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Capitolo 11

Reti professionali ed
evoluzione delle forme
organizzative interne alle
aziende

Alessandro Baroncelli, Luigi Serio - Economia e gestione delle imprese Copyright © 2013 McGraw-Hill Education (Italy) srl
Capitolo 11 – Reti professionali ed evoluzione delle forme organizzative

Le comunità di pratica: definizione

La ricerca accademica definisce le comunità di pratica come un insieme di


persone, congiunte da vincoli di relazione informali, che condividono una
certa pratica comune (Brown, Duguid, 1991; Lave, Wenger, 1991; Wenger,
1990 e 1991).

Il termine comunità indica l’informalità e la base personale su cui sono


costruite queste relazioni: i confini di queste forme organizzative non
corrispondono ai tradizionali confini geografici o funzionali ma ai confini
intangibili, che sono definiti dall’aggregarsi delle persone intorno a
determinate pratiche e conoscenze.

Il termine pratica denota invece che di norma sono costruite intorno alla
condivisione di una pratica, che può corrispondere o meno a una certa
funzione all’interno dell’organizzazione.

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Le comunità di pratica: parole chiave

• La legittimazione è l’elemento caratterizzante di una comunità e ne


definisce il potere e il grado di autorità nell’ambito in cui opera.

• La partecipazione caratterizza il grado di coinvolgimento nelle attività


comuni.

• Il cuore del modo di operare delle comunità di pratica è la conoscenza che


i membri stessi condividono e sviluppano.

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Le comunità di pratica: elementi costitutivi

Una comunità di pratica è usualmente costituita da tre elementi principali:

• il dominio di conoscenza, ossia quell’insieme di temi, problemi e aree di


interesse che i membri della comunità sperimentano nella loro attività
quotidiana e che rivestono ai loro occhi una particolare importanza;

• la comunità, definibile come quell’insieme di relazioni personali e


istituzionali che si creano fra i membri, e può essere identificata con una serie
di elementi quali i legami, le interazioni (regolarità, frequenza e ritmo),
l’evoluzione delle identità individuali e collettive e, ultimi ma non meno
importanti, gli spazi di incontro fisici o virtuali;

• la pratica è infine costituita dall’insieme di idee, strumenti, storie,


esperienze e norme che i membri della comunità condividono.

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Le comunità di pratica: caratteristiche
Le tre caratteristiche delle comunità di pratica che più frequentemente vengono
richiamate sono:

• il mutual engagement: modo in cui i membri di una comunità sono collettivamente


esposti a una categoria di problemi cui si dedicano attraverso la loro interazione
formale;

• lo shared repertoire: modo in cui i membri di una comunità condividono le risorse


storiche, sociali e fisiche del gruppo cui appartengono, e danno forma attraverso
l’azione al loro mutual engagement;

• la joint enterprise : modo in cui i membri di una comunità condividono un certo


modo di essere, sviluppando una reciproca fiducia nei confronti degli altri membri.

In sostanza, le comunità di pratica differiscono dalle tipologie organizzative più


comuni, per due ragioni: il modo in cui definiscono le loro attività e i loro confini.

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Le comunità di pratica: tratti distintivi

• Relazioni reciproche

• Modi condivisi nel fare le cose

• Rapido flusso di informazioni e diffusione dell’innovazione

• Rapida definizione dei problemi da discutere

• Identità che si definiscono reciprocamente

• Tradizione, set condiviso e linguaggio comune

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Le comunità di pratica vs altri fads manageriali


Obiettivi Criteri di creazione Fattori unificanti Durata

Comunità di Sviluppare Selezione diretta Commitment e Illimitata purché


pratiche competenze appartenenza resista l’utilità a
Condividere famiglia stare insieme
conoscenze professionale

Matrice Realizzare l’output Gerarchia Requisiti Fino alla nuova


silos/progetti richiesto professionali e organizzazione
obiettivi comuni

Team di progetto Realizzare un task Costruito Il progetto Realizzazione del


specifico strutturalmente task

Network informali Condividere info Conoscenze Interessi Senza limite purché


sul business individuali o di reciproci funzionali
business

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L’habitat delle comunità di pratica

In genere le comunità di pratica possono svilupparsi:


• all’interno delle unità di business: dove possono aiutare a gestire il costante
flusso di informazioni;
• attraverso differenti unità di business: le conoscenze più importanti sono
spesso distribuite fra diverse unità di business;
• attraverso i confini delle organizzazioni: in alcuni casi, svelano la loro
massima utilità quando vengono a svilupparsi attraverso i confini
organizzativi.

