico, ma assicurano anche la sua riproduzione su scala
crescente. La legge dell’accumulazione capitalistica mistificata in legge
di natura esprime dunque in realtà solo il fatto che la natura esclude
ogni diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro e ogni aumento
del prezzo del lavoro che siano tali da esporre ad un serio pericolo la
costante riproduzione del rapporto capitalistico e la sua riproduzione su
scala sempre più allargata. Non può essere diversamente in un modo di
produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di
valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza
materiale esista per i bisogni di sviluppo dell’operaio».
(Il capitale, I, 1867)
LA MERCE UMANA
• L’attività vitale degli uomini diventa, nel sistema capitalistico, una merce. L’economia
politica concepisce il lavoro alla stregua di un ordinario fattore di produzione, celando il
processo che lo muta in una cosa da vendere per vivere. Il risultato è che la società si divide
in classi, l’individuo in uomo e lavoratore, il tempo viene, a sua volta, diviso fra lavoro e
riposo, immiserendo entrambi i fronti della frattura.
• I salariati sono liberi in quanto singoli, ma di fatto (anche se non giuridicamente)proprietà
della classe che ne compra il lavoro.
• Il segreto che permette al capitalista di produrre merci e di riprodurre capitale è lo
sfruttamento.
«Per forza-lavoro o capacità di lavoro intendiamo l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali
che esistono nella corporeità , ossia nella personalità vivente di un uomo, che egli mette in
movimento ogni volta che produce valori d’uso di qualsiasi genere. Tuttavia affinché il
possessore di denaro incontri sul mercato la forza-lavoro come merce devono essere
soddisfatte diverse condizioni. […] 1) la forza-lavoro come merce può apparire sul mercato
soltanto in quanto e perché viene offerta o venduta come merce dal proprio possessore,
dalla persona della quale essa è a forza-lavoro. Affinché il possessore della forza-lavora la
venda come merce , egli deve poterne disporre, quindi essere libero proprietario della
propria capacità di lavoro, della propria persona. […] 2) La seconda condizione essenziale,
affinché il possessore del denaro trovi la forza-lavoro sul mercato come merce, è che il
possessore di questa non abbia la possibilità di vendere merci nelle quali si sia oggettivato il
suo lavoro, ma anzi sia costretto a mettere in vendita, come merce, la sua stessa forza-
lavoro, che esiste soltanto nella sua corporeità vivente.
LA MERCE UMANA
«Affinché qualcuno venda merci distinte dalla propria forza –lavoro, deve, com’è ovvio,
possedere mezzi di produzione, per esempio materie prime, strumenti di lavoro e così via.
[…] Dunque per trasformare il denaro in capitale il possessore di denaro deve trovare sul
mercato delle merci il lavoratore libero; libero nel duplice senso che disponga della propria
forza lavorativa come propria merce, nella sua qualità di libera persona , e che, d’altra parte,
non abbia da vendere altre merci, che sia privo ed esente, libero di tutte le cose necessarie per
la realizzazione della sua forza-lavoro. […] Una cosa è evidente, però. La natura non produce da
una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria
forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure
un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il
risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del
tramonto di tutta una serie di formazioni più antiche della produzione sociale « ( Il capitale, I,
1867)
«Dunque, il tempo di lavoro necessario per la produzione della forza-lavoro si risolve nel tempo
necessario per la produzione di quei mezzi di sussistenza ; ossia: il valore della forza-lavoro è il
valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del possessore della forza
lavoro.
[…] Le forze-lavoro sottratte al mercato dalla morte e dal logoramento debbono essere
continuamente reintegrate per lo meno con lo stesso numero di forze-lavoro nuove. Dunque, la
somma dei mezzi di sussistenza necessari alla produzione della forza-lavoro include i mezzi di
sussistenza delle forze di ricambio, cioè dei figli dei lavoratori, in modo che questa razza di
peculiari possessori di merci si perpetui sul mercato» (Il capitale, I, 1867)
LA MERCE COME FETICCIO
• Il concetto di feticcio designa una gamma di comportamenti che dall’idolatria giunge fino alla
perversione sessuale; loro denominatore comune è il ricorso ad un oggetto sostitutivo , ad
una cosa morta, o a parti di un corpo simbolicamente devitalizzate , che fa le veci di una
persona in carne ed ossa o di un’entità ritenuta comunque esistente. Il termine viene usato
da etnografi e storici della religione per descrivere il fenomeno mediante il quale individui
privi di qualsiasi capacità di astrazione attribuiscono ad una cosa poteri che questa non
possiede, poiché sono di esclusivo appannaggio umano o divino. L’oggetto investito di
facoltà magiche, illusorie e fittizie è in genere un manufatto (un amuleto) un prodotto
artificiale che viene ad acquisire una grande autorità sul proprio artefice, finendo per
governare molti aspetti della sua vita.
• Nelle pagine di Marx, invece, questa categoria diventa il nome che definisce una delle
patologie moderne più subdole: in una società in cui la scienza e la tecnica hanno
potenzialmente dissolto ogni mistero che limita il controllo del mondo, «l’indipendenza delle
persone le une dalle altre si integra in un sistema di dipendenza onnilaterale dalle cose».
Quel che si delinea è un universo «stregato , deformato e capovolto» dove gli uomini pagano
un prezzo inatteso per il tipo di libertà di cui godono: la soggezione alle merci nate dalle loro
mani, prime fra tutte il denaro.
• «Ogni uomo si ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo a un
nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di
godimento e quindi di rovina economica.[…]L’uomo diventa tanto più povero come uomo, ha
tanto più bisogno di denaro, per impadronirsi dell’essere ostile, e la potenza del suo denaro
sta giusto in proporzione inversa alla massa di produzione ; in altre parole la miseria cresce
nella misura in cui aumenta la potenza del denaro» (Manoscritti economico-filosofici, 1844)
LA MERCE COME FETICCIO

