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Lo sviluppo del modello

economico globale:

dal “fordismo” al “toyotismo” e al


“postfordismo”
Per incominciare: che cosa vuol dire globalizzazione?

sul piano economico è un concetto


polisemico che implica:

 la liberalizzazione del commercio e la


costituzione di un mercato senza confini;
 la deregolamentazione dei movimenti dei
capitali;
 la universalizzazione del modello di crescita
economica;
 la universalizzazione del modello di società
occidentale.
e ancora:
 l’intensificazione dei flussi di
comunicazione;
 la delocalizzazione e la
transnazionalità del sistema
industriale.

in sostanza,
quel che si
definisce con
un termine il villaggio globale
antitetico…
il “fordismo” ovvero l’archeologia
della filosofia aziendale

Quando Henry Ford lasciò la direzione


della sua azienda (1945) aveva 82 anni.
Già dal 1913 aveva cominciato a usare
nel suo stabilimento componenti
standardizzati intercambiabili e catene di
montaggio, tecniche peraltro già
impiegate nel sistema di produzione
industriale, che egli applicò però su
vasta scala diventando il principale
artefice della loro diffusione e della
conseguente grande espansione
dell'industria americana.
il mitico modello T.

La produzione
del famoso
“modello T”
iniziò nel 1908.
Fino al ,1927
li ònimod
,otacrem
acric odnednev
15 milioni di
vetture .
in che cosa consiste il “fordismo”:

Schematizzando, si potrebbe dire che quello fordista era un


modello centrato sulla crescita, fondato anzi sull'ossessione
della crescita, sull'identificazione forte tra sviluppo e crescita
quantitativa.

Tale crescita va intesa proprio come estensione quantitativa dei


volumi produttivi e come dilatazione illimitata della presenza
industriale sul territorio (gigantismo degli impianti, progressione
lineare dell'occupazione, moltiplicazione serializzata dei prodotti,
ecc.) .
Da questa centralità assoluta della «crescita», derivavano
quattro caratteristiche di fondo che possono essere assunte,
sia pur schematicamente, come qualificanti del modello
fordista-taylorista:

1. l'idea del carattere illimitato del mercato e quindi il primato


assoluto della produzione su ogni altra caratteristica sociale;
2. il ricorso sistematico all'«economia di scala» come risorsa
strategica;
3. una concezione dualistica, polarizzata, conflittuale della
fabbrica e dell'atto produttivo;
4. infine, una sostanziale «territorializzazione» del capitale entro
una dimensione prevalentemente nazionale.
1. Illimitatezza del mercato e centralità
della fabbrica

Si parte dalla convinzione, presente in tutta la logica della


produzione di massa nel corso del Novecento, di poter
contare su un mercato potenzialmente «infinito», in continua
espansione
Il presupposto è che un'industria non incontri altro limite alla
propria espansione, se non nella propria capacità produttiva:
nei volumi produttivi dei propri impianti, meglio, nella
capacità di costringere la propria forza lavoro a erogare
lavoro in misura crescente.
la fabbrica al centro della società

Il fordismo sarebbe dunque, da questo punto di


vista, il modello che sanziona il primato della
fabbrica sul mercato e afferma la centralità
assoluta della fabbrica come luogo delle decisioni
strategiche: cosa produrre, quanto produrre, con
quali tempi e con quali metodi .
In esso trionfa l'idea che la razionalità della
fabbrica possa estendersi all’intera società e
assoggettarla alle sue esigenze.
2. Standardizzazione ed economia di scala