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Le dimensioni in cui le comunità di pratica


si esprimono
Off-line
• Dimensioni “rituali”, culturali e sociali, connessi all’identificazione, gestione
e condivisione delle conoscenze individuali e organizzative

On-line
• Tecnologia “fattore abilitante”
• Strumenti di interazione virtuale

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Le comunità di pratica: tipologie

È possibile distinguere le comunità di pratica a partire da questi criteri:

• Ampiezza : grandi o piccole

• Durata: durevoli o transitorie

• Luogo: localizzate o disperse

• Caratteristiche: omogenee o eterogenee

• Motivazione: spontanee o intenzionali

• Legittimazione: non riconosciute o istituzionalizzate

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Funzioni delle comunità «in pratica»

• Condividere esperienze e knowledge


• Facilitare i processi di apprendimento
• Aumentare la capacità di performance
• Favorire la rottura delle “sclerosi” aziendale
• Migliorare l’efficienza
• Aumentare la flessibilità, l’integrazione e la connessione fra le persone
• Connettere leader sparsi dentro l’organizzazione a prescindere dai
ruoli
• Creare occasioni di innovazione

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Il ciclo di vita della comunità di pratica


L’evoluzione delle comunità di pratica si sviluppa generalmente in 5 fasi principali:
potenziale, evolutiva, attiva, dispersa e memorabile.

• Potenziale: in questa prima fase la comunità di pratica non esiste ancora del tutto.
Sebbene i membri abbiano già in sé il potenziale per lo sviluppo di relazioni più forti,
una comunità di pratica può incontrare qualche difficoltà se sorge spontaneamente
senza particolari forme di coordinamento e pianificazione.

• Evolutiva: in questa seconda fase il principale compito che viene delineandosi è


quello di “nutrire” la comunità, determinando il valore che la conoscenza condivisa
comporta per i singoli membri e per l’organizzazione nel suo insieme, costruendo
fiducia e relazioni personali.

• Attiva: questa terza fase è caratterizzata da un incremento del livello reciproco di


engagement e da uno sviluppo delle dinamiche interne. La comunità definisce le sue
intenzioni primarie, il suo ruolo all’interno dell’organizzazione e i suoi confini.

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Il ciclo di vita della comunità di pratica

• Dispersa: l’expertise e le relazioni personali vengono estesi e approfonditi, mentre


strumenti e artefatti diventano via via più completi ed efficienti.

• Memorabile: qualunque sia il tipo di trasformazione che si genera, l’eredità di una


comunità di pratica sopravvive nell’esperienza di quanti ne hanno fatto parte,
incrementando la capacità dell’organizzazione di generare nuove comunità di questa
natura.

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Il valore generato dalle comunità di pratica

Le funzioni che vengono svolte da una comunità di pratica sono numerose,


dalla creazione, all’accumulazione, alla diffusione della conoscenza:
• scambio e interpretazione delle informazioni,
• conservazione della conoscenza attiva,
• stimolo allo sviluppo di competenze,
• sviluppo delle diverse identità dei membri dell’organizzazione.

In genere, le comunità di pratica plasmano il potenziale organizzativo di


apprendimento in due modi principali: attraverso la conoscenza che
sviluppano al loro interno e attraverso le interazioni che si generano lungo i
loro confini.

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Come facilitare la creazione delle comunità di pratiche

• Identificare le potenziali comunità professionali

• Predisporre le infrastrutture tecnologiche/on-line e sociali/off-line di


supporto

• Attivare i sistemi di relazione della comunità

• Monitorare e “valutare” l’efficacia

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Costruire le comunità di pratica: fattori critici di successo


Quattro sono le sfide principali che occorre considerare nel momento in cui si voglia
far partire e gestire una comunità di pratica:

• la sfida manageriale: le organizzazioni migliori sono quelle che non cercano di


cambiare la cultura aziendale in funzione del loro approccio al knowledge
management, ma quelle che al contrario costruiscono questo approccio in funzione
della loro cultura di origine, concependo il knowledge management come un modo
per consentire alle persone di fare qualcosa che per l’organizzazione stessa è
potenzialmente interessante.

• la sfida comunitaria: Il più grande pericolo per una comunità che sta crescendo è
quello di perdere energia e cadere nella trappola dell’inerzia, lasciando che tutta la
responsabilità gestionale ricada sul solo coordinatore. Per una comunità affermata,
invece, il più grande pericolo è quello di innamorarsi del proprio successo e di vedere
la propria attività unicamente in termini di “conservazione della pratica” .

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Costruire le comunità di pratica: fattori critici di successo

• la sfida tecnica: la scelta di un software è spesso subordinata alla sua facilità d’uso; è
infatti dimostrato che un elevato grado di familiarità con l’utlizzo del software riduce il
rischio di una cattiva o comunque non adeguata connessione tra i membri della
comunità.

• la sfida personale: nelle fasi iniziali, gli incontri durante i quali i membri senior della
comunità chiedono supporto e informazioni a coloro che possono averne,
contribuiscono a legittimare la discussione su specifici problemi comuni, aiutando la
comunità a valutare l’opportunità e il valore delle soluzioni proposte in un contesto
collegiale.

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Le issues critiche nelle communities

• Promosse dal vertice vs nascita spontanea

• Esterne o esclusivamente interne all’organizzazione

• Autonome vs formalizzate

• Business oriented vs learning oriented

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La sfida delle comunità di pratiche

“…Costruire una comunità professionale virtuale significa definire un


‘paesaggio’ in cui l’armonia complessiva emerge dalla fusione di
elementi accuratamente progettati con la crescita spontanea; in cui la
stessa attenzione è dedicata da un lato ad assicurare che le strutture
preordinabili siano chiaramente definite, dall’altro alla creazione di
spazi che favoriscano lo sviluppo di forme la cui evoluzione può
soltanto essere prefigurata”

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