«L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale
forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio
lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà
sociali naturali di quelle cose; e quindi rispecchia anche il rapporto sociale tra
produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza
al di fuori dei prodotti stessi. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro
diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali. […]
Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose
è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi. Per trovare
un’analogia , dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Qui i
prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che
stanno in rapporto fra di loro e con gli uomini. Così, nel mondo delle merci, fanno i
prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che si attacca ai prodotti
del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla
produzione di merci». (Il capitale, I, 1867)
TENDENZE E CONTRADDIZIONI DEL CAPITALISMO
Capitalismo: tipo di società retto sulla logica del PROFITTO PRIVATO anziché dalla
logica dell’interesse collettivo.
Tale sistema genera una serie di contraddizioni che ne mineranno la sopravvivenza:
•Per aumentare il plus-valore occorre aumentare la produttività del lavoro,
introducendo nuovi e più efficaci metodi e strumenti di lavoro

NASCITA DELL’INDUSTRIA MECCANIZZATA la macchina aumenta


la quantità di merce prodotta nello stesso tempo dal medesimo
numero di operai
distruzione capitalistica dei beni
Crisi cicliche di SOVRAPPRODUZIONE

disoccupazione
•Caduta del saggio di profitto, dato dal rapporto fra plus-valore, capitale variabile
(capitale mobile investito in salari) e capitale costante (capitale investito nelle
macchine e in tutto ciò che serve alla fabbrica per funzionare)
L’OPERAIO COME APPENDICE DELLA MACCHINA