è l'idea della risolvibilità di ogni problema


commerciale, a cominciare da quello strategico
dell’abbattimento dei «costi», attraverso l'aumento
dei volumi produttivi
Una logica destinata, certo, ad influire sulle caratteristiche esteriori della
fabbrica fordista, sulla sua morfologia ,e a determinarne, per l'appunto, lo
smodato gigantismo nelle dimensioni: la tendenza è quella di estendersi nello
spazio ,di occuparne quote crescenti attraverso un processo di ossessiva
centralizzazione di tutte le operazioni produttive entro i suoi confini.
Il concetto base della fabbrica fordista

liv. 5 livello 4 liv. 5


Una
organiz-
zazione liv. 3 livello 2 liv. 3
verticisti-
ca di tipo
CENTRO
militare. liv. 4 liv. 2 DIREZIONALE liv. 2 liv. 4
La Fiat di
Valletta
arrivò a liv. 3 livello 2 liv. 3
ben 14
livelli
decisiona liv. 5 livello 4 liv. 5
li!
3. Una fabbrica duale e antagonistica

La terza caratteristica qualificante di questo


modello è costituita dal carattere insieme
dispotico e conflittuale dell'organizzazione
produttiva: un conflitto reale e diretto tra…

capitale VS forza lavoro


uno scontro aperto

La fabbrica fordista è dunque una struttura «duale»: un


«territorio definito »nell'ambito del quale si confrontano
due «entità» contrapposte perché portatrici di
«interessi» diversi:

massimizzare
l'appropriazione di lavoro
minimizzare
l'erogazione del lavoro
4. Territorializzazione del lavoro e del capitale.
Il grande stabilimento fordista-taylorista è infatti
ancorato stabilmente al territorio
Il capitale, nella sua fase fordista-taylorista, aveva una
«nazione», un'identità nazionale. Tendeva poi, certo, a
conquistare i mercati degli altri - i territori dei concorrenti -, ma
era radicato produttivamente in un territorio e legato a quel
territorio dalla corporeità stessa del proprio impianto, la propria
componente «fissa».
E si parla apertamente
di “nazionalismo economico”
dal fordismo al “toyotismo”
Per la sua struttura mastodontica e per la complessità
dell’articolazione produttiva, lo stabilimento fordista ha
molti difetti: tempi morti, lunghezze burocratiche,
resistenze sindacali, disorganizzazione nella
parcellizzazione del lavoro ecc.

La “rivoluzione Toyota” parte dal presupposto


della necessità di ottimizzare questa struttura
diminuendone o addirittura azzerandone i difetti
il metodo di Taiichi Ohno
(vicepresidente esecutivo della Toyota dal 1975)

qualche dato:

dal 1950 al 1985 la Toyota passa da 11.700


vetture l’anno a tre milioni e mezzo;
alla fine degli anni ’80 la Toyota produce 56
vetture per dipendente, contro le 16 della
Chrysler e le 12 della Ford.
una fabbrica a “sei zeri”

zero stock di magazzino ,


zero difetti ,
zero conflitti,
zero tempi morti,
zero tempo d'attesa per il cliente ,
zero burocrazia.
le regole di Ohno
due semplici principi:

il just in time l’autoattivazion


e
"ogni componente richiesto cioè l'identificazione assoluta dei
all'assemblaggio del lavoratori con le proprie
prodotto deve arrivare alla mansioni; ad essi si richiede di
stazione di montaggio al attivare non solo le braccia ma
momento giusto e nella anche il cervello; l'operaio deve
quantità esatta“: cioè "mobilitarsí" per salvare
ottimizzazione massima l'azienda - cioè il proprio posto di
dei processi produttivi. lavoro - dai pericoli della
concorrenza.
e ancora..

L’obiettivo è: rapidità e precisione. Ohno elimina le figure improduttive, i


controllori degli altri, quei ruoli gerarchici che il taylorísmo esasperato aveva
moltiplicato, portando al parossismo i sistemi di vigilanza sul lavoro, al punto
da rendere le fabbriche simili a caserme.
Nessun conflitto: in un simile contesto, il nemico principale è la
conflittualità ,da quella individuale a quella tra gruppi: nella retorica
industriale Toyota il concetto di Iotta di classe non ha mai trovato spazi. Il
modello Toyota considera la fabbrica un modello armonico e il sindacato
viene ridimensionato al ruolo collaterale di struttura di servizio. Quando non
viene cancellato dalla fabbrica, esso deve essere inglobato in organismi
conciliativi.
in sostanza:

La Toyota è una “nazione” che è in guerra


contro altre nazioni. Tutti coloro che lavorano
nella Toyota sono chiamati ad un sentimento di
cooperazione attiva, di mobilitazione sinergica:
la propria individualità è cancellata a vantaggio
dell’interesse dell’azienda, i cui successi sono
gratificanti prima di tutto per il dipendente.
e, naturalmente, automazione…

S’intende che i processi


di automazione si
sviluppano anche in
occidente, ma la Toyota è
stata all’avanguardia
anche in questo.
Una prospettiva… agghiacciante

Nelle previsioni di Ford il


numero delle auto
circolanti nel mondo
avrebbe dovuto
raddoppiare ogni dieci
anni… Ai tassi di
incremento degli anni ’50
e ’60, nel 1990
avrebbero potuto essere
800 milioni!
Un’auto per ogni abitante del pianeta?

Se il sogno fordista (e di Ohno) si avverasse,


sarebbe davvero una iattura per la salute del
pianeta, ma intanto la situazione è questa:
negli USA circola un’auto ogni 1,8 abitanti;
in Europa un’auto ogni 2,8 abitanti;
in Africa una ogni 110 abitanti;
in India una ogni 554 abitanti;
in Cina una ogni 1374 abitanti.
Una progressione che sembrava
inarrestabile

anno numero delle auto paese auto circolanti a


circolanti metà anni ‘90
1940 20 milioni USA 135 milioni
1950 53 milioni Europa 125 milioni
1960 98 milioni Giappone 29 milioni
1970 195 milioni Canada 11 milioni
1980 300 milioni resto del
mondo
110 milioni
1990 400 milioni
A partire dalla metà degli anni ’90 la crescita ha rallentato ed ora è su valori di
incremento del 1-2 %. Un nuovo boom potrebbe esserci solo se il mercato si allargasse
ai paesi oggi esclusi da questo “bene”.
Una previsione errata.

Qualcosa, dunque, non ha funzionato nel «sogno


fordista» di fare di ogni appartenente al genere
umano un potenziale acquirente… semplicemente è
mancato lo sviluppo di una gran parte del pianeta.

Considerando il loro reddito medio pro capite, per un cinese l’acquisto


di un’auto richiederebbe una spesa pari alla totalità dei propri guadagni
di 16 anni, per un indiano significherebbe lavorare esclusivamente per
l'auto per 18 anni, periodo che per un abitante dello Zaire o del
Bangladesh salirebbe a 27 anni, per un tanzaniano raggiungerebbe la
cifra record di 60 anni .
un mercato di diseguali
Per un mercato globale occorrerebbero dei consumatori
globali, ma le distanze nel frattempo si sono allargate:

Quinto più ricco Quinto più povero

PIL 86% 1%

Mercato mondiale
delle esportazioni 82% 1%
Un mondo escluso.
“Una minima parte dell'umanità - quella che con metafora geografica si è soliti
chiamare «mondo occidentale», poco più di un decimo della popolazione mondíale
- ha potuto accedere a un livello di vita compatibile con quel genere di consumo,
mentre il resto, la stragrande maggioranza, più di quattro miliardi di uomini, resta
fuori. Rimane esclusa dall'accesso ai prodotti più propri della civiltà industriale
novecentesca, non tanto - o meglio, non solo - per ragioni sociali, per il proprio
limitato potere d'acquisto, per l'iniqua distribuzione planetaria della ricchezza, ma
anche, e írrimediabilmente, per ragioni strutturali, per il carattere distruttivo di quei
beni che hanno costituito l'essenza del sistema industriale novecentesco e dei
processi tecnici necessari a produrli; per l'incompatibilità con ogni principio di
sostenibiIità ambientale di quel modello di vita che ha rappresentato il contesto per
cosi dire antropologico del fordismo: la società di massa a consumo opulento.”
(Marco Revelli).
Una nuova filosofia aziendale.

