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bene

• Storia della filosofia: due diverse concezioni del bene:


1. concezione oggettivistica e metafisica;
2. concezione soggettivistica.
• Platone: concezione oggettivistica e metafisica (il fondamento metafisico del reale è costituito dalle idee, e il bene è
l’idea suprema). Accostamento del bene al Sole («Ciò che il b. è nel mondo intelligibile rispetto all’intelletto e agli
intelligibili, altrettanto è il Sole nel mondo visibile rispetto alla vista e agli oggetti visibili»: Repubblica, VI, 508 a-d). Il
b. è dunque in Platone il principio di spiegazione di tutto l’Universo: è ciò che fa essere ogni cosa, ideale e reale, è Dio
medesimo.
• Aristotele: due concezioni del bene:
1. concezione di carattere antiplatonico: il bene non è trascendente ma immanente alla vita sociale e politica dell’uomo;
2. concezione di ispirazione platonizzante: il bene si identifica con l’atto puro o motore immobile.
Virtù etiche e dianoetiche (saggezza e sapienza): Etica Nicomachea.
• Plotino: il bene è la prima ipostasi dell’Uno, è la causa dell’essere e della scienza (Enneadi, VI, 7, 16). Una cosa è
quindi buona nella misura in cui partecipa del bene supremo.
• Cristianesimo: il bene supremo è Dio. Dio è suprema bontà e suprema felicità. Dio è il supremo modello di ogni
operare umano. Dio è la sovrana misura in base alla quale tutto è giudicato.
bene

• Tommaso: coincidenza in Dio, secundum rem, del bene con l’essere («Ostensum est…ipsum esse primum ens et summum bonum»: Summa
contra Gentiles, II, 11, 910; cfr. anche Summa theologiae, I, q. 5, art. 1-3). Il cristianesimo, introducendo il principio della creazione, porta
così alle estreme conseguenze la dottrina del bene metafisico e ontologico in quanto rivendica al creato come tale la dignità di cosa buona
perché creata da Dio, Sommo Bene. Il bene metafisico diviene espressione di un afflato cosmico che unisce il mondo a Dio.
• Filosofia moderna:
1. naturalismo del Rinascimento: il bene è ciò che è appetito.
2. Soggettivismo moderno: trasforma radicalmente l’idea del bene.
a) Hobbes: formulazioni assai nette in senso soggettivistico: «L’uomo chiama buono l’oggetto del suo desiderio, cattivo l’oggetto del suo
odio o della sua avversione, vile l’oggetto del suo disprezzo. Le parole ‘buono’, ‘cattivo’, ‘vile’ si intendono sempre in rapporto a chi le
adopera; perché non c’è nulla di assolutamente e semplicemente tale e non c’è nessuna norma comune per il bene e per il male, che derivi dalla
natura delle cose» (Leviatano, I, 6).
b) Spinoza: «Intenderò essere bene quello che sappiamo certamente esserci utile» (Etica, IV, def. I).
c) Locke: «Ciò che è atto a produrre piacere in noi è quello che chiamiamo bene e ciò che è atto a produrre dolore è ciò che chiamiamo
male; e per nessun’altra ragione tranne la sua attitudine a produrre in noi piacere o dolore, nelle quali cose consiste la nostra felicità o
infelicità» (Saggio sull’intelletto umano, II, 21, 43).
d) Kant: riprende e trasforma profondamente la concezione soggettivistica: il bene consiste nella volontà buona, tesa al rispetto della
legge morale; consiste cioè in un modo d’azione estraneo a ogni calcolo di utilità o di felicità immediata, a favore del rispetto di quel dovere
che ogni uomo sente nella propria coscienza come un comando inesorabile. Kant tuttavia ammette che il bene perfetto (o sommo bene) deve
contenere, oltre alla virtù, anche la felicità, e postula l’esistenza di Dio, che, in una vita oltremondana, dovrà commisurare la felicità alla virtù.