«[…] Entro il sistema capitalistico tutti i metodi per incrementare la forza produttiva
sociale del lavoro si attuano a spese dell’operaio; tutti i mezzi per lo sviluppo della
produzione si capovolgono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore,
mutilano l’operaio facendone un uomo parziale, lo avviliscono a insignificante
appendice della macchina, distruggono con il tormento del suo lavoro il contenuto del
lavoro stesso, gli estraniano le potenze intellettuali del processo lavorativo nella stessa
misura in cui a quest’ultimo la scienza viene incorporata come potenza autonoma;
deformano le condizioni nelle quali egli lavora, durante il processo lavorativo lo
assoggettano a un dispositivo odioso nella maniera più meschina, trasformano il
periodo della sua vita in tempo di lavoro […] nella misura in cui il capitale si accumula,
la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve
peggiorare. […] Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata
all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque
al tempo steso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza,
brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto, ossia dalla parte della classe
che produce il proprio prodotto come capitale. Questo carattere antagonistico
dell’accumulazione capitalistica è espresso informa diverse dagli economisti politici
[…]». (Il capitale, I, 1867)
LA RIVOLUZIONE
• La situazione finale del capitalismo sarà la seguente: da una parte una minoranza
industriale con una ricchezza ed un potere immensi, dall’altra una maggioranza
proletaria sfruttata (i piccoli capitalisti, per la legge della concorrenza, verranno
espropriati dai grandi magnati dell’industria e andranno ad ingrossare le fila del
proletariato)
• Le contraddizioni del capitalismo costituiscono la base oggettiva della rivoluzione
del proletariato, che svolgerà la missione storico-universale di attuare il
passaggio dal capitalismo al comunismo.
• Obiettivo della rivoluzione (pacifica o violenta che sia): abbattere lo Stato
borghese e le sue forme istituzionali, in quanto lo Stato moderno è visto come
sovrastruttura di una società civile prestatale dominata dagli interessi di classe
della borghesia.
• «Lo Stato è la forma in cui gli individui di una classe dominante fanno valere i loro
interessi comuni» (Ideologia tedesca, 1845-46)
• «il potere politico è il potere di una classe organizzata per opprimerne un’altra»
(Manifesto, 1848)
LA DITTATURA DEL PROLETARIATO
• «Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione
rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di
transizione, il cui stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del
proletariato» (Critica del Programma di Gotha, 1875)

• DITTATURA DEL PROLETARIATO: dittatura di una maggioranza di oppressi su di una


minoranza di (ex-)oppressori, destinata a scomparire.

• In La guerra civile in Francia Marx enuclea le principali caratteristiche della Comune del
1871:
- Sostituzione dell’esercito permanente con l’organizzazione degli operai armati
- Soppressione del parlamentarismo, ovvero della delega dell’esercizio del potere ad un
apparato politico specializzato
- Sostituzione del Parlamento con delegati eletti a suffragio universale, revocabili in ogni
momento
- Soppressione del privilegio burocratico
- Eliminazione della divisione dei poteri
DITTATURA DEL PROLETARIATO NEL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA
«Il proletariato si servirà del suo dominio politico per togliere via via alla borghesia tutto il capitale, per
concentrare nelle mani dello stato tutti gli strumenti della produzione, ossia nelle mani del proletariato
organizzato come classe dominante, e per aumentare con la massima velocità possibile le forze produttive.
Naturalmente tutto ciò non può accadere se non attraverso misure dispotiche contro il diritto di proprietà e
violazioni dei rapporti borghesi di produzione, ossia con misure che appariranno economicamente
insufficienti e insostenibili, che nel corso del movimento supereranno se stesse verso nuove misure, ma che
nel frattempo sono i mezzi indispensabili per rivoluzionare l’intero modo di produzione. Com’è ovvio, tali
misure saranno diverse da paese a paese.
Ma per i paesi più progrediti, potranno essere generalmente applicate le misure che qui di seguito
indichiamo:
•1. Espropriazione della proprietà fondiaria e impiego della rendita fondiaria per le spese dello stato.
•2. Imposta fortemente progressiva.
•3. Abolizione del diritto di eredità.
•4. Confisca dei beni degli emigrati e dei ribelli.
•5. Accentramento del credito nelle mani dello stato attraverso una banca nazionale con capitale di Stato e
con monopolio esclusivo.
•6. Accentramento dei mezzi di trasporto nelle mani dello stato.
•7. Aumento delle fabbriche nazionali e degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei
terreni secondo un piano generale.
•8. Uguale obbligo di lavoro per tutti, organizzazione di eserciti industriali specialmente per l’agricoltura.
•9. Unificazione dell’esercizio dell’agricoltura e dell’industria e misure atte a preparare la progressiva
eliminazione della differenza fra città e campagna.
•10. Educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella
sua forma attuale. Combinazione dell’educazione con la produzione materiale.»
LE FASI DELLA FUTURA SOCIETA’ COMUNISTA
• Nei Manoscritti (1844) nella sezione Proprietà privata e comunismo:

COMUNISMO ROZZO: la proprietà viene abolita solo


per essere trasformata in proprietà di tutti, tramite
la nazionalizzazione della proprietà e tutti diventano operai
Distinzione

COMUNISMO AUTENTICO: comporta un’effettiva soppressione


della proprietà e il superamento dell’uomo ossessionato
dall’avere (homo aeconomicus) da parte dell’uomo nuovo,
che esercita in modo creativo l’insieme delle sue potenzialità.