IL POSTFORDISMO E
LA CULTURA DEL
LIMITE.
verso una nuova filosofia aziendale

La nuova filosofia aziendale si basa su una


condizione produttiva fondata esattamente su
principi opposti a quelli fordisti: non più sulla
filosofia della crescita ma sulla consapevolezza del
limite
L’imperativo ora è non crescere, anzi
diventare sempre più agili sul piano fisico,
flessibili, moderni, efficienti.
Separazione tra sviluppo e crescita

IL CAPITALE DEVE SVILUPPARSI


SENZA CRESCERE, SENZA
DILATARE LE PROPRIE
DIMENSIONI FISICHE E SENZA
INDURRE CRESCITA
OCCUPAZIONALE DIRETTAMENTE
DIPENDENTE DA ESSO.
una realtà cambiata

La consapevolezza del Sviluppo del complesso


carattere «finito» del sistema «produzione-
mercato consumo »

Massima disponíbilità
Domanda crescente di
all'exít da parte del
elasticità, di «mobilítà»
consumatore, grado
quantitativa
minimo di loyalty
una sola regola: essere pronti al
cambiamento, anzi anticiparlo, meglio
ancora: determinarlo.

Il sistema produttivo post-fordista «naviga a vista»: lavora con tempi


brevi, incompatibili con ogni tradizionale modello di
programmazione. Ed è sempre pronto a cambiare, ad adattarsi agli
stop and go caratteristici del mercato moderno.

In questo contesto ciò che conta - al contrario di ciò che avveniva in


«ambiente» fordista - è la rottura dello status quo attraverso un
comportamento aggressivo che dà per scontata l'impossibilità di
difendere a lungo una qualche posizione di vantaggio, e che perciò si
affida costantemente all'iniziativa, alla pratica dell'escalation.
un’azienda “organismo”

L’ideale è un’azienda che «respira col


mercato», che muta la propria rnorfologia al
variare della domanda e modifica
costantemente i propri standard di
funzionamento
de-territorializzazione e trans-nazionalità.
ovvero: verso la globalizzazione…

La nuova linea strategica interna ai più recenti processi di


ristrutturazione industriale ,il nuovo modo con cui l'impresa risponde
alla sfida del «limite ,»non riguarda più e comunque non solo il piano
aziendale, quanto piuttosto il nuovo assetto internazionale della
produzione

Nel modello fordista i processi industriali erano centralizzati in un


unico ambito aziendale, mentre nella fase postfordista tendono a
decentrarsi, ad autonomizzarsi, disperdendosi in un ambito spaziale
non più coincidente con i «confini fisici» dell'impresa e talvolta persino
indipendenti dal suo controllo finanziario
Le fabbriche invisibili.

Naturalmente le “fabbriche” continuano ad esistere,


ma sono lontane dal centro direzionale.
La distanza può limitarsi a quella che separa il
centro della city dalla periferia industriale…
…ma può essere quella che separa la città-centro
dalla città-periferia…
oppure quella che separa il paese-centro dal paese-
periferia, il paese “colonia”.
un apparato produttivo globale

La novità non è tanto la globalizzazione del


mercato, che anzi è molto lontana, quanto quella
della produzione: il mondo si trasforma sempre
più in un unico spazio produttivo, all’interno del
quale ogni fase della produzione può essere
spostata nel Paese che offre le condizioni migliori.
mercati di sostituzione

In realtà questa Il mercato ancora in grado


trasformazione degli di assorbire la produzione
apparati di è sempre quello
produzione, trasferiti occidentale, in cui si è
nei paesi-periferia, sviluppata la “coscienza
non serve a del consumatore” e la
conquistare nuove “cultura della sostituzione”
fette di mercato: i PVS dei prodotti non superati
non assorbono che in ma desueti.
minima parte il surplus
di prodotti.