«[...] Dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione
del lavoro, e quindi anche il contrasto fra il lavoro intellettuale e il lavoro fisico […]
Ognuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i suoi bisogni»
(Critica del programma di Gotha, 1875)
COMUNISMO AUTENTICO
Il compito della Storia per Marx risulta il seguente: raggiungere quella
formazione economica che permetta lo sviluppo «onnilaterale», cioè
poliedrico ed integrale, dell’individuo.
Una società di questo tipo deve ergersi sulle seguenti basi:

•Abolizione della divisione del lavoro


•Abolizione dell’antitesi occupazione manuale/occupazione intellettuale
•Idea di un lavoro non puramente costrittivo, bensì creativo
•Idea di un’umanità «onnilaterale» e di una società in cui ognuno possa
avere secondo i propri bisogni
•Abolizione della proprietà privata
•Superamento della divisione in classi della società
•Società senza sfruttamento, senza miseria e senza Stato.
COMUNISMO AUTENTICO: TESTI
«La prima soppressione positiva della proprietà privata, il comunismo
rozzo, è dunque soltanto una manifestazione della abiezione della
proprietà privata che si vuol porre come comunità positiva.
2) Il comunismo: a) ancora di natura politica, nelle due specie
democratica e dispotica; b) accompagnato dalla soppressione dello
stato, ma ad un tempo non ancora giunto al proprio compimento e
pur sempre affetto dalla proprietà privata, cioè dalla estraniazione
dell'uomo. In entrambe le forme il comunismo sa già di essere la
reintegrazione o il ritorno dell'uomo a se stesso, la soppressione della
autoestraniazione dell'uomo, ma non avendo ancora colto l'essenza
positiva della proprietà privata, ed avendo altrettanto poco compreso la
natura umana del bisogno, rimane ancora avvinghiato e infetto dalla
proprietà privata. Ha, sì, compreso il suo concetto, ma non la sua
essenza.
COMUNISMO AUTENTICO: TESTI

3) Il comunismo come soppressione positiva della proprietà privata


intesa come autoestraniazione dell'uomo, e quindi come reale
appropriazione dell'essenza dell'uomo mediante l'uomo e per l'uomo;
perciò come ritorno dell'uomo per sé, dell'uomo come essere sociale,
cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la
ricchezza dello svolgimento storico sino ad oggi. Questo comunismo
s'identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con
l'umanismo, in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col
naturalismo; è la vera risoluzione dell'antagonismo tra la natura e
l'uomo, tra l'uomo e l'uomo, la vera risoluzione della contesa tra
l'esistenza e l'essenza, tra l'oggettivazione e l'autoaffermazione, tra la
libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie. E' la soluzione
dell'enigma della storia, ed è consapevole di essere questa soluzione».
(Manoscritti economico-filosofici del 1844)
COMUNISMO AUTENTICO: TESTI

«Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso


dell'evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli
individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico.
In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato
per opprimerne un'altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe
nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso
una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli
antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di
produzione le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, cioè
abolisce le condizioni d'esistenza delle classi in genere, e così anche il
suo proprio dominio in quanto classe.
Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra
le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno
è condizione del libero sviluppo di tutti».
(Manifesto del partito comunista, 1848)
COMUNISMO AUTENTICO: TESTI

«Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro
determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per
sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria.
Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi
bisogni, per conservare e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche
l’uomo civile e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i
possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa il regno
delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni,
ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano
questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in
ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano
razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano
sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come
da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore
possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro
natura umana e più degne di essa.
COMUNISMO AUTENTICO: TESTI

Ma questo rimane sempre un regno della necessità.


Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il
vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno
della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata
lavorativa».
(Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Libro III, cap. 48-III).